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Da venerdì scorso è in libreria il mio ultimo libro dedicato al caso Mills.

Io e Antonella Mascali abbiamo ricostruito l'inchiesta e il processo che hanno spinto il presidente del Consiglio a far approvare il Lodo Alfano.

E le sorprese, visto che la grande stampa ha pressochè ignorato il dibattimento, non sono mancate.

Ecco qui di seguito l'introduzione a "Il regalo di Berlusconi", per gli amici del blog.
Peter Gomez


Il processo Mills? Meno se ne parla, meglio è
Nicoletta Gandus ci mette meno di tre minuti per leggere la sentenza. Un colpetto di tosse, un’occhiata ai giudici a latere, Loretta Dorigo e Pietro Caccialanza, due cattolici praticanti non iscritti a nessuna corrente che adesso hanno lo sguardo fisso su un pubblico per una volta più numeroso del solito, e il Presidente della X sezione penale dice: «In nome del popolo italiano il Tribunale, visti gli articoli 533, 535 c.p.p., dichiara Mills Mackenzie Donald David colpevole del reato a lui ascritto e lo condanna alla pena di anni 4, mesi 6 di reclusione, oltre al pagamento delle spese processuali. Visto l’articolo 29 c.p. dichiara Mills Mackenzie Donald David interdetto dai pubblici uffici per la durata di 5 anni. Visti gli articoli 538 e seguenti del c.p.p. condanna Mills Mackenzie Donald David al risarcimento del danno in favore della parte civile costituita, danno che liquida in successivi euro 250.000».

Il processo per la corruzione giudiziaria del testimone David Mills finisce così. Alle 15,35 di un freddo martedì d’inverno, mentre le televisioni e i giornali parlano solo della vittoria del Pdl nelle elezioni regionali sarde e delle conseguenti dimissioni da segretario del Partito democratico di Walter Veltroni. È il 17 febbraio 2009. Dall’arresto di Mario Chiesa, il presidente socialista della Baggina che con le sue confessioni diede il via al ciclone di Mani Pulite, sono passati esattamente diciassette anni. Ma anche se il verdetto Mills chiude quel ciclo - furono le indagini su Tangentopoli a scoperchiare il sistema occulto delle società offshore della Fininvest gestito dall’avvocato - in pochi vogliono accorgersene.

Lentamente, la piccola aula al piano terra del Palazzo di Giustizia di Milano si svuota. Scarsi i commenti, quasi nulli i servizi nei telegiornali. Il portavoce di Forza Italia, l’ex radicale Daniele Capezzone che solo fino a un anno e mezzo prima militava nel centrosinistra, parla di «sentenza a orologeria». Gli avvocati parlamentari del premier Niccolò Ghedini e Gaetano Pecorella gridano contro il verdetto «annunciato». Il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, difende l’imputato. «Certamente - dice - Mills ha pagato a caro prezzo il fatto di essere a suo tempo associato nel processo con Silvio Berlusconi. C’era la prova dell’inesistenza del reato di corruzione che è stata ignorata.» Nell’opposizione, attonita per l’ennesima sconfitta elettorale, si registra un unico intervento di rilievo. Quello del leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro, che dice: «Se Mills è stato condannato in quanto corrotto significa che c’è anche un corruttore. In un paese normale il presidente del Consiglio avrebbe già rassegnato le dimissioni. Qui invece se corrompi un testimone vai a fare il presidente del Consiglio».

Ma l’Italia non è più un paese normale. Forse non lo è mai stato. E per rendersene conto basta guardare il Tg1 delle venti che non ha neppure mandato in tribunale una sua troupe. La Rai ha così comprato le immagini da una rete concorrente, ma la notizia della condanna in primo grado di quello strano professionista inglese, sposato con un ministro del governo laburista, e addomesticato, secondo l’accusa, dal presidente del Consiglio italiano in carica con una tangente di 600mila dollari, non entra nei titoli di apertura. Non annunciato, il pezzo va in onda solo alle 20,20, quasi in chiusura del telegiornale diretto da Gianni Riotta.

«Questo è un processo di cui meno si parla e meglio è per il nostro assistito», avevano detto qualche mese prima Ghedini e Piero Longo, intervenendo come sempre in aula un po’ nelle vesti di avvocati del premier e un po’ in quella di parlamentari del Pdl. Ma la loro frase, più che una richiesta, era stata una constatazione. Perché, intanto, del dibattimento non diceva niente (o quasi) nessuno. A parte Berlusconi, s’intende. Lui sì che ne parlava. Di continuo. Lo aveva fatto, per esempio, in settembre durante una chiacchierata con Bruno Vespa in cui aveva definito le udienze «uno spreco di denaro da parte delle toghe rosse». E lo aveva fatto soprattutto il 16 giugno 2008 in una lettera indirizzata al presidente del Senato, Renato Schifani.
«Ho preso visione della situazione processuale e ho potuto constatare che si tratta dell’ennesimo stupefacente tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria», aveva scritto il premier. Poi aveva annunciato la presentazione di una nuova apposita legge che, come era già accaduto nel 2003 durante il suo precedente governo, lo avrebbe di lì a poco reso improcessabile per tutta la durata del mandato: il Lodo Alfano, dal nome del giovane ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

Era stato allora che la posizione di Berlusconi era stata stralciata da quella dell’avvocato inglese, rendendo il caso Mills un unicum nel suo genere. Due imputati, ma un solo condannato: il presunto corrotto. Perché l’altro, l’uomo che secondo la procura e il tribunale lo aveva pagato per tacere, nel frattempo ha fatto carriera. È diventato presidente del Consiglio, lo ha voluto il popolo. E il popolo, si sa, è il miglior giudice: chiedete a Barabba e a Gesù Cristo. Eppure sarebbe bastato conoscerlo questo processo per scoprire che dentro c’è un pezzo importante della storia italiana o almeno dell’impero del Cavaliere (che, per molti versi, è la stessa cosa). Quasi vent’anni in cui, come leggeremo nelle motivazioni della sentenza pubblicate al termine di questo saggio, «l’avvocato Mills ha agito certamente da falso testimone [...] per consentire a Silvio Berlusconi e alla Fininvest l’impunità dalle accuse o almeno il mantenimento degli ingenti profitti [...] realizzati attraverso [...] operazioni illecite». Una cortina fumogena continua, un incessante depistaggio delle indagini, a partire da quelle storiche di Mani Pulite, che ha permesso al leader del Pdl di diventare per almeno due volte presidente del Consiglio.

Sì, perché è questa l’importanza delle bugie di Mills. Senza i suoi giri di parole, senza i suoi calcolati vuoti di memoria, senza le sue menzogne, Berlusconi, secondo i giudici, non sarebbe stato assolto nel processo Fininvest-Guardia di Finanza, quello per cui gli fu inviato il suo primo invito a comparire nel lontano 1994. Sarebbe stato condannato per quelle tangenti versate ai militari: esattamente come è accaduto a Salvatore Sciascia, il direttore centrale dei servizi fiscali Fininvest che, dopo una sentenza definitiva per corruzione, nel 2008 è stato premiato dal suo datore di lavoro con una nomina a parlamentare.

Ma la storia non si fa con i se. La storia si fa da sola, e con i fatti. E allora noi questi fatti abbiamo deciso di raccontarveli tutti, mettendoli in fila a uno a uno, documento dopo documento, testimonianza dopo testimonianza. Partendo dall’inchiesta sui bilanci di Mediaset e sulle evasioni fiscali miliardarie delle società del premier, per arrivare poi alla vicenda Mills. Due indagini e due processi che il capo del governo ha tentato di bloccare in ogni modo: con leggi su misura, norme incostituzionali, interventi poco ortodossi (si fa per dire) del ministero della Giustizia, dei servizi segreti. E, persino, di Berlusconi in persona, sorpreso a cena a metà maggio 2009 con il ministro Alfano e due giudici della Consulta, l’organismo che il 6 ottobre dovrà decidere la sorte di quel Lodo che lo ha reso un cittadino diverso dagli altri. Anche per questo sul caso Mills buona parte dei media hanno messo il silenziatore. Anche per questo tanto fango e tante bugie sono state riversate su magistrati, giornalisti e avversari politici, sui pochi che tentavano di dire quello che non doveva essere detto.

Il processo all’avvocato inglese pone, infatti, un problema. Spinge a chiedersi che cos’è davvero la democrazia. Basta il voto, più o meno libero, perché un paese possa definirsi democratico? Oppure la democrazia è qualcosa che a che fare non solo col modo con cui si sceglie chi sta al potere, ma anche col modo con cui si controlla chi sta al potere? Perché, come diceva Montesquieu, «il potere corrompe, e il potere assoluto corrompe assolutamente». O, in Italia, si trasforma in corruttore.


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