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da Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2010

È la banca di famiglia. Di più, la banca dei famigli e dei sodali. Dei figli Marina e Pier Silvio. Di Cesare Previti e del suo amico Giovanni Acampora. Del gran capo di Mediolanum, Ennio Doris e di Salvatore Sciascia, l’ex graduato della Guardia di Finanza diventato con gli anni un prezioso consulente fiscale della Fininvest. Insomma, Banca Arner vuol dire Silvio Berlusconi, non per niente titolare del conto numero uno nella filiale milanese. Ma, soprattutto, Arner è il marchio di fabbrica di una storia infinita di conti segreti, denaro nero e sponde off-shore.
Le acque cristalline di Emerald Bay ad Antigua, quelle in cui specchia la villa (o le ville?) targata Berlusconi sono solo l’ultimo approdo di un racconto che parte addirittura nei primi anni Novanta. Per capire quanto sia stretto e duraturo nel tempo il legame tra il fondatore della Fininvest e il mondo Arner bisogna infatti fare un salto indietro al 25 giugno del 1991.
 
Quel giorno il quarantenne finanziere romano Paolo Del Bue, ottiene poteri di firma, cioè di gestione, su due società delle isole Vergini Britanniche, la Century
One e la Universal One. Tra il 1991 e il 1994 sarà Del Bue a prelevare oltre 100 miliardi di lire dai conti svizzeri intestati a questi due schermi off-shore. Ebbene, quei soldi erano nient’altro che fondi neri del gruppo Fininvest. Mentre Century One e Universal One “facevano riferimento diretto a Silvio Berlusconi e ai suoi figli Marina e Pier Silvio”. Lo afferma la sentenza di primo grado che l’anno scorso ha condannato l’avvocato inglese David Mills, il quale, come hanno accertato i giudici, si è fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi in cui era imputato il capo del governo.
Da quel giorno del 1991, Del Bue è diventato il tesoriere di fiducia del padrone della Fininvest, il gestore di un tesoro occulto alimentato da fiumi di denaro che rimbalzano tra un paradiso fiscale e l’altro. Ma quel finanziere romano, figlio di un alto dirigente del gruppo Eni, non è un professionista qualunque. Uno dei tanti nomi a cui vengono affidati affari ad alto rischio nel mondo della finanza off-shore. Del Bue è l’uomo che proprio nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta consolida 
la neonata società Arner di Lugano e la guida tra le braccia del Cavaliere alla ricerca di nuova sponda per i suoi affari. 
Parte da allora la lunga trama che ci porta sino alla cronaca di questi giorni, ai conti della Flat Point di Antigua. A dire il vero, alla fine degli anni Ottanta, l’insegna Arner spunta anche a Milano, con una piccola società a responsabilità limitata chiusa in fretta e furia nel 1992, mentre stanno per partire le indagini di Mani Pulite. Ma è a Lugano che Arner, nata come finanziaria per la gestione patrimoniale diventa banca a 
tutti gli effetti nel 1994. Al timone c’è Del Bue, assieme ai soci Ivo Sciorilli Borrelli e Nicola Bravetti, un altro professionista ben introdotto nel mondo degli affari milanese.

Con le sue quattro vetrine affacciate sul lungolago di Lugano, la Arner non è certo un peso massimo della finanza elvetica. A prima vista sembra una sigla come tante altre che vive sui capitali in fuga dal fisco italiano. Ben presto però gli investigatori che indagano sui bilanci Fininvest cominciano a interessarsi alla attività di quella banchetta 
ticinese. Ne parla per primo l’ex presidente del Torino Gianmauro Borsano che nel 1994 mette a verbale di aver incassato 10 miliardi di lire in nero per la vendita al Milan di Berlusconi del calciatore Gianluigi Lentini. Quei soldi arrivavano dai conti della New Amsterdam, una società off-shore gestita proprio da Del Bue e soci. Ed è partendo dalla New Amsterdam che i magistrati arrivano a ricostruire il complicato mosaico della cosiddetta Fininvest parallela, un universo di società con base nei paradisi fiscali legate in un modo o nell’altro alla Arner e ai suoi manager. Del Bue, egli stesso indagato nel processo sui diritti tv di Mediaset, viene più volte chiamato a deporre dai magistrati milanesi, ma i pm riescono a interrogarlo solo nel luglio del 2008 per rogatoria a Lugano.

Il finanziere
fa praticamente scena muta. Per molti dei quesiti si avvale della facoltà di non rispondere. Poi nega di aver mai avuto contatti diretti con Berlusconi e rimane nel vago per quanto riguarda i contatti con Marina e Pier Silvio. Un copione scontato per un fiduciario a cui è stato affidato il libro mastro di due decenni di operazioni riservate. Ma intanto la Arner ha aperto anche a Milano. Una sede importante, arredata con gran sfarzo, in un palazzo d’epoca di Corso Venezia. 
 Ed è qui che si intestano un conto amici e familiari di Silvio. Comprese tre delle holding che custodiscono il controllo di Fininvest, la Holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, che parcheggiano alcune decine di milioni nella sede milanese dell’istituto svizzero.
Ma non si vive di solo Berlusconi e allora la Arner offre i suoi servigi anche ad altri clienti. Senza grande fortuna, in verità. Danilo Coppola, l’immobiliarista finito in carcere per frode fiscale e bancarotta, usa la banca di Del Bue per un’operazione finita al centro di un’inchiesta della Procura di Torino. Peggio ancora. Bravetti, uno dei capi storici dell’istituto nel maggio 2008 viene addirittura arrestato con l’accusa di aver riciclato (l’accusa esatta è intestazione fittizia di beni) capitali mafiosi ed è ora in attesa di processo. Fino a quando l’anno dopo interviene la Banca d’Italia che spedisce i suoi commissari alla Arner. Nasce da lì l’indagine su Flat Point. E sulla villa berlusconiana di Antigua. 
  
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)



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bandanaxRiassumendo le verità giudiziarie a nostra disposizione ora sappiamo che l’ascesa al vertice italiano del potere politico e del potere imprenditoriale di Silvio Berlusconi è avvenuta con la stretta collaborazione di Cesare Previti, corruttore, e Marcello Dell’Utri, mafioso. Entrambi arruolati a metà degli anni Settanta. Entrambi dediti ai supremi interessi del capo dai quali sgocciolava il loro reddito, il loro potere, e per intero la loro storia.

Cesare Previti, avvocato figlio di avvocato, gli ha protetto le spalle nelle molte cause e nei molti tribunali dove si è addensata l’avventura trentennale della Fininvest. Per il suo capo ha corrotto il giudice Metta che ha consentito al Cavaliere di acquisire la Mondadori. E’ stato condannato per corruzione in atti giudiziari, radiato dall’Ordine degli avvocati, interdetto dai pubblici uffici.
Marcello Dell’Utri, imprenditore con un fallimento alle spalle, ha condiviso la nascita e lo sviluppo delle tre reti Fininvest e della sua cassaforte Publitalia. E’ stato l’anello di collegamento con la mafia siciliana (almeno sino al 92 secondo i giudici del processo di Appello), amico di Stefano Bontate e poi dei Corleonesi della mafia vincente. Ha curato i rapporti con il boss Vittorio Mangano che ha vissuto a Arcore (con famiglia) non a fare il fattore, né tantomeno lo stalliere, ma per proteggere forse gli investimenti della mafia al Nord, di sicuro la vita di Berlusconi e dei suoi familiari. 

Questi multipli nodi – tra Berlusconi, Previti, Dell’Utri, la corruzione, la mafia, la sequenza dei reati commessi, la loro solare gravità – non sono più in discussione, sono verità giudiziarie accertate. In un Paese normale avrebbero conseguenze politiche immediate. Nessun sofisma, nessun distinguo, nessuna dissimulazione, potrebbe reggere l’urto di tanta evidenza, di tanta consequenzialità tra i colpevoli e il loro capo.
Salvo in un caso. Uno solo: che l’intero sistema  - nei fatti, non a parole, per viltà o per tornaconto, per insipienza politica o per furbizia, per quieto vivere o per malaccorto cinismo - si sia reso complice dei medesimi interessi, e in definitiva del medesimo mandante.  
(Vignetta di Bandanax)



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Testo:
Buongiorno a tutti, ho qua due belle sentenze, o meglio, una è una sentenza, l’altro è un atto giudiziario che ci aggiornano e ci danno l’ultima puntata di due vicende che abbiamo seguito a lungo nel Passaparola e che non vorrei lasciare incomplete, c’è una tendenza della stampa e della televisione italiana a seguire le vicende all’inizio e poi dimenticarle, tant’è che poi rimane quella domanda che Milena Gabanelli si pone spesso a Report: come è andata a finire? Sono due vicende e non sono totalmente concluse, ma questi due atti giudiziari ci danno un’idea di come potrebbero concludersi.

Mills corruttore, Berlusconi corrotto
L’orientamento che hanno preso ci spiega il perché del silenzio, dell’informazione “ufficiale” su questi due atti, cominciamo dalla sentenza Mills, sapete che il 25 febbraio di quest’anno la Cassazione depositò il dispositivo della sentenza con cui definitivamente si giudicava la posizione di Mills e la Cassazione ritenne prescritto il suo reato di corruzione in atti giudiziari per avere mentito sotto giuramento in due processi a carico di Silvio Berlusconi in cambio di una tangente di 600 mila dollari versatagli subito dopo quelle testimonianze. (leggi tutto)
 
Documenti
Le motivazioni della sentenza della Cassazione sul caso Mills
L'avviso di conclusione delle indagini della Procura di Salerno

 


continua

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Vignetta di Bertolotti e De Pirro
Mosca tzé tzé
da Antefatto.it

Mentre muore Mike Bongiorno, il padre della televisione italiana, il killer della televisione italiana annuncia alla Nazione alcune buone notizie.

La prima è che non siamo ancora tecnicamente una dittatura perché “un dittatore di solito prima attua la censura e poi chiude i giornali” e lui s’è fermato per ora al primo punto del programma: i giornali, bontà sua, non li ha ancora chiusi. Anzi, “in questi giorni in Italia si è dimostrato che c'è stata la libertà di mistificare, calunniare e diffamare”, come dimostra il Giornale. Che naturalmente non è suo, ma del fratello Paolo: lui ne è soltanto l’utilizzatore finale.

La seconda è che le Procure di Milano e di Palermo “cospirano contro di noi. Ora, che in questo povero paese ci sia ancora qualcuno che cospira contro il padrone di tutto, mentre la cosiddetta opposizione se ne guarda bene, è una notizia che induce all’ottimismo. Ormai si disperava che potesse ancora accadere. Si spera soltanto che sia tutto vero. Certamente Silvio Berlusconi è persona informata sui fatti e, se lo dice lui, bisogna credergli. Lui sa, per esempio, che la Procura di Milano sta chiudendo non una cospirazione, ma un’indagine giudiziaria che lo vede indagato dall’aprile del 2007 per appropriazione indebita (con conseguente evasione fiscale) insieme al presidente Mediaset Fedele Confalonieri e ad altre sette persone. L’indagine, di cui lui e i suoi legali hanno ricevuto copia della richiesta di proroga nell’ottobre del 2007 e che è “scaduta” alla vigilia delle ferie, è uno stralcio del processo che vede imputati Berlusconi e altri dinanzi al Tribunale di Milano per le “creste” sugli acquisti di diritti televisivi e cinematografici in America da parte di una miriade di società offshore del gruppo Fininvest-Mediaset. In quel processo (congelato dal lodo Alfano in attesa che dal 6 ottobre la Consulta si pronunci sulla costituzionalità o meno del Salva-Silvio) il premier è imputato per appropriazioni indebite da 276 milioni di dollari, evasioni fiscali per 120 miliardi di lire fino al 1999 e relativi falsi in bilancio.

L’inchiesta-stralcio che sta per chiudersi, invece, riguarda l’accusa - come ha scritto Luigi Ferrarella sul Corriere il 25 giugno scorso - di avere “mascherato la formazione di ingenti fondi neri” dirottati dalle casse Fininvest-Mediaset su “conti esteri gestiti dai suoi fiduciari”. Il tutto attraverso la solita compravendita di diritti sui film, negoziati - secondo l’accusa - a prezzi gonfiati con operazioni fittizie tra agenti (fra i quali il produttore egizian-americano Frank Agrama e l’italiano Daniele Lorenzano) e società riconducibili a Berlusconi ma occultate ai bilanci consolidati del gruppo. Un replay della vicenda già approdata in Tribunale, solo che quella si riverbera sui bilanci del gruppo fino al 2001, mentre questa si spinge anche negli anni successivi per via dell’ammortamento pluriennale dei diritti tv. Qui il Cavaliere è indagato per appropriazione indebita a proposito di 100 milioni di euro nascosti in Svizzera e lì sequestrati dai giudici milanesi nell’ottobre del 2005: un tesoretto occulto intestato al produttore Agrama sui conti di una sua società con sede a Hong Kong, la Wiltshire Trading. Secondo l’accusa, quei soldi non sarebbero di Agrama, ma di Berlusconi del quale il produttore non sarebbe altro che un prestanome o un “socio occulto”. L’inchiesta-stralcio prende nome da Mediatrade, cioè dalla società berlusconiana che dal 1999 è subentrata alla maltese Ims per l’acquisto dei diritti tv, e riguarda una serie di conti esteri dai nomi variopinti (“Trattino”, “Teleologico”, “Litoraneo”, “Sorsio”, “Pache” e “Clock”). Il Cavaliere sa bene che, scaduti in estate i termini per indagare, la Procura sta per depositare alle difese “l’avviso di conclusione delle indagini e deposito degli atti”: una mossa che, in mancanza di una richiesta di archiviazione, prelude alla richieste di rinvio a giudizio che lo trasformeranno da indagato a imputato.

Poi c’è Palermo. Qui il presidente del Consiglio ha voluto essere più preciso: “E' una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del '92, del '93, del '94”. In realtà non c’è niente di folle a indagare sulle stragi politico-mafiose che hanno insanguinato l’Italia fra il 1992 e il 1993. L’unica follia è che, a 17 anni dalle bombe di Palermo, Milano, Roma e Firenze, non se ne siano ancora smascherati e ingabbiati i mandanti occulti, nonché gli autori e gli ispiratori delle trattative fra pezzi dello Stato e Cosa Nostra. Ora le indagini paiono a buon punto, grazie alle rivelazioni di persone molto informate sui fatti, come il mafioso pentito Gaspare Spatuzza (dinanzi alle procure di Caltanissetta, Firenze, Milano e Palermo) e il figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Massimo Ciancimino. L’altro giorno, su Libero, Gianluigi Nuzzi parlava di importanti acquisizioni da parte di Ilda Boccassini, che indaga sulla strage di via Palestro del 27 luglio 1993, e della possibile riapertura del filone investigativo che aveva portato all’iscrizione di Marcello Dell’Utri (ma anche di Silvio Berlusconi) per concorso in strage.

Intanto, la prossima settimana, riparte per il rush finale davanti alla Corte d’appello di Palermo il processo di secondo grado a carico di Dell’Utri, condannato in primo grado a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa: la Corte dovrà decidere se ammettere nel fascicolo processuale la lettera che - secondo Ciancimino jr. - Provenzano inviò a Berlusconi tramite Vito Ciancimino e Dell’Utri nei primi mesi del 1994, in cui prometteva appoggi politici in cambio della disponibilità di una rete televisiva, e in caso contrario minacciava un “triste evento” (forse il sequestro o l’uccisione di Piersilvio Berlusconi). Una possibile prova regina del ruolo di cerniera fra Cosa Nostra e Berlusconi svolto per decenni da Dell’Utri, rimasta finora nei cassetti della Procura grazie alla “distrazione” dei suoi vecchi dirigenti, ora fortunatamente sostituiti da gente più sveglia.

Nulla di segreto: tutto noto e stranoto, almeno nelle segrete stanze (giornali e telegiornali non si occupano di certe quisquilie). Noto, soprattutto, al Cavaliere. Il quale ha deciso di giocare d’anticipo. Così quando gli atti di Mediatrade saranno depositati a Milano e quelli di Palermo saranno acquisiti al processo Dell’Utri, lui potrà dire: ve l’avevo detto che stavano cospirando. Quella di oggi è un’esternazione preventiva. A orologeria.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

L'8 settembre di Annozero
La lettera che Michele Santoro oggi ha inviato al direttore generale della Rai Mauro Masi, al direttore di Raidue Massimo Liofredi e ai consiglieri di amministrazione, a proposito della nuova edizione di Annozero, che dovrebbe debuttare giovedì 24 settembre:
Gentili Direttori,
a due settimane dalla partenza di Annozero nessuno dei contratti dei miei collaboratori è stato ancora firmato...
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da Micromega.net
Il nuovo squadrismo televisivo - di Angelo d'Orsi
L’offensiva d’autunno di Papi Silvio - di Gianni Barbacetto
I giorni della vendetta - di Furio Colombo


La frontiera dei diritti. il diritto della frontiera

Per una legislazione dell'immigrazione giusta ed efficace
Lampedusa. 11/12 settembre 2009
Scarica la locandina



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Vignetta di Tonus da vernacoliere.comOra d'aria

l'Unità, 13 luglio 2009


Nel maggio 2005 Silvio Berlusconi annunciò al suo Giornale l’idea di fondare un “nuovo soggetto politico” chiamato “Lega Sud” o “Lega Meridionale", affidato a Raffaele Lombardo, all’epoca presidente della Provincia di Catania con l’Udc e ora governatore di Sicilia, grande prestigiatore di liste “autonomiste”. L’idea non era proprio originale. Nel dopoguerra i moti siciliani aizzati da Finocchiaro Aprile, che voleva fare della Sicilia la 51^ stella della bandiera Usa, ebbero l’appoggio entusiastico di Cosa Nostra. E a ogni cambio di regime c’è sempre qualcuno che vellica gl’istinti secessionisti della parte peggiore dell’isola.

Nel 1992-’93, mentre implodeva la Prima Repubblica, se ne occupò direttamente Cosa Nostra, attraverso alcuni dei suoi più fini politologi: Brusca, Bagarella, Cannella e i fratelli Graviano, che fra una strage e l’altra fondarono “Sicilia Libera” e avviarono contatti con altre Leghe Meridionali, sorte come funghi con la partecipazione straordinaria delle mafie. Sicilia Libera aveva contatti con massoni deviati, da Gelli in giù, con neofascisti come Delle Chiaie, col principe romano Napoleone Orsini, a sua volta in contatto con Dell’Utri come risultò dai tabulati e dalle agende del senatore. Insomma, il fior fiore. La pia confraternita avviò contatti con i fratelli della Lega Nord, che inviò un deputato a un vertice a Lamezia Terme. Ma poi Riina fu arrestato e il bastone del comando passò a Provenzano. Il quale, più che alla secessione dallo Stato, puntava saggiamente a conviverci. Infatti, come racconta il suo ex braccio destro ora pentito, Nino Giuffrè, il vecchio Binnu decise di sciogliere Sicilia Libera per confluire su Forza Italia. Ora apprendiamo che in cambio del suo appoggio aveva, fra l’altro, chiesto a Berlusconi ­ tramite il solito postino Dell’Utri - il controllo di una rete Fininvest, come se non bastassero gli attacchi e gl’insulti che varie rubriche del Biscione vomitavano sui magistrati antimafia.

Ma è curioso che, mentre la Seconda Repubblica dà segni di cedimento, i primi scricchiolii si avvertano proprio in Sicilia col fuggifuggi dal Pdl. E che, ancora una volta, come nei primi anni 90, si riaffacci il progetto di una Lega Meridionale, patrocinata ­ guarda un po’ ­ da Lombardo e dal tradizionale braccio destro di Dell’Utri in Sicilia, Gianfranco Miccichè, ormai in rotta col suo partito. Lombardo e Miccichè hanno appena dato vita a una giunta “anomala”, non autorizzata dal Pdl ma, secondo i bene informati, benedetta urbi et orbi dal vecchio Marcello. Il quale da mesi denuncia felpatamente un certo isolamento e rilascia strane interviste per sottolineare le carriere troppo rapide e troppo irresistibili di gente come Schifani e Alfano (guardacaso in rotta con Lombardo e Miccichè). Anche se poi corre a precisare che “figuriamoci se Gianfranco andrà a fare un partito contro Berlusconi”. Il tutto, alla vigilia della sentenza del processo d’appello di Palermo che lo vede imputato per mafia. Posticino sempre interessante, la Sicilia, per capire l’Italia che verrà.
(Vignetta di Tonus da vernacoliere.com)

Segnalazioni

Questa sera alle 00.30 Rai2 manda in onda l'intervista censurata a Beatrice Borromeo e Vauro

Domani sera alle 20.30, in collegamento da Roma, Marco Lillo presenta "Papi", il nuovo libro di Peter Gomez, Marco Lillo e Marco Travaglio, a Iceberg (Telelombardia, canale 901 di Sky)
In studio: Vittorio Sgarbi, Tiziana Maiolo, Claudia Mauri


Leggi l'articolo di Paolo Flores d'Arcais sulla candidatura di Beppe Grillo alle primerie del Pd

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"19 luglio 1992: una strage di stato" - Per un 17° anniversario di verità e giustizia
Tutte le iniziative organizzate dal Comitato cittadino antimafia "19 luglio 2009" a Palermo
Scarica la locandina
www.19luglio1992.com
www.antimafiaduemila.it


19 luglio 1992 - Un paese senza memoria è un paese senza futuro
L'iniziativa in ricordo di Paolo Borsellino a Lecco
La locandina

Milano ricorda Paolo Borsellino
19 luglio 2009 dalle 16 alle 19, via Dante
L'evento su facebook.
Scarica il volantino

Venezia ricorda Paolo Borsellino
Manifestazione/corteo dell'associazione GrilliVenezia in collaborazione con i meetup del Veneto
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Vignetta di NatangeloSignornò
da l'Espresso in edicola


Da quando, in via del tutto ipotetica, il suo on. avv. Niccolò Ghedini l’ha definito “utilizzatore finale” di prostitute a sua insaputa, Silvio Berlusconi si staglia come il politico più ingenuo o più sfortunato della storia dell’umanità. Dal 1974 al 1976 ospita nella villa di Arcore un noto mafioso, Vittorio Mangano, intimo del suo segretario Marcello Dell’Utri e già raggiunto da una dozzina fra denunce e arresti, ma lo scambia per uno stalliere galantuomo: anche quando glielo arrestano due volte in casa. Dal 1978 (almeno) al 1981 è iscritto alla loggia deviata P2, convinto che si tratti di una pia confraternita. Dal 1975 al 1983 le finanziarie Fininvest ricevono l’equivalente di 300 milioni di euro, in parte in contanti, da un misterioso donatore, ignoto anche al proprietario: infatti, dinanzi ai giudici antimafia venuti a Palazzo Chigi per chiedergli chi gli ha dato quei soldi, si avvale della facoltà di non rispondere.

Negli anni 80 l’avvocato David Mills crea per il suo gruppo ben 64 società offshore nei paradisi fiscali, ma lui non sospetta nulla, anzi non sa nemmeno cosa sia la capofila All Iberian. Questa accumula all’estero una montagna di fondi neri che finanziano, fra gli altri, Bettino Craxi (23 miliardi di lire) e Cesare Previti (una ventina). Previti, avvocato di Berlusconi, ne gira una parte ai giudici romani Vittorio Metta (nel 1990) e Renato Squillante (nel 1991), ma di nascosto al Cavaliere. Il quale però s’intasca il gruppo Mondadori grazie a una sentenza di Metta, corrotto da Previti con soldi Fininvest. Nei primi anni 90 il capo dei servizi fiscali del gruppo, Salvatore Sciascia, paga almeno tre tangenti alla Guardia di finanza. E nel 1994, quando la cosa viene fuori, il consulente legale Massimo Berruti tenta di depistare le indagini dopo un incontro a Palazzo Chigi col principale. Ma questi non si accorge di nulla (“giuro sui miei figli”). Nemmeno quando Sciascia e Berruti vengono condannati, tant’è che se li porta in Parlamento. Nel 1997-’98 Mills, testimone nei processi Guardia di Finanza e All Iberian, non dice tutto quel che sa e lo “salva da un mare di guai” (lo confesserà al commercialista). Poi riceve 600 mila dollari dal gruppo di “Mr. B”. E Mr. B sempre ignaro di tutto (rigiura sui suoi figli).

Di recente si scopre che il Nostro, nell’ottobre scorso, prese a telefonare a Noemi, una minorenne di Portici, proprio mentre il suo governo varava una legge per stroncare la piaga delle molestie telefoniche (“stalking”). Ma lui scoprì che era minorenne solo quando fu invitato al suo diciottesimo compleanno. Ora salta fuori che Patrizia D’Addario, che trascorse con lui una notte a Palazzo Grazioli, è una nota “escort” barese, pagata da un amico del premier (l’”utilizzatore iniziale”?). Ma lui non ne sapeva nulla, tant’è che in quel mentre il suo governo varava una legge per arrestare prostitute e clienti. E’ sempre l’ultimo a sapere. Può un uomo così ingenuo, o sfortunato, o poco perspicace, fare il presidente del Consiglio?
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Marco Travaglio a colloquio con Sabrina Faller alla Radio Svizzera Italiana - Ascolta

Intervista a Marco Travaglio - di Mariluna Bartolo

da
Micromega.net
Berlusconi a cena con due giudici costituzionali: “Un attacco al cuore dello stato di diritto” - Il commento della costituzionalista Lorenza Carlassare
Appello di donne alle first ladies: "Non venite al G8 italiano" - Firma l'appello che ha già raccolto 9500 firme

No Dal Molin: 4 luglio a Vicenza - Firma l'appello e partecipa alla manifestazione


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«Non dite a mia madre che sono un giornalista, lei crede che faccia il pianista in un bordello»: a leggere le cronache sulla lectio magistralis in giornalismo tenuta a Roma il 22 aprile dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, viene alla mente questa vecchia e celebre battuta da molti attribuita a Mark Twain. E non tanto perché l'incontro era stato organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, o perché al pubblico dell'Auditorium, secondo le locandine, venivano chiesti 5 euro a "posto unico". Il problema era lui, Letta.

Dell'uomo e del politico infatti ciascuno è libero di pensare quel che gli pare: persino, come va di moda tra l'opposizione e gli editori dei giornali, che Letta sia davvero l'ala dialogante e moderata del governo cui rivolgersi, magari con il cappello in mano, per ottenere un po' di considerazione (la minoranza) o qualche milione di euro di prebenda per la stampa in crisi (gli editori). Del giornalista no. Perché Letta non è un giornalista: è un lobbista. E a dirlo, paradossalmente, sono proprio le collezioni dei giornali.

Così ecco, nei primi anni '80, l'ancor giovane Letta impegnato a ricevere, nelle sue vesti di direttore de "Il Tempo", un miliardo e mezzo di lire proveniente dai fondi neri dell'Iri, generosamente elargito da Ettore Bernabei per essere certo che il quotidiano parlasse bene delle sue società. E poi eccolo di nuovo, nei primi anni '90, accanto a Silvio Berlusconi partecipare, nelle sue vesti di direttore editoriale delle reti Fininvest, alle riunioni in cui il Cavaliere e i suoi manager decidevano le strategie del gruppo.

Dai verbali di quegli incontri, meticolosamente redatti dall'attuale parlamentare Guido Possa, emerge prepotentemente (si fa per dire) la figura di un Letta giornalista dalla schiena dritta disposto a tutto pur di dare una notizia. Il 28 novembre del '92, mentre l'asse Dc-Psi si sbriciolava sotto i colpi di Mani pulite, Letta, per esempio, diceva: «Verso i partiti amici dobbiamo avere un atteggiamento di comprensione e di prudenza, rinunciando eventualmente a qualche copertina... I partiti amici sono i quattro della maggioranza [Dc, Psi, Psdi, Pli, ndr] con l'aggiunta di Pannella. Quanto alla Lega, guai se ci lasciamo andare al sia pur minimo fiancheggiamento». E il 28 novembre rincarava la dose: «Ci hanno sostenuto le forze amiche di sempre, la Dc di Martinazzoli e il Psi... La Lega ci vede con favore, ma non possiamo farci coinvolgere... Attenzione nella ricerca di nuovi amici! Non bisogna rischiare di ingelosire chi nel passato tante volte ci ha difeso, e ancora adesso è per noi essenziale nell'attuale Parlamento». Roba da premio pulitzer! E infatti anche l'ordine dei giornalisti di Roma se ne è finalmente accorto e un paio di settimane fa ha insignito Letta, assieme ad altri colleghi, con una medaglia per i 50 anni di carriera. Giusto perché i cronisti più giovani facciano due conti e capiscano finalmente qual è in Italia la strada che porta a un sicuro e duraturo successo.
(Vignetta di gavavenezia)

Segnalazioni

Da
Micromega.net
Conflitto d'interessi, da Articolo 21 un esposto all'Antitrust - di Giuseppe Giulietti
25 aprile, Berlusconi mira al Quirinale - di Pancho Pardi

Il Primo Ministro del "Ma che c***o...!?" - di Alexander Stille (The New Republic, USA - 9 aprile 2009)
(Traduzione a cura di
Italiadallestero.info)


[NO]vizi - La satira va in mostra

Napoli. Un’esposizione del genere è più unica che rara. Questa rassegna, ideata e curata da Mario Natangelo, sposa la vignetta satirica al Fumetto – con il salone Comicon – e all’arte contemporanea – con l’esposizione al museo Madre...

...Gli autori di Novizi contano firme eccellenti come Marassi, Ellekappa, Vincino, Franzaroli, Mora con le ultime rivelazioni Natangelo, Tonus, Fricca. E, come ospiti stranieri Kap (La Vanguardia) e Catherine (Charlie Hebdo)...

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