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Foto di tsevis da flickr.comIl primo a sbilanciarsi, il 7 marzo, fu Gianfranco Fini: “Gli Stati Uniti non sono ancora pronti per un presidente nero”. Ma il momento decisivo per le sorti delle elezioni americane fu la discesa in campo di Giuliano Ferrara, stregato da Mc Cain, ma soprattutto da Sarah Palin: “L’abbiamo scoperta noi”, gongolava il Platinette Barbuto, noto esperto in fiaschi, esaltando le virtù profetiche del suo talent scout addetto alle catastrofi, Christian Rocca, già noto per aver annunciato il trionfo in Irak e per aver scoperto i neocon quando negli States non osavano più mettere il naso fuori di casa. Ecco, quello fu il momento della svolta per Obama. Lì fu chiaro a tutti che McCain era spacciato.

Per chi avesse ancora dei dubbi, provvidero a dissiparli gli interventi in extremis di due noti analisti padani, Roberto Castelli (“Mc Cain è una garanzia per la difesa della civiltà cristiana sotto attacco dei musulmani”) e Roberto Cota (“John offre maggiore sicurezza contro l’Islam”), nonché del noto stratega Maurizio Gasparri (“Dovesse vincere Obama, prenderei le distanze della Casa Bianca”). Non che la palma delle previsioni sballate sia un’esclusiva italiana. Ancora il 2 novembre John Zogby, “il guru dei sondaggi”, comunicava che “Mc Cain è in rimonta e può vincere, ormai ha superato Obama, 48 a 47%”. Ma i provincialotti italioti che scambiano le speranze per la realtà e pensano di orientare dall’Italia il voto americano, non ci han fatto mancare proprio nulla. Soprattutto sugli house organ di Berlusconi, che solo un mese fa passeggiava mano nella mano con l’amico Bush, lo sguardo rapito, il cuore palpitante, ripetendogli che “sei stato un grande, presto ti verrà riconosciuto, passerai alla Storia”, mentre persino George lo guardava scettico e persino McCain pregava il presidente più impopolare del secolo di non farsi vedere dalle sue parti.

Sull’immancabile sconfitta di Obama, il Giornale ha dato il meglio di sé. Mauro della Porta Raffo, il “gran pignolo” che fa le pulci ai giornali e ci azzecca sempre, ma con gli oracoli un po’ meno, non aveva dubbi: “Adesso vi dico: John Mc Cain il prossimo 4 novembre vincerà”. E Paolo Granzotto, entusiasta: “Resto anch’io dell’opinione che il vecchio eroe sbaraglierà il giovane vagheggino… Sarah Palin trascinerà Mc Cain alla vittoria”, anche per via della “veltronizzazione della campagna del damerino Obama: e con Veltroni, si sa, si va dritti alla sconfitta”. Insomma, “Mc Cain gli farà la festa”. Mario Giordano, rabdomante dal fiuto infallibile, produceva titoli del tipo: “Ecco perché la strana coppia Mc Cain-Palin può arrivare alla Casa Bianca”. E rimbeccava i lettori rassegnati alla vittoria di Obama: “Ma lei è così sicuro che vincerà Obama? Io ho qualche dubbio”. Immediatamente avvertito a Chicago, Barack faceva i debiti scongiuri. Anche perché, ad allarmarlo vieppiù, c’erano gli editoriali di Maria Giovanna Maglie, che ha con i dati elettorali lo stesso rapporto elastico dimostrato con le note spese alla Rai. La generalessa, che scrive con l’elmetto e il colpo in canna, non ci poteva proprio credere che gli americani votassero per quell’”estremista inesperto e poco capace”, “contrario infantilmente alle centrali nucleari”, uno che “ritirerebbe incoscientemente le truppe dall’Irak”, che “rappresenta solo una fetta minoritaria di radicali”, per giunta negro, tant’è che “gli elettori democratici sono i primi a dubitarne”, ma “dubitano pure gli indecisi, gli indipendenti, i fan di Hillary”. Mentre “Old John” (così lei chiama McCain, nell’intimità) “parla da Presidente”, “può vincere le elezioni perché è un candidato credibile” e poi “ha trovato un vice ideale in Sarah Palin, la donna tutta valori, determinazione e capacità oratoria”, ma soprattutto “è pronto a costruire 45 centrali nucleari e aumenterebbe le truppe in Irak”, dunque “io dico che ce la fa”, “nonostante il can can dei media nazionali e internazionali”, tutti in mano al Comintern. Se invece “dovesse farcela Obama, sarà una vittoria di misura” (infatti avrà la maggioranza parlamentare più ampia dalla notte dei tempi). La Maria Giovanna lo vedeva già alla Casa Bianca, l’amato Old John: “Da presidente ridurrà il potere di Washington e, da vero patriota, difenderà la sicurezza degli Usa”. Pazienza, la difenderà da casa. Ma, nei momenti di sconforto, potrà sempre consolarsi con qualche visita di Maria Giovanna Maglie.

Anche il Foglio ci ha lasciato pagine indimenticabili, tutte sull’inevitabile disfatta del nero Barack. Il Platinette, dall’America, ispirava titoli tambureggianti: “Ed è subito Sarah”, “Vi fareste governare da Obama?”, “Perché l’idraulico Joe è il miglior alleato del soldato Mc Cain”. Sotto, le meglio firme del bigoncio si esercitavano nell’arte dell’oracolo.

Marina Valensise, altra neocon de noantri, credendo di farle un complimento, scriveva che “la Palin somiglia alla nostra Gelmini: una tigressa dura, determinata, sicura di sé, temprata dal gelo polare, travolgente come un animale selvaggio… una mamma che si batte contro un parolaio idealista”. Stefano Pistolini la definiva “l’ultima arrivata, forse la predestinata”. Infatti, è stata la palla al piede del povero McCain. Ma Christian Rocca, lo scopritore: “La Palin è un Obama al quadrato”, donna dall’”appeal a tratti profetico e messianico”, un incrocio fra “Bob Dylan e Erin Brockovich”, come pure il suo presunto gemello Barack, insomma “pare lei la candidata presidente e Mc Cain il suo vice”. E Obama: per l’esperto Rocca, “il candidato perfetto per una serie televisiva”, “elitario, intellettuale, troppo di sinistra e incapace di connettersi con il paese”, una “bolla che potrebbe sgonfiarsi rapidamente” visto che “da mesi viene rifiutato stato dopo stato, primaria dopo primaria, dalla working class del suo stesso partito, dai poveri, dagli ispanici, dai cattolici, dagli anziani, dalle donne, dagli ebrei e da qualsiasi categoria sociale e razziale a cui non appartengano afroamericani, studenti, intellettuali, miliardari, divi di Hollywood e fighetti”. E queste - si badi bene - “non sono opinioni”. Tiè. Resta da capire chi diavolo abbia votato per Obama. All’insaputa di Rocca fra l’altro.
(Foto di tsevis da flickr.com)

Segnalazioni

Enzo Biagi se n'è andato un anno fa. Oggi sarebbe allarmato dai rigurgiti di fascismo - Intervista a Bice Biagi di Stefano Corradino (Articolo21.info)

Chiarelettere a Scrittorincittà - Cuneo, 13-16 novembre 2008

La Catena di San Libero: Di che cosa è fatto un sessantotto - di Riccardo Orioles (5 novembre 2008, n. 374)


L'italia e la crisi finanziaria (Frankfurter Allgemeine, Germania - 29 ottobre 2008)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info

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Ora d'aria
l'Unità, 16 settembre 2008


L’unico aspetto che stupisce, della sortita di Adriano Sofri in difesa degli assassini del commissario Luigi Calabresi e contro il figlio di quest’ultimo, Mario, colpevole di essere rimasto vivo, è lo stupore che l’ha accompagnato. In base a una sentenza definitiva della Cassazione, che l’ha condannato a 22 anni per omicidio, Sofri è uno dei mandanti del delitto del commissario (l’altro, Giorgio Pietrostefani, è felicemente latitante all’estero). Lui, com’è suo diritto, l’ha sempre negato. Da qualche tempo, però, sembra volerci dire qualcosa di più e di diverso. Nel maggio 2007, sul Foglio, rivelò che, dopo il delitto Calabresi (1972), “uno dei più alti esponenti” dei servizi segreti “venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi affari riservati”. Forse Federico Umberto D’Amato, capo degli Affari riservati del Viminale, morto nel ‘96. Strano che ambienti così bene informati (e disinformanti) si rivolgessero proprio a Sofri, se l’avessero creduto estraneo agli omicidi politici: forse sapevano di andare a colpo sicuro, senza temere di essere denunciati. Tant’è che Sofri attese trent’anni e parecchi funerali, prima di parlare della cosa.

Ora, sempre sul Foglio, il lottatore continuo si spinge più in là: “L’omicidio di Calabresi fu l’azione di qualcuno che, disperando della giustizia pubblica e confidando sul sentimento proprio, volle vendicare le vittime di una violenza torbida e cieca”: cioè i caduti in piazza Fontana e l’anarchico Pino Pinelli. E’ un bel passo avanti rispetto ai bislacchi tentativi di Lc e dello stesso Sofri di affibbiare l’omicidio Calabresi ai servizi o alla destra. Ma, anche qui, nessuna meraviglia: in qualità di mandante, Sofri parla da esperto. Poi, certo, sostiene che le persone che assassinarono Calabresi “potevano essere delle migliori”, “non certo persone malvagie”, comunque “non terroristi”. E’ una tesi che confligge con la storia e col vocabolario. Cos’è, se non terrorismo, un delitto commesso da Lc, il cui giornale nei mesi precedenti scriveva: “il proletariato sa chi sono i responsabili del delitto Pinelli e saprà fare vendetta della sua morte” (14-5-1970); “questo marine dalla finestra facile dovrà rispondere di tutto. Gli siamo alle costole, è inutile che si dibatta come un bufalo inferocito… Noi di questi nemici del popolo vogliamo la morte” (6-6-1970); “Siamo stati troppo teneri con il commissario Calabresi. Egli si permette di continuare a vivere tranquillamente… Il proletariato ha già emesso la sua sentenza: Calabresi è responsabile dell’assassinio di Pinelli e dovrà pagarla cara… Calabresi ha paura ed esistono validi motivi perché ne abbia sempre di più… L’eliminazione di un poliziotto non libererà gli sfruttati; ma è questo, sicuramente, un momento e una tappa fondamentale dell’assalto del proletariato contro lo Stato assassino” (6-6-1970); “Calabresi, assassino, stia attento. Il suo nome è uno dei primi della lista” (6-5-1971). Ed è un fatto che il delitto inaugurò la lunga scia di sangue dell’eversione rossa.

Ma che dovrebbe dire il mandante, se non giustificarlo come meglio può? Sta parlando di se stesso e, in veste di imputato condannato, ha pure la facoltà di mentire. Per Sofri, Calabresi fu “un attore di primo piano di quella ostinata premeditazione”: cioè della pista anarchica su piazza Fontana. Falso anche questo: Calabresi era un giovane commissario, il depistaggio nacque in ben altre e più alte stanze (l’ufficio Affari Riservati). Come ricorda D’Ambrosio, “il fermo di Valpreda fu ordinato dalla polizia di Roma”, non di Milano. Ma è raro trovare un omicida che tessa l’elogio della sua vittima. Solo chi per tutti questi anni ha rimosso o ignorato la condanna di Sofri, facendo finta di niente o elevandolo addirittura a maitre à penser perché “da allora è molto cambiato”, può stupirsi delle sue parole. All’indomani del delitto, Sofri titolò sul giornale Lotta Continua: “Ucciso Calabresi, il maggior responsabile dell’assassinio di Pinelli” e parlò di “un atto in cui gli sfruttati riconoscono la propria volontà di giustizia”. Oggi, 36 anni dopo, scrive che i killer erano “mossi da sdegno e commozione per le vittime”. Molto cambiato, si fa per dire. Cambiano le parole, ma il concetto, è lo stesso. Solo che oggi non compare su un foglio della sinistra extraparlamentare. Ma su un house organ del presidente del Consiglio, che ha continuato dall’interno delle istituzioni la guerra alla “giustizia borghese” avviata in piazza trent’anni fa da Sofri & C. Le rivoluzioni - diceva Leo Longanesi - cominciano in piazza e finiscono a tavola.

Segnalazioni

Martedì 23 settembre
Saverio Lodato e Roberto Scarpinato presentano "Il ritorno del principe".
Partecipano Paolo Flores d'Arcais, Andrea Purgatori, Paolo Ricca e Marco Travaglio.
Roma, Teatro Quirino - ore 21
Ingresso libero fino ad esaurimento posti (capienza del teatro: 900 posti)

Lunedì 29 settembre Peter Gomez e Marco Travaglio presentano Bavaglio
insieme ad Antonio Ingroia e Antonio Padellaro.
Torino, Teatro Nuovo. Corso Massimo d'Azeglio, 17
- ore 21
Ingresso libero fino ad esaurimento posti

Notizie vere, notizie false - La catena di San Libero, di Riccardo Orioles

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Foto di Roberto CorradiOra d'aria
l'Unità, 30 aprile 2008

C’è stato un momento preciso, nella campagna elettorale di Roma, in cui s’è capito che Rutelli era spacciato. E’ stato quando Giuliano Ferrara ha annunciato che avrebbe votato per lui. In quello stesso istante, Alemanno ha avuto la certezza matematica di avere la partita in pugno: se il Platinette Barbuto appoggiava il suo avversario, nulla più si frapponeva tra lui e il Campidoglio. Intendiamoci: Er Cicoria riesce a perdere tranquillamente da solo, senza l’aiuto del direttore del Foglio. Come ha detto Bettini, “Francesco è stato un sindaco indimenticabile”. Infatti molti romani non l’han dimenticato. Ma forse qualche chance l’aveva persino lui. Poi però è arrivato il suo bacio della morte, che - com’è noto - non perdona. La Donna Pelosa è fatta così: qualunque posizione prenda, e ormai ne ha prese più di quante ne contempli il Kamasutra, porta bene a sé e male a tutti gli altri.

Ne sa qualcosa la buonanima di Craxi, che da quando se lo mise in casa in fuga dal Pci non ebbe che guai: indagato da Mani Pulite, anziché confessare e patteggiare, scelse la linea dura suggerita da Ferrara. Risultato: dovette scappare in Tunisia, inseguito dai gendarmi. Intanto il Platinette era trasmigrato in Forza Italia. Primo incarico: ministro ai Rapporti col Parlamento e portavoce del premier Berlusconi. Appena apriva bocca, il governo finiva a gambe all’aria. Mai visto un governo con peggiori rapporti col Parlamento. “Più che di un portavoce, avrei bisogno di un portasilenzi”, sospirò Berlusconi. Infatti durò 7 mesi, un record mondiale. “Lascio la politica per sempre, non fa per me”, annunciò il Platinette. E fondò Il Foglio, coi soldi della signora Veronica e soprattutto dei contribuenti. Un miracolo editoriale che non ha mai superato le 10 mila copie vendute. Nel 1996 proclamò: “Squillante è un uomo probo”, infatti poco dopo finì in galera. Nel ‘97 assunse la direzione di Panorama, che dovette lasciare qualche mese più tardi, prima che anche l’ultimo lettore passasse all’Espresso. Poi quello che aveva lasciato per sempre la politica si candidò al Mugello contro Di Pietro. Una catastrofe epocale, roba da Protezione civile: il noto frequentatore di se stesso trascinò il Polo sotto i minimi storici (16%).

Lasciata la politica per la seconda volta, ovviamente per sempre fino alla successiva, il Platinette tornò al Foglio, dove si diede un’altra missione epocale: appoggiare la Bicamerale per la riforma bipartisan della Costituzione, soprattutto della Giustizia. Da quel preciso istante, la sorte della Bicamerale fu segnata: infatti naufragò rovinosamente poco dopo. Per qualche anno, prudenzialmente, il Cavaliere evitò di seguire i consigli del suo aspirante Tigellino, anzi Tigellone. Infatti rivinse le elezioni nel 2001. La Donna Barbuta si buttò sugli esteri, esportando il suo mortifero influsso su scala internazionale. Anche lì, con ottimi risultati. Appena Bush s’inventò le armi di distruzione di massa in Iraq, Il Foglio pubblicò decine di articoli per rivelarne l’esatta ubicazione: Ferrara le vedeva a occhio nudo dalla sua terrazza in Trastevere. Purtroppo erano allucinazioni dovute a indigestione di supplì. Il Platinette indossò l’elmetto e divenne neocon, anzi più neocon dei neocon. Risultato: Bush oggi è il presidente americano più detestato dell’ultimo secolo e i neocon non osano più mettere il naso fuori di casa.

Non contenta, la Donna Barbuta si buttò a corpo morto su Sarkozy. Infatti Sarkò è subito precipitato nei sondaggi. Pare che Carla Bruni sia passata di recente dal Foglio per pregare il direttore di non parlare più del marito: non può fargli che bene, al marito. Nessun problema: Ferrara, dopo aver sponsorizzato e dunque incenerito la candidatura di D’Alema al Quirinale, s’era già convertito all’ateo-clericalismo, costringendo i suoi sventurati redattori a tornei di rosari, voti di castità e pubbliche letture delle vite dei santi. Già meditava l’ultimo colpaccio: il partito Aborto No Grazie, purtroppo boicottato dagli elettori cinici e bari. Nessun voto, ma in compenso molte uova. E un’impennata negli ascolti di Otto e mezzo che, quando lo conduceva lui, non superava il 2% di share, mentre quando s’è sparsa la voce che lui non c’era più è subito schizzato verso l’alto. Anche Veltroni, molto apprezzato da Ferrara nella versione dialogante col Cavaliere (“W il Caw”), non se n’è ancora riavuto. Anche lui avrebbe fatto sapere al Platinette che già il Pd ha tanti problemi: se potesse evitare di elogiarlo per qualche settimana, ecco, farebbe cosa gradita.

Segnalazioni

Leggi il ritratto di Gianni Alemanno, tratto da Se li conosci li eviti, di Peter Gomez e Marco Travaglio

Il video
Dopo Sex crimes and Vatican finalmente online anche in Italia Hand of God

La poesia
Mare molto mosso, con moto ondoso in aumento
 “Si può fare!” ha sempre detto,
 ma il novello chierichetto
 con la sua giaculatoria
 non parlava di vittoria,
 
 ma di far la via più dritta
 verso un’epocal sconfitta
 del nuovissimo partito
 democratico ed unito...
Leggi tutta la poesia di Carlo Cornaglia

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