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da Il Fatto Quotidiano, 7 maggio 2010

Due notizie fresche fresche su Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, senatore a vita e soprattutto Padre della Patria interpellato ancora in questi giorni sull’Unità d’Italia, dopo i festeggiamenti istituzionali per il suo 91° compleanno. La prima è che la Cassazione l’ha condannato in via definitiva a pagare 2 mila euro di multa e 20 mila euro di provvisionale per aver diffamato il giudice Mario Almerighi definendolo “falso testimone” nel processo di Palermo: quello che tutti credono essersi concluso con la piena assoluzione, invece è finito con la prescrizione del “reato commesso” di associazione per delinquere con la mafia fino alla primavera del 1980.

In Italia, si sa, la diffamazione può colpire chi semplicemente esprime un’opinione troppo critica, o usa termini troppo forti (reato di opinione); ma anche chi lancia accuse false contro un altro cittadino (attribuzione di fatti determinati diffamatori). Bene, Andreotti ricade nel secondo caso: ha attribuito ad Almerighi un reato gravissimo, il più grave che possa commettere un magistrato, quello di avere testimoniato il falso contro di lui. Cioè di aver mentito sotto giuramento ai giudici di Palermo dicendo quel che gli aveva raccontato un collega, Piero Casadei Monti, capo di gabinetto dell’allora ministro della Giustizia Virginio Rognoni, sulle pressioni di Andreotti per salvare l’amico giudice “ammazzasentenze”, al secolo Corrado Carnevale, da un processo disciplinare. 
Andreotti, al processo, raccontò fra una balla e l’altra che praticamente Carnevale lo conosceva solo di vista. Poi, dopo la sentenza, il prescritto a vita sostenne in varie interviste sui giornali e a Porta a Porta (dove l’insetto gli aveva allestito un triduo di festeggiamenti per la finta assoluzione), che Almerighi è “un pazzo”; lo paragonò ai “falsi pentiti”; lo accusò di raccontare “infamie”; aggiunse che affidare la giustizia a giudici come Almerighi “è come lasciare una miccia nelle mani di un bambino”. Denunciato per diffamazione, si riparò dietro l’insindacabilità parlamentare, ma la Corte costituzionale gli strappò di dosso lo scudo del privilegio e lo rispedì in Tribunale. E il Tribunale, come poi la Corte d’appello e quella di Cassazione, hanno stabilito che Almerighi aveva detto la verità, mentre Andreotti, tanto per cambiare, aveva mentito.

Segnaliamo la notizia al Tg1, al Tg5 e a Porta a Porta, così attenti alle presunte “assoluzioni” di Andreotti, perché comunichino agli italiani questa condanna, restituendo l’onore a un giudice onesto diffamato da un senatore a vita per aver illuminato il losco passato del noto “statista”.   Seconda notizia, dal sito dello storico siciliano Giuseppe Casarrubea: “Per un lungo periodo della sua vita, Andreotti ha goduto della fama di essere stato delfino di De Gasperi, di cui diventa sottosegretario alla presidenza del Consiglio il 31 maggio 1947, nel primo governo senza comunisti e socialisti dal 1944. Ma gli archivi dell’Office of Strategic Services (Oss), desecretati dopo il 2000 per volere del presidente Clinton, aggiungono qualche dettaglio su questa straordinaria figura della nostra Repubblica.

È il 20 febbraio 1946, quando l’intelligence Usa invia a Washington, allo Strategic Services Unit (Ssu), un telegramma segreto su cosa bolle in pentola all’interno del primo governo De Gasperi. Il testo così inizia: “Il 19 febbraio Andreotti ha informato JK-12 che De Gasperi ha rivelato nel corso di alcune conversazioni private…”. Seguono alcune valutazioni di carattere interno alla coalizione del governo italiano. Lasciamo al lettore il giudizio su questo importante documento. Aggiungiamo soltanto che JK-12 è un agente italiano al servizio degli americani a Roma, di professione giornalista e amico di James Jesus Angleton, capo dell’X-2, da prima della guerra”. Che l’erede di De Gasperi, Dio non voglia, spiasse pure De Gasperi per conto degli americani? Nessuno ci potrebbe mai credere: è un uomo così cristallino, così sincero.   
(Vignetta di Fifo)

Zio Claudio - Le poesie di Carlo Cornaglia
Consolato dal pianto di Fabiana
da sempre affezionata segretaria,
Scajola lascia l’agorà romana,
da politico degradato a paria.

Con la moglie ed i figli il suo rifugio
è la villa Ninina, sopra Oneglia,
dove inizia una vita da segugio
tutti i dì dopo il suono della sveglia.
(leggi tutto)

Segnalazioni

Senz'anima. Italia 1980-2010. Il nuovo libro di Massimo Fini in libreria (edizioni Chiarelettere).

AD PERSONAMMarco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere).
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Roma, 9 maggio, ore 20.30
C/o Circolo degli Artisti, via Casilina vecchia 42.
Marco Travaglio sarà intervistato da Franco Rina, direttore di CinemadaMare.

Il calendario delle presentazioni di Ad personam



Commento del giorno
commento di Luce - lasciato il 7/5/2010 alle 16:41 nel post Current intervista Peter Gomez
"Politica e mafia sono due poteri che vivono del controllo del territorio: o si fanno la guerra o si mettono d'accordo". Paolo Borsellino



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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 23 agosto 2008

Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Cosa disse davvero Falcone
- (da antimafiaduemila.com)

Lettera a Giorgio Napolitano contro il Lodo Alfano - di Enzo di Frenna


Streamit.it - la televisione ad alta definizione su web senza concessioni televisive

Il "consistente, ma non trasparente, ampliamento degli utili della Firenze Parcheggi e dei suoi soci privati"* - di Marco Ottanelli
*Letterale dalla sentenza della Corte dei Conti


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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 23 agosto 2008

Questa sì che è una notizia: il nostro premier è un allievo di Giovanni Falcone ed è ansioso di “mettere in pratica molte sue idee in materia di giustizia”. Dev’essere per questo che si tenne in casa per due anni un mafioso travestito da stalliere, Vittorio Mangano, poi fatto arrestare e condannare da Falcone a 11 anni per mafia e traffico di droga. Dev’essere per questo che da 30 anni va a braccetto con Marcello Dell’Utri, condannato a 9 anni per mafia dal Tribunale presieduto da Leonardo Guarnotta, già membro del pool antimafia con Falcone e Borsellino. Dev’essere per questo che, quattro mesi fa, definì “eroe” Mangano, l’uomo che, scarcerato nel 1991, era divenuto reggente del mandamento di Porta Nuova e come tale aveva preso parte alla decisione della Cupola di Cosa Nostra di uccidere Falcone e Borsellino, e che poi fu riarrestato per tre omicidi per cui fu condannato due volte all’ergastolo in primo grado, dopodichè morì nel 2000. Dev’essere per questo che, nel 2003, dichiarò che i magistrati sono“matti, antropologicamente diversi dal resto della razza umana”, perché “per fare quel mestiere devi avere delle turbe psichiche”, parole che fecero insorgere Maria Falcone e Rita Borsellino, poi costrette a querelare Schifani per averle insultate. Dev’essere per questo che il centrodestra ha riportato in Cassazione, con una legge ad hoc, il già pensionato Corrado Carnevale, nemico acerrimo di Falcone e grande annullatore di condanne di mafiosi: il giudice “ammazzasentenze” che, in varie telefonate intercettate nel 1993-’94 (dopo Capaci e via d’Amelio), definiva spregiativamente “i dioscuri” Falcone e Borsellino, li dipingeva come due incapaci con “un livello di professionalità prossimo allo zero”, chiamava Falcone “quel cretino” e “faccia da caciocavallo”, aggiungeva “Io i morti li rispetto, ma certi morti no”, “a me Falcone... non m’è mai piaciuto”, poi insinuava addirittura che Falcone facesse inserire in Corte d’appello la moglie Francesca Morvillo per pilotare i processi e “fregare qualche mafioso”. Dev’essere per questo che ancora un mese fa i berluscones annidati nel Csm hanno votato per la nomina di un altro nemico giurato di Falcone, Alberto Di Pisa, a procuratore capo di Marsala contro il candidato designato dalla commissione, Alfredo Morvillo, cognato di Falcone.

Anziché rammentare allo Smemorato di Cologno questi semplici dati di fatto, politici e commentatori di chiara fama e fame si son subito avventurati nell’esegesi del pensiero di Falcone sulla separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale. Senz’accorgersi (o accorgendosi benissimo) che, scendendo sul suo terreno truffaldino, la danno vinta al premier. Come hanno giustamente osservato la sorella Maria e Peppino Di Lello, che col giudice lavorò fianco a fianco nel pool, Falcone non chiese mai la separazione delle carriere né la fine dell’azione penale obbligatoria. Si limitò, senza indicare soluzioni, a porre il problema di una distinzione delle funzioni tra pm e giudici (“comincia a farsi strada la consapevolezza che la carriera dei pm non può essere identica a quella del magistrati giudicante: investigatore l’uno, arbitro l’altro”), che fra l’altro oggi è già ipergarantita dalle ultime controriforme, e di una “visione feticistica della obbligatorietà dell’azione penale”. Ma era il 1988 e non c’era ancora al governo un premier plurimputato, pluriprescritto e plurimpunito grazie a leggi da lui stesso varate. E, soprattutto, Falcone pose quei problemi per tutelare meglio l’indipendenza di tutta la magistratura dalla politica e l’efficacia dei processi (negli Usa l’azione penale discrezionale consente persino di garantire l’immunità ai mafiosi pentiti in cambio della collaborazione).

Berlusconi pone gli stessi problemi, ma con tutt’altri scopi: non quelli di Falcone, ma quelli della P2, di cui era membro con tessera n.1816: mettere le procure e l’azione penale al guinzaglio del governo o comunque della politica. E poi c’è un fatto che taglia la testa al toro: fino al 1989 Falcone era giudice istruttore, carriera giudicante. Poi fece domanda al Csm e passò alla requirente, cioè divenne pm, procuratore aggiunto a Palermo. Stesso percorso fece Borsellino, prima giudice, poi procuratore a Marsala, infine aggiunto a Palermo. Con le carriere separate, non avrebbero mai potuto. Di che parla, dunque, questo presunto allievo di Falcone? Prenda qualche ripetizione, possibilmente non da Dell’Utri, poi si ripresenti all’esame.
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