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bandanax

Signornò, da L'Espresso in edicola


"Qualcuno ascolterà le conversazioni telefoniche, il pm le farà trascrivere e le inserirà agli atti e tutti le conosceranno. Tutti tranne i lettori, a cui i giornalisti non potranno più raccontare nulla. Del resto i criminali sono i giornalisti". Era il 13 giugno 2008 e Maurizio Belpietro, direttore di "Panorama" (famiglia Berlusconi), le cantava chiare al governo del suo editore che aveva appena licenziato la legge-bavaglio Alfano. Oggi Maurizio Belpietro, direttore di "Libero" (famiglia Angelucci), plaude alla "legge sacrosanta" per "regolamentare le fughe di notizie", fingendo di ignorare che il divieto riguarda gli atti non segreti. Intanto pubblica notizie segrete su presunti conti esteri dei ministri Bondi e Matteoli, perché "noi continuiamo a stampare quanto apprendiamo", "ma è forte la sensazione di essere inconsapevoli strumenti di un gioco che mira a intorpidire le acque" (forse voleva dire intorbidire). Insomma "pubblichiamo ciò che scoviamo anche perché questo ci impone la concorrenza, ma non siamo portati per i processi a mezzo stampa, continuiamo a preferire quelli in tribunale con tutte le garanzie, pensiamo che sia più che giustificata una legge che imponga di raccontare i fatti penalmente rilevanti solo quando siano stati accertati. Con buona pace di chi crede che l'eco della Procura sia il solo modo di fare giornalismo e di guadagnare".

Perbacco, questo Belpietro, che fior di garantista. Dev'essere un omonimo del Belpietro che, nel gennaio 2006, direttore del "Giornale", pubblicò illegalmente la famosa telefonata Fassino-Consorte, talmente segreta che la Procura non l'aveva fatta trascrivere in quanto priva di "rilevanza penale". Dev'essere un omonimo del Belpietro che nel 2007 sbattè in prima pagina sul "Giornale" le foto di Silvio Sircana, portavoce di Prodi, che parlava con un trans, talmente priva di rilevanza penale che nessuna procura l'aveva mai acquisita. Poi pubblicò quelle del ministro Mastella nel caso Why Not, pur sapendole top secret e penalmente "ininfluenti". Dev'essere un omonimo del Belpietro che nell'agosto 2008 sparò su "Panorama" le intercettazioni segrete e penalmente irrilevanti di alcuni imprenditori che chiedevano (invano) favori a Prodi, poi spiegò all'Apcom: "Il mio mestiere è pubblicare le notizie. Se c'è un'inchiesta di una Procura che ha autorizzato intercettazioni a carico dell'ex premier e di suoi collaboratori, io le pubblico. Perché la polemica scoppia solo quando riguardano un politico?".

Se il Belpietro di "Libero" avesse conosciuto il Belpietro del "Giornale" e di "Panorama", l'avrebbe strapazzato di brutto, accusandolo di "intorpidire le acque", di fare "processi a mezzo stampa", di essere "l'eco della Procura". E avrebbe invocato una legge "sacrosanta" per bloccarlo. Piccola curiosità: Belpietro-1 pubblicava atti e bobine sulla sinistra, Belpietro-2 è costretto a raccontarne sulla destra e chiede al governo di fermarlo. Ma questa è solo una nota di colore.
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Video - Marco Travaglio alla Festa del Fatto Quotidiano legge i servizi del Tg1 e gli editoriali di Vespa
(da antefatto.it)

"Più fanno leggi ad personam, più dimostrano la loro debolezza" - Marco Travaglio al Festival di giornalismo d'inchiesta "A Chiare Lettere" di Marsala (da tempostretto.it)

La libertà di stampa e i libri: gli editori contro il Ddl sulle intercettazioni 
Aderisci all'appello promosso dal gruppo editoriale GEMS e dall'AIE

Libri per la libertà - Dal 31 maggio al 6 giugno una settimana di reading nelle librerie di tutta Italia contro il Ddl intercettazioni e in difesa della libertà di informazione, di opinione e di stampa. 
Lunedì 31 maggio, ore 17 evento di apertura al Teatro Quirino di Roma con Corrado Augias, Carlo Bernardini, Andrea Camilleri, Gianrico Carofiglio, Guido Crainz, Rosetta Loy, Valerio Magrelli, Alessandro Pace, Antonio Pascale, Christian Raimo, Stefano Rodotà, Giovanni Sartori, Tiziano Scarpa, Marco Travaglio, Nadia Urbinati, Chiara Valeri e molti altri.




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bertolotti de pirro
da Vanity Fair del 26 maggio 2010

Prima tradito dalle molte intercettazioni telefoniche tipo: “Toglietemi Santoro dai piedi” oppure “Parliamo di come sistemare le mie fanciulle nelle fiction”, poi umiliato dalle registrazioni di Patrizia D’Addario sul lettone di Putin (“dovresti masturbarti più spesso”) il Cavaliere vuole cancellare la libertà di cronaca in Italia, punire i giornalisti, annichilire gli editori, stravolgere il dettato costituzionale su due libertà essenziali a ogni democrazia, il dovere della stampa di informare, il diritto dell’opinione pubblica di sapere. 

Ma c’era un tempo non troppo remoto in cui al Cavaliere piaceva moltissimo intercettare. Aveva fatto nascondere in vari punti del suo villone di Arcore (e poi anche a Palazzo Grazioli) dei microfoni in grado di registrare la voce degli ospiti. Era il 1997. Voleva convincere un tale D’Adamo, costruttore milanese in gravi difficoltà finanziarie, a infangare Antonio Di Pietro. Intendeva, con la registrazione, forzare la testimonianza del costruttore, spingerlo davanti ai giudici di Brescia che indagavano l’ex pm di Mani Pulite.

L’idea di incastrare inconsapevoli ospiti non era sua. L’aveva ereditata dal suo principale mentore, Bettino Craxi, che negli anni del suo massimo potere, usava nascondere tra i libri del suo studio, in piazza Duomo 19, una serie di microfoni che attivava con un tasto segreto. Miserie della politica. Forme preventive di autodifesa e attacco.
Il Cavaliere di oggi deplora quello che ieri praticava illegalmente. E pretende di vietare le registrazioni ai magistrati che invece ne fanno un uso legale, non per incastrare innocenti, ma per perseguire colpevoli.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

no bavaglioNo bavaglio
Firma l'appello contro il Ddl sulle intercettazioni
Padellaro: "Siamo pronti a violare questa legge perché ingiusta e inacettabile (da articolo 21.org)
Annozero live - "Giustizia e libertà": il Ddl intercettazioni e la legge bavaglio al centro della puntata del 27 maggio. I vostri commenti

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bertolottidepirro
da Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010

Dunque ci siamo. Il grande bavaglio alla stampa è pronto. Tra due settimane, dopo le formalità di rito, il Senato licenzierà il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche. Da un giorno all’altro sui giornali, sulle tv e sul web, non sarà più possibile raccontare le malefatte delle classi dirigenti di un Paese in cui la corruzione, secondo la Banca Mondiale e la Corte dei Conti, costa ai contribuenti più di 50 miliardi di euro l’anno. Nel giugno scorso, forse per evitare che anche in Italia venisse creata la categoria dei desaparecidos, la maggioranza ha modificato il testo originale e ha consentito che almeno il riassunto delle ordinanze di custodia cautelare e degli atti non più coperti da segreto possa essere dato alle stampe. In questo modo, per lo meno, si potrà scrivere che chi non c’è più non è vittima di un sequestro o di una lupara bianca, ma che è finito in galera perché accusato di qualche reato. 
Ma se il cronista dovesse citare qualche frase tratta testualmente da quei documenti, o peggio ancora, le trascrizioni delle intercettazioni, sarà punito. E la punizione, durissima, scatterà persino se in pagina dovessero finire i semplici riassunti dei colloqui telefonici. Infatti di quello che gli indagati si dicono tra loro, Silvio Berlusconi e i suoi (ma una norma analoga era stata votata già dal centrosinistra nel 2007) non vogliono che si sappia nulla. La legge sul punto è categorica. Anche se le intercettazioni fossero riportate, come accade nel 90%, in ordinanze di custodia o di sequestro, il giornalista deve far finta che non esistano. 

Senza scomodare casi celebri come quello dei Furbetti del Quartierino - in cui gli italiani scoprirono che l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio non era un arbitro imparziale proprio leggendo le intercettazioni - basta pensare che cosa accadrà nelle indagini per droga. Una microspia capta due mafiosi mentre trattano una partita di 100 chili di eroina. I due sono molto abili. La polizia non riesce a documentare lo scambio, ma li sente parlare delle consegne già effettuate e dei soldi da pagare. Scatta l’arresto. I giornali scrivono che sono finiti in prigione, che rispondono di traffico di stupefacenti, ma non possono dire quali prove l’accusa ritiene di avere.
Riflettete allora su un caso concreto di corruzione del Terzo millennio. La storia dell’ex braccio destro di Guido Bertolaso, Angelo Balducci. Tutta l’inchiesta si basa su intercettazioni che, per i pm, dimostrano come l’alto funzionario favorisse alcune imprese legate a doppio filo alla politica. Non c’è un solo testimone. Non c’è una sola gola profonda. Quindi non c’è niente che possa essere riassunto e raccontato. Quando Balducci viene arrestato i suoi sponsor e quelli del suo ex capo Bertolaso (il premier Berlusconi) si mettono così a urlare. Dicono che siamo di fronte a un complotto delle toghe. Nessuno, carte alla mano, avrà modo di sostenere il contrario. Se poi l’indagine dovesse riguardare uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio (per esempio Marcello Dell’Utri che si accorda per telefono per incontrare due presunti ndranghetisti) allora il fuoco di fila, amplificato dalle tv, sarà davvero impressionante. Col risultato che tutti, a partire dagli investigatori, di fronte a episodi del genere faranno semplicemente finta che non esistono.  

Certo, chi scrive, a suo tempo si è già impegnato con molti altri colleghi a disobbedire a queste norme. La notizia, se è tale, viene prima di tutto. La prospettiva di pagare forti sanzioni pecuniarie per raccontare che, subito dopo il terremoto de L’Aquila, due imprenditori già ridevano pensando agli affari futuri, non ci spaventa. Faremo una colletta. E non ci spaventa nemmeno il rischio di finire in carcere. Chi infatti pubblica intercettazioni non trascritte perché considerate non penalmente rilevanti (ma importanti politicamente o moralmente) verrà punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma bastano tre articoli per finire in carcere. 

Il problema è che i nostri parlamentari - tra i quali, è bene ricordarlo, siedono una novantina tra indagati, condannati o salvati da prescrizione e amnistia - questa volta l’hanno pensata bene. Da una parte l’autore dello scoop dovrà finire davanti all’ordine dei giornalisti. Dall’altra a pagare (fino a circa mezzo milione di euro) sarà il suo editore. Conseguenza: se “Il Giornale” si ritrova in mano, come è accaduto nel 2006, l’intercettazione non trascritta in cui Piero Fassino dice a Giovanni Consorte “allora siamo padroni di una banca” la pubblicherà (giustamente) sempre. Anche perché Fassino è un avversario della ricchissima famiglia Berlusconi, disposta a pagare qualsiasi cifra, visto che le elezioni sono alle porte. E lo stesso potrebbe fare “Libero” di proprietà dei facoltosi Angelucci o, a parti invertite, “Repubblica” . Insomma chi se lo può permettere farà scrivere, quando conviene, articoli solo contro i “nemici” politici o economici e considererà la multa come un investimento. Il giornalismo si trasformerà così definitivamente in una guerra per bande in cui il contenuti dei giornali non vengono decisi dai direttori, ma dagli editori.

Cosa farà allora “Il Fatto Quotidiano”? Semplice: quando avremo una notizia importante sarà disubbidienza civile. Di fronte alla censura violeremo la legge e lo diremo. Per poi ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Nel 2007 Strasburgo ha infatti condannato la Francia per violazione della libertà di espressione. A Parigi due giornalisti erano stati puniti per aver scritto un libro in cui si raccontava il sistema di intercettazioni illegali messo in piedi dall’ex presidente Mitterand. Per la corte avevano sì violato il segreto istruttorio, ma vista la portata della notizia l’interesse dei cittadini a sapere era da considerare preminente. E qualcosa di analogo accade nel 1971 negli Usa. Due giornali pubblicarono documenti coperti da segreto di Stato che dimostravano come il celebre incidente del Tonchino in seguito al quale, di fatto, comiciò la guerra del Vietnam fosse un falso. Allora la Corte Suprema disse che avevano tutto il diritto di farlo. Perché, spiegò l’ottuagenario giudice Hugo Black, “la stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Così oggi, in Italia, attendiamo anche noi un Hugo Black che spieghi a tutti come stanno le cose.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Silvio e il sentimento popolare - Peter Gomez ospite di Omnibus, 1 aprile 2010. Guarda la puntata.

Commento del giorno
di Sabry86 - utente certificato - lasciato il 31/3/2010 alle 19:36 nel post In poche parole un'altra Caporetto
"Non possiamo chiamarla disfatta!".
"No, no! È solo una piccola pausa di riflessione!"

Annozero Live: i vostri commenti della puntata.

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