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bandanax

da Il Fatto Quotidiano, 26 maggio 2010

Adesso che il peggio è finalmente arrivato tutto torna a essere una questione di soldi. Tanti soldi. Per arginare un po’ la crisi e mettere una pezza ai conti dello Stato servono almeno 24 miliardi di euro. Il governo, per bocca del sottosegretario Gianni Letta, promette tagli e sacrifici per tutti. Pagheranno gli insegnanti e i genitori. Pagheranno i dipendenti pubblici. Alcuni stipendi saranno persino ridotti del 5 o del 10 per cento, mentre molti tra quelli che contavano di andare in pensione nei prossimi mesi non lo potranno fare. E così, anche se il premier Silvio Berlusconi assicura che non ci sarà “macelleria sociale”, sul tavolo restano i dati che crudamente indicano l’esatto contrario. Il sogno è finito. Il futuro degli italiani d’ora in poi è fatto solo di lacrime e sangue. Anche perchè il buco da ripianare, secondo molti osservatori, potrebbe presto ingrossarsi per toccare la cifra record di 50 miliardi di euro. Esiste un'alternativa a questo massacro? Si può evitare di andare a colpire ancora una volta quelli che il loro dovere col fisco lo hanno sempre fatto? Sì, si può. L’alternativa esiste. Ed è il contributo di solidarietà. Un contributo da richiedere ai più ricchi (e spesso più furbi) che nel giro di poche settimane permetterebbe all'erario di raccogliere 15 miliardi, senza modificare significativamente il tenore di vita di chi si ritroverà a pagare.

I conti sono presto fatti. L'ultimo scudo fiscale ha permesso a migliaia di evasori di regolarizzare anonimamente le loro posizioni versando allo Stato il 5 per cento dei patrimoni nascosti all'estero (100 miliardi). Così nel 2009 in cassa sono entrati circa 5 miliardi di euro. Visto che le cose vanno male e che tutti, dice Gianni Letta, sono chiamati a fare sacrifici perché, dunque, non rivolgersi a chi ha scudato i propri capitali chiedendo loro di versare un altro cinque per cento? Conosciamo le obiezioni. Ma come? La legge lo impedisce: lo Stato si è impegnato in un condono tombale, come può dopo soli pochi mesi rimangiarsi la parola? Semplice, lo fa. Esattamente come lo farà con gli insegnanti, i dipendenti pubblici, gli enti locali e tutti coloro i quali fino a ieri pensavano di aver maturato dei diritti che invece oggi, per far fronte alla crisi, verranno loro negati. Benché segreti gli elenchi nominativi degli evasori infatti esistono. Per ricostruirli, spiega al Fatto Quotidiano una fonte qualificata di Banca d'Italia, basta rivolgersi agli istituti di credito utilizzati per scudare i patrimoni. In questo modo il contributo di solidarietà porterà a recuperare 5 miliardi.

E gli altri 10? Anche qui la soluzione (se solo la si volesse adottare) c'è. E si chiama contributo di solidarietà sui grandi patrimoni familiari. A lanciare l'idea (con nessuna fortuna) era stato più di un anno fa, Giulio Santagata, l'ex ministro per l'Attuazione del programma del governo Prodi. Adesso però quella proposta va riesaminata con attenzione, visto che questa sorta di tassa patrimoniale una tantum non vuol dire prelevare denaro dalle tasche di tutti i cittadini, o colpire i semplici proprietari di un appartamento o di un pezzo di terra. Ma solo chiedere, come già accade in altri Paesi, a chi è più ricco di dare una piccola mano a chi sta peggio.
Vediamo come: in Italia la ricchezza delle famiglie ammonta, secondo Banca d'Italia, a 8000 miliardi di euro. Il 10 per cento di esse ha però in mano il 50 per cento del tesoro (oltre 4000 miliardi). È lì che bisogna andare a trovare i soldi. Ovviamente non dovranno essere tassati i beni produttivi, non si pagheranno cioè imposte sulla proprietà delle imprese. A essere tassato sarà invece il resto. E, visto che solo l'8 per cento di quei 4000 miliardi è ricollegabile all'attività d'impresa, la base imponibile (cioè il pezzo di tesoro sul quale il fisco può intervenire) toccherebbe i 3500 miliardi. Non tutti i proprietari comunque dovrebbero mettere mano al portafogli. L'idea è che il prelievo scatti solo a carico di chi possiede immobili, terreni, liquidi e titoli per più di 5 milioni di euro.
 
Fatti due conti si scopre così che basterebbe un intervento del 3 per mille per far incamerare allo Stato 10 miliardi. Sarebbe impopolare un contributo di solidarietà del genere? No, perché riguarderebbe solo un parte minima della popolazione. Che, oltretutto, non verrebbe particolarmente vessata. Il 3 per mille di 5 milioni (pari a quattro grandi appartamenti nel centro di Milano o Roma) equivale infatti a 15 mila euro. Per questo alle opposizioni spetta ora il compito di spiegare che un’alternativa alla macelleria sociale esiste. Mentre il centro-destra dovrebbe cominciare a riflettere su un punto: la sua base elettorale è ormai vastissima. Non comprende solo i super-ricchi e gli evasori. La stragrande maggioranza dei supporter del Cavaliere (e della Lega) è formata da persone comuni, con redditi e stili di vita normali. Tutta gente che adesso si sta risvegliando dal sogno. Per ritrovarsi in un incubo in cui, prima o poi, finirà per trascinare anche il governo. 
(Vignetta di Bandanax)

We have a dreamLe poesie di Carlo Cornaglia
Ferve il lavoro dell’esecutivo
poiché persegue Silvio Berlusconi
solo e sempre il medesimo obiettivo,
di non finire mai nelle prigioni.

Dopo avere spiato mezzo mondo,
grazie a qualche suo amico birichino,
per definir Di Pietro piemme immondo
e sputtanare il povero Fassino
(leggi tutto)

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Firma l'appello contro il Ddl sulle intercettazioni


La libertà di stampa e i libri: gli editori contro il Ddl sulle intercettazioni 
Aderisci all'appello promosso dal gruppo editoriale GEMS e dall'AIE.




Commento del giorno
di Pierpaolo Buzza - lasciato il 26/5/2010 alle 8:22 nel post Porto abusivo di faccia
Ieri hanno interrogato mio nipote in storia, la seconda guerra mondiale. Ha risposto a tutto, ma la professoressa gli ha messo 5 perchè con la mimica facciale ha fatto capire che non approvava l'invasione della Polonia.


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bertolottidepirro

Signornò, da L'Espresso in edicola

"Il Giornale" e "Libero", solitamente bene informati su casa Berlusconi, rivelano che il premier ha deciso di anticipare le prossime riforme della giustizia assumendo la direzione delle indagini sullo scandalo della Protezione Civile. "Adesso indaga Berlusconi", titola Feltri, imitato da Belpietro: "Silvio fa il pm e interroga i suoi: Ditemi la verità". Il presidente Pm ha convocato a Palazzo Grazioli i vari Bertolaso, Verdini, Scajola, Matteoli, Bondi accogliendoli con queste parole: "Ora siediti e spiegami precisamente come sono andate le cose. Voglio la massima sincerità". Al termine, informa Alessandro Sallusti, "è giunto alla conclusione che è possibile che nel governo o nelle sue vicinanze ci possa essere qualche ladro di polli" o, per dirla con Belpietro,"poche mele marce guastano il resto del raccolto" e ha deciso di "fare pulizia". A parte la stranezza di un presidente del Consiglio che, legittimamente impedito per legge, sfuggirà per 18 mesi ai giudici che devono interrogare e processare lui, indaga sugli altri, la prima cosa che viene in mente è che poteva pensarci due anni fa, quando formò il suo terzo governo.

Avrebbe potuto interrogare Gianni Letta e apprendere che nel 1993 aveva confessato a Di Pietro di aver finanziato illegalmente con 70 milioni, nel 1989 quand'era il lobbista parlamentare della Fininvest, il segretario Psdi Antonio Cariglia ("La somma fu da me introdotta in una busta e consegnata tramite fattorino") e si era salvato grazie all'amnistia del 1990; e nel 2008 era indagato a Roma (inchiesta poi trasferita a Lagonegro) per abuso d'ufficio per aver appoggiato una cooperativa vicina a Cl negli appalti dei centri di raccolta profughi e in un imbarazzante contenzioso fiscale con Equitalia. Torchiando Altero Matteoli, avrebbe scoperto che era imputato per favoreggiamento per aver avvertito il prefetto di Livorno delle indagini a suo carico riguardanti una storia di abusi edilizi all'Elba e avrebbe evitato di nominarlo ministro delle Infrastrutture. Interrogando Raffaele Fitto, avrebbe appreso che era due volte imputato a Bari (corruzione, finanziamento illecito, turbativa d'asta, abuso e peculato) e scelto qualcun altro per gli Affari regionali.

Se avesse convocato Aldo Brancher, avrebbe saputo che era già sotto processo per appropriazione indebita per aver incassato centinaia di migliaia di euro dal patron della Bpl Gianpiero Fiorani, evitando di nominarlo sottosegretario alle Riforme con delega al Federalismo, alle dipendenze di Umberto Bossi, pregiudicato per la mazzetta Montedison. Infine Berlusconi avrebbe potuto interrogare se stesso allo specchio e raccontarsi di essere imputato per corruzione giudiziaria al processo Mills e per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita al processo Mediaset. Così avrebbe appurato che le mele sono marce perché lo è anche l'albero. E, per non cacciarsi da solo, avrebbe interrotto le indagini.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

festival chiarelettere2° Festival di Giornalismo d'Inchiesta "A Chiare Lettere" dal 21 al 23 maggio 2010 a Marsala. Il programma del festival
Sabato 22 maggio, ore 11.30, Marco Travaglio partecipa all'incontro "I padroni dell'informazione",
con Massimo Fini, Vittorio Malagutti e Angelo Maria Perrino; modera Luca Telese.C/o sala convegni del Complesso monumentale di San Pietro, via XI maggio.
Sabato 22 maggio, ore 16, Peter Gomez partecipa all'incontro "Cittadini reporter: internet, tv e l'informazione dal basso". Intervengono Jean Francois Jillard, Tommaso Tessarolo e Andrea Vianello. C/o sala convegni del Complesso monumentale di San Pietro, via XI maggio.

No bavaglio
da articolo21.org -
Il giuramento - La fantacronaca contro la legge bavaglio sulle intercettazioni:
 "Il ministro (bip) ha comprato casa con assegni intestati a (bip). Ci scusiamo ma non possiamo dire altro..." - di Stefano Corradino e Giuseppe Giulietti - "Più ancora che come giornalista, mi sento offesa come cittadina" di Bice Biagi
Il telefono parlante di Bruno Tinti dal blog www.togherotte.it

La libertà di stampa e i libri: gli editori contro il Ddl sulle intercettazioni 
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bertolotti de pirro

Signornò da L'Espresso in edicola


Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente presentate nel Lazio era illegale e incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale e non è mai stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già investito del caso, così che - ha confessato il ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto". Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a firmare un decreto illegale e incostituzionale, è questione aperta: rientrava nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La Costituzione gli consente di rinviare al mittente una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa rinviarla solo quando è "manifestamente incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non è vero che, se la legge respinta viene riproposta identica, lui sia obbligato a firmarla.

Che succederebbe se il governo decretasse che i voti dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe di promulgare sia la prima sia la seconda volta, dopodiché spetterebbe al governo sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso del solito gli ha sottoposto informalmente la prima versione del decreto. Il presidente ha anticipato che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti inaccettabili, partecipando così alla stesura della seconda versione. Che l'indomani, previo intervento di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da leggi regionali, immodificabili con norme nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto seguendo la via maestra: il capo dello Stato attende, sordo e muto, che il governo vari il decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.

Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione', 'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha vinto il Pd con la manifestazione in piazza del Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se critica il Colle, è fuori dalla coalizione". Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto del presidente della Repubblica" porta le firme di Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti (Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa dei più, non sia stato ripristinato il delitto di lesa maestà.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

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La Voce del Ribelle -
A quasi due anni dal lancio del mensile di controinformazione, cultura e pensiero non conforme diretto da Massimo Fini, il progetto cresce e si arricchisce di una versione quotidiana.

raiperunanotteProsegue la raccolta fondi per la trasmissione-manifestazione per la libertà di informazione "Raiperunanotte" di giovedi 25 marzo, in diretta dal Paladozza di Bologna.

ad personam
Roma, lunedì 22 marzo, ore 21 -
Marco Travaglio presenta il suo ultimo libro Ad
Personam
 (edizioni Chiarelettere)
c/o Alpheus - Via del Commercio 36
Intervengono
Piercamillo Davigo e Roberto Scarpinato. Modera Antonio Padellaro.

Ingresso libero fino a esaurimento posti



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«Non dite a mia madre che sono un giornalista, lei crede che faccia il pianista in un bordello»: a leggere le cronache sulla lectio magistralis in giornalismo tenuta a Roma il 22 aprile dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, viene alla mente questa vecchia e celebre battuta da molti attribuita a Mark Twain. E non tanto perché l'incontro era stato organizzato dalla Fondazione Musica per Roma, o perché al pubblico dell'Auditorium, secondo le locandine, venivano chiesti 5 euro a "posto unico". Il problema era lui, Letta.

Dell'uomo e del politico infatti ciascuno è libero di pensare quel che gli pare: persino, come va di moda tra l'opposizione e gli editori dei giornali, che Letta sia davvero l'ala dialogante e moderata del governo cui rivolgersi, magari con il cappello in mano, per ottenere un po' di considerazione (la minoranza) o qualche milione di euro di prebenda per la stampa in crisi (gli editori). Del giornalista no. Perché Letta non è un giornalista: è un lobbista. E a dirlo, paradossalmente, sono proprio le collezioni dei giornali.

Così ecco, nei primi anni '80, l'ancor giovane Letta impegnato a ricevere, nelle sue vesti di direttore de "Il Tempo", un miliardo e mezzo di lire proveniente dai fondi neri dell'Iri, generosamente elargito da Ettore Bernabei per essere certo che il quotidiano parlasse bene delle sue società. E poi eccolo di nuovo, nei primi anni '90, accanto a Silvio Berlusconi partecipare, nelle sue vesti di direttore editoriale delle reti Fininvest, alle riunioni in cui il Cavaliere e i suoi manager decidevano le strategie del gruppo.

Dai verbali di quegli incontri, meticolosamente redatti dall'attuale parlamentare Guido Possa, emerge prepotentemente (si fa per dire) la figura di un Letta giornalista dalla schiena dritta disposto a tutto pur di dare una notizia. Il 28 novembre del '92, mentre l'asse Dc-Psi si sbriciolava sotto i colpi di Mani pulite, Letta, per esempio, diceva: «Verso i partiti amici dobbiamo avere un atteggiamento di comprensione e di prudenza, rinunciando eventualmente a qualche copertina... I partiti amici sono i quattro della maggioranza [Dc, Psi, Psdi, Pli, ndr] con l'aggiunta di Pannella. Quanto alla Lega, guai se ci lasciamo andare al sia pur minimo fiancheggiamento». E il 28 novembre rincarava la dose: «Ci hanno sostenuto le forze amiche di sempre, la Dc di Martinazzoli e il Psi... La Lega ci vede con favore, ma non possiamo farci coinvolgere... Attenzione nella ricerca di nuovi amici! Non bisogna rischiare di ingelosire chi nel passato tante volte ci ha difeso, e ancora adesso è per noi essenziale nell'attuale Parlamento». Roba da premio pulitzer! E infatti anche l'ordine dei giornalisti di Roma se ne è finalmente accorto e un paio di settimane fa ha insignito Letta, assieme ad altri colleghi, con una medaglia per i 50 anni di carriera. Giusto perché i cronisti più giovani facciano due conti e capiscano finalmente qual è in Italia la strada che porta a un sicuro e duraturo successo.
(Vignetta di gavavenezia)

Segnalazioni

Da
Micromega.net
Conflitto d'interessi, da Articolo 21 un esposto all'Antitrust - di Giuseppe Giulietti
25 aprile, Berlusconi mira al Quirinale - di Pancho Pardi

Il Primo Ministro del "Ma che c***o...!?" - di Alexander Stille (The New Republic, USA - 9 aprile 2009)
(Traduzione a cura di
Italiadallestero.info)


[NO]vizi - La satira va in mostra

Napoli. Un’esposizione del genere è più unica che rara. Questa rassegna, ideata e curata da Mario Natangelo, sposa la vignetta satirica al Fumetto – con il salone Comicon – e all’arte contemporanea – con l’esposizione al museo Madre...

...Gli autori di Novizi contano firme eccellenti come Marassi, Ellekappa, Vincino, Franzaroli, Mora con le ultime rivelazioni Natangelo, Tonus, Fricca. E, come ospiti stranieri Kap (La Vanguardia) e Catherine (Charlie Hebdo)...

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 13 giugno 2008


Ora che il cosiddetto “caso intercettazioni” si rivela per quello che è, cioè l’ennesimo “caso Berlusconi”, forse persino l’opposizione potrebbe dire come stanno le cose: e cioè che la privacy, le fughe di notizie e le spese di giustizia non c’entrano nulla. C’entra il solito Berlusconi che tenta di far saltare i suoi processi. Duro ammetterlo dopo aver accreditato la leggenda del Cavaliere che “ha risolto i suoi problemi”, dunque stavolta risolverà i nostri, anzi studia da Statista. Ma i fatti parlano da soli, anche per chi non li vuol vedere.

Tre settimane fa, l’on. avv. Ghedini infila nel decreto sicurezza un codicillo che sospende i processi per 1-2 anni (poi ridotti a qualche mese) con la scusa di consentire agl’imputati di scegliere se patteggiare o no. Maroni lo blocca, ma i berluscones annunciano che ci riprovano con un ddl. Intanto il Cainano spara sulle intercettazioni e annuncia che non si faranno più per i reati sotto i 10 anni: quelli per cui è imputato lui. Basta una norma transitoria retroattiva e il processo di Napoli per la corruzione di Saccà si svuota per abolizione delle prove. Ieri Repubblica rivela che l’on. avv. Ghedini prepara un lodo Maccanico-Schifani bis per rendere invulnerabili le alte cariche, ma soprattutto quella bassa: è incostituzionale, la Consulta l’ha già detto una volta, ma intanto ci riprovano, sospendono i processi per 1-2 anni (quelli di Milano per Mills e Mediaset sono prossimi alla sentenza), poi se arriva un’altra bocciatura si inventeranno qualcos’altro. Il cerchio si chiude.
 
E’ così difficile chiamare le cose col loro nome? Se il dialogo con l’opposizione non s’interrompe nemmeno stavolta, è l’ennesima replica di un copione collaudato da 15 anni. Funziona così. Lui ha un problema: uno o più processi da bloccare. Comincia a strillare che non siamo più una democrazia, che dai sondaggi risulta che il 102% degli italiani sta con lui, insomma il problema non è suo ma nostro. E chi non è d’accordo è comunista. Il centrosinistra prova a balbettare che i problemi veri sono altri: morti sul lavoro, salari, monnezza, crimini dei colletti e dei camici bianchi. Ma lui spara a zero a reti unificate, minaccia di scassare tutto, invoca la piazza, mentre le sue tv e i suoi giornali sparano balle e cifre false: in Italia si processa solo Berlusconi, in tutto il mondo non si processerebbe mai Berlusconi, processare Berlusconi ci costa mille miliardi al minuto. Giornali “indipendenti” e politici “riformisti”, per sembrare indipendenti e riformisti, sostengono che lui magari esagera un po’, “ma il problema esiste”. E poi non si può mica compromettere il “dialogo sulle riforme” (c’è sempre un “dialogo sulle riforme”, chissà poi quali) col “muro contro muro”.

Dal Colle, dal Vaticano e dal Csm piovono fervorini contro l’ennesima “guerra tra politica e magistratura” (che ovviamente non esiste, ma i processi a Berlusconi per reati comuni vengono sempre chiamati così) e moniti per una “soluzione condivisa tra governo e opposizione” che contemperi le sacrosante esigenze del premier con la Privacy, l’Indipendenza della Magistratura, la Libertà di Stampa. Il Riformatorio esce con una dozzina di editoriali dal titolo “Moral suasion”, che nessuno legge e nessuno capisce, ma fanno fine e non impegnano. A questo punto salta su un pontiere di centrosinistra per avviare un bel negoziato bipartisan con Gianni Letta, che è berlusconiano ma è tanto buono, e poi - come diceva Saviane - somiglia tanto a sua sorella.

Una volta è Boato, un’altra Maccanico, stavolta c’è l’imbarazzo della scelta. Berlusconi strepita: “Non tratto coi comunisti assassini lordi di sangue, voglio l’impiccagione dei giudici e il loro scioglimento nell’acido”. Però Letta comunica allo sherpa che lui esagera, ma si accontenta di molto meno: abrogare i suoi processi, una cosina da niente, povera creatura indifesa. Lo sherpa ulivista annuncia giulivo: “Abbiamo vinto, i giudici non saranno impiccati né sciolti nell’acido. Se si consegnano con le mani alzate a Villa Certosa, avranno salva la vita”. E partorisce una “bozza” (o “lodo”) che abolisce i processi a Berlusconi. “Tutto è bene quel che finisce bene”, titola Pigi Battista sul Corriere, mentre Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia criticano l’eccessiva cedevolezza del Pdl al partito giustizialista. Il Cavaliere incassa complimenti trasversali per la moderazione dimostrata. I giudici dichiarano il non doversi procedere per intervenuta abrogazione dei processi. Lui dirama un video-monologo a reti unificate: “La mia ennesima assoluzione dimostra che ero innocente anche stavolta, ma le toghe rosse complottavano contro di me senza prove. Voglio le scuse e la medaglia d’oro”. Dall’altra sponda, autoapplausi compiaciuti: “Abbiamo fato bene a dialogare: il problema esisteva”.

Pacificazione (The Economist, 12 giugno 2008) - traduzione di Italiadall'estero.info

Necessità e urgenza di Marco Travaglio (l'Unità, 12 giugno 2008)

Blackout giustizia Intervista di Peter Gomez a Bruno Tinti (l'Espresso, 12 giugno 2008)

Intercettazioni: caro Napolitano non firmi di Oreste Flamminii Minuto (l'Unità, 13 giugno 2008)

Segnalazioni

In Italia di lavoro si muore. In Svezia no
di Salvatore Giannella

I video di Qui Milano Libera - Incontro con Anna Serafini in Fassino

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 13 giugno 2008


Ora che il cosiddetto “caso intercettazioni” si rivela per quello che è, cioè l’ennesimo “caso Berlusconi”, forse persino l’opposizione potrebbe dire come stanno le cose: e cioè che la privacy, le fughe di notizie e le spese di giustizia non c’entrano nulla. C’entra il solito Berlusconi che tenta di far saltare i suoi processi. Duro ammetterlo dopo aver accreditato la leggenda del Cavaliere che “ha risolto i suoi problemi”, dunque stavolta risolverà i nostri, anzi studia da Statista. Ma i fatti parlano da soli, anche per chi non li vuol vedere.

Tre settimane fa, l’on. avv. Ghedini infila nel decreto sicurezza un codicillo che sospende i processi per 1-2 anni (poi ridotti a qualche mese) con la scusa di consentire agl’imputati di scegliere se patteggiare o no. Maroni lo blocca, ma i berluscones annunciano che ci riprovano con un ddl. Intanto il Cainano spara sulle intercettazioni e annuncia che non si faranno più per i reati sotto i 10 anni: quelli per cui è imputato lui. Basta una norma transitoria retroattiva e il processo di Napoli per la corruzione di Saccà si svuota per abolizione delle prove. Ieri Repubblica rivela che l’on. avv. Ghedini prepara un lodo Maccanico-Schifani bis per rendere invulnerabili le alte cariche, ma soprattutto quella bassa: è incostituzionale, la Consulta l’ha già detto una volta, ma intanto ci riprovano, sospendono i processi per 1-2 anni (quelli di Milano per Mills e Mediaset sono prossimi alla sentenza), poi se arriva un’altra bocciatura si inventeranno qualcos’altro. Il cerchio si chiude.
 
E’ così difficile chiamare le cose col loro nome? Se il dialogo con l’opposizione non s’interrompe nemmeno stavolta, è l’ennesima replica di un copione collaudato da 15 anni. Funziona così. Lui ha un problema: uno o più processi da bloccare. Comincia a strillare che non siamo più una democrazia, che dai sondaggi risulta che il 102% degli italiani sta con lui, insomma il problema non è suo ma nostro. E chi non è d’accordo è comunista. Il centrosinistra prova a balbettare che i problemi veri sono altri: morti sul lavoro, salari, monnezza, crimini dei colletti e dei camici bianchi. Ma lui spara a zero a reti unificate, minaccia di scassare tutto, invoca la piazza, mentre le sue tv e i suoi giornali sparano balle e cifre false: in Italia si processa solo Berlusconi, in tutto il mondo non si processerebbe mai Berlusconi, processare Berlusconi ci costa mille miliardi al minuto. Giornali “indipendenti” e politici “riformisti”, per sembrare indipendenti e riformisti, sostengono che lui magari esagera un po’, “ma il problema esiste”. E poi non si può mica compromettere il “dialogo sulle riforme” (c’è sempre un “dialogo sulle riforme”, chissà poi quali) col “muro contro muro”.

Dal Colle, dal Vaticano e dal Csm piovono fervorini contro l’ennesima “guerra tra politica e magistratura” (che ovviamente non esiste, ma i processi a Berlusconi per reati comuni vengono sempre chiamati così) e moniti per una “soluzione condivisa tra governo e opposizione” che contemperi le sacrosante esigenze del premier con la Privacy, l’Indipendenza della Magistratura, la Libertà di Stampa. Il Riformatorio esce con una dozzina di editoriali dal titolo “Moral suasion”, che nessuno legge e nessuno capisce, ma fanno fine e non impegnano. A questo punto salta su un pontiere di centrosinistra per avviare un bel negoziato bipartisan con Gianni Letta, che è berlusconiano ma è tanto buono, e poi - come diceva Saviane - somiglia tanto a sua sorella.

Una volta è Boato, un’altra Maccanico, stavolta c’è l’imbarazzo della scelta. Berlusconi strepita: “Non tratto coi comunisti assassini lordi di sangue, voglio l’impiccagione dei giudici e il loro scioglimento nell’acido”. Però Letta comunica allo sherpa che lui esagera, ma si accontenta di molto meno: abrogare i suoi processi, una cosina da niente, povera creatura indifesa. Lo sherpa ulivista annuncia giulivo: “Abbiamo vinto, i giudici non saranno impiccati né sciolti nell’acido. Se si consegnano con le mani alzate a Villa Certosa, avranno salva la vita”. E partorisce una “bozza” (o “lodo”) che abolisce i processi a Berlusconi. “Tutto è bene quel che finisce bene”, titola Pigi Battista sul Corriere, mentre Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia criticano l’eccessiva cedevolezza del Pdl al partito giustizialista. Il Cavaliere incassa complimenti trasversali per la moderazione dimostrata. I giudici dichiarano il non doversi procedere per intervenuta abrogazione dei processi. Lui dirama un video-monologo a reti unificate: “La mia ennesima assoluzione dimostra che ero innocente anche stavolta, ma le toghe rosse complottavano contro di me senza prove. Voglio le scuse e la medaglia d’oro”. Dall’altra sponda, autoapplausi compiaciuti: “Abbiamo fato bene a dialogare: il problema esisteva”.

Pacificazione (The Economist, 12 giugno 2008) - traduzione di Italiadall'estero.info

Necessità e urgenza di Marco Travaglio (l'Unità, 12 giugno 2008)

Blackout giustizia Intervista di Peter Gomez a Bruno Tinti (l'Espresso, 12 giugno 2008)

Intercettazioni: caro Napolitano non firmi di Oreste Flamminii Minuto (l'Unità, 13 giugno 2008)

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In Italia di lavoro si muore. In Svezia no
di Salvatore Giannella

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