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Signornò, da L'Espresso in edicola

Quando e se ci risveglieremo dall’incubo iniziato nel 1994, gli storici ci diranno, a bocce ferme, quanto il quasi ventennio berlusconiano sia stato merito di Mr.B e quanto di chi l’ha lasciato fare. Il politologo Maurizio Viroli, docente a Princeton, nel suo bel saggio “La libertà dei servi” (Laterza), denuncia “il tradimento delle élites, l’incapacità dell’élite politica, intellettuale e imprenditoriale di impedire la formazione del potere enorme di un uomo che ha distrutto la libertà dei cittadini”.
Quanto all’élite politica, conosciamo nomi e cognomi dei leader che da 16 anni rimuovono il conflitto d’interessi, salvo poi scoprirlo all’improvviso quando ne assaggiano i manganelli catodici: tutti i capi e capetti del centrosinistra, ma anche Bossi (dal 1995 alla retromarcia su Arcore nel ‘99), Casini (dopo il divorzio del 2008) e ora Fini. Per quella imprenditoriale, basta ricordare i servilismi e i collateralismi della Confindustria più cortigiana del mondo. Per quella intellettuale, le ultime annate del Corriere della Sera parlano da sole. Anche in piena frana del regime, il quotidiano che fino a pochi anni fa ospitava Montanelli e Biagi è tutto un vociare di finti tonti che negano l’evidenza e voltano la testa pur di non vedere la realtà.

Piero Ostellino esorta il Cavaliere a “recuperare la vecchia spinta propulsiva liberale della prima ora”. Purtroppo però non specifica quando mai, in quale prima ora, Berlusconi abbia dato prova di spinte propulsive liberali: nel 1994, dopo aver cacciato Montanelli dal Giornale, il premier governò sette mesi, occupando militarmente la Rai, tenendosi la Fininvest nonostante le promesse di venderla per risolvere il suo conflitto d’interessi (all’epoca l’ammetteva anche lui), varando il decreto Biondi per salvare dal carcere suo fratello, imponendo un condono fiscale, uno edilizio e uno ambientale, poi fortunatamente spirò. Di spinte propulsive liberali, nemmeno l’ombra.
Ferruccio De Bortoli nel 2003 assaporò lo squisito liberalismo berlusconiano che lo costrinse a lasciare la direzione del Corriere per lesa maestà: eppure ora invita il premier ad “accantonare leggi ad personam e tentazioni di condizionare la stampa” per “riprendere un po’ di quello spirito liberale finito troppo presto alle ortiche”. E anche lui si guarda bene dallo spiegare quando mai il campione mondiale del monopolio illiberale avrebbe manifestato “spirito liberale”: da sedici anni Berlusconi non fa altro che minacce alla libera stampa leggi ad personam (39, mentre scriviamo); e ora, in contemporanea con l’appello di De Bortoli, intima ai finiani di firmare a scatola chiusa un programma in quattro punti che ne contiene altre due, “processo breve” e lodo Alfano-bis.

Insomma fa di tutto per avvertirci che il conflitto d’interessi è la ragione sociale del suo impegno politico. Ma i finti tonti di via Solferino non vogliono credere nemmeno a lui. Finirà che un bel giorno il Cavaliere se ne andrà e il Corriere non avrà ancora capito perché era venuto. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Un partito - di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org
Vogliamo un governo antimafia - Ucuntu n.83






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da Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2010


Vogliono portarci via Bondi, James Bondi. L’omino di burro che si scioglieva al cospetto del Capo ora appare duro, ritto e gelido come un pezzo di ghiaccio. Il pallore gonfiato che arrossiva come pudica verginella in fiore al solo sfiorare il suo Sire ora appare sgonfio eppure tronfio. Il vate stilnovista che poetava in rime baciate sciogliendo endecasillabi “A Silvio” e financo odi a Cicchitto, peana a Elio Vito ed elegie a Giuliano Ferrara, è passato decisamente alla prosa e verga violente invettive contro i giornali a suo dire troppo morbidi verso il traditore Fini, dettando addirittura i temi e i titoli che la stampa dovrebbe dedicare al fedifrago.

Emerge insomma l’inquietante e insospettato lato B dell’efebico pacioccone che abbiamo imparato a conoscere e ad amare in questi anni. Il servo felice che scattava all’impiedi e sull’attenti appena il ducetto irrompeva nelle riunioni forziste ed esalava con un fil di voce “Scusi, presidente, se parlo in sua presenza”, che entrava in coma appena il padrone si buscava un raffreddore, che faceva lo sciopero della fame non appena il centrosinistra minacciava (ovviamente per finta) una legge sul conflitto d’interessi facendo scudo col suo corpo a quanto B. ha di più caro (i soldi) perché “nei momenti di più aspra contrapposizione fra la sinistra e Berlusconi io devo mettere il mio corpo in mezzo” e “lui mi dà del tu ma io del lei, però dentro il mio cuore il lei si trasforma in tu”, ha messo su una ferocia padronale che sgomenta.

È la sindrome di Cane di paglia, che attizza il quieto e pacioso borghesuccio Dustin Hoffman e lo trasforma in una terrificante canaglia assetata di sangue. O quella descritta dal film di John Landis, Un lupo mannaro americano a Londra, dove un tranquillo giovanotto morso da un lupo in Scozia diventa a poco a poco un licantropo. Ecco: l’altra sera James Bondi ha visitato il suo spirito guida nel castello di Tor Crescenza e, in quella torrida notte di plenilunio, ha dato i primi segni dell’agghiacciante metamorfosi: i dentini da latte diventavano zanne puntute e sanguinolente, le unghiette rosee si mutavano in artigli, il capino implume e le tettine candide e turgide già descritte – secondo i maligni – da una scrittrice dilettante barese si rivestivano, come pure il corpo glabro, di una moquette di inequivocabile peluria di setole scure. Più che un uomo, un pennello Cinghiale. Dell’orrenda trasformazione aveva colto i primi sintomi la moglie numero uno, Maria Gabriella Podestà, una decina di anni fa, quando sostiene che l’allora marito non solo la tradisse sotto i suoi occhi (e non solo con Silvio), ma addirittura la prendesse a ceffoni e, quel che è peggio, la trascinò dalle verdi colline della Lunigiana “in un orrendo appartamento ad Arcore”, a due passi dalla reggia dell’Amato.

Ora la sua lettera a Ferruccio de Bortoli, in cui Bondi denuncia il presunto strabismo del Pompiere della Sera nel denunciare gli scandali del centrodestra (ma quando mai) e gli intima di linciare Fini come fanno Libero e il Giornale, minacciando in caso contrario di “additare il caso ai lettori del Suo quotidiano come davvero scandaloso”, fa male a lui e a tutti noi, suoi devoti fans. E il suo attacco a La Stampa che sul caso Fini si ostina a “mantenere un encomiabile riserbo” fa temere che il Bondi Ogm confonda il ministero della Cultura con quello mussoliniano della Cultura popolare (detto anche Minculpop).
Timore confermato dalla sua assenza ai funerali di Suso Cecchi D’Amico, donna simbolo di oltre mezzo secolo di cinema italiano. Non sappiamo se la metamorfosi bondiana sia o meno reversibile, ma pretendiamo che gli vengano affiancati i migliori specialisti del ramo licantropia affinché si dedichino allo studio del suo pietoso caso, senza badare a spese, anche a carico dello Stato, e ci restituiscano al più presto il James di prima. Fresco come una rosellina di maggio, ben paffuto e soprattutto rasato. L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: passerotto, non andare via
(Vignetta di Fifo)


La lettera di Sandro Bondi al Corriere della Sera




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Vignetta di NatangeloLa tragedia del terremoto in Abruzzo, il caso Genchi-De Magistris, e la beatificazione a prescindere di Guido Bertolaso (che è il capo della Protezione Civile e non è la Protezione Civile), spiegano bene il perché della crisi della stampa italiana. Le notizie non funzionali a una classe dirigente che negli ultimi 15 anni si è contraddistinta per aver derubato, martoriato e impoverito l'intero Paese non trovano quasi più spazio sui media ufficiali. Per i giornali il risultato immediato è una continua perdita di copie.

Niente di straordinario: dopo qualche settimana il lettore che non trova più nulla d'interessante o di sorprendente sul suo quotidiano o sul suo magazine semplicemente smette di comprarlo. È  sempre stato così e sempre sarà così. L'unica novità è la Rete che però oggi è ancora economicamente troppo povera per garantire un'informazione non solo libera, ma anche a 360 gradi. Detto in altri termini: per fare inchieste e scrivere quello che qualcuno non vuole che si sappia (cioè per fare del giornalismo) occorrono professionalità e soldi. I giornalisti infatti devono essere pagati e devono avere qualcuno che finanzi viaggi in aereo, cene con le fonti, alberghi. Altro denaro serve poi per gli avvocati che fronteggiano le inevitabili querele e (poche volte) per rimborsare chi è stato diffamato.

Pensare di basare tutto questo sulla misera raccolta pubblicitaria dei siti internet italiani è per il momento velleitario. Questo è bene che i lettori scontenti dei loro giornali lo sappiano. Se vogliono davvero essere informati devono prepararsi ad aprire il portafoglio. Non a svenarsi, intendiamoci, ma almeno a sottoscrivere 20-25mila abbonamenti che garantiscano la nascita di mezzi d'informazione capaci di cantare fuori dal coro.

Quanti sono gli Italiani disposti a farlo? Sinceramente non lo so, ma il successo delle pay tv o di itunes mi lascia irragionevolmente ottimista. Così come mi lascia ottimista la nomina di Ferruccio De Bortoli alla direzione del Corriere della Sera: leggete il suo fondo di oggi, sono le parole di un moderato alla testa di un giornale che si rivolge a lettori prevalentemente moderati e di centro-destra. Ma sono anche le parole di un collega che promette di non nascondere mai le notizie. E conoscendo De Bortoli, mi viene da credergli.
(Vignetta di Natangelo)





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