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bandanaxSignornò, da L'Espresso in edicola

C'è un che di preistorico nell'intervista rilasciata da Massimo D'Alema al Corriere della sera per proporre “un governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo” (già, come vogliamo chiamarlo?). Anzitutto per il linguaggio che fa impallidire le fumisterie politichesi di Rumor, Moro e Forlani. Un frullato di “prospettive incerte”, “prendere le mosse”, “preoccupazione vivissima per lo stato del Paese”, “momento di responsabilità in cui si affrontino i problemi del Paese”, naturalmente “con coraggio”, per “un nuovo patto sociale”, anzi “patto per la crescita”, insomma un “appello alla responsabilità per aprire una fase nuova”, una “soluzione temporanea legata a obiettivi precisi”, tipo “un compromesso ragionevole (guai se fosse irragionevole, ndr) tra nord e sud in materia di federalismo”, per sventare “gli elementi di scollamento” con il “maggior partito di opposizione” che è “pronto a riconoscere la logica di un ragionamento di questo tipo”.

Ma come parli, Max? Mancano solo le convergenze parallele e la pausa di riflessione. De Mita, al confronto, era Tacito. Una sola cosa emerge chiara e lampante dalla colata di piombo inflitta al Corriere: D'Alema non sopporta che Berlusconi defunga – com’era prevedibile da tutti, fuorchè da lui - per motivi giudiziari anziché per la formidabile opposizione del Pd. Infatti sostiene, restando serio, che “non si esce da una crisi di questo tipo attraverso una soluzione giudiziaria, come immagina parte dell'opposizione, o attraverso una campagna moralista e giustizialista”. Che poi è esattamente il mantra berlusconiano: “No a una nuova Tangentopoli, no al giustizialismo e al giacobinismo”.

Il fatto è che, se Scajola, Brancher e Cosentino si sono dovuti dimettere, non è certo per i “salti di qualità” inventati da D’Alema, ma per le indagini penali che la sottocultura dalemiana ostinatamente e ostentatamente ignora dai tempi della Bicamerale (sarà un caso, ma in tutta l'intervista Max non dice una parola sulla condanna in appello per mafia di Dell'Utri,suo grande fan e supporter nella fallita corsa al Quirinale del 2006). La vuotaggine linguistica è figlia della nullaggine politica: chi,dinanzi alla catastrofe biblica che travolge il sistema,non trova di meglio che dire “fermiamoci un momentino altrimenti l'Italia va a rotoli”, appartiene al mondo dei trapassati. Quando D’Alema deride Berlusconi per il “tentativo abbastanza maldestro di riassorbire Casini”, dimentica che lui, da due anni a questa parte, non fa altro che tentativi abbastanza maldestri di assorbire Casini (anche a rischio di regalare pure la Puglia al Pdl).
E poi che altro sarebbe il “governo di transizione, di larghe intese o come vogliamo chiamarlo”, se non l’ennesimo tentativo abbastanza maldestro di puntellare il berlusconismo putrescente con l'accoppiata perdente Pd-Udc? Cose che capitano quando, come diceva Einstein, si affida la soluzione dei problemi a chi ha contribuito a crearli. 
(Vignetta di Bandanax)


Segnalazioni

L'intervista di Massimo D'Alema al Corriere della Sera nella rassegna stampa a cura di Ines Tabusso.

Per il Csm il Pd scelga nomi esemplari - Appello a Bersani - Firma l'appello sul sito di Micromega

ilfattoquotidiano.it, un mese dopo - di Peter Gomez

Commento del giorno

di drainyou80 - utente certificato - lasciato il 23/7/2010 alle 8:54 nel post Per il Csm, il Pd scelga nomi esemplari

Quando Berlusconi è alle corde, stordito come Foreman contro Ali nell’ottavo round dell’incontro di Kinshasa, l’arcangelo Pd con il fido alleato San Ferdinando da appalto truccato, si posano delicatamente sulla sua testa di bitume e con un alito di magico inciucio lo risvegliano dall’approssimarsi delle tenebre.





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