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Vignetta di Roberto Corradi
Leggi l'intervista che ho rilasciato al Corriere.it

Signornò

da l'Espresso in edicola


A Palazzo Madama, da sei mesi, siede un senatore abusivo: Nicola Di Girolamo. E’ stato eletto tra gli italiani all’estero nella lista Pdl collegio Europa, ma non poteva neppure candidarsi, perché s’è inventato una residenza in Belgio mentre risiedeva in Italia. A giugno il Gip di Roma ha disposto per lui gli arresti domiciliari per 9 reati (attentato ai diritti politici del cittadino, falsa dichiarazione d’identità, falso ideologico, abuso d’ufficio) e ha chiesto il nullaosta alla giunta per le autorizzazioni. Ma il nostro eroe seguita imperterrito a circolare fra l’aula del Senato e la commissione Esteri (e quale, se no?). C’era pure il 24 settembre, quando i compari di casta l’han salvato con un plebiscito, ben nascosti dietro il voto segreto: 204 no all’arresto (Pdl, Lega, Pd, Udc), soltanto 43 sì (IdV e qualche pidino sciolto). Impossibile sapere se ha votato anche lui per sè, o se ha avuto il buon gusto di astenersi.

Ora, com’è noto, c’è un solo motivo che può consentire al Parlamento di derogare al principio di eguaglianza, bloccando l’ordinanza di un giudice: il fumus persecutionis, quando le accuse si rivelano inconsistenti al punto da far sospettare un complotto politico. Ma tutti gli intervenuti in giunta e in aula, compresi i compagni di partito, l’hanno escluso, complimentandosi anzi con i giudici per l’ottimo lavoro. Costituzione alla mano, avrebbero dovuto fermarsi lì: spetta al gip stabilire le esigenze cautelari, non ai colleghi dell’arrestando. Questi invece si sono sostituiti al giudice, sentenziando che il pericolo d’inquinamento delle prove non esiste. E pazienza se il Gip cita un bel po’ di testimoni avvicinati da emissari del senatore perché mentissero ai magistrati. Per il relatore Francesco Sanna (Pd) e il leghista Sandro Mazzatorta, l’arresto comprometterebbe “il plenum del Senato”, che scenderebbe da 315 a 314 inquilini. Quindi l’abusivo deve restare per la stessa logica del quarto a briscola: pare brutto giocare col morto. E poi i suoi reati, aggiunge Sanna, “non hanno gravità paragonabile a quelli per i quali, negli unici quattro precedenti nella storia repubblicana, il Parlamento ha approvato misure cautelari nei confronti di propri membri”.

In effetti gli unici quattro parlamentari arrestati in 60 anni di storia repubblicana erano accusati di “omicidio plurimo, l’insurrezione armata contro lo Stato ed il sequestro di persona”. E Di Girolamo non ha ammazzato nessuno: rischia solo 10 anni. Il dipietrista Luigi Li Gotti prova a spiegare: l’arresto è proprio “a difesa del plenum e della legittimità di quanti han diritto a farne parte”; i pm devono ancora sentire diversi testimoni, che potrebbero essere a loro volta subornati; e ogni volta che Di Girolamo entra in Senato reitera il reato di attentato ai diritti del suo partito e degli elettori presi per i fondelli. Ma anche i senatori del Pdl appaiono felici di esser stati buggerati. E poi, come osserva spiritoso Luigi Lusi (Pd), “le prove sono talmente evidenti che non c’è bisogno di arrestarlo”. Giampiero D’Alia (Udc) si associa. Ecco: se le prove sono poche, non si arresta. Se sono tante, invece, non si arresta lo stesso.
(Vignetta di Roberto Corradi)

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