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Vignetta di Molly BezzQuesto pomeriggio il vice-presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, Giorgio Lainati (Pdl), e il capogruppo del partito di Berlusconi in commissione, Alessio Butti, hanno annunciato che nei prossimi giorni chiederanno «conto al direttore generale Cappon e al presidente Petruccioli del perché sia permesso all'ex parlamentare diessino Michele Santoro di fregarsene del pluralismo dell'informazione». I due si lamentano perché nella puntata di Annozero di giovedì, dedicata alla crisi economica, «Santoro ha sparato contro il Governo facendo parlare esponenti del mondo politico e imprenditoriale rappresentanti la sola opposizione» utilizzando poi, «per completare "il capolavoro", una serie di grafici e tabelle, molte delle quali elaborate da studi della Cgil».

Il messaggio che lanciano Lainati e Butti, con un linguaggio nemmeno troppo vagamente nostalgico, è chiaro: per Annozero è ormai iniziato il conto alla rovescia.
A questo punto, più che ricordare che i ministri del Popolo delle Libertà nelle ultime settimane hanno sempre declinato gli inviti in trasmissione per loro libera scelta, è forse il caso di riflettere sul significato della parola pluralismo e sui limiti del giornalismo.

Partiamo dunque dal fondo: ovviamente anche chi fa il giornalista ha dei limiti. Che possono essere riassunti così: ciascuno può dire o raccontare quello che vuole a patto che non violi il codice penale o quello deontologico. Non si possono, insomma, diffamare o calunniare le persone. E se ciò avviene chi lo ha fatto paga con sanzioni pecuniarie o, nei casi estremi, addirittura con la detenzione. In ogni caso a stabilire se ciò è avvenuto non può essere un organismo parlamentare. Devono farlo invece la magistratura e l'ordine dei giornalisti.

Veniamo quindi al pluralismo. Dare diritto di parola ai rappresentanti di tutte le formazioni politiche in un unico programma non vuol dire essere pluralisti. Prima di tutto perché non solo i partiti rappresentano la società (cioè il pubblico): i parlamentari, che intervengono su qualsiasi argomento in tutti i tg, dal punto di vista giornalistico hanno lo stesso peso dei sindacati, delle associazioni e dei semplici cittadini. E anzi, se si vuole fotografare con chiarezza lo stato di un paese come il nostro, spesso (anzi quasi sempre), meno si fanno parlare i politici e meglio è. Ma non basta. Perché la tv non è pluralista se il giornalista o il conduttore si limita a dirigere il traffico dando la parola a questo o quello. Lo è invece se lascia spazio in programmi differenti a conduttori e giornalisti con punti di vista e opinioni diverse. Poi saranno i telespettatori a scegliere che cosa guardare.

Insomma la tv pubblica dovrebbe essere un po' come un'edicola: ch'è chi compra il "Corriere della Sera", chi "la Repubblica", chi “il Giornale". Vince poi il migliore (chi fa più ascolti). Un'unica regola va rispettata: la verità dei fatti. Detto in altre parole: se Berlusconi afferma che il mare è giallo e D'Alema risponde che è rosso, il conduttore, comunque la pensi, deve intervenire per chiarire che il mare è blu. Se non lo fa è, nel migliore dei casi, professionalmente impreparato, e nel peggiore un maggiordomo.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Incredibile, ma vero
- di Carlo Cornaglia
Democratico ed unito
il Pd, nuovo partito,
sembra proprio non lo sia
nonostante che un messia
  
abbian scelto per guidarlo.
Tutti quanti rode un tarlo:
“Dove cacchio stanno andando?”
Il Pd corre allo sbando...
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Vignetta di Molly BezzIl bello è che questo Villari Riccardo, deputato napoletano in quota all’opposizione, ma eletto dalla maggioranza a presiedere la Commissione parlamentare di vigilanza, se ne stava al sole romano, due domeniche fa, ore nove e trenta del mattino, con Massimo D’Alema, tutti e due passeggiando sul Lungotevere. Da soli e fitto fitto parlando, chissa di cosa poi. Per di più sul lato più simbolico del fiume, tra Castel Sant’Angelo e il Vaticano, ad aggiungere intreccio di sangue e di complotto al sottotesto.

Perché poi il sottotesto e il testo coincidono: “Non mi dimetto. Non ci penso proprio”, ha dettato il Villari, dopo diurne consultazioni con Ciriaco De Mita e Clemente Mastella, bufale sagge e silenti della politica campana, entrambi esperti in dimissioni per averne rifiutate a dozzine, nel corso dei decenni democristiani e oltre. Per poi farsi le molte risate di queste ore in compagnia dei ronzanti Velardi Claudo e Latorre Nicola, anche loro napoletani coi fiocchi, amici (proprio) dell’amico D’Alema, e perciò nemici del nemico Veltroni.

Il quale Veltroni neanche si è accorto di quanto e di come si preparava la sua plateale sconfitta agli occhi dell’equipaggio suo e dell’Italia intera, svestendolo fino al punto di non ritorno, come capita a un comandante senza comando. Umiliabile persino dalla penultima pedina in gioco, questo Villari Riccardo che tenendosi stretta la fresca nomina attribuitagli dai berlusconici, si concede lo sfizio pomposo della battuta istituzionale e dalla cima del suo patibolo declama: “Vorrei compiere con dignità e umiltà il compito che mi è stato affidato”.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Pino Corrias riceve il premio Lo Straniero 2008

Promemoria. Quindici anni di storia italiana ai confini della realtà - lo spettacolo teatrale di Marco Travaglio al Ciak di Milano (18,19,21,22,23 novembre 2008)

Marco Travaglio: Loggia continua - il video della lezione di Marco Travaglio agli studenti di Roma Tre (da Micromega.net)

Il silenzioso lavoro di chi smantella la sicurezza dei lavoratori di Salvatore Giannella

Sono Villari, il sinuoso - di Carlo Cornaglia
Commissione Vigilanza
della Rai: contro l’usanza
che vuol che l’opposizione
ne decida il capoccione,
  
il premier, con far nefando,
non vuol che Leoluca Orlando
ne diventi presidente.
Il caimano prepotente...
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Vignetta di NatangeloGli ultimi sondaggi dicono che tra gli elettori la fiducia nel Partito Democratico è scesa sotto la soglia del 30 per cento. Quella nel Pdl e in Berlusconi invece continua a volare anche se, quando si esaminano le intenzioni di voto, il Pd pare aver arrestato l'emorragia di consensi. Di Pietro e la Lega invece furoreggiano e, di settimana in settimana, guadagnano nuovo terreno. Non è difficile capire perché accada tutto questo. Mentre scrivo i vertici del partito di Veltroni hanno appena rifiutato lo scambio proposto dal centro-destra su Rai e Consulta: sì all'elezione di Leoluca Orlando alla testa della commissione parlamentare di vigilanza, ma solo come contropartita alla nomina dell'ex avvocato difensore del premier, Gaetano Pecorella, a giudice della Corte Costituzionale.

Il no del centro-sinistra è una buona notizia, anche se il fatto che ci sia voluto un giorno e mezzo per bocciare la proposta spiega perché la fiducia nel Pd sia in continuo calo.

Al contrario di quanto molti credono, in politica infatti i valori contano. Una delle componenti (ma non l'unica) che spinge a votare per uno schieramento piuttosto che per un altro sta proprio qui: nell'avere dei principi chiari, immediatamente percepibili e ricordati di continuo. Dei principi in cui l'elettore può identificarsi.

Non per niente anche Silvio Berlusconi si presenta come un portatore di valori: la libertà d'impresa, le libertà dell'individuo, la sicurezza dei cittadini e via dicendo. E così molte delle sue battaglie in favore di sé stesso e dei suoi amici vengono contrabbandate dal premier come battaglie sui principi: pensate solo alla guerra alle intercettazioni telefoniche ingaggiata al grido della difesa della privacy. Viene insomma lanciato un messaggio positivo per nascondere una scelta che nei fatti è negativa per la collettività.

Per questo la discussione sul nome di Pecorella è stato l'ennesimo passo verso il suicidio della sinistra moderata italiana. L'ex difensore di Berlusconi, come è noto, è da tempo imputato di favoreggiamento nei confronti del presunto stragista Delfo Zorzi (bomba di Piazza della Loggia a Brescia). Secondo i pm avrebbe pagato un pentito perché ritrattasse le sue accuse.  Prima ancora del suo conflitto d'interessi (un ex avvocato del premier chiamato a pronunciarsi su leggi che interessano il premier) questo era un motivo sufficiente per rispedire immediatamente al mittente ogni ipotesi di accordo. E invece per tutta la serata di martedì 14 ottobre il Pd e i suoi capogruppo si sono limitati a sottolineare l'esistenza di «una delicata questione» (senza nominarla) che avrebbe sconsigliato l'elezione di Pecorella. Come se dire chiaramente che un imputato, anche se innocente fino a prova contraria, non può sedere alla Consulta, fosse qualcosa di cui vergognarsi e non la riaffermazione di un principio.

Questi sbandamenti l'elettorato li percepisce benissimo. E ormai sono sempre di più i cittadini che si chiedono in quali valori si riconosca realmente il Pd e soprattutto quanti siano gli esponenti di quel partito disposti a battersi per essi.
(Vignetta di Natangelo)

Approfondimenti dalla rassegna stampa
a cura di Ines Tabusso

Leggi l'intervista a Marco Travaglio su Corriere.it

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