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da Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2010

È la banca di famiglia. Di più, la banca dei famigli e dei sodali. Dei figli Marina e Pier Silvio. Di Cesare Previti e del suo amico Giovanni Acampora. Del gran capo di Mediolanum, Ennio Doris e di Salvatore Sciascia, l’ex graduato della Guardia di Finanza diventato con gli anni un prezioso consulente fiscale della Fininvest. Insomma, Banca Arner vuol dire Silvio Berlusconi, non per niente titolare del conto numero uno nella filiale milanese. Ma, soprattutto, Arner è il marchio di fabbrica di una storia infinita di conti segreti, denaro nero e sponde off-shore.
Le acque cristalline di Emerald Bay ad Antigua, quelle in cui specchia la villa (o le ville?) targata Berlusconi sono solo l’ultimo approdo di un racconto che parte addirittura nei primi anni Novanta. Per capire quanto sia stretto e duraturo nel tempo il legame tra il fondatore della Fininvest e il mondo Arner bisogna infatti fare un salto indietro al 25 giugno del 1991.
 
Quel giorno il quarantenne finanziere romano Paolo Del Bue, ottiene poteri di firma, cioè di gestione, su due società delle isole Vergini Britanniche, la Century
One e la Universal One. Tra il 1991 e il 1994 sarà Del Bue a prelevare oltre 100 miliardi di lire dai conti svizzeri intestati a questi due schermi off-shore. Ebbene, quei soldi erano nient’altro che fondi neri del gruppo Fininvest. Mentre Century One e Universal One “facevano riferimento diretto a Silvio Berlusconi e ai suoi figli Marina e Pier Silvio”. Lo afferma la sentenza di primo grado che l’anno scorso ha condannato l’avvocato inglese David Mills, il quale, come hanno accertato i giudici, si è fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi in cui era imputato il capo del governo.
Da quel giorno del 1991, Del Bue è diventato il tesoriere di fiducia del padrone della Fininvest, il gestore di un tesoro occulto alimentato da fiumi di denaro che rimbalzano tra un paradiso fiscale e l’altro. Ma quel finanziere romano, figlio di un alto dirigente del gruppo Eni, non è un professionista qualunque. Uno dei tanti nomi a cui vengono affidati affari ad alto rischio nel mondo della finanza off-shore. Del Bue è l’uomo che proprio nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta consolida 
la neonata società Arner di Lugano e la guida tra le braccia del Cavaliere alla ricerca di nuova sponda per i suoi affari. 
Parte da allora la lunga trama che ci porta sino alla cronaca di questi giorni, ai conti della Flat Point di Antigua. A dire il vero, alla fine degli anni Ottanta, l’insegna Arner spunta anche a Milano, con una piccola società a responsabilità limitata chiusa in fretta e furia nel 1992, mentre stanno per partire le indagini di Mani Pulite. Ma è a Lugano che Arner, nata come finanziaria per la gestione patrimoniale diventa banca a 
tutti gli effetti nel 1994. Al timone c’è Del Bue, assieme ai soci Ivo Sciorilli Borrelli e Nicola Bravetti, un altro professionista ben introdotto nel mondo degli affari milanese.

Con le sue quattro vetrine affacciate sul lungolago di Lugano, la Arner non è certo un peso massimo della finanza elvetica. A prima vista sembra una sigla come tante altre che vive sui capitali in fuga dal fisco italiano. Ben presto però gli investigatori che indagano sui bilanci Fininvest cominciano a interessarsi alla attività di quella banchetta 
ticinese. Ne parla per primo l’ex presidente del Torino Gianmauro Borsano che nel 1994 mette a verbale di aver incassato 10 miliardi di lire in nero per la vendita al Milan di Berlusconi del calciatore Gianluigi Lentini. Quei soldi arrivavano dai conti della New Amsterdam, una società off-shore gestita proprio da Del Bue e soci. Ed è partendo dalla New Amsterdam che i magistrati arrivano a ricostruire il complicato mosaico della cosiddetta Fininvest parallela, un universo di società con base nei paradisi fiscali legate in un modo o nell’altro alla Arner e ai suoi manager. Del Bue, egli stesso indagato nel processo sui diritti tv di Mediaset, viene più volte chiamato a deporre dai magistrati milanesi, ma i pm riescono a interrogarlo solo nel luglio del 2008 per rogatoria a Lugano.

Il finanziere
fa praticamente scena muta. Per molti dei quesiti si avvale della facoltà di non rispondere. Poi nega di aver mai avuto contatti diretti con Berlusconi e rimane nel vago per quanto riguarda i contatti con Marina e Pier Silvio. Un copione scontato per un fiduciario a cui è stato affidato il libro mastro di due decenni di operazioni riservate. Ma intanto la Arner ha aperto anche a Milano. Una sede importante, arredata con gran sfarzo, in un palazzo d’epoca di Corso Venezia. 
 Ed è qui che si intestano un conto amici e familiari di Silvio. Comprese tre delle holding che custodiscono il controllo di Fininvest, la Holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, che parcheggiano alcune decine di milioni nella sede milanese dell’istituto svizzero.
Ma non si vive di solo Berlusconi e allora la Arner offre i suoi servigi anche ad altri clienti. Senza grande fortuna, in verità. Danilo Coppola, l’immobiliarista finito in carcere per frode fiscale e bancarotta, usa la banca di Del Bue per un’operazione finita al centro di un’inchiesta della Procura di Torino. Peggio ancora. Bravetti, uno dei capi storici dell’istituto nel maggio 2008 viene addirittura arrestato con l’accusa di aver riciclato (l’accusa esatta è intestazione fittizia di beni) capitali mafiosi ed è ora in attesa di processo. Fino a quando l’anno dopo interviene la Banca d’Italia che spedisce i suoi commissari alla Arner. Nasce da lì l’indagine su Flat Point. E sulla villa berlusconiana di Antigua. 
  
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)



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