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Da Vanity Fair del 14 luglio 2010

Di settimana in settimana quello che può peggiorare lo fa. Stavolta ci tocca annotare la penultima frase del Cavaliere, quella che dice: “La libertà di stampa non è un diritto assoluto”. Frase di una sua tragica enormità. Impensabile da ascoltare oggi nella libera Europa, salvo che in certi cronicari della destra oltranzista o nella Russia autoritaria del suo amico Vladimir Putin. Figuriamoci se potrebbe mai essere detta nell’America a stelle e strisce dove un paio di secoli fa, il presidente Thomas Jefferson, disse l’esatto opposto: “La nostra libertà dipende dalla libertà di stampa ed essa non può essere limitata senza che vada perduta”.

Né va sottovalutato che a pronunciarla sia quello stesso Berlusconi che un tempo si vantava di essere il baluardo della libertà, di tutte le libertà. A cominciare da quella editoriale del suo impero (nato addirittura sotto l’ala socialista e il conto corrente All Iberian) e che oggi è già ampiamente dileguata non solo da tutti i telegiornali che controlla, ma anche dalle trasmissioni quotidiane che progressivamente nascondono, distorcono, edulcorano, inventano, avvelenano la realtà, invece di raccontarla.

Un editore che si dichiara pubblicamente contro la libertà di stampa – alla stregua di un vegetariano che macella manzi - non s’era ancora visto. Come non s’era mai visto un liberale che elogia il mafioso Vittorio Mangano, insulta la magistratura, giustifica l’evasione fiscale, ostacola i processi, compra le sentenze, corrompe i testimoni, organizza festicciole nel Palazzi istituzionali. Poi cena con il cardinale Tarcisio Bertone e prende accordi per la prossima Comunione. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Partì, deragliò...Pd Le poesie di Carlo Cornaglia
Manca soltanto un soffio allo sconquasso,
l’economia è vicina all’ecatombe,
perché si rubi senza troppo chiasso
la legge sul bavaglio ancora incombe,

il suk dei ministeri è quotidiano,
si cerca di affossare la giustizia
per salvar l’ignobile caimano,
gli scandali non fanno più notizia
(leggi tutto)



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bertolotti de pirro
da Vanity Fair del 26 maggio 2010

Prima tradito dalle molte intercettazioni telefoniche tipo: “Toglietemi Santoro dai piedi” oppure “Parliamo di come sistemare le mie fanciulle nelle fiction”, poi umiliato dalle registrazioni di Patrizia D’Addario sul lettone di Putin (“dovresti masturbarti più spesso”) il Cavaliere vuole cancellare la libertà di cronaca in Italia, punire i giornalisti, annichilire gli editori, stravolgere il dettato costituzionale su due libertà essenziali a ogni democrazia, il dovere della stampa di informare, il diritto dell’opinione pubblica di sapere. 

Ma c’era un tempo non troppo remoto in cui al Cavaliere piaceva moltissimo intercettare. Aveva fatto nascondere in vari punti del suo villone di Arcore (e poi anche a Palazzo Grazioli) dei microfoni in grado di registrare la voce degli ospiti. Era il 1997. Voleva convincere un tale D’Adamo, costruttore milanese in gravi difficoltà finanziarie, a infangare Antonio Di Pietro. Intendeva, con la registrazione, forzare la testimonianza del costruttore, spingerlo davanti ai giudici di Brescia che indagavano l’ex pm di Mani Pulite.

L’idea di incastrare inconsapevoli ospiti non era sua. L’aveva ereditata dal suo principale mentore, Bettino Craxi, che negli anni del suo massimo potere, usava nascondere tra i libri del suo studio, in piazza Duomo 19, una serie di microfoni che attivava con un tasto segreto. Miserie della politica. Forme preventive di autodifesa e attacco.
Il Cavaliere di oggi deplora quello che ieri praticava illegalmente. E pretende di vietare le registrazioni ai magistrati che invece ne fanno un uso legale, non per incastrare innocenti, ma per perseguire colpevoli.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

no bavaglioNo bavaglio
Firma l'appello contro il Ddl sulle intercettazioni
Padellaro: "Siamo pronti a violare questa legge perché ingiusta e inacettabile (da articolo 21.org)
Annozero live - "Giustizia e libertà": il Ddl intercettazioni e la legge bavaglio al centro della puntata del 27 maggio. I vostri commenti

La libertà di stampa e i libri: gli editori contro il Ddl sulle intercettazioni 
Aderisci all'appello promosso dal gruppo editoriale GEMS e dall'AIE




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Buongiorno a tutti, parliamo ancora una volta della legge cosiddetta sulle intercettazioni, la legge che impedirà ai magistrati di farle in gran parte delle indagini su fatti criminali e impedirà ai giornalisti, non solo di pubblicate le intercettazioni sempre, ma di pubblicare anche gli atti delle indagini, fino a quando le indagini saranno finite, per anni e anni, fino a quando e solo se, approderanno queste indagini a un’udienza preliminare, tagliando fuori quindi tutti quei fatti che magari non costituiscono reato oppure vengono archiviati perché nel frattempo sono già prescritti, tipo per esempio il caso Scajola.

Zitti tutti
Non voglio dilungarmi su quello che prevede la legge perché ce lo siamo raccontati più volte, ma in estrema sintesi i giornalisti non possono più pubblicare notizie e atti di inchieste, neanche parlarne, riassumerli e sintetizzarli. Proprio non possiamo fare riferimento a quello che succede nelle indagini fino alla fine dell’udienza preliminare, le televisioni non possono riprendere i magistrati nei palazzi di giustizia, nei processi se una delle due parti si rifiuta non si può riprendere il dibattito che invece è un fatto pubblico, le intercettazioni si possono né riassumere né trascrivere, né raccontare, né nulla di nulla, di nulla, neanche se contenute nei mandati di cattura che vengono notificati alle persone arrestate, non si possono piazzare cimici nei luoghi dove si pensa che verrà commesso un reato. (leggi tutto)

Segnalazioni
Santoro: "E' il momento di fare da soli" - Marco Travaglio intervista Michele Santoro (da antefatto.it)

Lunedì 24 maggio, Rivalta di Torino, ore 18 - Marco Travaglio presenta  il suo utlimo libro
"Ad personam" (edizioni Chiarelettere) C/o Teatro all'aperto, parco dell'ex monastero, via Balegno 4.
 

no bavaglioNo bavaglio - Firma l'appello contro il Ddl sulle intercettazioni
Arrestateci tutti: disobbedienza civile alla legge bavaglio - La rubrica di antefatto.it
Lo speciale di repubblica.it:
i video del dibattito del 24 maggio a Roma contro il Ddl sulle intercettazioni con giornalisti, costituzionalisti e editori.
L'appello di Milena Gabanelli a Report del 23 maggio 2010.
 

 


La libertà di stampa e i libri: gli editori contro il Ddl sulle intercettazioni 
Aderisci all'appello promosso dal gruppo editoriale GEMS e dall'AIE.

"Se passa il Ddl andiamo all'estero" - Intervista a Lorenzo Fazio, direttore editoriale di Chiarelettere (Il Manifesto, 23 maggio 2010)

 

 
 


continua

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bertolottidepirro
da Il Fatto Quotidiano, 1 aprile 2010

Dunque ci siamo. Il grande bavaglio alla stampa è pronto. Tra due settimane, dopo le formalità di rito, il Senato licenzierà il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni telefoniche. Da un giorno all’altro sui giornali, sulle tv e sul web, non sarà più possibile raccontare le malefatte delle classi dirigenti di un Paese in cui la corruzione, secondo la Banca Mondiale e la Corte dei Conti, costa ai contribuenti più di 50 miliardi di euro l’anno. Nel giugno scorso, forse per evitare che anche in Italia venisse creata la categoria dei desaparecidos, la maggioranza ha modificato il testo originale e ha consentito che almeno il riassunto delle ordinanze di custodia cautelare e degli atti non più coperti da segreto possa essere dato alle stampe. In questo modo, per lo meno, si potrà scrivere che chi non c’è più non è vittima di un sequestro o di una lupara bianca, ma che è finito in galera perché accusato di qualche reato. 
Ma se il cronista dovesse citare qualche frase tratta testualmente da quei documenti, o peggio ancora, le trascrizioni delle intercettazioni, sarà punito. E la punizione, durissima, scatterà persino se in pagina dovessero finire i semplici riassunti dei colloqui telefonici. Infatti di quello che gli indagati si dicono tra loro, Silvio Berlusconi e i suoi (ma una norma analoga era stata votata già dal centrosinistra nel 2007) non vogliono che si sappia nulla. La legge sul punto è categorica. Anche se le intercettazioni fossero riportate, come accade nel 90%, in ordinanze di custodia o di sequestro, il giornalista deve far finta che non esistano. 

Senza scomodare casi celebri come quello dei Furbetti del Quartierino - in cui gli italiani scoprirono che l’ex governatore di Bankitalia Antonio Fazio non era un arbitro imparziale proprio leggendo le intercettazioni - basta pensare che cosa accadrà nelle indagini per droga. Una microspia capta due mafiosi mentre trattano una partita di 100 chili di eroina. I due sono molto abili. La polizia non riesce a documentare lo scambio, ma li sente parlare delle consegne già effettuate e dei soldi da pagare. Scatta l’arresto. I giornali scrivono che sono finiti in prigione, che rispondono di traffico di stupefacenti, ma non possono dire quali prove l’accusa ritiene di avere.
Riflettete allora su un caso concreto di corruzione del Terzo millennio. La storia dell’ex braccio destro di Guido Bertolaso, Angelo Balducci. Tutta l’inchiesta si basa su intercettazioni che, per i pm, dimostrano come l’alto funzionario favorisse alcune imprese legate a doppio filo alla politica. Non c’è un solo testimone. Non c’è una sola gola profonda. Quindi non c’è niente che possa essere riassunto e raccontato. Quando Balducci viene arrestato i suoi sponsor e quelli del suo ex capo Bertolaso (il premier Berlusconi) si mettono così a urlare. Dicono che siamo di fronte a un complotto delle toghe. Nessuno, carte alla mano, avrà modo di sostenere il contrario. Se poi l’indagine dovesse riguardare uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio (per esempio Marcello Dell’Utri che si accorda per telefono per incontrare due presunti ndranghetisti) allora il fuoco di fila, amplificato dalle tv, sarà davvero impressionante. Col risultato che tutti, a partire dagli investigatori, di fronte a episodi del genere faranno semplicemente finta che non esistono.  

Certo, chi scrive, a suo tempo si è già impegnato con molti altri colleghi a disobbedire a queste norme. La notizia, se è tale, viene prima di tutto. La prospettiva di pagare forti sanzioni pecuniarie per raccontare che, subito dopo il terremoto de L’Aquila, due imprenditori già ridevano pensando agli affari futuri, non ci spaventa. Faremo una colletta. E non ci spaventa nemmeno il rischio di finire in carcere. Chi infatti pubblica intercettazioni non trascritte perché considerate non penalmente rilevanti (ma importanti politicamente o moralmente) verrà punito con la reclusione fino a tre anni. Insomma bastano tre articoli per finire in carcere. 

Il problema è che i nostri parlamentari - tra i quali, è bene ricordarlo, siedono una novantina tra indagati, condannati o salvati da prescrizione e amnistia - questa volta l’hanno pensata bene. Da una parte l’autore dello scoop dovrà finire davanti all’ordine dei giornalisti. Dall’altra a pagare (fino a circa mezzo milione di euro) sarà il suo editore. Conseguenza: se “Il Giornale” si ritrova in mano, come è accaduto nel 2006, l’intercettazione non trascritta in cui Piero Fassino dice a Giovanni Consorte “allora siamo padroni di una banca” la pubblicherà (giustamente) sempre. Anche perché Fassino è un avversario della ricchissima famiglia Berlusconi, disposta a pagare qualsiasi cifra, visto che le elezioni sono alle porte. E lo stesso potrebbe fare “Libero” di proprietà dei facoltosi Angelucci o, a parti invertite, “Repubblica” . Insomma chi se lo può permettere farà scrivere, quando conviene, articoli solo contro i “nemici” politici o economici e considererà la multa come un investimento. Il giornalismo si trasformerà così definitivamente in una guerra per bande in cui il contenuti dei giornali non vengono decisi dai direttori, ma dagli editori.

Cosa farà allora “Il Fatto Quotidiano”? Semplice: quando avremo una notizia importante sarà disubbidienza civile. Di fronte alla censura violeremo la legge e lo diremo. Per poi ricorrere alla Corte Costituzionale e alla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Nel 2007 Strasburgo ha infatti condannato la Francia per violazione della libertà di espressione. A Parigi due giornalisti erano stati puniti per aver scritto un libro in cui si raccontava il sistema di intercettazioni illegali messo in piedi dall’ex presidente Mitterand. Per la corte avevano sì violato il segreto istruttorio, ma vista la portata della notizia l’interesse dei cittadini a sapere era da considerare preminente. E qualcosa di analogo accade nel 1971 negli Usa. Due giornali pubblicarono documenti coperti da segreto di Stato che dimostravano come il celebre incidente del Tonchino in seguito al quale, di fatto, comiciò la guerra del Vietnam fosse un falso. Allora la Corte Suprema disse che avevano tutto il diritto di farlo. Perché, spiegò l’ottuagenario giudice Hugo Black, “la stampa (dal punto di vista dei Padri fondatori) deve servire ai governati non ai governanti. Il potere del governo di censurare la stampa è stato abolito perché la stampa rimanesse per sempre libera di censurare il governo”. Così oggi, in Italia, attendiamo anche noi un Hugo Black che spieghi a tutti come stanno le cose.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

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Silvio e il sentimento popolare - Peter Gomez ospite di Omnibus, 1 aprile 2010. Guarda la puntata.

Commento del giorno
di Sabry86 - utente certificato - lasciato il 31/3/2010 alle 19:36 nel post In poche parole un'altra Caporetto
"Non possiamo chiamarla disfatta!".
"No, no! È solo una piccola pausa di riflessione!"

Annozero Live: i vostri commenti della puntata.

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Un anno fa mi chiama Massimo Fini, con l’aria del monello che ha appena fatto una marachella: “Marco, ne ho combinata una delle mie: ho fatto un giornale”. Bene, dico io, allora mi assumi? “No, guarda, se ci vuoi scrivere, più che volentieri. Ma siamo quattro gatti, e poi è un mensile. Si chiama la Voce del Ribelle. Mi dai una mano sul tuo blog, o come diavolo si chiama, per farlo sapere in giro? Se non raccogliamo qualche centinaio di abbonamenti, moriamo appena partiti”. Scrivo subito un post invitando gli amici di Voglioscendere ad abbonarsi. L’ho ritrovato: “Quando nasce un nuovo giornale, specialmente in Italia, dovrebbe essere una festa per tutti. Quando poi questo giornale è diretto da un grande del giornalismo controcorrente, cioè del giornalismo e basta come Massimo Fini, la festa è almeno doppia (…). Ha fondato un piccolo giornale di battaglia, 'La Voce del Ribelle', 64 pagine. Non è ancora il quotidiano libero che molti sognano. Ma è un giornale libero, che nessuno è tenuto a condividere (di me, per esempio, nel primo numero si parla molto criticamente), ma che fa bene alla salute mentale di chi non ha ancora portato il cervello all’ammasso. Chi ha la sensazione che i quotidiani italiani tendano sempre più a essere tutti uguali (il che forse spiega il crollo delle vendite di quasi tutti in edicola), troverà nella Voce del Ribelle qualcosa di radicalmente diverso, alternativo (…)”.

Al mio appello risposero alcune migliaia di persone, e la Voce del Ribelle continua a uscire ogni mese. Quel giorno scoprii una cosa molto importante, decisiva per me, per noi: che il sogno di un quotidiano libero, senza padroni né soldi dello Stato, finanziato soltanto dagli abbonati e dai lettori, era qualcosa in più di un sogno. Infatti, quando con Padellaro andavamo in cerca di amici disposti a mettere qualche euro per la società del nuovo quotidiano, citavo sempre gli abbonati che, con un mio semplice post, si erano precipitati a sostenere la Voce del Ribelle. E ne concludevo che, a maggior ragione, ne avremmo trovati molti di più per un quotidiano. Oggi che, almeno per il momento, quella scommessa sembra vinta, considero la Voce del Ribelle la mamma del Fatto Quotidiano. E non solo perché le due testate hanno in comune Massimo Fini.

Trascorso un anno, Massimo mi ha chiesto di dedicarle un altro post. Per ricordare agli amici di Voglioscendere e del Fatto Quotidiano che il suo mensile è di nuovo in campagna abbonamenti. Chi l’ha già fatto (e spero lo voglia rinnovare) conosce la rivista. Chi ne sente parlare per la prima volta, può farsene un’idea leggendo la prima puntata di una bella inchiesta apparsa sull’ultimo numero della Voce del Ribelle sul traffico di rifiuti tossici. L’editoriale di Fini è dedicato a Francis Fukuyama a vent’anni da “La fine della Storia e l’ultimo Uomo”. Tra gli altri argomenti dell’ultimo numero: i suicidi a France Telecom; il dilagare del Superenalotto e delle altre lotterie; il Trattato di Lisbona che sancisce la perdita della sovranità nazionale dei singoli Stati e il loro asservimento agl’interessi della Bce. Per abbonarsi ex novo o rinnovare l’abbonamento, basta andare sul sito www.ilribelle.com.

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Violenza, plagio, sfruttamento: un viaggio "Dentro l'Opus Dei"
- Intervista a Emanuela Provera a cura di Cristiano Sanna

Commento del giorno
di Antonio Attini - lasciato il 27/11/2009 alle 17:7 nel post
Ci toglieranno anche l'aria
Nel paese dei quacquaraquà l'acquaraquà si trasforma da fonte di vita a fonte di ricatto... conserviamo le lacrime, potrebbero servirci in futuro.


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Rispondo ancora una volta (sperando che sia l’ultima) sull’editoriale di Minzolini sulla manifestazione di Roma per la libertà di stampa e sull’articolo di Beatrice Borromeo sulla cocaina in Italia e in Europa. Su entrambi, non c’è nulla da rettificare. Basta leggere attentamente gli articoli.

Minzolini disse testualmente e falsamente che la manifestazione era stata “convocata per protestare contro la decisione del premier di querelare (non è vero: sono denunce civili, ndr) due giornali, Repubblica e Unità. Si contestano due sole querele (ridàgli, ndr) e non quelle che colpiscono altri giornali, magari di diverso orientamento. Negli ultimi dieci anni ci sono state in media (sic, ndr) 430 querele di politici contro giornali, il 68% presentate da esponenti di centrosinistra. Mi chiedo: è possibile che la libertà di stampa sia messa in pericolo solo dalle due querele (ri-ridagli, ndr) di Berlusconi?”. A questo punto, dopo aver dedicato tutto l’editoriale alle querele, Minzolini butta lì: “Vediamo che succede all’estero”. A che proposito, secondo voi? Di querele di politici a giornalisti, lo capiscono anche i bambini (imbecilli compresi). Ecco come prosegue il direttore del Tg1: “Nel 2004 Tony Blair, dopo un lungo braccio di ferro che arrivò quasi in tribunale, costrinse alle dimissioni i vertici della Bbc che lo accusavano di aver falsificato i dossier sulla guerra in Irak”. Notare il riferimento al tribunale: tutti, anche gli imbecilli, capiscono che Blair ha querelato la Bbc e se la questione non è approdata “in tribunale” (ma stava “quasi” per “arrivarci”) è perché i vertici della Bbc sono stati “costretti a dimettersi” prima. E’ tutto falso. Blair non ha mai denunciato la Bbc, dunque mai la sua inesistente denuncia avrebbe potuto arrivare in tribunale: fu istituita una commissione indipendente per una soluzione extra-giudiziaria della controversia. Fuori dai tribunali, dunque.

Ma andiamo con ordine: la Bbc aveva accusato il governo Blair di aver “ritoccato” il rapporto dei servizi segreti britannici sulle presunte armi di sterminio di Saddam per renderlo più accattivante (“sexed up”), trasformando semplici ipotesi in fatti accertati, e per convincere l’opinione pubblica a sostenere il conflitto. Di lì la creazione del giurì indipendente presieduto da un ex giudice in pensione, Lord Hutton. Il quale stabilì che la Bbc aveva ragione sui “ritocchi” al rapporto, ma che non c’erano le prove che il governo Blair fosse intervenuto in malafede. Il giornalista Andrew Gilligan, autore dello scoop, si era fidato di una fonte, lo scienziato David Kelly, che poi si era rivelata corretta: l’Iraq di Saddam, contrariamente a quel che sosteneva Blair, non possedeva armi di distruzione di massa. Lord Hutton stabilì però la buona fede di Blair e censurò Gilligan per averlo accusato di mala fede. Gilligan si scusò e, con un gesto non richiesto da nessuno (altro che “costretto”) lasciò la Bbc, come pure il direttore generale Greg Dyke. Intanto l’entourage blairiano diede in pasto alla stampa il nome di Kelly, che si suicidò. Non contenti, Blair e il suo ministro per le Telecomunicazioni e la Cultura Tessa Jowell (moglie dell’avvocato Fininvest David Mills, poi condannato per essere stato corrotto da Berlusconi) tentarono di modificare lo statuto della Bbc con un nuovo Royal Charter per renderla più influenzabile dall’esecutivo. Un progetto, per fortuna, stoppato per tempo. Tornando a Minzolini, quando ha evocato il caso Blair-Bbc a proposito delle cause civili intentate dai politici italiani a giornali e giornalisti ha montato un falso clamoroso. Proprio come ho scritto nel mio articolo che tanto ha turbato qualche imbecille. Casomai qualcuno volesse approfondire le altre balle minzoliniane, segnalo questo video che circola su youtube.

Veniamo ora alla Borromeo. Siccome seguo da vicino, quando posso, la confezione de Il Fatto Quotidiano, so bene come sono andate le cose. Del resto, basta leggere attentamente l’articolo per capirlo. Quando è uscito il rapporto dell’Osservatorio europeo sulle droghe (Oedt) con la classifica dei paesi più infestati dalla cocaina, la Borromeo non s’è limitata a prenderli per buoni e a sbatterli in pagina, come han fatto gli altri giornali. Ma, caparbia com’è, ha interpellato alcuni dei maggiori esperti del settore, fra i quali il sociologo e saggista Guido Blumir, perché la aiutassero a leggerli correttamente. Blumir le ha spiegato che quei dati, almeno per l’Italia, sono sottostimati: perché in Italia, quando vengono interpellati sull’uso di cocaina, solo i giovani rispondono sinceramente, mentre i consumatori più adulti e anziani tendono a negare; in più l’alto tasso di impunità di certi reati fa sì che le forze dell’ordine riescano a sequestrare soltanto il 5% della droga circolante, che a dispetto delle statistiche ufficiali ammonta a ben 100 tonnellate annue. Quindi la classifica europea andava corretta e, leggendo correttamente i dati dell’Oedt, l’Italia non risultava al terzo, ma al primo posto per il consumo di cocaina. Il Fatto Quotidiano non ha la pretesa di avere sempre ragione: commette errori, ma sempre in buona fede, tant’è che abbiamo - unici nel panorama dell’editoria - un’apposita rubrica intitolata “I nostri errori”. Nella quale rettifichiamo e ci scusiamo quando sbagliamo. Ma non quando diciamo la verità. Mi dispiace per gli imbecilli, ma dovranno farsene una ragione.

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ADESSO BASTA - FIRMA L'APPELLO DE IL FATTO QUOTIDIANO
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Inkarri e Juan Ruiz: il bavaglio a Enzodifrennablog.it
Un caso di censura alla libertà d’informazione in Rete - di Enzo Di Frenna


da Micromega.net
Legge salva-premier, Caselli: Una mannaia sulla giustizia - Ascolta
Crisi, Saramago: "Disoccupazione è crimine contro l'umanità"

Commento del giorno
di Federico Graziani - lasciato il 15/11/2009 alle 4:42 nel post Il popolo che dice basta
Arriva al cinema 2012.
La nuova trovata di Berlusconi per far finire i suoi processi.



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Vignetta di thehandDopo la canagliata di Vittorio Feltri al direttore di “Avvenire”, i furbi hanno avuto buon gioco a alzare polveroni di parole - contro i falsi moralismi, contro gli scandali sessuali, contro la violazione della privacy, eccetera - per nascondercisi dentro.

Quello che dallo scorso aprile riguarda il capo del governo Silvio Berlusconi non è affatto uno scandalo sessuale. Non lo alimenta il moralismo. Non mette in discussione il diritto alla privacy. Non è pettegolezzo. E specialmente non ha come confine il buco della serratura, ma qualcosa di un po’ piu’ ampio come la libertà di stampa, la libertà di critica, i diritti dell’opinione pubblica, i doveri della politica

Lo scandalo nasce da una minorenne che ha così tanta consuetudine con il presidente del Consiglio da chiamarlo in pubblico Papi. La qual cosa genera la reazione della moglie del presidente del Consiglio che scrive “mio marito frequenta minorenni”, “mio marito è un uomo malato”, affidando le sue dichiarazioni all’agenzia Ansa, e preannunciando la richiesta di divorzio. Alla quale il presidente del Consiglio - forte del suo sproporzionato potere - replica con una notevole sequenza di bugie avvelenate, inesattezze, insulti, piccole vendette, autentiche menzogne pronunciate senza contraddittorio su tutte le tv pubbliche e private, sui quotidiani e sui suoi settimanali. Menzogne e inesattezze seguite dal silenzio tremante di quasi tutti i mezzi di informazione italiani che anziché continuare il racconto, analizzare i fatti, cercare testimonianze, smentite, conferme, si rivelano succubi di un solo potere che quel silenzio pretende e impone.

Seguono rivelazioni sulle feste che il presidente del Consiglio organizza nelle sue residenze (non) private, ma luoghi “di rilevanza istituzionale”, l’ingaggio di donne a tassametro, la frequentazione di giovani imprenditori che affittano escort, l’esistenza di un monte premi che sconfina nella politica, la ingloba con la promessa di candidature elettorali, in un permanente corto circuito tra favori sessuali e risarcimenti, satiriasi e solitudini notturne, miserabile bigiotteria e milionari seggi al Parlamento europeo. A un tale punto di ossessiva ripetitività da rendere plausibile il sospetto che i legittimi (e commoventi) eccessi di Papi finiscano per influenzare illegittimamente le funzioni politiche del Cavalier Berlusconi, limitare la sua libertà di azione politica, indebolirlo, esporlo ai ricatti influenzando la sua capacità di giudizio, sovvertendo la sua scala di priorità, decisioni, scelte, fino a renderlo incapace di districarsi tra interesse privato e doveri pubblici. E magari farlo scivolare - una volta scoperti e raccontati per la loro pubblica rilevanza - lungo una pericolosa deriva esistenziale, annerita dal rancore, dove solo abita il cupo desiderio di vendetta.
(Vignetta di thehand)

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