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Vignetta di BandanasVenerdì 16 maggio, mentre infuriavano le polemiche sul caso Berluconi-Lario-minorenni, il presidente emerito della Repubblica, Francesco Cossiga, ha consigliato al premier di non far approvare nessuna legge bavaglio sulla stampa. Secondo Cossiga, per evitare l'uscita di articoli di cronaca sgraditi, si possono benissimo usare altri metodi. Primo fra tutti il ricatto. Spiega, in proposito, l'ex capo dello Stato: «Si chiama un giornalista e gli si dice: "La smetti di pubblicare queste notizie? Ah no? Allora do alcune notizie su di te e sulla moglie e le figlie del tuo editore a un giornale concorrente. E poi dico al tuo editore che le ho pubblicate e che tu lo sapevi"».

Nessuno oggi è in grado di dire se il suggerimento di Cossiga sia stato seriamente preso in esame da Palazzo Chigi. O se, come non appare improbabile, le parole dell'ex presidente siano invece servite per tentare di disinnescare una manovra già in atto. Resta comunque un fatto. Le uscite di questo tipo segnalano quale sia la concezione della libertà d'informazione propria a buona parte delle nostre classi dirigenti.

Proprio ieri, in occasione della conferenza stampa in cui si è scagliato contro i magistrati "colpevoli" di aver condannato per corruzione il suo avvocato David Mills, Silvio Berlusconi ha detto: «Se Repubblica cambiasse atteggiamento potremmo trovare un accordo». L'oscura proposta, subito respinta al mittente dal direttore del quotidiano, Ezio Mauro, è emblematica.

Per il Cavaliere i media sono sempre fatti e diretti da persone che perseguono fini diversi dal diritto-dovere d'informare. Da gente che per qualche prebenda per sé o per il proprio editore è disposta a chiudere un occhio, anzi due, su ciò che sta accadendo nel Paese. Spesso, bisogna dirlo, questo è vero. Ma non sempre. E questo ci deve bastare per tener viva una non irragionevole speranza.
(Vignetta di Bandanas)

Segnalazioni


Democratici anonimi
- il gruppo di sostegno per chi vuole smettere... guarda il video

Sentenza scan-da-lo-sa - di Carlo Cornaglia
A L’Aquila c’è un nuovo terremoto
per la motivazion della sentenza
che narra Mills, legal molto devoto,
corrotto a quanto par da Sua Indecenza.
  
Finalmente qualcuno lo ha incastrato,
con il lodo si salva Berlusconi
che vien dalla sentenza sputtanato,
pur senza la condanna alle prigioni.
Leggi tutto

La verità mai raccontata sugli scandali finanziari e politici della Chiesa - di Gianluigi Nuzzi
Guarda il trailer e consulta l'archivio segreto online nella
rubrica curata dall'autore
La presentazione del libro a Milano
- giovedì 21 maggio ore 18


Premio Ischia: le news dei blog le voti tu
Partecipa alla prima votazione on line per determinare il vincitore del riconoscimento speciale “Blog dell’anno”, assegnato a mezzo di votazione on-line, alla quale possono partecipare tutti gli utenti internet con il solo vincolo di un voto espresso per ogni singola persona.





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Vignetta di NatangeloLa tragedia del terremoto in Abruzzo, il caso Genchi-De Magistris, e la beatificazione a prescindere di Guido Bertolaso (che è il capo della Protezione Civile e non è la Protezione Civile), spiegano bene il perché della crisi della stampa italiana. Le notizie non funzionali a una classe dirigente che negli ultimi 15 anni si è contraddistinta per aver derubato, martoriato e impoverito l'intero Paese non trovano quasi più spazio sui media ufficiali. Per i giornali il risultato immediato è una continua perdita di copie.

Niente di straordinario: dopo qualche settimana il lettore che non trova più nulla d'interessante o di sorprendente sul suo quotidiano o sul suo magazine semplicemente smette di comprarlo. È  sempre stato così e sempre sarà così. L'unica novità è la Rete che però oggi è ancora economicamente troppo povera per garantire un'informazione non solo libera, ma anche a 360 gradi. Detto in altri termini: per fare inchieste e scrivere quello che qualcuno non vuole che si sappia (cioè per fare del giornalismo) occorrono professionalità e soldi. I giornalisti infatti devono essere pagati e devono avere qualcuno che finanzi viaggi in aereo, cene con le fonti, alberghi. Altro denaro serve poi per gli avvocati che fronteggiano le inevitabili querele e (poche volte) per rimborsare chi è stato diffamato.

Pensare di basare tutto questo sulla misera raccolta pubblicitaria dei siti internet italiani è per il momento velleitario. Questo è bene che i lettori scontenti dei loro giornali lo sappiano. Se vogliono davvero essere informati devono prepararsi ad aprire il portafoglio. Non a svenarsi, intendiamoci, ma almeno a sottoscrivere 20-25mila abbonamenti che garantiscano la nascita di mezzi d'informazione capaci di cantare fuori dal coro.

Quanti sono gli Italiani disposti a farlo? Sinceramente non lo so, ma il successo delle pay tv o di itunes mi lascia irragionevolmente ottimista. Così come mi lascia ottimista la nomina di Ferruccio De Bortoli alla direzione del Corriere della Sera: leggete il suo fondo di oggi, sono le parole di un moderato alla testa di un giornale che si rivolge a lettori prevalentemente moderati e di centro-destra. Ma sono anche le parole di un collega che promette di non nascondere mai le notizie. E conoscendo De Bortoli, mi viene da credergli.
(Vignetta di Natangelo)





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Vignetta di BandanasLe minacce del presidente del Consiglio all’informazione non sono né “battute”, né “sfoghi”, né ”gaffes”, come le hanno subito liquidate gran parte dei giornali e la totalità dei telegiornali. Sono l’ultimo atto della putinizzazione del regime italiota, di cui fa parte la sindrome di Stoccolma con cui le vittime principali - i giornalisti - la subiscono, la metabolizzano, la minimizzano e la digeriscono.

Non dimentichiamo che questo volgare tirannello, in quindici anni, è riuscito senza colpo ferire a far fuori Montanelli, Biagi, Santoro, Luttazzi, Mentana, Freccero e Funari, per citare solo i bersagli più illustri. Ha mimato il gesto del mitragliatore dinanzi a una giornalista russa che aveva osato fare una domanda all’amico Putin. Ha seppellito i pochi giornalisti che lo criticano, italiani e stranieri, sotto una grandinata di cause civili per risarcimenti miliardari. Ha mobilitato le ambasciate italiane per protestare contro i giornali stranieri che lo dipingono per quello che è. Ha imbottito la Rai di suoi dipendenti e altri ne infilerà nei prossimi giorni. Sta tentando di imbavagliare Internet con leggi penose quanto i loro autori (il suo vero dramma è la rete, visto che manda in onda in presa diretta le immagini delle sue cazzate in giro per il mondo, rendendo vane le censure dei suoi maggiordomi televisivi).

Ora addita pubblicamente i giornalisti del suo codazzo, in gran parte già sdraiati ai suoi piedi, come “nemici dell’Italia”. Monologa dinanzi a loro, vietando di fargli domande (come se ne avesse mai ricevute). Minaccia “azioni dirette e dure nei confronti di certi giornali e di certi protagonisti della stampa” e ipotizza addirittura di dire “non guardate più una televisione”, lui che controlla due reti e due tg della Rai, tre reti e tre tg di Mediaset. Di fronte a questa deriva, gli appelli della Federazione della stampa e degli altri organismi di categoria, per quanto generose e doverose, sono del tutto inutili e sproporzionate alla gravità della situazione. L’Ordine dei giornalisti e la Fnsi dovrebbero invitare tutti gli iscritti a prenderlo in parola. Minaccia, “se le tv e le vignette e le cronache dovessero continuare”, di “non parlare più con nessuno”.

Benissimo: i giornalisti italiani disertino le sue finte conferenze stampa senza domande, all’estero e in Italia. Quando il ducetto è all’estero, ci saranno i giornalisti stranieri, che informeranno il mondo intero dell’assenza dei loro colleghi italiani. Quando è in Italia, resterà solo a cantarsele e suonarsele con Bonaiuti e i suoi dipendenti sparsi per gli house organ di famiglia. Solo una protesta corale e clamorosa della stampa libera, o di quel che ne resta, potrà finalmente costringere l’Unione Europea a fare ciò che oggi lo scrittore Antonio Tabucchi, presentando da Lucia Annunziata il nuovo libro di Antonio Padellaro, invocava a gran voce: un pronunciamento chiaro e netto sulla fine della democrazia in Italia.
(Vignetta di Bandanas)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso


Antonio Padellaro, già direttore dell'Unità ora impegnato nel progetto per un nuovo giornale, libero e indipendente, ha appena pubblicato un libro, "Io gioco pulito" (Baldini e Castoldi), che ospita interviste e interventi di alcuni collaboratori o ex collaboratori dell'Unità: da Furio Colombo ad Antonio Tabucchi, da Oliviero Beha a Nando Dalla Chiesa, da Corrado Stajano a Maurizio Chierici a Sandra Amurri al sottoscritto. Dal libro è anche nato un blog, http//iogiocopulito.it/ per proseguire il dialogo fra l'autore e i lettori.
M.T.


Segnalazioni

Guarda tutti i video degli autori di Chiarelettere al Festival del Giornalismo di Perugia

Il diavolo veste Praga – di Stefano Corradino

Il Cavaliere esige più poteri (Pagina12, Argentina - 3 aprile 2009)
Italia: l'ombra del fascismo (Guardian, Inghilterra - 30 marzo 2009)
Traduzioni a cura di Italiadallestero.info

Giventi
- di Carlo Cornaglia
Tutti son nel Regno Unito
al G20 e il nostro mito
dice che non servirà:
“Qualche cosa si farà,
  
ma decisamente poco.
Quel che conta è il grande gioco
che sarà da me condotto
in Sardegna col G8...
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Vignetta di NatangeloZorro
l'Unità, 13 febbraio 2009


Il Parlamento sta allegramente abolendo il diritto di cronaca. I giornalisti non potranno più pubblicare, nemmeno in maniera «parziale o per riassunto o nel relativo contenuto, atti di indagine preliminare, nonché quanto acquisito al fascicolo del pm o del difensore, anche se non sussiste più il segreto» fino al processo, che di solito inizia 4-5 anni dopo le indagini. Se lo fanno, rischiano l’arresto fino a 1 anno o una multa fino a 10 mila euro. Con questa porcata, non sapremmo ancora nulla del perché degli arresti di politici napoletani nello scandalo Romeo, del governatore Del Turco, del sindaco D’Alfonso, di Angelucci, ma anche dei giovinastri che hanno stuprato ragazze e incendiato immigrati a Roma e dintorni (per citare gli ultimi fatti). Niente di niente: né le tesi dell’accusa, né quelle della difesa. Così, se ci sono errori giudiziari, la stampa non potrà più svolgere la sua funzione di controllo. E, se ci sono prove schiaccianti di condotte scorrette di personaggi pubblici, non si potrà mandarli subito fuori dai piedi (come si fece con Fazio, Fiorani, Moggi, Saccà). Bruno Vespa esulta: «Ho sempre usato intercettazioni di vicende giunte a dibattimento». Balle: un mese fa dedicò un intero Porta a Porta alle telefonate del caso Romeo. Ma sentite quest’altra, che è strepitosa: «Bisogna evitare di processare le persone in tv prima che lo facciano i giudici». A parte i processi di Cogne, Erba, Rignano Flaminio, Garlasco e Perugia, celebrati e ricelebrati in anteprima a Porta a Porta, l’insetto ha ragione: lui, prima del processo, processa direttamente i giudici.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni


Senatore D'Alia, ma di cosa stiamo parlando? - Lettera di Enzo Di Frenna sulla libertà d'informazione in rete


Non ci sarà nessun testamento biologico. La legge prevede il “sondino di stato” obbligatorio, anche contro la tua volontà
Intervista a Stefano Rodotà, a cura di Micromega.net


Ciao, Bella di Wolfgang Prosinger (Tagesspiegel, Germania - 31 gennaio 2009)
Traduzione a cura di
Italiadallestero.info


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Vignetta di Roberto CorradiOra d'aria
l'Unità, 22 dicembre 2008

Per calcolare lo stato della libertà d’informazione in Italia, c’è un’ottima unità di misura: lo spazio dedicato dalla stampa e dai tg nazionali al processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Ros e poi del Sismi, generale Mario Mori, e del suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Una cosina da niente. Nemmeno una riga, una parola sulle udienze che si susseguono da metà luglio. In aula non si vede quasi mai un cronista e non è mai entrata una sola telecamera. Una delle rare eccezioni è Lirio Abbate, il valoroso giornalista dell’Ansa che vive sotto scorta per le minacce mafiose dopo aver scritto “I complici” con Peter Gomez. Mercoledì ha firmato tre lanci d’agenzia sulla lunga deposizione del primo testimone d’accusa: il generale Michele Riccio, anche lui ex del Ros, che accusa Mori e Obinu di avergli impedito di catturare Provenzano 13 anni fa in un casolare di Mezzojuso indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da Cosa Nostra subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia.

Quella sera e nei giorni seguenti nessun giornale né tg nazionale ha ripreso la notizia. Il Tg1, per esempio, era molto impegnato a intervistare il produttore De Laurentiis sul nuovo film-panettone di Christian De Sica. Un vero peccato, perché Riccio ha raccontato di quando Ilardo incontrò Mori e gli avrebbe detto: “Le stragi non le abbiamo fatte solo noi della mafia, ma anche voi dello Stato”. Mori, anziché domandare spiegazioni o fare obiezioni, girò i tacchi e - sempre secondo Riccio - se ne andò senza dire una parola. Poi Riccio s’è soffermato su uno strano vertice nello studio Taormina: “Il mio difensore Carlo Taormina mi fece incontrare il senatore Dell'Utri, con la scusa di studiare le carte del suo processo. Passò a salutarci l'avvocato Cesare Previti (che poi non partecipò alla riunione, ndr)… Taormina mi chiese di dire, nei processi per mafia a Palermo, che Ilardo non mi aveva mai parlato di Dell'Utri”. Invece gliene aveva parlato eccome. Riccio - riferisce l’Ansa - non seguì l'amorevole consiglio di Taormina e mesi dopo gli revocò il mandato. Previti - ricorda Riccio - era presente da Taormina anche in occasione di un’altra riunione. Una presenza interessante, la sua, anche se “inattiva”, visto che - come ricorda Riccio - Previti conosceva bene Mori e “sovente veniva a trovarlo negli uffici del Ros”.

Di più: “Nel 1994 ho visto Mori che dal proprio ufficio spostava in un'altra stanza il piatto d'argento che gli era stato regalato da Previti, commentando con una battuta: ‘Cambiato il governo, si deve cambiare anche la disposizione del vassoio’…”. Dopo aver ricostruito il mancato blitz di Mezzojuso, Riccio riferisce i nomi che Ilardo gli fece prima di morire: nomi delle persone che gli risultavano legate a Cosa Nostra o agli amici degli amici, sulle quali non potè aggiungere altro perché fu ammazzato prima di mettere a verbale le sue dichiarazioni. E, fra gli altri, cita Dolcino Favi, il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta “Why Not”, e che in passato era stato in servizio a Siracusa. Favi - riferisce l’Ansa - sarebbe stato “gestito” da un avvocato di Lentini “molto legato a un uomo del boss Santapaola”. Dichiarazioni tutte da verificare, s’intende (il processo serve a questo). Ma piuttosto avvincenti e attuali. Peccato che nessuno le racconti.

Ps. Un mese fa, chi scrive fu condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per aver diffamato Previti riportando sull’Espresso il racconto di Riccio ai pm di Palermo sulla presenza dell’ex deputato nello studio Taormina il giorno della riunione fra l’avvocato, l’ufficiale e Dell’Utri. Il Tg1 diede la notizia con grande risalto. Ora che Riccio, in Tribunale, ha ribadito e arricchito il suo racconto, il Tg1 tace. Viva il servizio pubblico.
(Vignetta di Roberto Corradi)

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Etica, evitiamo una Caporetto
- di Roberto Scarpinato (CorrierEconomia, 22 dicembre 2008)

Pd e giustizia: Lucia Annunziata discute con Paolo Flores D'Arcais e Luciano Violante (In Mezz'ora, 21 dicembre 2008 - Rai3)


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Vignetta di Molly Bezzl'Unità, 15 giugno 2008

L’altro giorno, fingendo di avanzare un’”ipotesi di dottrina”, Giovanni Sartori ha messo in guardia sulla Stampa dai ”dittatori democratici” e ha spiegato: “Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perché non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno. Si impacchetta la Corte costituzionale, si paralizza la magistratura… si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere ‘transitivo’ che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo”. Non poteva ancora sapere quel che sarebbe accaduto l’indomani: il governo non solo paralizza la magistratura, ma imbavaglia anche l’informazione abolendo quella giudiziaria. E, per chi non avesse ancora capito che si sta instaurando un regime, sguinzaglia pure l’esercito per le strade.

Nei giorni scorsi abbiamo illustrato i danni che il ddl Berlusconi-Ghedini-Alfano sulle intercettazioni provocherà sulle indagini e i processi. Ora è il caso di occuparci di noi giornalisti e di voi cittadini, cioè dell’informazione. Che ne esce a pezzi, fino a scomparire, per quanto riguarda le inchieste della magistratura. Il tutto nel silenzio spensierato e irresponsabile delle vestali del liberalismo e del garantismo un tanto al chilo. Che, anzi, non di rado plaudono alle nuove norme liberticide. Non si potrà più raccontare nulla, ma proprio nulla, fino all’inizio dei processi. Cioè per anni e anni. Nemmeno le notizie “non più coperte da segreto”, perché anche su quelle cala un tombale “divieto di pubblicazione” che riguarda non soltanto gli atti e le intercettazioni, ma anche il loro “contenuto”. Non si potrà più riportarli né testualmente né “per riassunto”. Nemmeno se non sono più segreti perché notificati agli indagati e ai loro avvocati. Niente di niente.

L’inchiesta sulla premiata macelleria Santa Rita, con la nuova legge, non si sarebbe mai potuta fare. Ma, anche se per assurdo si fosse fatta lo stesso, i giornali avrebbero dovuto limitarsi a comunicare che erano stati arrestati dei manager e dei medici: senza poter spiegare il perché, con quali accuse, con quali prove. Anche l’Italia, come i regimi totalitari sudamericani, conoscerà il fenomeno dei desaparecidos: la gente finirà in galera, ma non si saprà il perché. Così, se le accuse sono vere, le vittime non ne sapranno nulla (i famigliari dei pazienti uccisi nella clinica milanese, che stanno preparando una class action contro i medici assassini, sarebbero ignari di tutto e lo resterebbero fino all’apertura del processo, campa cavallo). Se le accuse invece sono false (come nel caso di Rignano Flaminio, smontato dalla libera stampa), l’opinione pubblica non potrà più sapere che qualcuno è stato ingiustamente arrestato, né come si difende: insomma verrà meno il controllo democratico dei cittadini sulla Giustizia amministrata in nome del popolo italiano.

Chi scrive qualcosa è punito con l’arresto da 1 a 3 anni e con l’ammenda fino a 1.032 euro per ogni articolo pubblicato. Le due pene - detentiva e pecuniaria - non sono alternative, ma congiunte. Il che significa che il carcere è sempre previsto e, anche in un paese dov’è difficilissimo finire dentro (condizionale fino a 2 anni, pene alternative fino a 3), il giornalista ha ottime probabilità di finirci: alla seconda o alla terza condanna per violazione del divieto di pubblicazione (non meno di 9 mesi per volta), si superano i 2 anni e si perde la condizionale; alla quarta o alla quinta si perde anche l’accesso ai servizi sociali e non resta che la cella. Checchè ne dica l’ignorantissimo ministro ad personam Angelino Alfano.

E non basta, perché i giornalisti rischiano grosso anche sul fronte disciplinare: appena uno viene indagato per aver informato troppo i suoi lettori, la Procura deve avvertire l’Ordine dei giornalisti affinchè lo sospenda per 3 mesi dalla professione. Su due piedi, durante l’indagine, prim’ancora che venga eventualmente condannato. A ogni articolo che scrivi, smetti di lavorare per tre mesi. Se scrivi quattro articoli, non lavori per un anno, e così via. Così ti passa la voglia d’informare. Anche perché, oltre a pagare la multa, finire dentro e smettere di lavorare, rischi pure di essere licenziato.

D’ora in poi le aziende editoriali dovranno premunirsi contro eventuali pubblicazioni di materiale vietato, con appositi modelli organizzativi, perché il “nuovo” reato vien fatto rientrare nella legge 231 sulla responsabilità giuridica delle società. Significa che l’editore, per non vedere condannata anche la sua impresa, deve dimostrare di aver adottato tutte le precauzioni contro le violazioni della nuova legge. Come? Licenziando i cronisti che pubblicano troppo e i direttori che glielo consentono. Così usciranno solo le notizie che interessano agli editori: quelle che danneggiano i loro concorrenti o i loro nemici (nel qual caso l’editore si sobbarca volentieri la multa salatissima prevista dalla nuova legge, da 50 mila a 400 mila euro per ogni articolo, e accetta di buon grado il rischio di veder finire in tribunale la sua società). La libertà d’informazione dipenderà dalle guerre per bande politico-affaristiche tra grandi gruppi. E tutte le notizie non segrete non pubblicate? Andranno ad alimentare un sottobosco di ricatti incrociati e di estorsioni legalizzate: o paghi bene, o ti sputtano.

Ultima chicca: il sacrosanto diritto alla rettifica di chi si sente danneggiato o diffamato, già previsto dalla legge attuale, viene modificato nel senso che la rettifica dovrà uscire senza la replica del giornalista. Se Tizio, dalla cella di San Vittore, scrive al giornale che non è vero che è stato arrestato, il giornalista non può nemmeno rispondere che invece è vero, infatti scrive da San Vittore. A notizia vera si potrà opporre notizia falsa, senza che il lettore possa più distinguere l’una dall’altra. Tutto ciò, s’intende, se i giornalisti si lasceranno imbavagliare senza batter ciglio.

Personalmente, annuncio fin d’ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quel che so
. Continuerò a pubblicare, anche testualmente, per riassunto, nel contenuto o come mi gira, atti d’indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Farò disobbedienza civile a questa legge illiberale e liberticida. A costo di finire in galera, di pagare multe, di essere licenziato. Al primo processo che subirò, chiederò al giudice di eccepire dinanzi alla Consulta e alla Corte europea la illegittimità della nuova legge rispetto all’articolo 21 della Costituzione e all’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e le libertà fondamentali (“Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche…”, con possibili restrizioni solo in caso di notizie “riservate” o dannose per la sicurezza e la reputazione). Mi auguro che altri colleghi si autodenuncino preventivamente insieme a me e che la Federazione della Stampa, l’Unione Cronisti, l’associazione Articolo21, oltre ai lettori, ci sostengano in questa battaglia di libertà. Disobbedienti per informare. Arrestateci tutti.

Lettera a Vittorio Feltri, direttore di Libero, sulla vicenda Gabriele Mastellarini
di Marco Travaglio

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I documenti choc della clinica degli orrori: gli atti d'accusa integrali del Tribunale di Milano sugli illeciti contestati - parte prima - parte seconda (fonte: l'Espresso)

Radio a Colori, Santa Rita e Petruccioli. E poi...? di Oliviero Beha

I video di Qui Milano Libera
Dialogo fra Umberto Veronesi e Piero Ricca sulle intercettazioni telefoniche

Presidente? Son Saccà... - le intercettazioni che Berlusconi sta cercando di far sparire, in ottonari
di Carlo Cornaglia

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Vignetta di Molly Bezzl'Unità, 15 giugno 2008

L’altro giorno, fingendo di avanzare un’”ipotesi di dottrina”, Giovanni Sartori ha messo in guardia sulla Stampa dai ”dittatori democratici” e ha spiegato: “Con Berlusconi il nostro resta un assetto costituzionale in ordine, la Carta della Prima Repubblica non è stata abolita. Perché non c’è più bisogno di rifarla: la si può svuotare dall’interno. Si impacchetta la Corte costituzionale, si paralizza la magistratura… si può lasciare tutto intatto, tutto il meccanismo di pesi e contrappesi. E di fatto impossessarsene, occuparne ogni spazio. Alla fine rimane un potere ‘transitivo’ che traversa tutto il sistema politico e comanda da solo”. Non poteva ancora sapere quel che sarebbe accaduto l’indomani: il governo non solo paralizza la magistratura, ma imbavaglia anche l’informazione abolendo quella giudiziaria. E, per chi non avesse ancora capito che si sta instaurando un regime, sguinzaglia pure l’esercito per le strade.

Nei giorni scorsi abbiamo illustrato i danni che il ddl Berlusconi-Ghedini-Alfano sulle intercettazioni provocherà sulle indagini e i processi. Ora è il caso di occuparci di noi giornalisti e di voi cittadini, cioè dell’informazione. Che ne esce a pezzi, fino a scomparire, per quanto riguarda le inchieste della magistratura. Il tutto nel silenzio spensierato e irresponsabile delle vestali del liberalismo e del garantismo un tanto al chilo. Che, anzi, non di rado plaudono alle nuove norme liberticide. Non si potrà più raccontare nulla, ma proprio nulla, fino all’inizio dei processi. Cioè per anni e anni. Nemmeno le notizie “non più coperte da segreto”, perché anche su quelle cala un tombale “divieto di pubblicazione” che riguarda non soltanto gli atti e le intercettazioni, ma anche il loro “contenuto”. Non si potrà più riportarli né testualmente né “per riassunto”. Nemmeno se non sono più segreti perché notificati agli indagati e ai loro avvocati. Niente di niente.

L’inchiesta sulla premiata macelleria Santa Rita, con la nuova legge, non si sarebbe mai potuta fare. Ma, anche se per assurdo si fosse fatta lo stesso, i giornali avrebbero dovuto limitarsi a comunicare che erano stati arrestati dei manager e dei medici: senza poter spiegare il perché, con quali accuse, con quali prove. Anche l’Italia, come i regimi totalitari sudamericani, conoscerà il fenomeno dei desaparecidos: la gente finirà in galera, ma non si saprà il perché. Così, se le accuse sono vere, le vittime non ne sapranno nulla (i famigliari dei pazienti uccisi nella clinica milanese, che stanno preparando una class action contro i medici assassini, sarebbero ignari di tutto e lo resterebbero fino all’apertura del processo, campa cavallo). Se le accuse invece sono false (come nel caso di Rignano Flaminio, smontato dalla libera stampa), l’opinione pubblica non potrà più sapere che qualcuno è stato ingiustamente arrestato, né come si difende: insomma verrà meno il controllo democratico dei cittadini sulla Giustizia amministrata in nome del popolo italiano.

Chi scrive qualcosa è punito con l’arresto da 1 a 3 anni e con l’ammenda fino a 1.032 euro per ogni articolo pubblicato. Le due pene - detentiva e pecuniaria - non sono alternative, ma congiunte. Il che significa che il carcere è sempre previsto e, anche in un paese dov’è difficilissimo finire dentro (condizionale fino a 2 anni, pene alternative fino a 3), il giornalista ha ottime probabilità di finirci: alla seconda o alla terza condanna per violazione del divieto di pubblicazione (non meno di 9 mesi per volta), si superano i 2 anni e si perde la condizionale; alla quarta o alla quinta si perde anche l’accesso ai servizi sociali e non resta che la cella. Checchè ne dica l’ignorantissimo ministro ad personam Angelino Alfano.

E non basta, perché i giornalisti rischiano grosso anche sul fronte disciplinare: appena uno viene indagato per aver informato troppo i suoi lettori, la Procura deve avvertire l’Ordine dei giornalisti affinchè lo sospenda per 3 mesi dalla professione. Su due piedi, durante l’indagine, prim’ancora che venga eventualmente condannato. A ogni articolo che scrivi, smetti di lavorare per tre mesi. Se scrivi quattro articoli, non lavori per un anno, e così via. Così ti passa la voglia d’informare. Anche perché, oltre a pagare la multa, finire dentro e smettere di lavorare, rischi pure di essere licenziato.

D’ora in poi le aziende editoriali dovranno premunirsi contro eventuali pubblicazioni di materiale vietato, con appositi modelli organizzativi, perché il “nuovo” reato vien fatto rientrare nella legge 231 sulla responsabilità giuridica delle società. Significa che l’editore, per non vedere condannata anche la sua impresa, deve dimostrare di aver adottato tutte le precauzioni contro le violazioni della nuova legge. Come? Licenziando i cronisti che pubblicano troppo e i direttori che glielo consentono. Così usciranno solo le notizie che interessano agli editori: quelle che danneggiano i loro concorrenti o i loro nemici (nel qual caso l’editore si sobbarca volentieri la multa salatissima prevista dalla nuova legge, da 50 mila a 400 mila euro per ogni articolo, e accetta di buon grado il rischio di veder finire in tribunale la sua società). La libertà d’informazione dipenderà dalle guerre per bande politico-affaristiche tra grandi gruppi. E tutte le notizie non segrete non pubblicate? Andranno ad alimentare un sottobosco di ricatti incrociati e di estorsioni legalizzate: o paghi bene, o ti sputtano.

Ultima chicca: il sacrosanto diritto alla rettifica di chi si sente danneggiato o diffamato, già previsto dalla legge attuale, viene modificato nel senso che la rettifica dovrà uscire senza la replica del giornalista. Se Tizio, dalla cella di San Vittore, scrive al giornale che non è vero che è stato arrestato, il giornalista non può nemmeno rispondere che invece è vero, infatti scrive da San Vittore. A notizia vera si potrà opporre notizia falsa, senza che il lettore possa più distinguere l’una dall’altra. Tutto ciò, s’intende, se i giornalisti si lasceranno imbavagliare senza batter ciglio.

Personalmente, annuncio fin d’ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quel che so
. Continuerò a pubblicare, anche testualmente, per riassunto, nel contenuto o come mi gira, atti d’indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Farò disobbedienza civile a questa legge illiberale e liberticida. A costo di finire in galera, di pagare multe, di essere licenziato. Al primo processo che subirò, chiederò al giudice di eccepire dinanzi alla Consulta e alla Corte europea la illegittimità della nuova legge rispetto all’articolo 21 della Costituzione e all’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e le libertà fondamentali (“Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche…”, con possibili restrizioni solo in caso di notizie “riservate” o dannose per la sicurezza e la reputazione). Mi auguro che altri colleghi si autodenuncino preventivamente insieme a me e che la Federazione della Stampa, l’Unione Cronisti, l’associazione Articolo21, oltre ai lettori, ci sostengano in questa battaglia di libertà. Disobbedienti per informare. Arrestateci tutti.

Lettera a Vittorio Feltri, direttore di Libero, sulla vicenda Gabriele Mastellarini
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