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CENT’ANNI FA NASCEVA INDRO MONTANELLI
Esce in questi giorni, nel centenario della nascita del grande giornalista, la nuova edizione di “Montanelli e il Cavaliere. Storia di un grande e di un piccolo uomo” (prefazione di Enzo Biagi, Garzanti, pp.490, 18 euro) di Marco Travaglio, con un saggio introduttivo inedito dell’autore che raccoglie e smonta le “appropriazioni indebite” della figura di Montanelli tentate, a destra come a sinistra, dopo la sua morte (22 luglio 2001). A cominciare dall’opera di revisionismo tentata da giornalisti e “storici” berlusconiani sul divorzio fra Montanelli e il Cavaliere dopo la famosa irruzione di Berlusconi nella redazione de Il Giornale l’8 gennaio ‘94, vigilia della “discesa in campo”.
A questo proposito anticipiamo alcuni brani del saggio.
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… Non essendo più, dal 1990, l’editore del Giornale, avendolo girato al fratello Paolo, Silvio Berlusconi non aveva alcun titolo per arringarne i giornalisti. Dunque violò platealmente la legge Mammì che vieta ai proprietari di tv di possedere giornali. Dunque confessò che il passaggio di proprietà fra lui e il fratello minore Paolo era stato puramente fittizio. Dunque avrebbe dovuto subire la sanzione della revoca immediata delle concessioni televisive alle tre reti Fininvest. Inoltre Paolo Granzotto scrive (nella sua biografia di Montanelli, ndr) che, “se Montanelli non l’avesse voluta ammettere (l’incursione di Berlusconi, ndr), gli sarebbe bastato dire alla redazione di negare a Berlusconi il permesso di intervenire all’assemblea. E la redazione, soprattutto quella redazione, avrebbe eseguito”. Già, peccato che Montanelli quel permesso lo negò. Me lo ha rivelato alcuni anni fa un testimone oculare: l’allora capo del Comitato di redazione, Novarro Montanari. “Quel pomeriggio - racconta Montanari - fui raggiunto sul cellulare da Antonio Tajani (ex capo della redazione romana, appena divenuto portavoce del Cavaliere, n.d.a.), che mi disse: ‘Siamo qui per caso con Berlusconi in Cordusio: che ne diresti se il Cavaliere salisse in assemblea?’. Lo fermai: ‘Aspetta, scendo a chiedere al direttore’. Scesi, chiesi, e il direttore – davanti al condirettore Biazzi Vergani – rispose: ‘Non se ne parla nemmeno’. Risalii al quinto piano per richiamare Tajani, ma trovai già Berlusconi in assemblea per arringare i redattori”. Del resto, come avrebbe mai potuto Montanelli accettare che un signore che non era nemmeno il suo editore tentasse di rivoltargli contro la sua redazione, incitandola a ribaltare la linea politica del direttore, per giunta in sua assenza, promettendo in cambio investimenti e benefit? Perché questo esattamente avvenne l’8 gennaio 1994 nella sede di via Gaetano Negri, come poi Montanelli raccontò mille volte senza che nessuno potesse smentirlo, almeno finché fu in vita.

L’ultima volta fu il 23 marzo 2001, quattro mesi prima di morire, quando Indro telefonò in diretta a Il raggio verde di Michele Santoro per smentire le bugie appena raccontate da Feltri (le stesse poi fatte proprie da Granzotto nel libro) e subito smontate dal sottoscritto: “Io intanto voglio ringraziare Travaglio, il quale ha detto l’assoluta e pura verità. Assolutamente. La versione che lui ha dato degli avvenimenti è quella esatta… Io ho conosciuto due Berlusconi: il Berlusconi imprenditore privato che comprò il Giornale, e noi fummo felici di venderglielo – perché non sapevamo come andare avanti – su questo patto: tu, Berlusconi, sei il proprietario del Giornale; io, direttore, sono il padrone del Giornale, nel senso che la linea politica dipende solo da me. Questo fu il patto fra noi due. Quando Berlusconi mi annunziò che si buttava in politica, io capii subito quel che stava per accadere. Cercai di dissuaderlo d’accordo con Confalonieri e con Gianni Letta: nemmeno loro volevano che il Cavaliere entrasse in politica. Ma tutto fu inutile. Dal momento in cui lo decise, mi disse: ‘Da oggi il Giornale deve fare la politica della mia politica’. Io gli dissi: ‘Non ci pensare nemmeno’. Allora lui riunì la redazione a mia totale insaputa, come ha raccontato Travaglio, e disse: ‘D’ora in poi il Giornale farà la politica della mia politica’. E a quel punto me ne andai. Cosa dovevo fare? Questo Feltri lo sa!”. Parole ribadite qualche giorno più tardi in un editoriale sul Corriere della sera: “Riunita a mia insaputa la redazione, egli (Berlusconi, n.d.a.) l’avvertì, in parole povere, che, se volevano più quattrini anche nella busta-paga, non avevano che da mettersi al servizio dei suoi interessi politici, ora che aveva deciso di scendere in lizza. La risposta della redazione furono 35 lettere di dimissioni”.

Quel che accadde quel fatidico 8 gennaio 1994 segna uno spartiacque indelebile nella storia dell’editoria e della politica italiana. Ecco perché gli house organ e i trombettieri berlusconiani seguitano, a tanti anni di distanza, a negarlo contro ogni evidenza. (…) Il 4 settembre 2003, due anni dopo la morte di Montanelli, Berlusconi dichiarò a The Spectator: “Credo ci sia un elemento di gelosia in ognuna di queste persone perché non riesco a trovare un’altra spiegazione. Tutti questi giornalisti, Biagi, Montanelli, erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere…”. E lo ripetè il 23 ottobre 2006: “Montanelli era geloso”. Poi il 9 aprile 2008, nel pieno dell’ultima campagna elettorale, Berlusconi usò addirittura Montanelli come testimone postumo della propria autocelebrazione come editore tollerante e amante del dissenso. Antonello Piroso, a Omnibus (La7), gli rammentò l’editto bulgaro contro Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi. Il Cavaliere rispose piccato: “Io non ho mai fatto licenziare in vita mia nessuno: tanto meno in Rai dove io non ho mai messo il naso e dove chi lo ha fatto lo ha fatto contro la mia volontà. Biagi ha lasciato la Rai contro la mia volontà. Non volevo assolutamente che si arrivasse alla decisione. Io ho insistito fino all’ultimo affinché Biagi rimanesse in Rai, ma lui ha preferito una lauta buonuscita. Lei si vergognerebbe di avere una trasmissione come Annozero: non la permetterebbe mai. Ma io sono l’editore più liberale mai comparso sulla scena italiana. Basta domandarlo ai miei giornalisti e a Indro Montanelli”. Il quale, purtroppo, non può più rispondere.E nemmeno Biagi.(…)

Molto comica, è l’appropriazione tentata da Vittorio Feltri sul quotidiano «Libero» il 21 luglio 2006, nel quinto anniversario della scomparsa di Indro, con un editoriale dal titolo: “Se Montanelli fosse vivo lavorerebbe a Libero”. Uno scoop sensazionale, anzi paranormale: evidentemente Feltri è riuscito a comunicare con l’Aldilà e a strappare all’anima di Montanelli quella clamorosa confidenza. Magari con l’ausilio del Sismi e dell’”agente Betulla”, al secolo Renato Farina, che di Libero in quel momento è vicedirettore, indagato (patteggerà poi 6 mesi di reclusione) per favoreggiamento nel sequestro di Abu Omar. Confidenza davvero sorprendente, se si pensa che Feltri sostituì spudoratamente Montanelli appena cacciato dal Giornale (…). Che cosa pensasse Montanelli di Feltri, lo disse papale papale al Corriere il 12 aprile 1995: “Il Giornale di Feltri confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”. Perché mai, se pensava così da vivo, dovrebbe aver cambiato idea da morto? Chi vorrà inoltrarsi nella lettura di questo libro, troverà i violenti attacchi sferrati da Libero contro Montanelli (…). Poi, nel 2006, confidando nell’amnesia generale e soprattutto nell’impossibilità di Montanelli a rispondergli, ecco la furbata di feltri: “Oggi Montanelli scriverebbe su Libero”. Ma certo, come no: pur di affiancare la sua firma a quelle di Feltri e Betulla, quel diavolo di un Indro sarebbe capace di resuscitare…


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