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bertolotti de pirro

Signornò da L'Espresso in edicola


Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente presentate nel Lazio era illegale e incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale e non è mai stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già investito del caso, così che - ha confessato il ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto". Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a firmare un decreto illegale e incostituzionale, è questione aperta: rientrava nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La Costituzione gli consente di rinviare al mittente una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa rinviarla solo quando è "manifestamente incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non è vero che, se la legge respinta viene riproposta identica, lui sia obbligato a firmarla.

Che succederebbe se il governo decretasse che i voti dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe di promulgare sia la prima sia la seconda volta, dopodiché spetterebbe al governo sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso del solito gli ha sottoposto informalmente la prima versione del decreto. Il presidente ha anticipato che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti inaccettabili, partecipando così alla stesura della seconda versione. Che l'indomani, previo intervento di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da leggi regionali, immodificabili con norme nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto seguendo la via maestra: il capo dello Stato attende, sordo e muto, che il governo vari il decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.

Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione', 'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha vinto il Pd con la manifestazione in piazza del Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se critica il Colle, è fuori dalla coalizione". Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto del presidente della Repubblica" porta le firme di Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti (Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa dei più, non sia stato ripristinato il delitto di lesa maestà.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

La Voce del Ribelle -
A quasi due anni dal lancio del mensile di controinformazione, cultura e pensiero non conforme diretto da Massimo Fini, il progetto cresce e si arricchisce di una versione quotidiana.

raiperunanotteProsegue la raccolta fondi per la trasmissione-manifestazione per la libertà di informazione "Raiperunanotte" di giovedi 25 marzo, in diretta dal Paladozza di Bologna.

ad personam
Roma, lunedì 22 marzo, ore 21 -
Marco Travaglio presenta il suo ultimo libro Ad
Personam
 (edizioni Chiarelettere)
c/o Alpheus - Via del Commercio 36
Intervengono
Piercamillo Davigo e Roberto Scarpinato. Modera Antonio Padellaro.

Ingresso libero fino a esaurimento posti



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  natangelo
Signornò da L'Espresso in edicola

Il senatore Maurizio Gasparri è intervenuto col consueto acume sul presunto scandalo della foto che ritrae Antonio Di Pietro a cena con alcuni ufficiali dei carabinieri, con un detective dell'agenzia Kroll e soprattutto con l'allora dirigente del Sisde Bruno Contrada nove giorni prima del suo arresto per mafia, il 15 dicembre 1992: "Di Pietro non può non ricordare. Il vero ruolo che ebbe in Mani pulite potrebbe essere ben lontano da quello di personaggio irreprensibile che per anni si è cucito addosso. L'abbiamo sempre sospettato. Ora finalmente escono prove inquietanti. Chi e perché ha tenuto nascosta per tanti anni questa storia?". Esaminiamo il verbo gasparriano con lo scrupolo che l'autorevole autore merita.

1. "Di Pietro non può non ricordare". Infatti ha subito ricordato quella cena nella caserma del Comando legione dell'Arma a Roma, davanti a un'ottantina di reclute armate di macchina fotografica per immortalare l'uomo del momento.
2. "Chi e perché ha tenuto nascosta". Se di quella cena non s'è mai parlato è solo perché non aveva senso parlarne, essendo normale che un pm ex poliziotto frequenti questori, carabinieri e investigatori: solo un idiota potrebbe pensare di tenere nascosta una cena con 80 testimoni.
3. "Abbiamo sempre sospettato un ruolo in Mani Pulite ben lontano da quello di personaggio irreprensibile". Sempre sospettato? Durante Mani Pulite, Gasparri era un fan sfegatato, anzi innamorato di Tonino: "Di Pietro è meglio di Mussolini" (7-5-94), "Per noi Di Pietro è un mito" (23-7-94). E un anno dopo le dimissioni, mentre l'ex pm era indagato a Brescia, seguitava ad adorarlo: "Io spero nel miracolo: che Di Pietro venga con noi" (10-10-95).

Si dirà: ora si scopre che Di Pietro cenava con un tipo in odor di Cia. Ma Gasparri ha sempre difeso la Cia, anche per operazioni illegali come il sequestro Abu Omar: quando fu arrestato il numero tre del Sismi, Marco Mancini, si disse "assolutamente meravigliato". Dunque, anche se i servizi italiani e americani delinquono, Gasparri è con loro. Il problema è che Di Pietro cenò con dei carabinieri? Gasparri ha un fratello generale dell'Arma e ne difende gli ufficiali anche se imputati per favoreggiamento alla mafia.
Accadde a Mario Mori per la mancata perquisizione del covo di Riina: lui s'affrettò a telefonargli "piena fiducia e apprezzamento", accusò la Procura di Palermo di "devastare il Ros" e chiese al Csm di punire il gup che aveva osato rinviarlo a giudizio. Resta Contrada: che Gasparri lo ritenga colpevole? Nossignori: già nel 1996, quando Contrada fu condannato in primo grado, lo difese domandando "se la sentenza sia frutto di riscontri effettivi o di una teoria" e denunciando i "preoccupanti legami tra la sinistra e settori della magistratura". Chissà perché allora Gasparri parla di "prova inquietante", e di cosa. Forse del fatto che Di Pietro va a cena con persone incensurate. Gasparri invece le frequenta da imputate e le difende da condannate.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Dagli inviti alla concordia al partito dell’amore: buoni, cittadini-bambini, che ci pensiamo noi - La Voce del Ribelle n.17, febbraio 2010.

Vero o falso
  - Ucuntu n.66 del 10 febbraio 

Commento del giorno
di UmbyLino - lasciato il 12/2/2010 alle 10:53 nel post Scandalo annunciato
Forse è meglio BerLodo... così non è più una legge ad personam e la utilizzano almeno in due!! (BERlusconi & BERtolaso)



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bandanax

Il voto per acclamazione con cui i delegati dell'Idv hanno deciso di appoggiare la candidatura di Vincenzo De Luca alla presidenza della regione Campania è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro. D'ora in poi, e con piena ragione, chiunque potrà ricordare quanto è avvenuto a Salerno e affermare che l'Italia dei Valori applica il sistema dei due pesi e delle due misure. Se De Luca corre per la poltrona di governatore con due processi in corso, perché non deve poter governare o candidarsi chi è nella sua stessa situazione? Detto in altre parole: qual è la differenza tra De Luca, Berlusconi o Fitto?
Badate bene, qui non si tratta di discutere di etica, di giustizialismo, di selezione delle classi dirigenti demandata (sbagliando) alla magistratura, o di altro. Il problema invece è la coerenza. Anche perché in politica vincono i messaggi semplici. E quello lanciato con la standing ovation al congresso dell'Idv in favore di De Luca, lo è. Tanto che, questa volta, viene difficile dar torto al vice-capogruppo dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, quando parla di decisione "barzelletta".  

Dopo la svolta di Salerno, l'Italia dei Valori finirà insomma per pagare pegno. E lo farà persino se De Luca dovesse sconfiggere il suo scialbo (ma formalmente immacolato) avversario. È noto, infatti, che quello Di Pietro è prima di tutto un movimento che raccoglie il voto di opinione. Per questo va generalmente male alle elezioni amministrative, mentre recupera terreno alle politiche o alle europee. Il caso De Luca fa adesso correre seriamente il rischio che il movimento di opinione alle spalle dell'Idv si disperda o finisca per rivolgersi una volta ancora al Partito Democratico o a quello che ne resta. Ne valeva la pena?  Pensiamo di no.
È vero, la scelta di sostenere De Luca era quasi ineluttabile. Di altri candidati in Campania non ce n'erano. Anche perché in questi mesi né il Pd, nè l'Idv si sono dati troppo da fare per trovarli. E Luigi De Magistris, l'unica persona che presentandosi all'ultimo momento avrebbe messo in crisi il gioco pro De Luca, non lo ha fatto. Finendo così per caricarsi sulle spalle, a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio, una parte rilevante della responsabilità dell'accaduto. Ma, in ogni caso, c'è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere.

Un partito lo può fare dimostrando a tutti che sta ingoiando un rospo. Che si sta muovendo solo per dovere di coalizione dopo che con il Pd è stato raggiunto un accordo a livello nazionale. Oppure può evitare, o quasi, il dibattito. Può risolvere tutto in mezza giornata, per poi andare gioiosamente, e tra il tripudio di delegati e dirigenti, verso uno degli errori più clamorosi della sua breve storia.
(Vignetta di Bandanax) 


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Vignetta di Natangelo
da Il Fatto Quotidiano, 6 ottobre 2009

C’è l’insegnamento dell’inglese obbligatorio fin dall’asilo. Ci sono le province e le prefetture che vanno da subito abolite. C’è la class action da introdurre come negli Usa. E ci sono i posti in consiglio di amministrazione delle società quotate da riservare ai rappresentati dei piccoli azionisti. Poi, ecco le nuove norme sull’ambiente e i trasporti - modello Obama - e il dovere da parte del parlamento di dibattere e votare le leggi d’iniziativa popolare.

È lungo, anzi lunghissimo, il programma del “Movimento a cinque stelle” di Beppe Grillo che dalle prossime settimane verrà discusso on line con gli iscritti. Tra le pareti rosse del Teatro Smeraldo di Milano, Grillo lo illustra davanti a più di 2000 persone. Quasi tutti ragazzi tra i venti e 35 anni che hanno deciso di rinunciare a un pomeriggio di sole per ragionare di politica. Sì, di politica. Perchè qui, mentre nel Pd si battaglia per la leadership a colpi di tessere false e nel Pdl si pensa ad organizzare una grande manifestazione in difesa dei soldi del Capo (ovvero Berlusconi Silvio, appena condannato a versare 750 milioni alla Cir di De Benedetti Carlo), i cittadini (alcuni) tentano di riappropriarsi dello Stato.

Grillo insomma passa definitivamente dalla protesta alla proposta. Spiega come i 122 punti del suo programma, che spazia dall’energia, all’economia, per arrivare all’educazione e all’informazione, non siano definitivi. Chiarisce che, prima delle elezioni politiche e di quelle regionali, si deciderà tutti assieme. “Uno vale uno”, dice annunciando tessere gratuite per gli iscritti dotate di cip e di password grazie alle quali tutti i dibattiti e le votazioni sui contenuti potranno avvenire via internet.

“Se fossi stato Veltroni, io il movimento lo avrei abbracciato e invece ci hanno dato dell’anti-politica”, dice Grillo, forse senza pensare che non poteva essere altrimenti. Se raccogli milioni di firme per reintrodurre il voto di preferenza, per sbarrare le porte delle Camere ai pregiudicati e fissare per i parlamentari un tetto massimo di due legislature, è ovvio che ti chiamino qualunquista. Anche perché, come ricorda il comico dal palco, “Piero Fassino sta a Roma da 25 anni e sua moglie da trenta”. Così gli unici apprezzamenti sono per “kriptonite” Antonio Di Pietro e per i due euro-parlamentari che i ragazzi del Movimento hanno contribuito a far eleggere: Sonia Alfano e Luigi De Magistris, seduti in prima fila. Per loro la folla riserva un’ovazione pari a quella che accoglie l’annuncio della presenza in sala di Adriano Celentano e Claudia Mori: due, dice Grillo, che hanno “anticipato molti dei nostri temi”.

Poi si passa alla strategia politica: il Movimento a cinque stelle alle prossime amministrative si presenterà solo “in due regioni, forse tre”. Certe sono Piemonte ed Emilia Romagna, in bilico è la Campania. Alle politiche invece gli uomini e le donne di Grillo saranno in tutti i collegi. “Avremo liste fatte di gente di trent’anni. Io ne ho ormai 62, non credo proprio che ci sarò”, dice il comico come per stoppare sul nascere la consueta accusa, mossa dai media e dai partiti tradizionali, di essere solo un leader populista. Un attore capace di smuovere i fan, ma non i militanti. Per questo il Movimento non vuol commettere errori. La diffusione di internet, anche perché la banda larga non copre tutto il Paese, è ancora troppo bassa per pensare di condurre campagne elettorali esclusivamente in rete. Il modello svedese dove, come spiega via Skipe, il suo leader, Rick Falkvige, il “partito dei pirati” è riuscito a portare due rappresentanti al parlamento europeo rinunciando totalmente alla propaganda tradizionale, non può essere riprodotto integralmente. Per questo alle imminenti regionali il Movimento volerà basso concentrando gli sforzi solo su quelle   aree dove è realistico pensare di poter arrivare al 4 per cento dei voti. Il 18 settembre il Pdl ha proposto che anche alle regionali si voti con questa soglia di sbarramento. È visto il silenzio del Pd è quasi scontato che si arrivi ad approvare la legge.

La scelta fa tirare un sospiro di sollievo all’Italia dei Valori. Il rischio di non raggiungere il quorum in molte regioni a causa della presenza dei grillini, è scongiurato. E così, è probabile che nelle prossime settimane l’Idv offra la possibilità al Movimento di candidare come indipendenti dei rappresentati nelle liste di Di Pietro. Non siamo ancora alla nascita di un terzo polo, diverso da destra e sinistra, ma a Milano, al teatro Smeraldo, qualcosa si muove.
(Vignetta di Natangelo)





Vignetta di Bertolotti e De PirroMosca tzé tzé
da Antefatto.it


Scrive Littorio Feltri nell’editoriale d’esordio sul Giornale che è tornato a dirigere dopo averlo lasciato nel dicembre del 1997: “Con il cuore, non me n’ero mai andato”. Uahahahahahah. Feltri se ne andò 12 anni fa dopo che il Cavaliere aveva definito “incidente gravissimo” il suo articolo di prima pagina in cui chiedeva scusa a Di Pietro per averlo calunniato per due anni con le fandonie su inesistenti tangenti di D’Adamo e Pacini Battaglia: “Caro Di Pietro, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Seguivano due paginoni in cui il Giornale di Feltri si rimangiava quei due anni di campagne antidipietriste: “Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”, “Di Pietro è immacolato”, “dei famigerati miliardi di Pacini” non ha visto una lira, dunque la campagna del Giornale era tutta una “bufala”, una “ciofeca”, una “smarronata” perché la famosa “provvista” da 5 miliardi non è mai esistita. Insomma Feltri confessava di aver raccontato per ben due anni un sacco di balle ai suoi lettori. E lo faceva proprio alla vigilia delle elezioni suppletive nel collegio del Mugello, dove Di Pietro era candidato al Senato per il centrosinistra contro Giuliano Ferrara e Sandro Curzi. In cambio di quella ritrattazione e di un risarcimento di 700 milioni di lire, l’ex pm ritirò le querele sporte contro il Giornale, tutte vinte in partenza. Furente Ferrara, furente Berlusconi. Così Feltri, spintaneamente, se ne andò. Non a nascondersi, come gli sarebbe capitato in qualunque altro paese del mondo. Ma a dirigere altri giornali: il Borghese, il Quotidiano nazionale di Andrea Riffeser (sei mesi prima aveva dichiarato all’Ansa: “Per carità! Conosco Riffeser da una vita e ogni volta che ci vediamo mi dice 'Sarebbe bello se tu venissi con noi', ma tutto finisce lì. Non sto trattando con nessuno. Ma tanto so già che nessuno ci crederà, comunque è così”).

Mentre usciva dal Giornale, Littorio sparò a palle incatenate contro i fratelli Berlusconi: “Provo un certo fastidio: per la causa comune mi sono esposto (alla transazione con Di Pietro, ndr), poi gli altri si sono ritirati e io sono rimasto con la mia faccina e tutti ci hanno sputato sopra. La cosa non ha fatto per niente piacere. Così si rompe un rapporto di fiducia… Mi sono trovato da solo e ho le ferite addosso e il morale a terra” (Ansa,10 novembre 1997). E il Cavaliere gli diede del bugiardo: “Feltri ha detto ultimamente qualche piccola bugia, però è ampiamente scusato” (Ansa, 7 dicembre 1997).

Feltri ora ricorda la sua prima esperienza (dal 1994 al ’97) di direttore del Giornale, “ereditato da Indro Montanelli” e si appella ai “lettori che già furono miei e di Montanelli prima che cedesse a corteggiamenti progressisti”. Uahahahahahah. In realtà Montanelli non cedette ad alcun corteggiamento progressista: rimase l’uomo libero che era sempre stato. E Feltri non ereditò un bel niente: semplicemente prese il suo posto (dopo averlo a lungo negato) quando Berlusconi mise in condizione Montanelli di andarsene perché “non volevo trasformarmi in una trombetta di Forza Italia” né Il Giornale che aveva fondato “nell’organo di Forza Italia”, come il Cavaliere pretendeva e come Feltri voluttuosamente accettò di fare. Montanelli, lungi dal ritenere Feltri il suo erede, lo disprezzava profondamente. Infatti il 12 aprile 1995 dichiarò al Corriere della sera: “Il Giornale di Feltri confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

Ma il meglio Littorio lo dà quando racconta che ora “Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare”, perché lui sarebbe “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Uahahahahahah. Prima di lasciare Il Giornale nel 1997, Feltri chiese provocatoriamente a Berlusconi di venderglielo: “Ho fatto una proposta organica per l'acquisto del Giornale perchè non sono disposto a fare un quotidiano di partito. Se la famiglia Berlusconi la accetterà, bene, altrimenti potrei pensare di lasciare. Rimarrei solo a condizione di poter fare un giornale indipendente e non, come qualcuno evidentemente sperava, l'organo di Forza Italia o del Polo, di cui non mi frega niente. Se un deputato di Forza Italia come Roberto Tortoli chiede le mie dimissioni e nessuno lo smentisce, vuol dire che non è il solo a pensare che Il Giornale debba essere il quotidiano di Forza Italia. Sono stato costretto a questo passo dopo le ultime vicende che hanno umiliato la redazione e rischiano di far sentire al lettore l'esistenza di un cordone ombelicale che lega Il Giornale a Forza Italia. Io invece voglio fare un quotidiano indipendente e lo dimostrerò, quando ne avrò occasione, anche in modo clamoroso” (Ansa, 14 novembre 1997).

Oggi, nella fretta, Feltri dimentica di spiegare come mai a richiamarlo al Giornale sia stato un signore che non possiede nemmeno un’azione del Giornale, cioè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scavalcando l’editore, il fratello Paolo, informato come al solito a cose fatte. Se l’è lasciato sfuggire, come se fosse un dettaglio insignificante, lo stesso Littorio l’altra sera nella rassegna di regime di Cortina Incontra: “Il 30 giugno scorso ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo mi chiedeva: ‘Ma quand'è che torna al Giornale?’. E io: ‘Sto bene dove sono’. Ma quel giorno entrò subito nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto”. Materiale interessante per le Authority che dovrebbero vigilare sui conflitto d’interessi, se non fossimo in Italia.

L’ultima parte dell’editoriale feltriano è una grandinata di insulti a Gianni Agnelli (possibile “furfante”, “vero peccatore”) per le ultime rivelazioni sui fondi neri in Svizzera. Una prova di coraggio da vero cuor di leone, visto che l’Avvocato è morto da tempo. Per la verità, che la Fiat e la famiglia Agnelli avessero montagne di soldi all’estero era già emerso nel processo intentato dai giudici di Torino ai vertici Fiat a metà degli anni 90, concluso con la condanna definitiva dell’allora presidente Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Ma all’epoca Agnelli era vivo e potente, dunque Feltri e il Giornale difendevano a spada tratta casa Agnelli e attaccavano i giudici che osavano processarla.

Visto che Il Giornale non è l’organo di Forza Italia né, men che meno, il megafono di Berlusconi, Littorio Feltri sul Giornale difende appassionatamente Papi dalle inchieste del gruppo Repubblica-Espresso. Che strano. Nel ’97, lasciando Il Giornale, lo stesso Feltri si profondeva in salamelecchi verso il gruppo Repubblica Espresso e il suo editore Carlo De Benedetti: “Non ho mai litigato con nessuno, tantomeno con De Benedetti, che ho sempre stimato e di cui credo di potermi definire da sempre amico. Quando si sposò, fummo l'unico giornale italiano a pubblicare la sua foto con signora. Ho ottimi rapporti anche… con Carlo Caracciolo e Eugenio Scalfari” (Ansa, 13 novembre 1997). Come passa il tempo.

La chiusa dell’editoriale di oggi è un capolavoro: “I neopuritani laici - scrive Feltri - non muovono un dito per deplorare quanto sta avvenendo sul fronte fiscale” a proposito dei presunti fondi neri di Agnelli in barba al fisco. Invece - aggiunge - “se un simile sospetto gravasse sulla testa di Berlusconi, i giornali non si occuperebbero d’altro”, anche perché “i soldi sottratti al fisco sono un danno allo Stato, ai cittadini che sono costretti a versare puntualmente denaro all’Agenzia delle Entrate”. Uahahahahahah. Il fatto è che un simile sospetto grava eccome sulla testa di Berlusconi, rinviato a giudizio dinanzi al Tribunale di Milano per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita per svariate centinaia di milioni di euro nascosti nei paradisi fiscali. Processo sospeso dal lodo Al Fano. Perché Littorio Feltri, questo campione della libertà di stampa “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, questo pezzo d’uomo a cui “manca la stoffa del cortigiano” non se ne occupa con una bella inchiesta sul suo Giornale libero e bello? Uahahahahahah.

(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

L’assessore Walter Ganapini, ex Greenpeace, ex Legambiente di Susanna Ambivero
Nonostante il fatto che un assessore regionale abbia dichiarato di aver subito pressioni da parte di presunti servizi segreti neppure la magistratura, anche se lo aveva promesso in un primo tempo, ha aperto delle indagini...
prima parte
seconda parte
L’intervista involintaria su wikileaks.org



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Vignetta di NatangeloLa mosca tzé tzé

da l'Antefatto.it

Leggo su tutti i giornali, l’Unità compresa, che “Di Pietro attacca il Quirinale”. Che, secondo Bondi, questo attacco segna la decisiva trasformazione dell’Idv in un “movimento a tratti antidemocratico”, ragion per cui “il Pd deve affrancarsi definitivamente e nettamente dall’Italia dei Valori”. Appello subito accolto da Dario Franceschini: “E’ intollerabile che Di Pietro coinvolga il Presidente della Repubblica nella polemica politica” anziché “essergli grato” come lo è già “tutto il Paese”.

Ingolosito, vado in cerca dell’attacco di Di Pietro al Quirinale. Dovrebbe essere sul suo blog. Dove, in effetti, si parla di Napolitano. Comincio a leggere, speranzoso: “Signor Presidente, lei sta usando una piuma d’oca per difendere la Costituzione dall’assalto di un manipolo piuttosto numeroso di golpisti”. Ma questo è un attacco al manipolo di golpisti, cioè al governo Al Pappone. Proseguo: “Oramai non è più evitabile lo scontro con un governo che ha agito esclusivamente nell’interesse di pochi, spesso di una sola persona, a colpi di fiducia, di cene carbonare, di vili attacchi verbali, negando la realtà, la crisi del Paese, insultando la dignità dei cittadini e usando la menzogna come strumento sistematico di propaganda”. Ecco, mi pareva: è un attacco al governo. Ma ora dovrà per forza arrivare anche l’attacco al Quirinale. “Non basta affidarsi al buonsenso della maggioranza…”. Niente da fare, nessun attacco al Quirinale. Torno indietro e rileggo tutto da capo. Impossibile che tutti i giornali abbiano preso un abbaglio. Nella fretta della lettura, dev’essermi sfuggita qualche espressione insultante, aggressiva, offensiva, diffamatoria, calunniosa contro Napolitano. Finalmente la trovo. Eccola: “Signor Presidente”. Parole grosse. Roba da querela.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

"19 luglio 1992: una strage di stato" - Per un 17° anniversario di verità e giustizia
Tutte le iniziative organizzate dal Comitato cittadino antimafia "19 luglio 2009" a Palermo
Scarica la locandina

www.19luglio1992.com
www.antimafiaduemila.it

Di questa terra facciamone un giardino - Tributo a Pino Veneziano e appello per Selinunte


Agorà numero 6 - Manifestazioni settimanali contro il governo Berlusconi, di Qui Milano Libera
Venerdì 10 luglio, dalle ore 18 alle 21, davanti alla stazione di Cadorna, a MIlano



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Vignetta di Roberto CorradiZorro
6 marzo 2009


Ancora non si sa se lo stupro di San Valentino sia stato opera dei due rumeni fermati a Roma, o no. Per i pm, sì. Per l’esame del Dna, no. Si vedrà. È una vera fortuna che i due non fossero politici, altrimenti avremmo tv e giornali intasati di geremiadi contro la «persecuzione giudiziaria» e la «gogna mediatica». Invece sono rumeni: l’uno vale l’altro, tanto sono tutti uguali. Il Giornale spiega che forse c’é stato un errore, ma «nessun razzismo». Infatti Il Giornale, culla del garantismo all’italiana, il 19 febbraio titolò sobrio: «Prese le belve di S.Valentino: “Sono stati loro”». «Regina Coeli: “Quelle bestie qui non le vogliamo”». «Liberi di delinquere con benedizione dei giudici». «Il quartiere: “Buttate via la chiave”». Mancava solo l’invito a impalarli, per completare la gamma della titolazione garantista.

Intanto l’Ordine degli avvocati ha sospeso per 3 mesi Antonio Di Pietro. Nel 2002 l’ex pm era legale di parte civile per due coniugi amici suoi coinvolti in un grave fatto di cronaca. L’amico fu trovato ferito vicino al cadavere della moglie strangolata. Si pensò a un balordo, poi saltò fuori che l’assassino era il marito. Così almeno decise la Corte d’Assise, che lo condannò a 21 anni. Non potendo difendere vittima e presunto carnefice, Di Pietro scelse la prima e rimise il mandato per il secondo. Ma questo, per l’Ordine forense (lo stesso che per 3 anni è riuscito a non espellere Previti, condannato perché comprava giudici), viola «i doveri di lealtà, correttezza e fedeltà». Giusto: il vero garantista, tra la vittima e l’assassino, sceglie l’assassino.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Segnalazioni

Tutti si scandalizzano per la lentezza dei processi di Bruno Tinti

Liste civiche per un nuovo rinascimento
Firenze, 8 marzo - ore 9.15
Il programma prevede:
Introduzione - Beppe Grillo
Politica - Marco Travaglio
Ambiente - Maurizio Pallante
Salute - P. Gentilini, G. Miserotti, M. Bolognini
Energia - Marco Boschini
Riciclo - Matteo Incerti
Connettività - Maurizio Gotta (Anti Digital Divide)
Diritti dei cittadini - Sonia Alfano
Acqua - Riccardo Petrella
Presentazione sito Liste Civiche
Interventi delle Liste Civiche e dei Meetup
Conclusioni - Beppe Grillo
(Lo Staff di Beppe Grillo)


Abiezione di coscienza - di Carlo Cornaglia
Quando timbra un operaio
per l’amico, un grave guaio
sembra che il tipo commetta
e una multa almen l’aspetta,
  
come pessimo elemento,
se non un licenziamento
poiché è un vero truffatore
e il padrone del vapore...
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