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Signornò, da L'Espresso in edicola

Come si finanziano i partiti? E che uso fanno dei finanziamenti pubblici che intascano, mascherati da “rimborsi elettorali”, per un totale di 2,2 miliardi negli ultimi 16 anni? Nessuno può dirlo, visto che dal 1948 si attende una legge sulla responsabilità giuridica dei partiti (il primo a proporne una fu don Luigi Sturzo). Così, nella politica italiana, regna l’anarchia e ciascuno fa quel che gli pare. Il caso dell’alloggetto ereditato da An a Montecarlo, venduto a un’offshore e affittato al cognato di Fini, avrebbe potuto diventare una splendida occasione per risolvere la faccenda una volta per tutte. E per tutti. Invece, quando la Procura di Roma ha scoperto l’acqua calda, e cioè che non c’era reato, il caso è subito finito nel dimenticatoio.

Infatti una legge che obblighi i partiti a rispondere della loro gestione patrimonial-finanziaria e del rispetto della democrazia interna (tesseramenti, congressi, candidature, gruppi dirigenti, organi di garanzia), con regole severe e sanzioni efficaci, non conviene a nessuno. Come dice Piercamillo Davigo, “le regole interne dei partiti italiani sono meno rigorose che in una bocciofila:nel 1995 il segretario del Ppi Buttiglione si alleò con Berlusconi,fu messo in minoranza ed espulse la maggioranza; e nel 2001, quando un manager sanitario del Piemonte confessò di aver preso tangenti per comprare false tessere e scalare Forza Italia, il coordinatore regionale del partito confessò di non essersene accorto”. Del resto, a giudicare su eventuali irregolarità, è il “foro domestico” delle commissioni parlamentari: una mano lava l’altra. Nel 2008 i revisori di Camera e Senato, esaminando i rendiconti dei partiti sui “rimborsi elettorali” 2006, stabilì che erano quasi tutti irregolari. Ma non accadde nulla e non pagò nessuno.
Quanto ai finanziamenti privati, una leggina bipartisan del 2006 ha vanificato il pur blando controllo giudiziario previsto dalla legge sull’illecito finanziamento, innalzando da 5 a 50 mila euro (cioè decuplicando) il tetto dei contributi privati che si possono non dichiarare nella certificazione annua alle Camere. Un’enorme franchigia per i partiti e singoli uomini politici, che possono incassare impunemente fondi neri fino a 50 mila euro l’anno senza rendere conto a nessuno.

Il tutto nel paese più corrotto d’Europa, appena retrocesso al 67° posto nella classifica dei paesi più onesti di Transparency International e scavalcato financo dal Ruanda. Intanto in Germania il partito neonazista Npd rischia di chiudere perché il Bundestag gli ha sospeso il finanziamento pubblico (300 mila euro) e gli ha affibbiato una supermulta di 2,5 milioni (nel 2006 gliene aveva appioppata una da 1,7 milioni) a causa di gravi irregolarità contabili che hanno pure portato in carcere l’amministratore. In attesa che la sinistra italiana batta un colpo, Fini potrebbe fare la prima mossa. E’ il leader del partito ultimo nato e ha messo al primo posto la legalità: non sarebbe male cominciare da casa propria.
(Striscia di Fifo)

The end - Le poesie di Carlo Cornaglia
Novembre. Sembra il venticinque luglio,
Fini lo invita a dar le dimissioni,
Umberto se ne sta dietro un cespuglio,
tutti lo voglion fuori dai coglioni.

Comincia a impietosire l’uom del fare
che a causa di Gianfranco e di una troia
vive un dilemma: o tira a campare
o va a finire che tira le cuoia
(leggi tutto)


Segnalazioni

Il Papa nero - L'editoriale di Marco Travaglio a Annozero

Io minorenne chiedo al Premier di non candidarsi mai più - dal blog di Enzo di Frenna

Video - La pubblicità comparativa di Elio e Le Storie Tese: abbonatevi al Fatto


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da Il Fatto Quotidiano, 9 novembre 2010

Un mese fa, nella rubrica di Report “C’è chi dice no”, Milena Gabanelli raccontava la storia di un italiano con la schiena dritta: Raphael Rossi, 35 anni, specializzato nella progettazione di sistemi per la raccolta differenziata, fino a quattro mesi fa vicepresidente dell’Amiat (l’azienda municipale per la raccolta dei rifiuti a Torino) indicato da Rifondazione comunista. Essendo incredibilmente competente in materia, tre anni fa Raphael ha scoperto che i vertici aziendali stavano brigando per acquistare (anzi per far acquistare dagli ignari cittadini torinesi) un macchinario inutile e costoso: una cosina da 4 milioni di euro. Incurante di sollecitazioni, ammiccamenti e lusinghe, Rossi ha tenuto duro e con i suoi rilievi tecnici ha bloccato l’acquisto. Allora s’è fatto vivo con lui l’ex presidente Amiat, Giorgio Giordano, facendogli balenare una bella tangente se non si fosse presentato in Cda a dire no all’acquisto. Rossi ha fatto ciò che ogni buon cittadino dovrebbe fare, infatti quasi nessuno fa: s’è rivolto alla Procura della Repubblica. I magistrati e la polizia giudiziaria l’hanno invitato a fingere di accettare la proposta indecente e, grazie a lui, hanno smascherato e incastrato i tangentari, arrestandoli e chiedendo il rinvio a giudizio di sette persone per reati che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta.

L’udienza preliminare inizia il 13 dicembre. Ma, come lui stesso ha raccontato a Report e poi ad Annozero, anziché ricevere complimenti e incoraggiamenti dall’Amiat e dal Comune di Torino (retto dal sindaco Pd Sergio Chiamparino) per il servigio reso alla collettività, Raphael è stato cacciato dall’Amiat (unico membro del vecchio Cda a non essere riconfermato) e isolato dalla politica, anche dal suo partito. Come nella migliore cultura mafiosa, chi collabora con la giustizia si rende inaffidabile nel suo ambiente. E diventa un ingombro, un appestato. Di più. Nel comunicato emesso dopo il servizio di Report, il Comune di Torino annuncia che l’Amiat si costituirà parte civile contro l’ex presidente Giordano (ma non contro il direttore dell’ufficio acquisti, pure lui imputato e tuttora in servizio) e curiosamente minimizza i reati contestati citando solo la turbativa d’asta, non la corruzione.
Perché non si costituisce parte civile anche il Comune? E, soprattutto, perché né l’Amiat né il Comune hanno offerto a Rossi l’assistenza legale? E’ dal 2007, quando sventò la tentata corruzione facendo risparmiare ai torinesi 4 milioni che Raphael si paga l’avvocato e continuerà a farlo per tutto il processo in cui, ovviamente, è lui stesso parte lesa. Poi certo, fra una decina d’anni, se gli imputati verranno condannati, gli saranno rimborsate le spese legali e forse anche qualche euro di risarcimento. Ma intanto viene lasciato solo, mandato allo sbaraglio senza coperture politiche e istituzionali.

Forse il sindaco Chiamparino e l’Amiat hanno altro a cui pensare, ma è bene che sappiano qual è il messaggio che trasmettono alla società: chi denuncia un caso di corruzione lo fa a suo rischio e pericolo, insomma deve sapere che si ritroverà solo in tutte le fasi della sua battaglia. Che è e rimarrà solo sua. Le istituzioni non c’entrano, anzi ne farebbero volentieri a meno. Così magari, la prossima volta, il Raphael Rossi di turno chiuderà un occhio, conserverà il posto e magari si metterà in tasca qualche migliaio di euro. Poi, naturalmente, tutti a scandalizzarsi se l’Italia scivola al 67° posto nella classifica di Transparency International, ultima in Europa, scavalcata pure dal Ruanda; e se il presidente dell’Antimafia Pisanu denuncia “disinvoltura nella formazione delle liste, gremite di persone indegne di  rappresentare chiunque”. Un gruppo di cittadini ha lanciato un appello al Comune di Torino perché si costituisca parte civile e non lasci solo Raphael Rossi. Lo pubblichiamo sul sito del Fatto Quotidiano. Le firme della redazione del Fatto sono assicurate. Quelle degli amici lettori, speriamo, anche.

Firma la petizione "Non lasciamo soli gli onesti"


Segnalazioni

"La sfida oscurantista di Joseph Ratzinger" - il libro di Paolo Flores D'Arcais con il confronto del 21 settembre 2000 fra il direttore di MicroMega e Joseph Ratzinger.

Lombardo, Fiumefreddo...ma che c'entriamo noi? - di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org 

"Il volo della cicala" - Il booktrailer del nuovo romanzo di Giorgio Ballario (edizioni Angolo Manzoni)




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da Il Fatto Quotidiano, 30 settembre 2010

Ultimissime da Mediashopping.
1) Giovedì scorso, ad Annozero, il finiano Bocchino racconta che Valter Lavitola, il direttore dell’Avanti! che lui accusa per la patacca anti-Fini, “ci fu raccomandato da Berlusconi per una candidatura nel 2008 perché, insieme a Sica, l’aveva aiutato a far cadere il governo Prodi”.
2) Ernesto Sica è l’ex assessore campano del Pdl arrestato per lo scandalo P3: l’ex craxiano Arcangelo Martino, pure lui in carcere, parla di Sica ai pm romani sempre a proposito della compravendita di senatori del centrosinistra che nel 2008 propiziò la caduta di Prodi. Secondo Martino, Sica spinse un amico imprenditore a offrire denaro al diniano Giuseppe Scalera e ad altri senatori in bilico per passare con B.: poi avrebbe usato il proprio ruolo per ricattare B. in cambio della candidatura a governatore della Campania e, sfumata quella, per diventare assessore regionale della giunta Caldoro. “Sica – dice a verbale Martino – mi disse che conosceva bene Berlusconi e che aveva dormito a lungo a via del Plebiscito (Palazzo Grazioli, ndr) da cui era stato allontanato per gelosia da Bonaiuti e Ghedini. Disse che Berlusconi doveva a lui la caduta del governo Prodi, in quanto egli si era adoperato con l’aiuto di un imprenditore amico di Sica e ben conosciuto da Berlusconi a convincere previo esborso di ingenti somme di denaro, alcuni senatori del centrosinistra a votare contro Prodi. Mi fece i nomi di Andreotti e Scalera”. Martino avvertì Dell’Utri e Sica fu convocato da Verdini, che gli garantì una sistemazione: puntualmente Sica divenne assessore. Ma Verdini assicurò che il vero sponsor della nomina di Sica era B.. Strano. Visto che Martino racconta: “Berlusconi riteneva Sica un ricattatore. Più volte Sica mi annunciò una denuncia sulla corruzione dei senatori, ma non l’ha mai presentata”.
3) L’altroieri Repubblica ha scoperto che due ex parlamentari friulani, Marco Pottino e Albertino Gabana (nomen omen), hanno un contratto di lavoro “a progetto” con il gruppo Pdl alla Camera “fino al termine della XVI legislatura” per “120.516 euro annui lordi in 12 rate di 10.043”. Tanto quanto guadagna un parlamentare. E con soldi pubblici. Ma dei due preziosi “collaboratori”, a Montecitorio, non c’è traccia. Perché li pagano senza lavorare? Perché i due furono eletti l’uno deputato e l’altro senatore con la Lega, ma ben presto passarono al gruppo Misto e iniziarono a votare col centrosinistra. Finché, a fine 2007, B. avviò la compravendita di senatori per ribaltare Prodi: i due furono avvicinati dal forzista Elio Vito e passarono armi e bagagli al Pdl, votando contro il governo. Ma a patto – pretese Bossi – che non venissero rieletti. I due accettarono, ma a condizione di seguitare a guadagnare come se fossero parlamentari.

Ora, queste tre vicende ricordano da vicino quelle che nel 2007 portarono la Procura di Napoli a indagare B. per istigazione alla corruzione di alcuni senatori, in base alle intercettazioni del “caso Saccà”. Il sistema era lo stesso ora descritto da Martino: un fedelissimo di B. contatta un imprenditore che offre denaro o altri vantaggi a un senatore dell’Unione. Così pareva aver fatto, tramite il commercialista Pilello, per agganciare il senatore Randazzo eletto in Oceania; e, tramite il produttore De Angelis e il commissario Agcom Innocenzi, per annettere Willer Bordon. Lo stesso copione usato, tramite Sica, per arpionare Scalera, che alla caduta di Prodi si astenne (al Senato equivale a voto contrario), mentre Dini votò contro. Poi un imprenditore amico di Sica donò 295 mila euro al partito diniano. La Procura di Roma, nel 2008, ha fatto archiviare l’inchiesta ereditata da Napoli perché mancava la prova delle promesse di “denaro o altre utilità” in cambio dei voltafaccia dei senatori. Ora però Martino e Repubblica portano elementi proprio sui soldi e Bocchino potrebbe forse portarne. Dunque la Procura di Roma, di fronte alle nuove notizie di reato, riaprirà l’inchiesta archiviata l’anno scorso su B. & C. O no? 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro) 

Segnalazioni

Walter, flagello di Dio - Le poesie di Carlo Cornaglia
Mentre il governo è sempre più bloccato
pensando solo al cul del Cavaliere,
mentre il federalismo è programmato
per metterlo ai terroni nel sedere,

mentre siamo i penultimi alla Ue
e un giovane su quattro non lavora,
mentre è al top la sfiducia nel premier,
mentre va il tricolore alla malora
(leggi tutto)

Annozero - "Crisi di regime" - Indipendentemente dall’esito del voto sulla fiducia, la crisi si sta rivelando una crisi di sistema. Il Paese può permettersi in questo momento un governo debole? Ospiti in studio Il coordinatore del PDL e ministro della Difesa Ignazio La Russa, il Presidente della Regione Puglia Nichi Vendola e l’imprenditore Diego Della Valle. In onda giovedì 30 settembre, ore 21, Rai2 - La diretta dal sito


nobday2No Berlusconi Day 2 - Sabato 2 ottobre, Roma, piazza della Repubblica, ore 14.00
Il blog del NoBDay2







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da ilfattoquotidiano.it, 9 agosto 2010 

L’insistenza con cui tutti giornali italiani chiedono spiegazioni a Gianfranco Fini sull’affaire monegasca è una cosa positiva. È un bene che pure in questo Paese chi fa politica cominci finalmente ad abituarsi all’idea di dover rispondere alle domande poste dall’opinione pubblica. Ed è un bene che anche i Tg, per una volta, seguano con attenzione un caso controverso che riguarda un potente eletto in parlamento.
Del resto, come si fa a non essere d’accordo persino con il Corriere della Sera quando, dopo aver letto l’articolato comunicato firmato presidente della Camera sulla questione dell’appartamento di Montecarlo, abbandona la sua proverbiale prudenza e scrive che, nonostante tutto, “i dubbi restano”. E poi, almeno in linea di principio, sempre il quotidiano di via Solferino, ha pure ragione quando ricorda che vendere una casa come ha fatto Alleanza Nazionale “a soggetti creati proprio per sfuggire al fisco (due società off shore ndr) non è forse il comportamento più lineare per un partito di governo”.
Tutto bene, insomma. No, perché tranne pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci consideriamo tra queste) le domande scomode i giornali e le tv italiane le fanno solo a senso unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del presidente del Consiglio.

Eppure, se solo si volesse restare nel campo delle off shore, si potrebbe chiedere conto e ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine e decine di società domiciliate nei paradisi fiscali di mezzo mondo a lui direttamente riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per la corruzione dell’avvocato inglese David Mills).
Se invece si volesse parlare di residenze estere, abitate non da parenti o affini, ma direttamente dai proprietari poi entrati in politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua e le Bermuda dove di ville, ovviamente controllate da off shore, il Cavaliere ne possiede almeno sei. Anche sulle tasse c’è poi solo l’imbarazzo della scelta. Per essere assolto – con la formula “perché il fatto non costituisce più reato” – dall’accusa di aver accantonato, sempre all’estero, più di millecinquecento miliardi di lire di fondi neri, il premier ha dovuto far approvare una legge apposita. E nonostante le promesse che andavano nel senso esattamente contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i condoni fiscali varati dai suoi governi.

Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento in cui è accusato di “appropriazione indebita” e “frode fiscale” per aver concorso nel 2002-2005 (mentre era presidente del Consiglio) a rubare 34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset (società quotata) e a frodare il fisco per 8 milioni di euro con effetti tributari sensibili ancora fino al settembre 2009.
Ovviamente l’elenco delle domande che andrebbero fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo. Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe parlare con lui di mafia e di mazzette. O si potrebbero addirittura contestare al premier le ostentate frequentazioni con un pregiudicato per corruzione giudiziaria: l’avvocato Cesare Previti che comprò i giudici del caso Mondadori con soldi, e in nome e per conto, del suo più celebre cliente. In fondo l’accusa mossa al coordinatore del Pdl, Denis Verdini, almeno dal punto di vista politico, è una sola: essersi visto ripetutamente con un tipaccio (amico di Berlusconi e Dell’Utri) come Flavio Carboni.

Intendiamoci, tutto questo non sposta di una virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di quanto non abbia fatto finora, che cosa è successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce bene il motivo per cui le tv generaliste perdono ormai un milione di telespettatori all’anno e la stampa italiana è sempre più in crisi. I lettori e i telespettatori a poco a poco il gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E per tutti diventa ormai evidente come in Italia, quando si parla di giornalisti, ma non solo, il problema sia sempre quello evidenziato molti anni fa da Leo Longanesi: “Qui non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.
(Vignetta di Fei)

Ei fu, la maggioranza non l'ha più - Le poesie di Carlo Cornaglia
Non è invincibile il Cavaliere,
basta un qualunque Fini ed è fottuto,
in un amen riman senza potere.
Il perfido Gianfranco ha avuto il fiuto

di trovare la giusta arma letale:
gli è bastato scovar la parolina
che vale molto più di un arsenale
per mandar Berlusconi alla rovina.
(leggi tutto)



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bandanaxRiassumendo le verità giudiziarie a nostra disposizione ora sappiamo che l’ascesa al vertice italiano del potere politico e del potere imprenditoriale di Silvio Berlusconi è avvenuta con la stretta collaborazione di Cesare Previti, corruttore, e Marcello Dell’Utri, mafioso. Entrambi arruolati a metà degli anni Settanta. Entrambi dediti ai supremi interessi del capo dai quali sgocciolava il loro reddito, il loro potere, e per intero la loro storia.

Cesare Previti, avvocato figlio di avvocato, gli ha protetto le spalle nelle molte cause e nei molti tribunali dove si è addensata l’avventura trentennale della Fininvest. Per il suo capo ha corrotto il giudice Metta che ha consentito al Cavaliere di acquisire la Mondadori. E’ stato condannato per corruzione in atti giudiziari, radiato dall’Ordine degli avvocati, interdetto dai pubblici uffici.
Marcello Dell’Utri, imprenditore con un fallimento alle spalle, ha condiviso la nascita e lo sviluppo delle tre reti Fininvest e della sua cassaforte Publitalia. E’ stato l’anello di collegamento con la mafia siciliana (almeno sino al 92 secondo i giudici del processo di Appello), amico di Stefano Bontate e poi dei Corleonesi della mafia vincente. Ha curato i rapporti con il boss Vittorio Mangano che ha vissuto a Arcore (con famiglia) non a fare il fattore, né tantomeno lo stalliere, ma per proteggere forse gli investimenti della mafia al Nord, di sicuro la vita di Berlusconi e dei suoi familiari. 

Questi multipli nodi – tra Berlusconi, Previti, Dell’Utri, la corruzione, la mafia, la sequenza dei reati commessi, la loro solare gravità – non sono più in discussione, sono verità giudiziarie accertate. In un Paese normale avrebbero conseguenze politiche immediate. Nessun sofisma, nessun distinguo, nessuna dissimulazione, potrebbe reggere l’urto di tanta evidenza, di tanta consequenzialità tra i colpevoli e il loro capo.
Salvo in un caso. Uno solo: che l’intero sistema  - nei fatti, non a parole, per viltà o per tornaconto, per insipienza politica o per furbizia, per quieto vivere o per malaccorto cinismo - si sia reso complice dei medesimi interessi, e in definitiva del medesimo mandante.  
(Vignetta di Bandanax)



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bertolottidepirro

Signornò, da L'Espresso in edicola

"Il Giornale" e "Libero", solitamente bene informati su casa Berlusconi, rivelano che il premier ha deciso di anticipare le prossime riforme della giustizia assumendo la direzione delle indagini sullo scandalo della Protezione Civile. "Adesso indaga Berlusconi", titola Feltri, imitato da Belpietro: "Silvio fa il pm e interroga i suoi: Ditemi la verità". Il presidente Pm ha convocato a Palazzo Grazioli i vari Bertolaso, Verdini, Scajola, Matteoli, Bondi accogliendoli con queste parole: "Ora siediti e spiegami precisamente come sono andate le cose. Voglio la massima sincerità". Al termine, informa Alessandro Sallusti, "è giunto alla conclusione che è possibile che nel governo o nelle sue vicinanze ci possa essere qualche ladro di polli" o, per dirla con Belpietro,"poche mele marce guastano il resto del raccolto" e ha deciso di "fare pulizia". A parte la stranezza di un presidente del Consiglio che, legittimamente impedito per legge, sfuggirà per 18 mesi ai giudici che devono interrogare e processare lui, indaga sugli altri, la prima cosa che viene in mente è che poteva pensarci due anni fa, quando formò il suo terzo governo.

Avrebbe potuto interrogare Gianni Letta e apprendere che nel 1993 aveva confessato a Di Pietro di aver finanziato illegalmente con 70 milioni, nel 1989 quand'era il lobbista parlamentare della Fininvest, il segretario Psdi Antonio Cariglia ("La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino") e si era salvato grazie all'amnistia del 1990; e nel 2008 era indagato a Roma (inchiesta poi trasferita a Lagonegro) per abuso d'ufficio per aver appoggiato una cooperativa vicina a Cl negli appalti dei centri di raccolta profughi e in un imbarazzante contenzioso fiscale con Equitalia. Torchiando Altero Matteoli, avrebbe scoperto che era imputato per favoreggiamento per aver avvertito il prefetto di Livorno delle indagini a suo carico riguardanti una storia di abusi edilizi all'Elba e avrebbe evitato di nominarlo ministro delle Infrastrutture. Interrogando Raffaele Fitto, avrebbe appreso che era due volte imputato a Bari (corruzione, finanziamento illecito, turbativa d'asta, abuso e peculato) e scelto qualcun altro per gli Affari regionali.

Se avesse convocato Aldo Brancher, avrebbe saputo che era già sotto processo per appropriazione indebita per aver incassato centinaia di migliaia di euro dal patron della Bpl Gianpiero Fiorani, evitando di nominarlo sottosegretario alle Riforme con delega al Federalismo, alle dipendenze di Umberto Bossi, pregiudicato per la mazzetta Montedison. Infine Berlusconi avrebbe potuto interrogare se stesso allo specchio e raccontarsi di essere imputato per corruzione giudiziaria al processo Mills e per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita al processo Mediaset. Così avrebbe appurato che le mele sono marce perché lo è anche l'albero. E, per non cacciarsi da solo, avrebbe interrotto le indagini.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

festival chiarelettere2° Festival di Giornalismo d'Inchiesta "A Chiare Lettere" dal 21 al 23 maggio 2010 a Marsala. Il programma del festival
Sabato 22 maggio, ore 11.30, Marco Travaglio partecipa all'incontro "I padroni dell'informazione",
con Massimo Fini, Vittorio Malagutti e Angelo Maria Perrino; modera Luca Telese.C/o sala convegni del Complesso monumentale di San Pietro, via XI maggio.
Sabato 22 maggio, ore 16, Peter Gomez partecipa all'incontro "Cittadini reporter: internet, tv e l'informazione dal basso". Intervengono Jean Francois Jillard, Tommaso Tessarolo e Andrea Vianello. C/o sala convegni del Complesso monumentale di San Pietro, via XI maggio.

No bavaglio
da articolo21.org -
Il giuramento - La fantacronaca contro la legge bavaglio sulle intercettazioni:
 "Il ministro (bip) ha comprato casa con assegni intestati a (bip). Ci scusiamo ma non possiamo dire altro..." - di Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti - "Più ancora che come giornalista, mi sento offesa come cittadina" di Bice Biagi
Il telefono parlante di Bruno Tinti dal blog www.togherotte.it

La libertà di stampa e i libri: gli editori contro il Ddl sulle intercettazioni 
Aderisci all'appello promosso dal gruppo editoriale GEMS e dall'AIE.







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natangelo

da Il Fatto Quotidiano, 18 maggio 2010

Ora basta, c’è un limite a tutto. Basta accanirsi sul corpicino di Claudio Scajola. Passi che qualcuno gli paghi la casa a sua insaputa. Passi che l’Alitalia gli organizzi un volo speciale Roma-Imperia a sua insaputa per aviotrasportarlo su e giù. Passi che qualche giornalista gli senta dare – a sua insaputa, si capisce – del rompicoglioni a Marco Biagi appena morto. Ma che la sua signora, allontanandosi da casa di soppiatto con la scusa della santa messa, rilasci un’intervista a Repubblica a sua insaputa, questo è troppo. Poi dice che uno grida al complotto. Con tutto quel che ha da fare per smascherare il tipaccio che gli ha girato 900 mila euro in 80 assegni senza dirgli niente, il povero Sciaboletta ha dovuto prendere carta e penna per dissociarsi dall’“intervista asseritamente resa da mia moglie” e far sapere “di non condividerne il contenuto” perché “non è assolutamente vero che io abbia deciso di non presentarmi dai pm di Perugia per non ‘creare problemi ai veri colpevoli’ o a ‘persone molto più coinvolte di me’”.

Qualcuno potrebbe pensare che la signora abbia voluto lanciare un messaggio alle “persone molto più coinvolte di mio marito” perché stiano accorte. O interrogarsi sull’identità dei “molto più coinvolti” e su come lui, parlando coi pm, potrebbe “creare problemi”. O addirittura sospettare un gioco delle parti: lei lancia la pietra e lui nasconde la mano, tanto ormai il messaggio è giunto a destinazione. Noi però ci dissociamo da questi malpensanti, anche perché abbiamo letto l’ordinanza-sentenza del giudice istruttore di Milano che nel 1989 lo prosciolse dall’accusa di tentata concussione per lo scandalo dei casinò, che l’aveva portato in carcere per 72 giorni nel dicembre 1983.
Il 20 maggio Scajola, allora sindaco Dc di Imperia, aveva accompagnato a Bourg Saint Pierre in Svizzera il sindaco socialista di Sanremo, Osvaldo Vento, per incontrare Giorgio Borletti che con la società Flowers Paradise voleva aggiudicarsi la gestione del casinò. All’appalto ambiva un’altra ditta, la Sit di Michele Merlo, legata al clan Santapaola, ma era stata esclusa. Problema: la Sit aveva già versato tangenti per 500 milioni di lire a vari politici e amministratori sanremesi, i quali provvidero così a restituirle. Tutti tranne uno, l’assessore Enzo Ligato, che non ne voleva sapere. Di qui, secondo l’accusa, la missione elvetica della coppia Vento-Scajola: “Incontravano il Borletti e gli richiedevano, per aggiudicare l’appalto alla sua società, il versamento di Lire 50 milioni, a loro dire destinati a rifondere Merlo del denaro sborsato per corrompere l’assessore Ligato… senza peraltro riuscire nel loro intento… per il fermo rifiuto opposto dal Borletti”.  

Il povero Scajola sostenne di non aver mai chiesto né udito Vento chiedere mazzette: lui aveva accompagnato il collega solo perché la Dc l’aveva incaricato di seguire la querelle del casinò e pretendere garanzie da Borletti sulla “gestione imparziale” e sull’“organigramma” della casa da gioco, onde evitare che diventasse un feudo del Psi. I giudici alla fine gli credettero: fu Vento, nel colloquio a tre, a parlare di mazzette a Borletti, anche se è “fondatamente ipotizzabile una certa reticenza dello Scajola nell’ammettere di aver udito discorsi di questo tipo”. Dunque fu prosciolto perché Vento se l’era portato appresso “come elemento indiretto di pressione su Borletti” e lui s’era trovato “inconsapevolmente coinvolto”, “inconsapevole delle intenzioni del suo accompagnatore”. Ecco, Scajola è fatto così: non s’accorge mai di nulla, nemmeno di quel che accade sotto i suoi occhi (e orecchi) e nelle sue tasche. È come il palo della banda dell’Ortica cantato da Jannacci: “Lui era fisso che scrutava nella notte, l'ha vist na gota ma ‘n cumpens l’ha sentu nient, perché vederci non vedeva un’autobotte, però sentirci ghe sentiva ‘n acident… Ed è arrabbiato con la banda dell’Ortica, perché lui dice: ‘Non si fa così a rubar! Ma come, a me mi lascian qui di fuori e loro chissà quand’è che vengon su’…”. Così Scajola: sono trent’anni che vive a sua insaputa. 
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

La settimana contro le mafie - Fino al 23 maggio a Milano, eventi e appuntamenti dedicati ai temi della legalità, dell'antimafia e della cittadinanza attiva. 

Giovedi 20 maggio, Roma, ore 14 - Marco Travaglio partecipa a una lezione sul tema del rapporto tra politica e informazione. Intervengono Giovambattista Fatelli, Antonio Padellaro, Gloria Gabrielli, Fabio Tarzia. C/o Aula Magna della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università La sapienza, via Salaria 113. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
La lezione di Marco Travaglio all'università La Sapienza si terrà giovedì 20 maggio e non mercoledì 19 come precedentemente annunciato. Ci scusiamo per l'errore.


Leggi e firma Il testo dell'appello promosso dal gruppo editoriale GEMS e dall'AIE contro il disegno di legge sulle intercettazioni.





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