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Vignetta di Molly BezzCon Gianni Riotta non serve il buonismo, bisogna essere cattivi: applausi della sala. Ecco, se l'altro ieri sera il ministro dell’Interno Bobo Maroni avesse pronunciato questa lapidaria sciocchezza, sul Tg1 del medesimo Gianni Riotta, non l’avremmo sentita e il nostro giudizio su Maroni avrebbe perso un notevole elemento per farsi più aspro e peggiorare.

Peggiora, ma non tanto, quello su Gianni Riotta che d’abitudine toglie il “viva voce” ai potenti quando fanno i bulli o dicono fesserie. Lo fa per prudenza. Perché ha una sincera fiducia nel futuro. Perché pur sapendo che le dichiarazioni del potere vanno sempre registrate e messe a disposizione dell’opinione pubblica - come insegnano da qualche anno alla sua università, la Columbia University di Nuova Yorche - ma tante volte è più utile non farlo, meglio soprassedere con un riassunto, dedicarsi all’elogio d’altri poteri, da  Napolitano in giù. Diciamo fino a Schifani.

Quando Silvio Berlusconi ha detto che da Obama non ci sarebbe andato, “perché io non faccio la comparsa, sono un protagonista”, Riotta non l’ha mandato in onda. E neppure la volta dopo, quando ha detto che per evitare gli stupri ci vorrebbe un soldato accanto a ogni bella donna, cosa che lui, Silvio, intendeva “come elogio alle belle donne italiane”.

E’ un caso di omertà giornalistica - evocativa di cupi tremori e sonni d’infanzia palermitana - che andrebbe studiata per singolare incoerenza con il look esibito a copertura. Perché certo serve a occultarla (quella cupezza) sotto l’allegria di una vasta familiarità con le copertine dei libri, delle quali Gianni Riotta sottilmente ragiona coadiuvato dalla sua bella postura in maniche di camicia.

Ignorando, nel suo zelo di inchini davanti al sole e ai piccoli re passeggeri, quel che (tuttavia) si dice alla Washington Post: “Le camicie hanno le gambe corte”.
(Vignetta di Molly Bezz)

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Vignetta di Molly BezzVanity Fair, 10 luglio 2008

Tolti i pregiudicati, due sole categorie di persone dovranno depositare in un archivio le proprie impronte digitali: i bambini Rom, secondo i voleri del ministro degli interni Bobo Maroni che li vuole schedare per il loro bene e il nostro; e i deputati della Repubblica, come ha appena stabilito il loro presidente Gianfranco Fini.

Esiste dunque almeno una equivalenza tra questi due gruppi di cittadini, i bimbi Rom e i deputati, almeno secondo i nuovi cupi standard dell’Italia berlusconiana. E non sarà facile stabilire chi dei due si sentirà più offeso: se i futuri “uomini in sé”, che intendono vivere come nomadi senza territorio, o se i politici di professione che intendono vivere stanziali come “onorevoli in sé” nei territori ben remunerativi dei collegi elettorali.

La ragione che li accomuna è con tutta evidenza un torto: il furto. Per essere precisi: il furto di identità. Gli zingarelli perché ne rifilano sempre una nuova (e inventata) ogni volta che vengono pizzicati sui marciapiedi a mendicare. E i deputati perché se le moltiplicano (le identità) quando al momento del voto in aula si improvvisano pianisti e votano due, tre volte, pigiando illegalmente i pulsanti dei vicini assenti.

In capo a qualche mese il nuovo sistema di votazione a Montecitorio identificherà ogni singolo polpastrello, impedendo i brogli con le repliche. Da quel giorno in poi non ci sarà più il dubbio di un errore quando ognuno di loro voterà l’altra legge sulle impronte. La prima costerà più o meno 400 mila euro in nuovi macchinari ad alta tecnologia. La seconda infinitamente di più per colpa di quel veleno sociale già messo in circolo una volta, con le leggi razziali del 1938, in piena Italia fascista, quando si avviò la schedatura degli ebrei. Anche allora dicendo che era per il loro bene e il nostro.

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Decreto Sanjust di Peter Gomez e Marco Lillo
(da l'Espresso online)


Il ritorno dell'illusionista Berlusconi (Neue Zuercher Zeitung)
(Traduzione di Italiadallestero.info)


12 luglio - Inaugurazione della scuola di formazione politica Antonino Caponnetto. (dal blog di Nando Dalla Chiesa)





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Vignetta di Molly BezzVanity Fair, 10 luglio 2008

Tolti i pregiudicati, due sole categorie di persone dovranno depositare in un archivio le proprie impronte digitali: i bambini Rom, secondo i voleri del ministro degli interni Bobo Maroni che li vuole schedare per il loro bene e il nostro; e i deputati della Repubblica, come ha appena stabilito il loro presidente Gianfranco Fini.

Esiste dunque almeno una equivalenza tra questi due gruppi di cittadini, i bimbi Rom e i deputati, almeno secondo i nuovi cupi standard dell’Italia berlusconiana. E non sarà facile stabilire chi dei due si sentirà più offeso: se i futuri “uomini in sé”, che intendono vivere come nomadi senza territorio, o se i politici di professione che intendono vivere stanziali come “onorevoli in sé” nei territori ben remunerativi dei collegi elettorali.

La ragione che li accomuna è con tutta evidenza un torto: il furto. Per essere precisi: il furto di identità. Gli zingarelli perché ne rifilano sempre una nuova (e inventata) ogni volta che vengono pizzicati sui marciapiedi a mendicare. E i deputati perché se le moltiplicano (le identità) quando al momento del voto in aula si improvvisano pianisti e votano due, tre volte, pigiando illegalmente i pulsanti dei vicini assenti.

In capo a qualche mese il nuovo sistema di votazione a Montecitorio identificherà ogni singolo polpastrello, impedendo i brogli con le repliche. Da quel giorno in poi non ci sarà più il dubbio di un errore quando ognuno di loro voterà l’altra legge sulle impronte. La prima costerà più o meno 400 mila euro in nuovi macchinari ad alta tecnologia. La seconda infinitamente di più per colpa di quel veleno sociale già messo in circolo una volta, con le leggi razziali del 1938, in piena Italia fascista, quando si avviò la schedatura degli ebrei. Anche allora dicendo che era per il loro bene e il nostro.

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