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Testo:
Buongiorno a tutti, questa settimana si chiuderà probabilmente in appello davanti alla Corte d’Appello di Palermo, il processo a Marcello Dell'Utri per concorso esterno in associazione mafiosa, è un processo che all’inizio in primo grado aveva due imputati: Marcello Dell'Utri e Gaetano Cinà, furono condannati entrambi nel dicembre 2004, Dell'Utri a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, Cinà a una pena lievemente inferiore per partecipazione a associazione mafiosa.

Dell'Utri, una sentenza "politica"
Cinà è uno dei tanti personaggi che secondo i giudici di Palermo sono mafiosi, Cinà era della famiglia mafiosa di Malaspina imparentato tramite la moglie con i vecchi boss, poi deposti dai corleonesi nei primi anni 80 e cioè Stefano Bontate e Mimmo Teresi, Cinà poi è morto e quindi non compare più nel processo di appello dove è rimasto soltanto Dell'Utri che è accusato di concorso esterno. (Leggi tutto)

Segnalazioni

"L'agenda nera della Seconda Repubblica".
Il nuovo libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza (edizioni Chiarelettere)

'Sotto Scacco': il film sulle stragi di mafia e la nascita di Forza Italia - Martedì 22 giugno, Palermo, Marco Travaglio, Antonio Padellaro, Marco Lillo e altri protagonisti presentano il film Sotto Scacco - di Marco Lillo e Udo Gumpel. c/o Kursaal Tonnara Vergine Maria, Via Bordonaro, 9, ore 21.

Sistemi Criminali, Quanto sono deviati gli apparati dello Stato? Incontro organizzato da Antimafia Duemila in occasione del 18esimo anniversario della strage di Via d'Amelio. Palermo, 17 luglio 2010

Dal 22 giugno on line il nuovo sito di Il Fatto Quotidiano.
Manca poco: incrociamo le dita di Peter Gomez
Video: Peter Gomez racconta quando lo Stato trattò con Cosa Nostra.

 


continua

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fifo

da Il Fatto Quotidiano, 8 maggio 2010


Ci vuole tanta pazienza, col Pompiere della Sera. Domenica auspicavamo che l’improvvisa aggressività usata contro Di Pietro dal quotidiano più conformista d’Italia segnasse una svolta e l’articolo “Ambiguità e silenzi di Di Pietro” inaugurasse una saga a puntate (“Ambiguità e silenzi di Berlusconi”, “di Casini”, “di Bossi”, “di Bersani”, “di D’Alema” e, perché no, “di Schifani”). Invece no: siamo fermi alla prima puntata. Almeno per i politici. Perché, sommerso dalle repliche e dalle carte di Di Pietro, il Pompiere incendiario ha deciso di aprire un altro fronte, appiccando il fuoco all’opera di un intellettuale che ha il brutto vizio di opporsi al regime berlusconiano: Andrea Camilleri.

Si cura di lui e del suo commissario Montalbano, anch’egli inguaribilmente antiberlusconiano, il professor Angelo Panebianco. Due settimane fa, nel supplemento Sette, il noto intellettuale bolognese scriveva: “Vuoi vedere che Montalbano è un ‘colluso’?”. Colluso con la mafia, s’intende, perché in una puntata della serie tv “intrattiene rapporti telefonici con un vecchio capomafia… e, addirittura, ferma una guerra di mafia convocando i capi cosca in una località segreta e obbligandoli a stipulare un accordo. Non ce n’è abbastanza per attirarsi addosso un ‘concorso esterno in associazione mafiosa’, quel famoso reato che non esiste in nessun codice… e che è stato tuttavia alla base di tutti i processi per mafia a personaggi eccellenti (Andreotti, Contrada, Dell’Utri e altri)?… Montalbano (o Contrada?), quando si muove nelle questioni di mafia, opera anche lui, inevitabilmente, in una zona grigia dove il confine fra   legalità e illegalità è sempre incerto”, ma ciò che conta sono “le intenzioni onestissime”. Dieci righe, un’infinità di vaccate.

Andreotti non fu imputato di concorso esterno, ma di partecipazione diretta a Cosa Nostra. Il concorso esterno esiste eccome, nel Codice: come il concorso in omicidio, in rapina, in occultamento di cadavere e così via. L’applicazione del reato concorsuale risale addirittura a metà Ottocento per il concorso esterno in brigantaggio da parte dei non briganti che si mettevano al servizio dei briganti. A definirla per la mafia provvidero Falcone e Borsellino nella celebre ordinanza-sentenza del processo maxi-ter e la confermarono numerose sentenze della Cassazione a sezioni unite.

Montalbano che incontra un vecchio boss e lo induce a fermare una guerra di mafia è roba da concorso esterno? Assolutamente no. Non basta incontrare mafiosi per essere incriminati per quel reato (altrimenti il Parlamento e il governo sarebbero semideserti). Intanto il vecchio boss era a casa sua e non doveva scontare nessuna pena. E poi il concorso esterno scatta quando un esterno alla mafia si mette permanentemente a disposizione della mafia, favorendola e venendone favorito. Dell’Utri è accusato di aver messo prima il Berlusconi imprenditore e poi finanziere nelle mani di Cosa Nostra, ricevendo in cambio favori e potere. Contrada è stato condannato perché avvertiva i mafiosi latitanti dei blitz della polizia (di cui lui stesso faceva parte) e li faceva fuggire, assicurando loro l’impunità in cambio di favori e potere. Altro che intenzioni onestissime.

Queste cose Panebianco, poco esperto in diritto penale (come in tutto il resto dello scibile umano), non le sa. E si adonta perché Camilleri gli risponde per le rime sull’Unità intervistato da Saverio Lodato (che Panebianco chiama “un tal Lodato”, non sapendo ovviamente che Lodato ha scritto per Rizzoli la più completa storia della mafia): Camilleri è un “giustizialista” e quindi “insulta”, “non è un vero signore”, anzi è “cupo, arrogante”, “troppo preso da sé per entrare in sintonia con gli altri” (non lo sfiora l’idea che uno non voglia entrare in sintonia con un tal Panebianco). Tante parole inutili per nascondere che, dietro l’attacco a Camilleri e Montalbano, è partita la campagna per riabilitare Contrada e far assolvere Dell’Utri. Poveretto, come s’offre. 
(Striscia di Fifo)


Watergate casereccio  - Le poesie di Carlo Cornaglia
Ad Arcore, vigilia di Natale,
anno duemilacinque per la storia,
Silvio riceve un dono eccezionale:
un’intercettazione accusatoria

nei confronti del misero Fassino:
“Consorte, siam padroni di una banca!”
Sprofondato in poltrona l’omarino
per la grande emozione quasi sbianca
(leggi tutto)

Segnalazioni

Video - Il movimento 5 stelle presenta il ricorso contro il terzo mandato di Vasco Errani come presidente della regione Emilia romagna: l'intervento di Marco Travaglio a Bologna

Mercoledì 9 giugno, Monterubbiano (Fm), ore 21 - Nicola Biondo presenta il libro-inchiesta scritto con Sigfrido Ranucci, prefazione di Marco Travaglio, "Il Patto" (edizioni Chiarelettere). Intervengono: Anna Petrozzi e Andrea Braconi. C/o auditorium San Francesco  (da antimafiaduemila.org)

no bavaglioNo bavaglio
L'appello contro il Ddl sulle intercettazioni
FNSI: No dei CDR al "silenzio di stato". Pronta la resistenza civile
Video - I sindacati di polizia in piazza contro il Ddl intercettazioni (da repubblica.it)

La libertà di stampa e i libri - L'appello degli editori
Piccola biblioteca della libertà 



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Foto di magicamentelena da flickr.com
Ora d'aria

l'Unità, 24 ottobre 2008


L’assoluzione di Calogero Mannino nel secondo processo d’appello, dunque non definitiva, dall’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa ha dato la stura alla solita girandola di scemenze sulla persecuzione giudiziaria, sulla “sconfitta del pool di Caselli”, sulla “fine della stagione dei processi politici”, addirittura sull’”errore giudiziario”. In realtà qui non c’è stato alcun errore giudiziario, ma una diversa valutazione - assolutamente fisiologica nel nostro sistema processuale - da parte di un collegio d’appello rispetto all’altro che aveva condannato Mannino a 5 anni e 4 mesi, prima dell’annullamento con rinvio della Cassazione. Due collegi della stessa Corte d’appello di Palermo hanno giudicato l’uno sufficienti, l’altro insufficienti le prove raccolte dalla pubblica accusa. Ma che il processo si fondasse su elementi solidi, dunque meritevoli di verifica processuale, l’avevano già stabilito non i due pm, ma molti giudici: il gip che lo arrestò e lo rinviò a giudizio, i 3 giudici del Riesame e i 9 delle sezioni unite della Cassazione che confermarono l’ordinanza cautelare per due anni, gli altri 3 giudici del Tribunale di Palermo che respinsero una richiesta di scarcerazione per motivi di salute. Diciotto magistrati di sedi e funzioni diverse: tutti visionari? Tutti persecutori? Non scherziamo.

Persino i 3 giudici del Tribunale che l’avevano assolto in primo grado scrissero parole di fuoco sull’ex ministro Dc, ora senatore Udc: “È acquisita la prova che nel 1980-81 Mannino aveva stipulato un accordo elettorale con un esponente della famiglia agrigentina di Cosa nostra, Antonio Vella”. E in seguito anche con altri boss della vecchia mafia agrigentina. Il Tribunale parlò di “patto elettorale ferreo, avallato dall’intervento di un mafioso come Vella”, che “costituisce una chiave interpretativa della personalità e consente di invalidare buona parte del capitolato difensivo, volto a rappresentare Mannino come un politico immune da contaminazioni coscienti con ambienti mafiosi o addirittura vittima di chissà quali complotti”. I primi giudici ritennero però che non fosse dimostrata la “controprestazione”di Mannino: “Non c’è la prova che l’accordo elettorale abbia avuto ad oggetto la promessa di svolgere un’attività, anche lecita, anche sporadica, per il raggiungimento degli scopi di Cosa nostra”. Insomma, Mannino aveva chiesto e avuto i voti di Cosa Nostra, ma non si sa cosa le avesse dato in cambio. Potrebbe aver buggerato la mafia.

La Corte d’appello ritenne che invece fosse provata pure la controprestazione. La Cassazione annullò la sentenza per difetto di motivazione, ma ritenne che esistessero gli elementi per un nuovo appello (sennò avrebbe annullato senza rinvio), nel quale è arrivata l’assoluzione. Vedremo dalle motivazioni se han cancellato anche i fatti sinora accertati, cioè le gravissime collusioni mafiose, o se li hanno semplicemente giudicati non penalmente rilevanti per mancanza della “controprestazione”.

Nell’attesa, il processo Mannino è un ottimo banco di prova per spiegare cosa deve fare, e soprattutto non deve fare, un politico per evitare di finire sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa. Se, puta caso, si sposa Gerlando Caruana, figlio di Leonardo, il boss di Siculiana, non deve partecipare alle nozze (nemmeno per fare gli auguri alla sposa), e possibilmente fare in modo di non meritare nemmeno l’invito. Da  assessore regionale alle Finanze, contrariamente a quel che fece Mannino, non deve affidare le esattorie a mafiosi come i cugini Salvo. Quando ci sono le elezioni, è meglio evitare di ospitare in casa propria mafiosi come Antonio Vella per chiedere i voti della mafia, o di frequentare medici mafiosi come Gioacchino Pennino, amico di boss come Giuseppe Di Maggio,Totò Greco e i fratelli Graviano.

Ecco, se uno non frequenta mafiosi o smette di frequentarli quando scopre chi sono, e magari li denuncia alla magistratura, sarà ben difficile che la mafia voti per lui, che qualcuno lo sospetti di mafia, che qualche mafioso pentito si ricordi di lui costringendolo a un “lungo calvario giudiziario”. Se poi uno vuole che il suo processo sia rapido, dovrebbe pregare il suo premier di evitare leggi ad personam tipo la legge Pecorella che aboliva l’appello del pm ed, essendo incostituzionale, fu bocciata dalla Consulta, sospendendo il dibattimento per mesi, per poi riaprirlo quando la Consulta la fulminò. Non è difficile, vale la pena provarci. Tanto per cambiare un po'.
(Foto di magicamentelena da flickr.com)

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La paga dei padroni - Il video della presentazione del libro a Roma (23 ottobre 2008)
Insieme agli autori intervengono Pierluigi Bersani (Pd) e Innocenzo Cipolletta (presidente Fs)
Vai alla scheda del libro

Difendiamo la Giustizia per difendere la Costituzione
Incontro pubblico organizzato dall'associazione Libertà e Giustizia
Nell'occasione sarà effettuata una lettura scenica di brani tratti da "Gomorra" di Roberto Saviano
30 ottobre 2008, Auditorium Centro Giovani. Via della Resistenza, 4 Piombino - ore 17.30


Chi vuol essere veltroniano? - il video di Roberto Corradi

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