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Signornò
da l'Espresso in edicola


La prossima volta che i presidenti della Repubblica, del Senato e del Consiglio vorranno ricordare una vittima di Tangentopoli, si spera che ne ricordino una vera. Non un politico corrotto e latitante, ma un imprenditore onesto che veniva escluso dagli appalti pubblici perché non pagava mazzette nella Milano da bere e da mangiare. Si chiamava Ambrogio Mauri, abitava a Desio, in Brianza. Nell'aprile del 1997 si uccise con un colpo di pistola al cuore per protestare contro il sistema delle tangenti, a cui si era sempre ribellato. Aveva 66 anni. Lasciò la moglie, tre figli e un'azienda che da mezzo secolo costruiva autobus e tram esportandoli in tutto il mondo, ma a Milano era regolarmente esclusa dalle gare dell'Atm. Aveva il brutto vizio di non ungere i partiti.

Quando partì l'inchiesta Mani Pulite, che falcidiò anche i vertici dell'Atm, Mauri andò a testimoniare davanti al pm Antonio Di Pietro. Il quale poi, quando lesse della sua morte, si ricordò di lui e partecipò al suo funerale, disertato da tutte le autorità. "I dirigenti corrotti dell'Atm", ricorderà Di Pietro, "gli avevano fatto una serie di soprusi. Era una vittima del sistema e fu uno dei primi e dei pochissimi a collaborare spontaneamente. La testimonianza andò benissimo. Col tempo si creò un rapporto di stima e amicizia. Ci veniva a trovare in Procura, ci incoraggiava ad andare avanti. Ci diceva: meno male che c'è Mani Pulite, grazie al vostro pool sono tornato a credere nella giustizia. Si era illuso che potessimo ripulire l'Italia. Invece, dopo Tangentopoli, è scattata la vendetta".
Nel 1996 Mauri fu escluso anche dalla gara bandita dall'Atm per la fornitura di cento autobus. Pochi mesi dopo scrisse poche parole su un biglietto: "Dopo Tangentopoli tutto è tornato come prima". E una lettera alla moglie Costanza: "Tu sei il mio primo e ultimo bene. Forse, se fossi stato più malleabile, le cose sarebbero andate diversamente e non ti avrei dato tutti questi problemi. Il mio suicidio è l'atto finale del mio amore". E si sparò. Anziché inviare un messaggio di cordoglio alla famiglia o partecipare ai funerali, durante le esequie i vertici dell'Atm convocarono una conferenza stampa per rivendicare l'"assoluta trasparenza" dell'ultima gara. I figli, che non avevano mai collegato il gesto paterno a quell'appalto, parlarono di "excusatio non petita".

Ecco, la prossima volta che le verrà il trip di cambiare nome a un parco di Milano, la sindaca Letizia Moratti potrebbe dedicarlo ad Ambrogio Mauri. La prossima volta che Renato Schifani cercherà una "vittima sacrificale di Tangentopoli" da beatificare in Senato, potrebbe raccontare la storia di Ambrogio Mauri. La prossima volta che a Giorgio Napolitano scapperà la voglia scrivere alla vedova di un uomo trattato con "una durezza senza eguali", Giorgio Napolitano potrebbe rivolgerla a Costanza Mauri. Risparmierebbe pure sull'affrancatura: la signora non abita ad Hammamet, ma a Desio (Brianza, Italia). 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Tutti in piazza per salvare la Costituzione - Sabato 30 gennaio, sit-in del Popolo Viola in tutta Italia. L'intervista a Gianfranco Mascia su Micromega.

sitin

Commento del giorno
di Roland - lasciato il 29/01/2010 alle 14:56 nel post Vertigini Italia 
Il mondo alla rovescia: i comici diventano serissimi, i politici pagliacci involontari.



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Vignetta di NatangeloLa mosca tzé tzé

da l'Antefatto.it

Leggo su tutti i giornali, l’Unità compresa, che “Di Pietro attacca il Quirinale”. Che, secondo Bondi, questo attacco segna la decisiva trasformazione dell’Idv in un “movimento a tratti antidemocratico”, ragion per cui “il Pd deve affrancarsi definitivamente e nettamente dall’Italia dei Valori”. Appello subito accolto da Dario Franceschini: “E’ intollerabile che Di Pietro coinvolga il Presidente della Repubblica nella polemica politica” anziché “essergli grato” come lo è già “tutto il Paese”.

Ingolosito, vado in cerca dell’attacco di Di Pietro al Quirinale. Dovrebbe essere sul suo blog. Dove, in effetti, si parla di Napolitano. Comincio a leggere, speranzoso: “Signor Presidente, lei sta usando una piuma d’oca per difendere la Costituzione dall’assalto di un manipolo piuttosto numeroso di golpisti”. Ma questo è un attacco al manipolo di golpisti, cioè al governo Al Pappone. Proseguo: “Oramai non è più evitabile lo scontro con un governo che ha agito esclusivamente nell’interesse di pochi, spesso di una sola persona, a colpi di fiducia, di cene carbonare, di vili attacchi verbali, negando la realtà, la crisi del Paese, insultando la dignità dei cittadini e usando la menzogna come strumento sistematico di propaganda”. Ecco, mi pareva: è un attacco al governo. Ma ora dovrà per forza arrivare anche l’attacco al Quirinale. “Non basta affidarsi al buonsenso della maggioranza…”. Niente da fare, nessun attacco al Quirinale. Torno indietro e rileggo tutto da capo. Impossibile che tutti i giornali abbiano preso un abbaglio. Nella fretta della lettura, dev’essermi sfuggita qualche espressione insultante, aggressiva, offensiva, diffamatoria, calunniosa contro Napolitano. Finalmente la trovo. Eccola: “Signor Presidente”. Parole grosse. Roba da querela.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

"19 luglio 1992: una strage di stato" - Per un 17° anniversario di verità e giustizia
Tutte le iniziative organizzate dal Comitato cittadino antimafia "19 luglio 2009" a Palermo
Scarica la locandina

www.19luglio1992.com
www.antimafiaduemila.it

Di questa terra facciamone un giardino - Tributo a Pino Veneziano e appello per Selinunte


Agorà numero 6 - Manifestazioni settimanali contro il governo Berlusconi, di Qui Milano Libera
Venerdì 10 luglio, dalle ore 18 alle 21, davanti alla stazione di Cadorna, a MIlano



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E' online il blog dell'Antefatto, con le rubriche di Travaglio, Padellaro, Beha, le notizie e le analisi dei giornalisti del Fatto Quotidiano

Vignetta di BandanasLa mosca tzé tzé

da L'Antefatto, 4 luglio 2009

Qualche ingenuo starà brindando per l’iniziativa assunta dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e annunciata oggi da Liana Milella su la Repubblica. Siccome nessuna smentita è giunta dal Quirinale, se ne deduce che è tutto vero. Il capo dello Stato ha convocato il Guardagingilli Angelino Jolie per fargli sapere che la legge sulle (anzi contro le) intercettazioni e il bavaglio alla stampa, così com’è uscita dalla Camera e sta per essere approvata anche dal Senato, lui non la firma. E’ preoccupato per le eccessive limitazioni alla libertà di stampa e per l’irragionevolezza di alcuni paletti alle intercettazioni che, a suo avviso, potrebbero indurre la Corte costituzionale a bocciare la legge. Dunque, dirà qualche ingenuo, dobbiamo essere felici. Nossignori. Anzitutto per una questione di procedure: come lo stesso Napolitano ha più volte detto in pubblico, “quando il Parlamento lavora, il capo dello Stato tace”. Attende cioè che una legge sia approvata per esaminarla e decidere se promulgarla con la sua firma, oppure rinviarla alle Camere per manifesta incostituzionalità (o per scopertura finanziaria, ma non è questo il caso). Lui invece s’è inventato questa prassi sconosciuta alla nostra Costituzione, che i soliti tromboni e pompieri al seguito chiamano elogiativamente “moral suasion”: far sapere riservatamente alla maggioranza che la legge non gli piace, affinchè sia modificata come vuole lui.

L’aveva già fatto col decreto anti-Eluana, e giustamente il governo aveva protestato contro l’insolita prassi di dare un parere preventivo mentre il consiglio dei ministri era riunito per decidere. Ora la scena si ripete mentre il Senato sta esaminando il testo. Lo scopo dell’iniziativa quirinalesca è evidente: “migliorare” una legge-porcata assolutamente impossibile da migliorare (come pensare di profumare un ammasso di letame con una goccia di Chanel numero 5) e risparmiare al governo Al Tappone lo smacco plateale di un disegno di legge bocciato dal Quirinale dopo essere passato in entrambi i rami del Parlamento. Peccato che, fra i poteri che la Costituzione riserva esplicitamente al capo dello Stato, non sia contemplato quello di preoccuparsi delle figuracce del governo (come non è previsto che il capo dello Stato inviti le opposizioni e la stampa a una “tregua” per non disturbare il governo alla vigilia del G8).

Il risultato sarà che la legge-bavaglio verrà lievemente ritoccata, produrrà ugualmente danni indescrivibili, ma alla fine il Quirinale ne firmerà la nuova versione, riducendo le speranze che la Corte costituzionale la faccia a pezzi. Se c’è il rischio che la Consulta non bocci nemmeno il Lodo Alfano, capolavoro di incostituzionalità, figurarsi i tremori dei nostri ermellini (compresi i compagni di merende di Papi) quando dovranno esaminare la porcata “migliorata” dalla “moral suasion" quirinalizia. Insomma, le peggiori notizie, nella politica italiana, sono proprio quelle che, all’apparenza, sembrano le migliori. Nella celebre commedia "A che servono questi quattrini", il protagonista Eduardo De Filippo consiglia a un suo giovane discepolo il da farsi in caso di eventi apparentemente negativi: mettersi di fronte allo specchio e ripetere alternativamente due frasi: “Chi ti dice che sia una disgrazia?” e “Chi ti dice che non sia una fortuna?”, facendole precedere entrambe con un bell’”A me nun me passa manco pe’ ‘a capa”. Noi, ogni volta che entra in scena la moral suasion napolitana, dobbiamo fare esattamente il contrario. Cioè ripetere allo specchio: “Chi ti dice che non sia una disgrazia?” e “Chi ti dice che sia una fortuna?”, “”A me nun me passa manco pe’ ‘a capa”.

Segnalazioni

Berlusconi e il disturbo vincente. Intervista allo psichiatra Luigi Cancrini di Stefano Corradino (Articolo21.info)

da Micromega.net
Mafia, politica e affari: sette domande al Cavaliere di Carlo Cosmelli
Il Re Taumaturgo è nudo di Angelo d'Orsi
Via dalla Consulta i cortigiani di Re Silvio di Pancho Pardi
Ddl sicurezza - Camilleri, Tabucchi, Maraini, Fo, Rame, Ovadia, Scaparro, Amelio: Appello contro il ritorno delle leggi razziali in Europa

L'estate del Titanic - Ucuntu n.45 (3 luglio 2009)


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E' online il blog dell'Antefatto, con le rubriche di Travaglio e Padellaro, le notizie e le analisi dei giornalisti del Fatto Quotidiano

Vignetta di BandanasTutti gli anni il presidente Giorgio Napolitano compie gli anni. E quando lo fa, va a Capri. E quando è a Capri, passeggia. E quando passeggia esterna. Stavolta ha detto che per il bene dell’Italia bisognerebbe dare un taglio alle polemiche almeno fino alla fine del G8. Dice: “Capisco le ragioni della politica e dell’informazione, ma il mio auspicio in questo momento è di una tregua”. La Destra ha festeggiato la parola tregua e ha tradotto il “basta polemiche” con il “basta notizie, anzi gossip”. Trasformando l’innocua passeggiata di Napolitano in un auspicio al silenzio. Anzi in un viatico. Il che non ha migliorato l’umor nero (e l’eloquio) di Silvio Berlusconi che ne ha approfittato per moltiplicare le polemiche - i democratici sono morti, i complotti sconfitti, le pupe un’invenzione - ignorare le notizie, non rispondere alle domande, irridere i fatti, specchiarsi nel proprio trionfo farmacologico: “Il mio governo è il più stabile e il più forte dell’Occidente”.

Ma naturalmente né lui, né la destra hanno capito l’auspicio del Presidente. Il quale, compiendo 84 anni, e tenendosi ben saldo ai valori costituzionali che in una democrazia occidentale presidiano il sommo bene dell’informazione, ce l’aveva proprio con le polemiche e gli insulti tipo “grumi eversivi”, “odiatori”, “invidiosi”, “comunisti”, “mentitori”, “giudici a orologeria”. E che usando la parola “polemiche”, temperata dal panama bianco, dalla camicia slacciata, dal sole caprese, non intendeva “fatti”, notizie”, “indiscrezioni”, “testimonianze”, “rivelazioni” “dichiarazioni”, eccetera. Conoscendo bene la differenza tra le chiacchiere fatte di vento (e di politica) e le notizie.

Le quali continueranno a fluire liberamente e persino in modo speciale, proprio nei prossimi giorni, visto che sul palcoscenico del G8 attraccheranno non meno di 2 mila giornalisti stranieri accreditati. Nessuno dei quali si sognerebbe mai di ignorare la cronaca, fiorita in queste settimane su infiniti spunti, e tutti assai adatti ai tempi: l’inchiostro di Veronica Lario, i sorrisi di Noemi, il silenzio di Elio Letizia, le confessioni di Patrizia D’Addario, la paura di Barbara Montereale, gli attributi non intellettuali di Topolanek, il mistero delle 5 mila foto, l’attesa per un certo numero di registrazioni video e audio, i riscontri dell’inchiesta a Bari su malasanità, cocaina, prostituzione, la sentenza per la corruzione di Mills, lo sbriciolamento di Giampaolo Tarantini, la cena del premier a casa del giudice costituzionale Luigi Mazzella che dovrà pronunciarsi sulla costituzionalità del Lodo Alfano, l’inchiesta a Milano sui diritti tv. Notizie. Neanche mezza polemica, proprio come auspica il nostro presidente Napolitano dal mare blu di Capri, auguri.
(Vignetta di Bandanas)

Il Fatto Quotidiano: istruzioni per l'uso e risposte alle domande sull'8 luglio
Siccome siamo tutti inesperti, noi per primi, ci siamo appuntati tutti i dubbi, le perplessità e i quesiti dei vostri commenti, li abbiamo sottoposti a chi si sta occupando della campagna abbonamenti e abbiamo preparato qualche risposta che speriamo esaustiva...
Leggi tutto

8 luglio: notte bianca anti-bavaglio a Roma - scarica la locandina



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Vignetta di NatangeloZorro
l'Unità, 13 maggio 2009


Non avendo mai scritto una riga sui misteri d’Italia, Pierluigi Battista pretende pure che non ne scrivano gli altri, se no lui fa brutta figura. Così, sul Corriere, compila una lunga lista nera di reprobi – “storici, politologi, politici, giornalisti, memorialisti” – che si sono permessi di scavare nelle fondamenta della I e della II Repubblica, imbattendosi regolarmente nel “doppio Stato” che pubblicamente si ammantava di legalità e democrazia, mentre dietro le quinte faceva o copriva o depistava stragi, omicidi politici, mafie, corruzioni. Ora, esulta il Cerchiobattista, “la misteriologia doppiostatista rischia di andare in soffitta”. E perché, di grazia? Perchè Napolitano ha definito “fantomatico” il “doppio Stato”.

Ora, a parte il fatto che il presidente ha rammentato i tentativi di “una parte degli apparati dello Stato” di “destabilizzare il sistema” e “depistare” le indagini sulle stragi per “una svolta autoritaria”, e che nessun altro presidente europeo potrebbe mai dire altrettanto, è vero che parlare di doppio Stato è eccessivo: un paese che non vuol conoscere i mandanti delle stragi fondative della I Repubblica (Portella della Ginestra) e della II (quelle del 1992-‘93a Capaci, Via d’Amelio, Milano, Firenze e Roma), di Stato non ne ha mai avuto nemmeno uno, figurarsi due. Purtroppo, però, nelle democrazie la Storia non la scrivono i politici. L’”ipse dixit” è tipico dei regimi autoritari, dove la storia la scrive il Potere a suo uso e consumo. Proprio quel che pretenderebbe Battista: uno che, potendo, le cronache dell’ippica le farebbe scrivere dai cavalli.
(Vignetta di Natangelo)

Gli approfondimenti della rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

La verità mai raccontata sugli scandali finanziari e politici della Chiesa - di Gianluigi Nuzzi
Consulta l'archivio segreto di monsignor Dardozzi in esclusiva online nella rubrica curata dall'autore


Montanelli narratore - Convegno all'Accademia della Crusca
Lunedì 18 maggio, Firenze

"Schedare i clochard!" Il governo pretende di sapere il "domicilio" dei barboni di Stefano Corradino (Articolo21.info)

Liberi tutti - l'inchiesta video di Matteo Fallica che ha vinto il concorso "InchiestaPA"

L'incantesimo della Repubblica Televisiva - il videopost di Enzo di Frenna sulla mistificazione del termine "libertà" sbandierato in televisione

Video di Qui Lecco Libera - Incontro con Nichi Vendola


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(Vignetta di Molly Bezz)

Alla fine, buon ultimo, con una quindicina d’anni di ritardo, è arrivato anche il Corriere della sera. Il giornale vicediretto da Pigi Battista, che ancora giovedì sera ad Annozero domandava allibito: “Siamo forse un paese a sovranità limitata?”. Gli ha risposto Antonio Tabucchi, che vivendo tra Parigi e Lisbona riesce a cogliere meglio l’anomalia italiana, e ha ricordato lo spaventoso conflitto d’interessi berlusconiano. Che non dipende soltanto dal possesso di tv, giornali, banche, assicurazioni e tutto il resto. Ma dal fatto che Silvio Berlusconi è incompatibile con la Costituzione. Ieri il Corriere ha scritto che il premier è andato “oltre ogni misura” definendo “sovietica” la Costituzione sulla quale ha giurato. Ma l’aveva già detto a Torino il 12 aprile 2003: solo che all’epoca tutti fecero finta di niente. Come sempre. Come quando, tre mesi dopo, il Cavaliere iniziò a violentare la Carta col lodo Maccanico-Schifani, proseguendo poi col falso in bilancio, col decreto salva-Rete4 (che, come quello contra Eluana, cancellava la sentenza del 2002 della Consulta su Rete4, ma fu frettolosamente firmato dal capo dello Stato), con la legge Pecorella che aboliva l’appello solo per i pm, con la devolution concepita in una baita del Cadore, e ultimamente con il dolo Alfano, con l’ennesima controriforma della giustizia e con la porcata sulle intercettazioni.

Una guerra quotidiana alla divisione dei poteri, cambiando le leggi a propria immagine e somiglianza. Sono 15 anni che Berlusconi, ogni giorno che Dio manda in terra, va “oltre ogni misura”. E se - come scrive il Corriere - siamo a “uno dei più duri scontri istituzionali del dopoguerra repubblicano”, dipende esclusivamente dal fatto che solo oggi il caudillo di Arcore s’imbatte in un No chiaro e netto del Quirinale. Le altre volte l’han sempre, o quasi, lasciato fare. Per quieto vivere, nella speranza che fosse l’ultima volta. Invece era sempre la penultima. Vedremo se questa sarà finalmente l’ultima. Ma c’è da dubitarne. Nemmeno stavolta il Corriere trae dalla svolta eversiva del premier le dovute conseguenze (quelle tratte da Scalfari, che evoca la svolta autoritaria mussoliniana del 3 gennaio 1925) e torna a indossare i panni del pompiere: “auspica” una “ricucitura”, per “ricreare un clima meno tempestoso tra Palazzo Chigi e Quirinale” e “sanare una grave fattura tra le istituzioni”. Questa maledetto vizio di presentare gli attacchi berlusconiani alla Giustizia e alla Costituzione come “scontro fra poteri” non fa che il gioco di Berlusconi. Perché qui non c’è nessuno “scontro”. Qui c’è un signore che da 15 anni aggredisce e qualcun altro che ogni tanto, troppo raramente, difende le istituzioni aggredite. Berlusconi non fa cose incostituzionali: è lui, ontologicamente, incostituzionale. Un’opposizione degna di questo nome avrebbe già occupato il Parlamento in segno di protesta. E’ troppo chiedere che, almeno, la nostra opposizione abolisca per sempre la parola “dialogo”?

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Cari lettori del forum di www.marcotravaglio.it, vi chiedo di pazientare un po' per consentire la ristrutturazione del sito (ne aveva bisogno!). Traslocherò il forum sulla nuova piattaforma il prima possibile. Nel frattempo continuate a discutere e a commentare sul nostro blog.
Marco Travaglio


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Vignetta di NatangeloZorro
l'Unità, 3 febbraio 2009


Fra le tante parole che han perso il loro significato, anzi hanno assunto quello contrario, c’è “liberale”. Ieri Ostellino, che ogni due per tre ricorda di essere un “liberale” (forse per convincere se stesso), scrive sul Corriere che Di Pietro è “autoritario” perché chiede al capo dello Stato di non firmare leggi incostituzionali, e “ha un certo seguito in quella parte dell’opinione pubblica che, negli anni 20, ingrossò in buona fede le file del fascismo”. “Nelle democrazie liberali - spiega Ostellino - i politici non sono legibus soluti, ma sottoposti essi stessi alla Legge. Che è ‘uguale per tutti’”. Ben detto. Peccato che le critiche al Quirinale riguardino proprio la firma sulla legge Alfano che rende “legibus solutae” le quattro alte cariche dello Stato, trasformandole in cittadini più uguali degli altri. Ma, anziché prendersela con quella legge e con chi l’ha voluta e avallata, Ostellino, liberale in crisi di identità, attacca chi la contesta dandogli del fascista autoritario. Altri noti liberali, come gli avvocati affiliati alla setta delle Camere penali capitanata da Oreste Dominioni, già difensore di Dell’Utri, denunciano penalmente Di Pietro per “offesa all'onore e al prestigio del capo dello Stato” (art.278 Codice penale) a proposito delle pacatissime critiche rivolte a Napolitano in piazza Farnese. In qualunque altro paese i liberali difenderebbero il diritto di critica, tanto più nei confronti di un’alta carica dello Stato che da sei mesi non è più soggetta alla legge penale. In Italia i “liberali”, quando qualcuno dissente, chiamano la Celere.
(Vignetta di Natangelo)


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