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da Vanity Fair, 6 ottobre 2010

Il solo lato divertente del razzismo leghista di casa nostra lo puoi apprezzare appena passata la frontiera svizzera, tra Chiasso e Lugano, chiacchierando con i cugini leghisti del Canton Ticino quando ti spiegano che le tribù padane di Como, Varese, Verbania, con annessi Suv neri e partite Iva in bianco, sono in realtà spregevoli “ratti italiani”. Topi dentro il formaggio della ricca Svizzera. Gente che “viene da noi a rubarci il lavoro”, come ha appena dichiarato tale Giuliano Bignasca, svizzero col pedigree, leader della Lega Ticinese.

Perché il contrappasso di ogni razzista è di essere schifato da un razzista equivalente, che per privilegio geografico è stato sgravato un po’ più a Nord. Il quale considererà suo e indivisibile il territorio dove ha pascolato in gioventù il cervello. E si sentirà in diritto di squittire insulti verso il proprio Sud, confermando sempre la regola. Compresa quella di essere a sua volta umiliato da latitudini maggiori, magari quelle di un uno scandivo, un eschimese, un merluzzo.

Un bel po’ dei 50 mila lombardi frontalieri si sono molto offesi del paragone coi roditori. Il caso ha voluto che in quelle stesse ore il loro leader più bello, più intelligente e più votato, l’Umberto Bossi da Gemonio, stesse nutrendo la sua fama migliore paragonando i romani ai porci. Ma poi – a differenza del suo alter ego svizzero – ha detto che scherzava, non ce l’aveva con i cittadini romani, ma con i Palazzi della politica, dove stanno il potere e i ministri. Meschino: non ricordandosi che anche lui è un signor ministro, è finito in trappola come un signor topo.
(Vignetta di Fei)


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Ventinove settembre, nell’arena
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