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Veltroni l’ha scritto sul Riformista, per non farlo sapere troppo in giro. Ma l’ha scritto: l’”obbligatorietà dell’azione penale” va attenuata con “criteri di priorità” fissati da “Parlamento, Csm e Procuratori della Repubblica”. Peccato, perché nella prima parte dell’articolo aveva fatto bene i compiti: i mali della giustizia sono i troppi “colpevoli impuniti, scarcerazioni incomprensibili, sentenze dopo moltissimi anni”, dunque occorrono più mezzi, più organizzazione e meno cavilli. Poi però Uòlter è scivolato su una ricetta che, oltre a portare il marchio di Gelli, di Craxi, di Berlusconi e della Bicamerale, tradisce la Costituzione proprio nel 60° compleanno e butta a mare uno dei rari fiori all’occhiello del nostro sistema.

Perché la legge sia uguale per tutti, i pm e giudici devono essere “indipendenti da ogni altro potere”. E, per esserlo davvero, devono coltivare tutte le notizie di reato. Senza poter scegliere quelle che preferiscono. Si dirà: i reati sono troppi e si è già costretti a scegliere. Bene, anzi male: il rimedio è depenalizzare i reati ritenuti superflui. Ma dire: “questo è reato, ma non sarà punito” è assurdo e devastante. Obiezione: il procuratore torinese Marcello Maddalena ha raccomandato ai suoi pm di accantonare i processi destinati a pena indultata e dare la precedenza a quelli nuovi. Vero, ma è una misura eccezionale per fronteggiare l’emergenza indulto, che costringe i giudici a processare anche imputati per reati commessi fino al 2006 e dunque destinati, in caso di condanna, a subire una pena puramente virtuale. Pessima poi l’idea di far decidere al Parlamento, cioè ai partiti, quali reati perseguire e quali no. Perché metterebbe fine all’indipendenza della magistratura. E perché gli ultimi 15 anni di “riforme” la dicono lunga su quali siano, per i nostri partiti, i “reati gravi”: quelli degli altri.

Nel 1997 destra e sinistra depenalizzarono l’abuso d’ufficio non patrimoniale, legalizzando lottizzazioni, favoritismi, concorsi truccati. Nel ‘99 destra e sinistra tentarono di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, e dovettero rinunciare solo grazie al no di Di Pietro e di alcuni grandi giornali. Nel 2000 destra e sinistra depenalizzarono l’uso di fatture false con relative frodi fiscali. Nel 2002 Berlusconi cancellò di fatto il falso in bilancio e dimezzò la prescrizione per i reati di Tangentopoli: due controriforme che, nonostante le promesse, l’Unione non cancellò. La Lega bloccò il reato di tortura (e Uòlter, che ora chiede “piena luce” su Bolzaneto, dovrebbe ricordarlo). Dal 2006 il governo Prodi boicotta il processo sul sequestro di Abu Omar. E da anni destra e sinistra tentano di dimezzare le pene per la bancarotta. Se il Parlamento mette becco pure nell’azione penale, sappiamo già come va a finire: i reati “meno gravi” sono quelli delle classi dirigenti, cioè proprio i più dannosi per la collettività. Quelli che, nei paesi seri, sono puniti con la galera. E in Italia, invece, con la presidenza del Consiglio. Ma chissà che gli è preso, a Uòlter: per dire certe castronerie, non bastava Berlusconi?

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