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Immagine di Roberto Corradil'Unità, 4 febbraio 2009


Il decreto di perquisizione e sequestro dei pm di Salerno Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani a carico di magistrati e faccendieri di Catanzaro indagati per corruzione giudiziaria e altro, è “perfettamente legittimo”, “logico, preciso e analitico”, “immune da vizi di motivazione”, in linea col Codice e la “giurisprudenza di Cassazione”, necessario “per l’accertamento dei fatti”. Nessuna “pesca a strascico” per cercare reati su “sospetti e congetture”, ma un atto indispensabile per riscontrare il “corposo materiale probatorio raccolto”. Insomma un decreto dotato del “crisma di atto di ricerca della prova e non di ricerca della notitia criminis”. Lo scrive il Tribunale del Riesame di Salerno (giudici Mele, Spinelli e Pisapia), nelle motivazioni delle due ordinanze con cui ha rigettato i ricorsi del capo della Compagnia delle Opere calabrese Antonio Saladino, indagato in Why Not (indagine poi avocata a Luigi De Magistris); l’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, che scippò a De Magistris l’altra indagine, Poseidone; la moglie di Lombardi e il di lei figlio, avvocato Pierpaolo Greco, socio del sen. avv. Giancarlo Pittelli (amicone di Lombardi, indagato e poi archiviato in Poseidone e in Why Not, ma ora inquisito a Salerno). Le motivazioni, depositate il 30 gennaio, sono clamorose perchè smentiscono tutti gli addebiti mossi ai pm di Salerno da politici, Anm, alte cariche dello Stato e Csm, che proprio per quel decreto li ha cacciati su due piedi.

I giudici ricordano che l’inchiesta di Salerno ha scoperto “un complesso disegno criminoso, tuttora in atto, diretto a favorire soggetti indagati in Why Not e Poseidone… fra questi Mastella, Saladino e Pittelli, attraverso la deviazione del regolare corso dei processi penali con interventi contrari ai doveri d’ufficio compiuti dai magistrati indagati, in virtù di accordi corruttivi e intrecci di interesse con gli indagati, in modo da determinarne l’esito favorevole con l’allontanamento, l’esautorazione e la delegittimazione del dr. De Magistris, la parcellizzazione delle inchieste in vari tronconi e la revoca del consulente Genchi”. Perciò i pm han sequestrato le due indagini “insabbiate”, in quanto “corpo del reato”. E il Riesame ritiene che abbiano ben motivato le accuse nelle 1400 pagine del decreto: il “perverso intreccio d’interessi tra politica e imprenditoria” che ha stritolato De Magistris e provocato “la stagnazione e la disintegrazione” delle sue indagini è “perfettamente sussumibile nello schema della corruzione giudiziaria”. Poco importa se i favori fatti da Saladino e Pittelli ai magistrati che hanno emarginato De Magistris siano arrivati prima o dopo questi fatti. Come stabilito dalla Cassazione, la corruzione giudiziaria “più allarmante e subdola” è l’”asservimento della funzione pubblica agl’interessi del privato corruttore”, “quando il privato fornisca o prometta al soggetto pubblico, che accetta, denaro o altra utilità per assicurarsene i futuri favori”. E’ proprio il caso di Catanzaro.

Il Riesame sposa l’accusa di corruzione giudiziaria mossa a Pittelli, Lombardi & C.: “E’ pacifica la contrarietà ai doveri d’ufficio della revoca della co-delega di Poseidone a De Magistris”. Lombardi, per via della sua amicizia con Pittelli e dei rapporti societari fra il suo figliastro e lo stesso Pittelli, aveva “il dovere di astenersi” dall’inchiesta su Pittelli: invece la tolse al pm titolare procurando “utilità” e “immediato vantaggio”all’amico Pittelli. Il tutto in cambio delle “prestazioni, in parte anche precedenti”, fornite da Pittelli “a Lombardi e al figlio della moglie, Greco Pierpaolo… Agevolazioni per favorire la carriera di un giovane avvocato, per di più convivente” del procuratore. In seguito Pittelli divenne addirittura l’avvocato di Lombardi. Lo stesso vale per Saladino, che si liberò di De Magistris in Why Not; inchiesta avocata dal Pg Dolcino Favi con motivazioni fasulle e “col concorso del procuratore aggiunto Salvatore Murone”, pure lui indagato per corruzione giudiziaria: “Saladino aveva assicurato assunzioni a parenti e amici del Murone”, come pure di altri magistrati calabresi. Tra i beneficiari del presunto insabbiamento c’è pure Mastella, frettolosamente archiviato sebbene la gestione dei fondi pubblici al ‘Campanile’ (l’organo dell’Udeur) “meritasse ulteriori approfondimenti investigativi”.  

Molti, a partire dal ministro Alfano, hanno accusato i pm di Salerno di essersi appiattiti sulla versione di De Magistris. Ma per il Riesame è falso anche questo: “L’inquirente non si è limitato a recepire le denunce del De Magistris, ma al contrario ha sottoposto le stesse a un’intensa attività di verifica, mediante acquisizione di atti e documenti,  audizione di testimoni, colleghi dell’avv. Greco, colleghi del dr. De Magistris, consulenti…”. Dunque il decreto della discordia è “un legittimo atto investigativo diretto a riscontrare le acquisizioni testimoniali o a colmare le ultime lacune probatorie”. Di qui “il rigetto dei ricorsi, la conferma dell’impugnato decreto” e “la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese”.

A questo punto qualcuno domanderà: se il decreto è legittimo, perché il Csm ha cacciato i suoi tre autori? Bella domanda.
(Immagine di Roberto Corradi)

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La giustizia spiegata ai conigli ("Il muro dritto", bollettino dell'associazione Omilegis)

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Angola batte Italia -
di Carlo Cornaglia
Quanto ad intercettazioni
par che Silvio Berlusconi
abbia alfin cambiato idea,
ma purtroppo la nomea
  
d’esser subdolo ed infido
fin da quando uscì dal nido
è del tutto confermata.
E’ una finta ben studiata...
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(Vignetta di Natangelo)Nell’ottobre ‘96, dovendo giustificare con i rispettivi elettori l’inciucio della Bicamerale, destra e sinistra presero per buona la bufala del “cimicione” che Berlusconi disse di aver trovato nel suo studio e attribuì alle “procura deviate”. Poi si scoprì che era un ferrovecchio inutilizzabile, piazzato in casa sua da un amico del capo della sua security incaricato di “bonificargli” la reggia. Ma intanto la Bicamerale era nata e il cimicione-truffa aveva svolto la sua sporca funzione. Ora Al Tappone ci riprova con un’altra superballa, assecondato al solito dalla presunta opposizione e dai giornali: il presunto “scandalo” dell’“archivio Genchi”, che dovrebbe spianare la strada alla controriforma delle intercettazioni. Gioacchino Genchi è un funzionario di polizia, in aspettativa da anni, che collabora con la magistratura fin dai tempi di Falcone, ha fatto luce sulle stragi di mafia, ha risolto decine di omicidi insoluti e tuttora collabora con varie Procure in indagini su malaffari, mafioserie e fatti di sangue. Che fa Genchi: intercetta? No, non ha mai intercettato nessuno. Dunque, qualunque cosa si voglia sostenere sulla sua attività, non ha alcun legame con la legge anti-intercettazioni. Che fa allora Genchi? I magistrati,secondo la legge, dispongono intercettazioni e acquisizioni di tabulati telefonici. Poi li passano al consulente tecnico, che li “incrocia” grazie a software sofisticati e relaziona sui contatti telefonici fra indagati intercettati e non indagati. Genchi l’ha fatto anche nelle indagini di De Magistris, prima che fossero scippate al titolare. Tutte le cifre che si leggono sui giornali e i commenti dei politici (compreso l’ineffabile presidente del Copasir Francesco Rutelli, amico dell’indagato n.1 di “Why Not”, Antonio Saladino) sono falsi o manipolati o frutto di crassa ignoranza. Chi si scandalizza per le “migliaia di telefoni controllati per conto di De Magistris”, chi strilla perché fra quei numeri ci sono quelli di “molti non indagati”, di parlamentari non intercettabili, di agenti segreti, non sa quel che dice. O mente sapendo di mentire. Per conto di De Magistris, Genchi ha trattato 730 utenze, appartenenti a un numero molto inferiore di persone (ciascuna usa più telefoni e più schede): fra queste ci sono decine di indagati e centinaia di non indagati. Com’è inevitabile, visto che i tabulati indicano chi chiama chi, chi viene chiamato da chi, e da dove, e a che ora, ma non il contenuto della conversazione. E ciascun indagato parla con decine di non indagati. Nessuno può sapere chi sono queste persone (onorevoli? agenti segreti? papi?), finchè non si risale al titolare dell’utenza. Solo dopo, se l’utente è coperto da immunità o altri privilegi, si provvede a fermarsi o a chiedere il permesso. In ogni caso è impossibile violare segreti di Stato leggendo il tabulato di una spia (non si sa cosa dice), né intercettandola: la legge vieta a militari e agenti segreti di “trattare al telefono argomenti classificati”. Se uno 007 parla al telefono di segreti di Stato, è lui a violare la legge, non chi lo ascolta.
(Vignetta di Natangelo)

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28 gennaio: in piazza a per la giustizia
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Salvatore Borsellino: Resistere, resistere, resistere
"Tutti a Roma contro questo attacco ignobile alla Costituzione e all'indipendenza della magistratura. Per difendere i valori per i quali Paolo Borsellino ha affrontato senza paura la morte".
Carlo Vulpio: Calpestata la legalità costituzionale
L'inviato del Corriere della Sera - al quale è stata sottratta la copertura giornalistica del caso Why Not - spiega a MicroMega perchè parteciperà alla manifestazione di Roma.



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