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di Marco Travaglio - da L'Unità

IL BLITZ ANTIMAFIA DEL 1980
Dopo i delitti eccellenti che hanno insanguinato Palermo fra il 1979 e l’80 (il capo della Mobile, Boris Giuliano; il giudice Cesare Terranova; il presidente della Regione Piersanti Mattarella), il questore Vincenzo Immordino e il procuratore Gaetano Costa preparano un mega-blitz per rispondere all’ attacco di Cosa Nostra e commissionano a Contrada un rapporto investigativo per incastrare i boss e arrestarli in flagrante. Lui però prende tempo, con la scusa delle indagini sul recentissimo finto sequestro di Michele Sindona in Sicilia, organizzato dalla mafia (clan Bontate e Spatola). A fine aprile dell’80, finalmente, Contrada deposita una bozza preliminare in cui denuncia 66 persone (tra cui Sindona), inutile però al fine di arresti in flagranza. Poi si mette in ferie. In seguito, il nome di Sindona sparirà dal rapporto definitivo. Il 4 maggio viene ucciso anche il capitano Emanuele Basile. Il 5 scatta un primo blitz e l’11 un secondo, disposto dal capufficio istruzione Rocco Chinnici (finisce in carcere anche Giovanni Bontate, fratello di Stefano). Lo stesso giorno il questore denuncia Contrada al capo della Polizia per la sua linea morbida con la mafia: ”Tu non attacchi / noi non attacchiamo”. Tantopiù che, dopo il blitz del 5, una fuga di notizie dalla Criminalpol ha fatto sapere a tutti che Sindona era stato escluso dal rapporto. Secondo i giudici, la fuga si deve a Contrada, che voleva prendere le distanze dalla linea dura del questore Immordino. Contrada sostiene che era stato il giudice romano Ferdinando Imposimato, titolare dell’inchiesta Sindona, a proibirgli di usare materiali di quell’indagine. Ma Imposimato smentisce: tutto falso. Al processo, poi, il boss pentito Francesco Di Carlo racconta che, tra marzo e aprile ’80, “Bontate gli aveva detto di aver saputo da Rosario Riccobono di essere stato menzionato un rapporto di denunzia per traffico di stupefacenti della Questura di Palermo. Gli era stato assicurato, tuttavia, che il rapporto non avrebbe portato a provvedimenti restrittivi della sua libertà perché ‘vacante’ nei suoi riguardi (cioè non abbastanza incisivo)”. Secondo la Corte, “solo colui (Contrada, ndr) che aveva predisposto un unico rapporto per le posizioni dei Bontate e quelle degli Spatola-Inzerillo poteva far giungere a Bontate, tramite Riccobono, notizia della sua inclusione in quel rapporto(…)e rassicurarlo sull’inconsistenza probatoria di esso”.

LA FUGA DI GAMBINO
Il 10 settembre 1979 Sindona deve comparire davanti ai giudici americani per il crac della Franklin National Bank. Ma il 2 agosto sparisce da New York e ricompare in Sicilia, “vittima” di un falso sequestro organizzato (lo si scoprirà poi) dalla mafia e dalla massoneria. Il 9 settembre viene arrestato a Roma, nello studio dell’avvocato di Sindona, il mafioso Vincenzo Spatola, coinvolto nel finto sequestro. Il 12 ottobre, un maresciallo della Mobile ferma, in un motel di Palermo, il boss  italoamericano John Gambino, cugino di Rosario e Vincenzo Spatola, già indagato dal povero Giuliano e pure lui coinvolto nel “sequestro” Sindona. Condotto in questura, viene subito rilasciato per ordine di Contrada e se ne torna indisturbato negli States. Il 16 ottobre anche Sindona riappare a New York, con la gamba sinistra ferita dai finti rapitori. Contrada sostiene che fu Imposimato a dirgli che non c’erano elementi per arrestare Gambino. Ma Imposimato lo smentisce di nuovo: mai saputo che Gambino era stato fermato a Palermo, tant’è che proprio il giorno prima, 11 ottobre, il pm Domenico Sica gli aveva chiesto per lui un mandato di cattura (poi spiccato a fine mese, invano). Il 13 ottobre ci fu una riunione a Roma con Contrada, che però non gli disse nulla del fermo di Gambino. Due dirigenti della Mobile di Roma e l’ex pm Sica confermano. I giudici non hanno dubbi: “Ritiene questa Corte che la agevolazione della fuga di John Gambino, indiziato mafioso e già oggetto di investigazioni di Boris Giuliano, fu il frutto di una attività di consapevole oscuramento del suo rintraccio e delle emergenze documentali ad esso legate, e quindi fu illuminata dal dolo di rendere un servizio al sodalizio mafioso, che si era avvalso del Gambino come uno dei più stretti fiancheggiatori di Sindona durante il suo simulato sequestro e se ne avvalse subito dopo il suo rientro a New York”. E non basta: Contrada nascose quel che già si sapeva sui rapporti Gambino-Spatola-Sindona nella bozza del 24 aprile 1980: “La circostanza che nella bozza di rapporto non si faccia alcuna menzione della presenza, degli spostamenti e dunque del ruolo di fiancheggiatore del Gambino a Palermo (…) riveste valenza indiziante del fatto che Contrada abbia voluto oscurare (...) che, a quella data, egli fosse consapevole delle ragioni della presenza del Gambino in Sicilia e avesse consentito al suo rilascio”. Tantopiù che Contrada aveva rapporti intensi, e mai spiegati, con l’avvocato Salvatore Bellassai, “capogruppo della P2 per la Sicilia, colui che presentò a Miceli Crimi (feritore di Sindona nel finto sequestro) il massone Gaetano Piazza, che ospitò Sindona a Caltanissetta il 15-16 agosto”.

DEPISTAGGIO SU GIULIANO E AMBROSOLI
Due testimoni affidabilissimi rivelano che Boris Giuliano incontrò a Milano in segreto Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana di Sindona, due giorni prima che questi morisse ammazzato da un killer di Sindona. Lo dice l’agente della Dea americana Charles Tripodi, amico e collaboratore di Giuliano (che – ricorda - lo invitò a diffidare di Contrada). All’indomani del delitto Ambrosoli – racconta - Giuliano gli telefonò negli Usa: “Mi disse che, due giorni prima dell’omicidio, aveva incontrato personalmente Ambrosoli col quale aveva scambiato importanti informazioni sui canali di riciclaggio”. L’avvocato Giuseppe Melzi, legale dei creditori di Sindona, conferma di aver saputo dell’incontro dal maresciallo della Gdf Orlando Gotelli, stretto collaboratore di Ambrosoli. Quando viene ucciso pure Giuliano, Melzi viene convocato in Procura: ma prima viene sentito da Contrada e gli confida che la sua fonte è Gotelli, raccomandando la massima segretezza. Contrada però spiffera tutto ai giornalisti, che l’indomani sanno già tutto. Gotelli, spaventato, ritratta. A questo punto, non richiesto da nessuno, Contrada scrive un rapporto investigativo per mettere nero su bianco che non c’è alcun nesso tra Giuliano e Sindona: “Il dott. Giuliano non ha svolto indagini di alcun genere in relazione all’affare Sindona; non si è recato a Milano nè per motivi di ufficio nè per motivi personali; non si è incontrato con Ambrosoli, peraltro da lui non conosciuto”. Tre bugie depistanti. Così - sentenziano i giudici – Contrada “soffocò sul nascere un filone investigativo meritevole di approfondimento circa l’uccisione del dr. Giuliano”. La Corte ritiene provato che:“la fonte delle notizie di stampa fu Contrada; egli disattese le istanze dell’avv. Melzi di mantenere il riserbo sulla sua convocazione, creando le condizioni perché questi si adeguasse al Gotelli suo referente, che, parimenti influenzato dalla enorme pubblicità sulla sua persona, aveva sfumato la notizia dell’incontro Giuliano-Ambrosoli ridimensionandola come frutto di possibile equivoco. E’ evidente la correlazione tra la fonte e il taglio delle notizie riguardanti l’avv. Melzi, volte a screditarlo come informatore e intimorirlo”. Contrada, insomma, “scongiurò il rischio che le attenzioni della Polizia si concentrassero su questo filone investigativo” e prevenne “l’eventualità che gli spostamenti di Sindona a Palermo fossero intercettati, recando un nocumento alla macchina organizzativa del finto sequestro. Analoga eventualità venne obbiettivamente scongiurata col rilascio di Gambino”.

LA FUGA DI TOGNOLI
Due funzionari della Polizia svizzera - il commissario Clemente Gioia e l’ispettore Enrico Mazzacchi – e due noti magistrati - Giuseppe Ayala e Carla Del Ponte – parlano di un’altra fuga eccellente propiziata da Contrada: quella di Oliviero Tognoli, indagato in Italia e in Svizzera per riciclaggio di denaro sporco e poi condannato anche per traffico di droga. “Qualcuno” gli telefona all’hotel Ponte di Palermo per avvertirlo del mandato di cattura in arrivo, e lui fugge. Quando poi viene riacciuffato nel 1988, Tognoli confida a Gioia che la soffiata veniva da un suo “pari grado”. Il 3 febbraio 1989 viene interrogato dai giudici Del Ponte, Ayala e Falcone. Racconta la Del Ponte (confermata da Ayala): “Chiuso il verbale, mentre Tognoli se ne stava  andando, Falcone gli si è avvicinato per salutarlo (…). E chiede chi fosse stato ad avvertirlo affinchè lui potesse rendersi latitante. Tognoli non voleva rispondere, si schermiva, allora Giovanni fece un nome, Bruno Contrada: ‘E’ stato Bruno Contrada’. Tognoli, guardandoci tutti e due, ci rispose: ‘Sì’, e fece un cenno col  capo. Falcone disse subito: ‘Però dobbiamo verbalizzare’. Tognoli disse: ‘No’, non voleva verbalizzare, aveva paura. Io poi dissi: ‘Va be’, lo discutete nel pomeriggio’…”.Tognoli parla col suo avvocato, il quale poi – racconta Mazzacchi - conferma a Falcone che la talpa è Contrada. Ma l’8 maggio Tognoli cambia versione: ad avvertirlo era stato suo fratello Mauro. Naturalmente i giudici credono a Del Ponte, Ayala, Mazzacchi e Gioia. Anche per quel che accade in seguito: due mesi dopo, sulla scogliera dell’Addaura, Falcone, Del Ponte e Gioia scampano miracolosamente a un attentato mafioso. Falcone “indicò ai pm nisseni che indagavano su quel delitto, quale possibile movente, le indagini che stava svolgendo coi colleghi svizzeri presenti a Palermo proprio il giorno dell’attentato: Del Ponte, Lehmann, Gioia. E indicò la possibilità che da quelle indagini potessero emergere conseguenze di natura istituzionale. Affermò in particolare che Tognoli non aveva ‘detto per intero la verità sui suoi collegamenti con la mafia siciliana e sulle inquietanti vicende riguardanti la sua fuga da Palermo’… Deve dunque condividersi l’osservazione del Tribunale: ‘Non vi è alcun dubbio che l’intervento esplicato dal Contrada in favore di Tognoli costituisce un grave fatto specifico a suo carico in perfetta sintonia con il complessivo quadro accusatorio e con le tipologie di condotte dallo stesso esplicate in favore di Cosa Nostra : l’imputato, servendosi delle notizie di cui era venuto in possesso in ragione dei propri incarichi istituzionali (…), era riuscito con una tempestiva informazione a rendere possibile la sottrazione alla cattura del Tognoli, prezioso intermediario di cui si avvaleva Cosa Nostra per lo svolgimento dei propri traffici illeciti nel riciclaggio del denaro proveniente dal narcotraffico’”.

MINACCE ALLA VEDOVA
Gilda Ziino è la moglie di Roberto Parisi, imprenditore e presidente del Palermo Calcio, ucciso dalla mafia il 23 febbraio 1985. Appena rientrata a casa dall’obitorio dove giace il marito morto – racconta - Contrada si presenta a casa sua, dicendole che “nel caso in cui avessi saputo qualcosa, era meglio che io pensassi che ero una mamma”. Terrorizzata, la donna non ne fa parola con i pm Signorino e Ayala, che indagano sull’assassinio del marito. Ma due anni dopo racconta l’episodio al suo avvocato, Alfredo Galasso, che la manda subito da Falcone. Questi le fissa un appuntamento per un sabato del febbraio ‘88, raccomandando di non parlarne con nessuno, nemmeno in famiglia. Lei gli racconta tutto. Ma l’indomani Contrada le piomba di nuovo in casa, senza preavviso: sa dell’interrogatorio e le domanda “cos’ha detto a Falcone”. Lei, “sorpresa ed intimorita per la conoscenza che egli aveva mostrato di avere del suo colloquio (anche perché sapeva che l’odierno imputato, in quel periodo, lavorava a Roma), aveva negato con decisione tale circostanza. Subito dopo la visita, aveva contattato il prof. Galasso, raccontandogli l’accaduto. La stessa sera questi l’aveva richiamata, comunicandole di aver parlato col giudice Falcone, che si era stupito enormemente del fatto che Contrada fosse venuto subito a conoscenza dell’atto istruttorio, data la riservatezza del caso”. Nel 1990 Gilda viene riconvocata in Procura, stavolta dal pm Carmelo Carrara (futuro senatore del Cdu di Buttiglione) e “trova Contrada, con sua grande sorpresa, nella stanza del magistrato”. Il suo “senso di angoscia e paura” è tale che, “posta a confronto con lui, ne aveva avallato la tesi secondo cui le sue parole potevano esser interpretate come ‘raccomandazioni amichevoli’”. Secondo i giudici invece sono minacce belle e buone: per “impedire rivelazioni di notizie all’Autorità Giudiziaria e carpire eventuali informazioni”. L’ennesimo “contributo” di Contrada a Cosa Nostra, “per acquisire e trasmettere elementi cui l’organizzazione mafiosa aveva interesse, prima che ne venisse in possesso l’Autorità Giudiziaria (…). La Ziino, infatti, ha riferito che Contrada le chiese di parlarle da sola, tanto che i due scesero nello studio al piano seminterrato;atteggiamento che non avrebbe avuto ragione di essere nel contesto di una normale visita di lutto, anche per dare una amichevole raccomandazione di prudenza”.

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