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Signornò, da L'Espresso in edicola

Corriere della sera di domenica, pagina 11: sondaggio di Renato Mannheimer. Pagine 12-13: assemblea nazionale del Pd a Busto Arsizio (Varese). Mai accostamento fu più impietoso. Se il governo è al minimo storico di gradimento (appena il 30% di soddisfatti contro il 68% di insoddisfatti), l’opposizione riesce a fare peggio: solo il 14% la giudica positivamente e ben l’83% negativamente. La lista delle priorità degli italiani spiega i due disastri paralleli: al primo posto (39%) c’è la riduzione delle tasse, seguita da giustizia (20), aiuti al Sud (16), sicurezza (13) e, fanalino di coda, federalismo fiscale (13). Invertendo l’ordine dei fattori, si ottiene l’agenda unica dei partiti di destra e sinistra che hanno buttato vent’anni in soporiferi blabla sul federalismo fiscale e altre riforme istituzionali.

Roba di cui la gente s’infischia. Il tutto per inseguire fino a Busto Arsizio la Lega, che seguita a guadagnare consensi, ma non per il federalismo, bensì per le battaglie contro le tasse e l’insicurezza. Battaglie parolaie, s’intende: le tasse non han fatto che aumentare e la sicurezza diminuire.
Quanto alla giustizia, seconda priorità per gli italiani, nessuno sa cosa proponga il Pd per farla funzionare, visto che quando ha governato non ha cancellato una sola legge vergogna berlusconiana, anzi ne ha aggiunte di nuove, riuscendo ad allungare vieppiù i processi. Di abolire la prescrizione dopo il rinvio a giudizio o di ridurre drasticamente le impugnazioni abolendo l’appello o tassando i ricorsi, manco a parlarne.
Sul fisco Bersani e Visco, a Busto, hanno battuto un colpo. Ma di qui a parlare di svolta ce ne corre: si gioca ancora sulle aliquote (la prima sui redditi passerebbe dal 23 al 20%) senza spiegare chi paga il conto, visto che si blandiscono tanto i lavoratori dipendenti quanto gli autonomi. E giù giaculatorie contro l’evasione, senza però il coraggio di dire forte e chiaro che gli evasori devono andare in galera, unico deterrente per un reato così appetitoso.
Forse tanta ambiguità si deve al fatto che la legge penale tributaria è figlia del centrosinistra (2001, Visco e Bersani responsabili economici Ds). E’ quella che esclude dalla frode fiscale le “violazioni degli obblighi contabili”: da allora le operazioni di sottofatturazione o di omessa fatturazione, tipiche di artigiani, commercianti e professionisti, cioè il 90% dell’evasione, rientrano nel reato minore di “dichiarazione infedele” (pene fino a 3 anni, di fatto pochi mesi convertibili in multe, e prescrizione assicurata). Inoltre, per commettere reato, occorre superare “soglie di non punibilità” altissime: almeno 100 mila euro di imposte evase per la dichiarazione infedele e 75 mila per la frode. Una superlicenza di evadere che legalizza 4-500 milioni di fondi neri l’anno.

Solo chi osa smantellare la legge “carezze agli evasori” e sostituirla con norme draconiane ha le carte in regola per parlare di tasse. Dunque non chi quella legge burla ha inventato. Dunque non i fossili del Pd
(Vignetta di Natangelo)

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Firenze, 16 ottobre, ore 15.30 - Incontro con Marco Travaglio dal titolo "Istituzioni e giustizia". Intervengono: Guido Melis, Elisabetta Rubini Tarizzo e Gustavo Zagrebelsky. C/o cinema Odeon, via de' Sassetti.


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Foto di Cybergabi da flickr.comVanity Fair, 7 maggio 2008
Ci sarà pure l’invidia sociale e il voyeurismo morboso a avvelenare la glasnost fiscale voluta dal povero (e martoriato) Vincenzo Visco, ma in via di principio, l’operazione trasparenza, con i redditi degli italiani consultabili via Internet, non mi sembra affatto uno scandalo. Convinto come sono che siano infinitamente più oltraggiose le bugie dei dentisti da mille euro al mese, dei commercianti con Suv, ma nullatenenti, e degli imprenditori più poveri dei propri dipendenti, come ogni anno ci raccontano le dichiarazioni dei redditi degli italiani brava gente. Tanto, tanto devoti alla propria privacy.

Hanno scritto che non è bello spiare il proprio vicino di casa o di ufficio, rovistare dentro al portafoglio di un calciatore e della sua bella. D’accordo, non è nemmeno elegante. Ma intanto l’elenco alfabetico di Internet riguarda tutti, va da a alla zeta, senza deroghe. Nei suoi labirinti si guarda e si è guardati. Non ci sono buchi della serratura a metterci in salvo, ma pagine di un libro aperto, dove tutti noi diventiamo controllori e controllati. Che poi sarebbe un principio elementare della democrazia contro il segreto, contro tutti i segreti, che di solito nutrono i poteri oligarchici e di casta.

Smisurate grida hanno convinto il garante a chiudere le porte elettroniche degli elenchi (anche se troppo tardi). Piegandosi ai clamori di un Paese dove si evadono 200 miliardi di euro l’anno. Dove trenta (o quaranta o cinquanta) italiani su cento non pagano le tasse. Compiendo un gesto antisociale, prima che contabile. Perché usano strade, scuole, ospedali, boschi, coste e città costruite con la fatica (e il denaro) degli altri. Godendosi i propri vantaggi, mordendo gli intrusi, senza mai far scandalo, ben protetti dalla privacy.

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