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Testo:
Buongiorno a tutti, stavo riguardando com’è partita questa faccenda di Fini, lo so che la politica è un’altra cosa, lo so che ieri siete stati in molti alla Woodstock organizzata da Beppe Grillo a Cesena, lo so che lì si è parlato di politica vera, di progetti, di programmi, di idee nuove, quello è il futuro, il presente purtroppo è la melma nella quale ci tocca rimestare perché da quello che sta succedendo dipenderà se e quando andremo a votare, quali leggi passeranno e quali no in Parlamento prima che si spera defunga, il nostro immediato futuro dipende da questo maleodorante presente che ruota intorno alla cosiddetta vicenda Fini – Montecarlo. (Leggi tutto)

Segnalazioni

L'impero off shore di Berlusconi - di Antonella Mascali (da ilfattoquotidiano.it)

Siamo vivi! Siamo vivi! Siamo vivi! - Woodstock 5 stelle, il commento di Beppe Grillo (da beppegrillo.it

Grosseto, 28 settembre, ore 17 - Marco Travaglio partecipa all'incontro "L'informazione ai tempi del colera"- C/o Aula Magna dell'università di Siena, via Ginori 41

Siena, 28 settembre, ore 21 - Marco Travaglio partecipa all'incontro "L'Italia al tempo di Berlusconi". C/o sala San Pio, complesso museale Santa Maria della Scala, piazza del Duomo 2.



 


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da www.ilfattoquotidiano.it, 22 settembre 2010 

La pistola fuma o non fuma? E se anche fumasse davvero, Gianfranco Fini si dimetterà da presidente della Camera come ha chiesto in agosto il Pdl? Sono queste le domande che nascono dopo la pubblicazione da parte di due quotidiani di Santo Domingo, il Listin Diario e El Nacional, di un documento “privato e confidenziale” in cui Rudolph Francis, il ministro della giustizia del paradiso fiscale di Saint Lucia, spiega al suo premier che Giancarlo “Betto” Tulliani è il titolare della Primtemps e della Timara, le due off shore che comprarono da Alleanza Nazionale l’appartamento dello scandalo, i 75 metri quadri adesso affittati a Montecarlo proprio a Tulliani. 
I cronisti de Il Giornale che oggi l’hanno ripreso con grande evidenza (“Fini non ha detto la verità. Ecco la prova” titola a tutta pagina il quotidiano diretto da Vittorio Feltri), nel loro articolo lasciano ancora un margine di dubbio. Parlano di una “notizia-bomba innescata on line che, se confermata ufficialmente, è destinata a fare parecchi danni”. E Tulliani, attraverso i suoi legali, smentisce categoricamente di essere lui il proprietario delle off-shore.

Ma è plausibile che il documento sia autentico. Anche se è decisamente inusuale che carte del genere, provenienti da un paese scelto dai trafficanti di droga e dagli evasori fiscali proprio per la sua proverbiale riservatezza, finiscano in mano alla stampa.  Pure la magistratura, quando invia rogatorie a Saint Lucia, ci mette almeno due anni per ottenere una risposta. Viene quindi da pensare che sempre il Giornale avesse ragione quando il 17 settembre scriveva che i nostri servizi segreti (che dipendono come noto da Palazzo Chigi) seguivano "una pista che porta ai Caraibi". Un’operazione degli 007 che, se davvero avvenuta, è assai più grave dell’episodio di nepotismo di cui è accusato il presidente della Camera. Utilizzare gli apparati di sicurezza per raccogliere prove per screditare gli avversari politici è infatti roba da repubblica delle Banane. Favorire i parenti, invece, è semplicemente la (brutta) regola in tutta la partitocrazia italiana.

Dal punto punto di vista politico è comunque  molto improbabile che si arrivi alle dimissioni di Fini. La lettera di Saint Lucia infatti non dimostra che il leader di Futuro e Libertà abbia mentito. Perché paradossalmente a dare una mano al presidente della Camera sono state le dichiarazioni di uno dei suoi grandi accusatori. L’ex fidanzato di Elisabetta Tulliani, Luciano Gaucci, a lungo latitante proprio a Santo Domingo. Gaucci ha raccontato alla stampa che il giovane Tulliani, quando era vice-presidente della Viterbese, era solito rubare parte del denaro da lui stanziato per finanziare gli ultras della curva. Una circostanza confermata da molti testimoni.  Anche dall’ex leader della tifoseria locale Luciano Matteucci che ha sostenuto: «Non solo faceva la spia, ma Betto si intascava pure i soldi destinati agli ultras. Un giorno del ’99 Gaucci ci disse che ci avrebbe aumentato lo “stipendio” che regolarmente ci veniva corrisposto tramite Tulliani. Ma quando annunciò che da un milione e mezzo passava a due milioni, restammo a bocca aperta e rispondemmo che non volevamo più soldi. Nella sala scese il gelo, e Gaucci che era un gran signore disse: “Ah, sì… mi sono sbagliato. Passerete a un milione”. Avevamo capito che tipo di persone aveva vicino il povero presidente Gaucci?»

Anche per questo Fini, seppur acciaccato, appare deciso a continuare ad andare avanti per la sua strada. L’immobile di Montecarlo è stato venduto decisamente sotto costo. Trecentomila euro per un appartamento che vale almeno quattro volte tanto sono pochissimi, è vero. E questo può legittimamente far ritenere che abbia voluto favorire il cognato, rendendosi protagonista di un episodio di nepotismo (in ballo infatti non ci sono soldi pubblici, ma i beni di un’associazione privata: An). Ma è altrettanto vero che il documento di Saint Lucia non basta a provarlo. E non prova nemmeno che Fini non abbia detto la verità, come sostiene nel suo titolo di prima pagina, Il Giornale. Nelle sue otto risposte al Corriere della Sera Fini infatti afferma che fu proprio Giancarlo Tulliani a dirgli di aver trovato un acquirente. Che poi l’acquirente sia proprio Tulliani, allo stato, può dimostrare il raggiro. Ma solo ai danni di Fini che, proprio come Gaucci, si è fidato del fratello della sua fidanzata. La guerra all’interno del centro-destra insomma non si è chiusa oggi. E prima del 28 settembre, giorno del voto di fiducia all’esecutivo, riserverà altri colpi di scena. Tutti politicamente sanguinosi.
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Giovedì 23 settembre, ore 21, Rai2, torna Annozero
- Il video della conferenza stampa di Michele Santoro - Commenta in diretta la puntata e l'intervento di Marco Travaglio

La stamperia di Stato di Saint Lucia: "Il documento Tulliani non è nostro" - da www.ilfattoquotidiano.it





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da ilfattoquotidiano.it, 9 agosto 2010 

L’insistenza con cui tutti giornali italiani chiedono spiegazioni a Gianfranco Fini sull’affaire monegasca è una cosa positiva. È un bene che pure in questo Paese chi fa politica cominci finalmente ad abituarsi all’idea di dover rispondere alle domande poste dall’opinione pubblica. Ed è un bene che anche i Tg, per una volta, seguano con attenzione un caso controverso che riguarda un potente eletto in parlamento.
Del resto, come si fa a non essere d’accordo persino con il Corriere della Sera quando, dopo aver letto l’articolato comunicato firmato presidente della Camera sulla questione dell’appartamento di Montecarlo, abbandona la sua proverbiale prudenza e scrive che, nonostante tutto, “i dubbi restano”. E poi, almeno in linea di principio, sempre il quotidiano di via Solferino, ha pure ragione quando ricorda che vendere una casa come ha fatto Alleanza Nazionale “a soggetti creati proprio per sfuggire al fisco (due società off shore ndr) non è forse il comportamento più lineare per un partito di governo”.
Tutto bene, insomma. No, perché tranne pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci consideriamo tra queste) le domande scomode i giornali e le tv italiane le fanno solo a senso unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del presidente del Consiglio.

Eppure, se solo si volesse restare nel campo delle off shore, si potrebbe chiedere conto e ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine e decine di società domiciliate nei paradisi fiscali di mezzo mondo a lui direttamente riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per la corruzione dell’avvocato inglese David Mills).
Se invece si volesse parlare di residenze estere, abitate non da parenti o affini, ma direttamente dai proprietari poi entrati in politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua e le Bermuda dove di ville, ovviamente controllate da off shore, il Cavaliere ne possiede almeno sei. Anche sulle tasse c’è poi solo l’imbarazzo della scelta. Per essere assolto – con la formula “perché il fatto non costituisce più reato” – dall’accusa di aver accantonato, sempre all’estero, più di millecinquecento miliardi di lire di fondi neri, il premier ha dovuto far approvare una legge apposita. E nonostante le promesse che andavano nel senso esattamente contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i condoni fiscali varati dai suoi governi.

Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento in cui è accusato di “appropriazione indebita” e “frode fiscale” per aver concorso nel 2002-2005 (mentre era presidente del Consiglio) a rubare 34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset (società quotata) e a frodare il fisco per 8 milioni di euro con effetti tributari sensibili ancora fino al settembre 2009.
Ovviamente l’elenco delle domande che andrebbero fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo. Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe parlare con lui di mafia e di mazzette. O si potrebbero addirittura contestare al premier le ostentate frequentazioni con un pregiudicato per corruzione giudiziaria: l’avvocato Cesare Previti che comprò i giudici del caso Mondadori con soldi, e in nome e per conto, del suo più celebre cliente. In fondo l’accusa mossa al coordinatore del Pdl, Denis Verdini, almeno dal punto di vista politico, è una sola: essersi visto ripetutamente con un tipaccio (amico di Berlusconi e Dell’Utri) come Flavio Carboni.

Intendiamoci, tutto questo non sposta di una virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di quanto non abbia fatto finora, che cosa è successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce bene il motivo per cui le tv generaliste perdono ormai un milione di telespettatori all’anno e la stampa italiana è sempre più in crisi. I lettori e i telespettatori a poco a poco il gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E per tutti diventa ormai evidente come in Italia, quando si parla di giornalisti, ma non solo, il problema sia sempre quello evidenziato molti anni fa da Leo Longanesi: “Qui non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.
(Vignetta di Fei)

Ei fu, la maggioranza non l'ha più - Le poesie di Carlo Cornaglia
Non è invincibile il Cavaliere,
basta un qualunque Fini ed è fottuto,
in un amen riman senza potere.
Il perfido Gianfranco ha avuto il fiuto

di trovare la giusta arma letale:
gli è bastato scovar la parolina
che vale molto più di un arsenale
per mandar Berlusconi alla rovina.
(leggi tutto)



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fei

da
ilfattoquotidiano.it, 5 agosto 2010 

Il passaggio di Chiara Moroni dalle file del Pdl a quelle dei finiani è un buon esempio di quanto ci attende nelle prossime settimane. Ora che il partito di Silvio Berlusconi, almeno a Montecitorio, non ha più i numeri per governare, l’emorragia di parlamentari in uscita dal gruppo degli azzurri minaccia di farsi continua.  Da una parte, pensano di andarsene una serie di deputati e senatori che con il Popolo della Libertà sono sempre c’entrati poco. Gente di destra, ma non berlusconiana, che si era ritrovata da quelle parti sopratutto a causa del bipolarismo. Non sono in molti, ma i loro nomi sono significativi. Un esempio? Santo Versace che continua a giurare una (poco convinta) fedeltà al premier, ma che poi reclama legalità e selezione delle classi dirigenti con le stesse parole usate da Fabio Granata. Un sistema sicuro per arrivare, più prima che poi, alla resa dei conti con B.

Questa pattuglia è comunque sparuta. Molto più nutrita è invece quella dei parlamentari che, per pure ragioni d’interesse, abbandoneranno il Cavaliere se davvero si andasse verso le elezioni anticipate. Vediamo perché: con questo sistema elettorale alla Camera come al Senato si entra solo per nomina diretta del proprio capo partito. La forza elettorale individuale, la capacità di ben amministrare o di convincere i cittadini, non contano niente. E qui nasce il problema: molti deputati e senatori, in caso di votazioni a marzo (la data vagheggiata da Berlusconi) non sono per nulla certi di essere ripresentati.
Alcuni di loro sono arrivati ai ferri corti (per le ragioni più svariate) con notabili importanti del partito. E quindi temono la vendetta dei vertici. Altri semplicemente hanno paura di essere sostituiti dalla velina o dalla presentatrice di turno. In ogni caso tutti percepiscono le urne come un pericolo: all’ultimo momento il loro nome nelle liste potrebbe non esserci o essere piazzato troppo in basso. E allora perché rinunciare solo per l’impuntatura del Capo a due anni di stipendio e a una comoda poltrona?

Meglio per loro far presente che al voto non c’è nessun bisogno di andarci o, addirittura, tirare un’imboscata al premier. Lasciar sfiduciare il governo e nel momento in cui il presidente Napolitano dovesse aprire le consultazioni appoggiare un esecutivo diverso, possibilmente tecnico. Se si arriverà a quel punto, entrerà poi in azione la consueta e ancor più numerosa squadra: quella composta dai topi che fuggono quando la nave (Berlusconi) affonda. E, con tutta probabilità, si muoverà anche la Lega disposta, come sempre, ad appoggiare chiunque sia in grado di garantire (o almeno di promettere) il federalismo.

Ovviamente anche il Cavaliere si rende conto di questi rischi. Lui e i suoi collaboratori più stretti, è vero, non sono troppo lucidi. Lo dimostrano ampiamente i calcoli sballati sulla reale consistenza dei finiani alla Camera. Ma si tratta pur sempre di gente tosta, vendicativa e, a volte, persino cattiva. Per questo adesso Berlusconi punta a un risultato immediato: indebolire Gianfranco Fini. Togliere al presidente della Camera quel sex appeal che lui riesce a far valere persino sulla sinistra.
Ci riuscirà? Dipende tutto da quanto è seria la faccenda dell’appartamento di Montecarlo, regalato al partito da una ricca militante e oggi misteriosamente affittato al cognato dell’ex leader di An. Finora le minacce di querela e le balbettanti spiegazioni dei tesorieri di Alleanza Nazionale, hanno solo confermato che la vicenda monegasca non è da prendere sotto gamba. Se il caso monta ancora la figura del legalitario Fini rischia di incrinarsi. E di molto.

Il presidente della Camera, comunque ha una strada maestra per uscire vincente da questa storia: spiegare, se può, tutta l’operazione immobiliare nei minimi particolari. Per il Paese, dopo anni di bugie, la trasparenza rappresenterebbe una sorta una rivoluzione copernicana.
Ma è ovvio che questa, più che un’ipotesi o un auspicio, è per il momento solo fantascienza.
A oggi l’unica certezza è il Cavaliere che, nelle prossime settimane, cercherà di evitare la propria fine trascinando nel fango chiunque tenti di opporsi. Lo ha sempre fatto. Lo farà ancora. Anche se adesso questa tattica appare solo utile per rallentare l’agonia. Non per fermarla.
(Vignetta di Fei)







 Consolato dal pianto di Fabiana
 da sempre affezionata segretaria,
 Scajola lascia l’agorà romana,
 da politico degradato a paria.

 Con la moglie ed i figli il suo rifugio
 è la villa Ninina, sopra Oneglia,
 dove inizia una vita da segugio
 tutti i dì dopo il suono della sveglia.

....(leggi tutto)


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 bertiolottidepirro

Questioni giudiziarie a parte nel caso Scajola c’è anche un mistero psichiatrico. Il mistero di un uomo che fortissimamente vuole il potere, non dorme la notte per ottenerlo, costruisce una rete di relazioni, conquista la città, la Regione, il Paese, allena lo sguardo, la camminata, il mento e tanto si prostra al potere supremo di Berlusconi, quanto esercita in modo ossessivo il proprio. Poi per due volte lo perde. Nel modo più clamoroso. Più pubblico. Più umiliante: le dimissioni davanti ai flash dei fotografi, al ronzio delle telecamere, al disprezzo dei giornalisti che lo ascoltano, al sarcasmo dell’opinione pubblica. 

Non erano passati tre mesi dai funerali di Marco Biagi, quando ai cronisti di Corriere e Sole 24 Ore impudentemente disse che “quello era un rompicoglioni”. Scajola parlava in veste di ministro dell’Interno, cioè del responsabile ultimo della catena di comando che aveva revocato la scorta a Biagi, vittima delle Brigate Rosse. Titolare di un potere tanto sfrontato, tanto pieno e soddisfatto di sé, da non essere lontanamente sfiorato neppure da un vago senso di colpa per quello che era appena accaduto: “Biagi era un rompicoglioni che voleva il rinnovo del contratto di consulenza”. 

Cadde quella volta. Si scrollò  il fango. Ricominciò a salire un gradino alla volta, una gomitata e un inchino alla volta. Fino alla nuova vetta del suo secondo ministero, quello dello Sviluppo Economico, che governava con occhiuta presenza, decidendo tutto, nomine, revoche, appalti, persino i dettagli dell’ultimo convegno o del prossimo viaggio di giornalisti a carico di Enel.
Organizzava tutto
. Tranne l’acquisto e la ristrutturazione della propria casa. Memorabile la faccia esibita in conferenza stampa. E le parole: “Se dovessi acclarare che l’abitazione dove vivo è stata pagata da altri senza saperne io il motivo, il tornaconto, e l’interesse, i miei legali eserciterebbero le azioni necessarie per annullare il contratto”. Una dichiarazione di “estraneità ai fatti”. Un “io non c’entro” tanto spericolato, trattandosi della propria abitazione, da risultare addirittura surreale.

A meno di non sospettare, per quel mistero psichiatrico che ci intriga, un’altra ragione, la più nascosta, la più sorprendente: che anche il complotto di cui è vittima l’ex ministro Claudio Scajola, ammalato di potere, ma anche depresso dal potere, sia farina del suo sacco. Visto che per il proprio suicidio ha scelto l’arma meno convenzionale di tutte, la più personale: il rogito. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

U ministru acclara - Le poesie di Carlo Cornaglia
U ministru lo chiamano ad Imperia,
mentre a Roma il suo nome è Sciaboletta.
Scajola, che non ama la miseria
ed, ahimé, vivi e morti non rispetta,

ha comprato dalle sorelle Papa
un alloggio di fronte al Colosseo
con una vista che ogni dì lo arrapa,
 per la qual fece al fisco marameo.
(leggi tutto)

Commento del giorno
di Concita - lasciato il 5/5/2010 alle 11:44 nel post Il braccio Violante della legge
Scajola non sa chi gli ha pagato la casa? Te l'abbiamo pagata tutti noi pirla!!



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 U ministru lo chiamano ad Imperia,
 mentre a Roma il suo nome è Sciaboletta.
 Scajola, che non ama la miseria
 ed, ahimé, vivi e morti non rispetta,

 ha comprato dalle sorelle Papa
 un alloggio di fronte al Colosseo
 con una vista che ogni dì lo arrapa,
 per la qual fece al fisco marameo.

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