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Vignetta di Natangelo

Signornò
da l'Espresso in edicola, 22 ottobre 2009


Puntuale come i primi freddi autunnali, riparte la manfrina della separazione delle carriere fra giudici e pm. Presentata come il toccasana per spegnere le polemiche e per garantire la 'terzietà' dei giudici rispetto ai pm. Poco importa se stavolta a dar fuoco alle polveri è il caso Mondadori, cioè una sentenza civile emessa al termine di una causa dove non esistono pm, ma solo avvocati. Nel civile non c'è nulla da separare (a parte i conti svizzeri della Fininvest, dei suoi avvocati e del giudice Metta, che ai tempi del lodo Mondadori erano comunicanti). Il problema esiste, teoricamente, nel penale. O meglio esisterebbe se si dimostrasse che l'appartenenza dei pm e dei giudici all'Ordine giudiziario influenza i secondi, rendendoli succubi alle richieste dei primi. Strano che chi lo sostiene non abbia mai commissionato una statistica per verificare se sia vero: ma forse strano non è, perché quella statistica dimostrerebbe che nel 30-50 per cento dei casi (a seconda dei tipi di reato) le richieste dei pm vengono disattese o ribaltate da quelle dei giudici.

La prova che l'influenza dei pm sui giudici è una leggenda metropolitana. Conosciamo l'obiezione: "nel resto d'Europa le carriere sono separate". Anche se così fosse, bisognerebbe ancora dimostrare che il nostro modello costituzionale è peggiore degli altri. Ma non è vero che nel resto d'Europa eccetera. La nostra vera specificità è l'indipendenza di tutti i magistrati - pm e giudici - "da ogni altro potere". In Francia, giudici e pm appartengono a un'unica carriera, come in Italia. Ma il pm dipende dal governo, anche se l'autonomia delle indagini è garantita dal giudice istruttore indipendente. E così in Belgio. Il giudice istruttore indipendente c'è pure in Spagna, dove però le carriere sono separate e il pm è parzialmente soggetto all'esecutivo. In Germania e Olanda la formazione di pm e giudici è unitaria, dopodiché le loro strade si biforcano, ma nulla vieta il passaggio dall'una all'altra. La Gran Bretagna fa storia a sé: il pm non esiste, l'iniziativa penale è della polizia. Nemmeno gli Usa prevedono sbarramenti, anzi è naturale che i 'prosecutor' diventino giudici.

In Portogallo, in origine, le carriere erano separate. Le riunificò il dittatore Salazar, per mettere le mani sulle toghe. Per reazione, la Rivoluzione dei Garofani (1974) riseparò giudici e pm e li rese indipendenti. Risultato: sganciati dalla cultura dell'imparzialità, molti pm diventarono mastini più 'accaniti' di prima, tant'è che da anni la politica medita di riunificare le carriere per riportare un po' di equilibrio. Il 30 giugno 2000 la Commissione anticrimine del Consiglio d'Europa ha approvato una 'raccomandazione': "Gli Stati, ove il loro ordinamento giudiziario lo consenta, adottino misure per consentire alla stessa persona di svolgere le funzioni di pm e poi di giudice, e viceversa", per "la similarità e complementarietà delle due funzioni". L'Europa vuole copiare il modello italiano e l'Italia se ne disfa. Complimenti.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Bocciatura per 3 voti della risoluzione per la libertà di stampa al Parlamento Europeo: ecco chi dobbiamo ringraziare di Andrea D'Ambra

Scusate tanto
- Ucuntu n.54 (22 ottobre 2009)

Mills e "Il regalo di Berlusconi" - Intervista a Peter Gomez di Daniele Martinelli

Commento del giorno
di Monica66 - utente certificato - lasciato il 23/10/2009 alle 20:11 nel post Convergenze parallele
Non so cosa farò dopo l'uscita dalla scena di Berlusconi, ma non vedo l'ora di scoprirlo! ;-P



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Vignetta di Bandanax

Per giorni, su il "Fatto Quotidiano", avevamo scritto che i media del Cavaliere si stavano preparando a dare una lezione a Raimondo Mesiano, il giudice "colpevole" di aver quantificato in 750 milioni di euro il danno subito dalla Cir di Carlo De Benedetti in seguito alla corruzione, da parte degli avvocati Fininvest, del giudice di Roma, Vittorio Metta, uno dei tre magistrati che, nel 1991, con una loro sentenza regalarono la Mondadori a Silvio Berlusconi.

Tra ieri e oggi la punizione è arrivata. "Il Giornale", in spregio a tutte le regole deontologiche, ha utilizzato una testimonianza anonima per tentare di dimostrare che Meisano era un pericoloso sostenitore di Romano Prodi. Canale 5, in una trasmissione della mattina cui sono soliti collaborare il direttore di "Chi", Alfonso Signorini, e i suoi cronisti, ha invece trasmesso delle immagini del magistrato riprese con telecamera nascosta. Per due giorni Meisiano è stato infatti costantemente pedinato.

Poco importa che lo scandalo annunciato dal premier-padrone Berlusconi ("su di lui ne vedremo delle belle" aveva detto) non sia esploso perché, evidentemente, su questo magistrato non vi era nulla da raccontare. Berlusconi, infatti, ha vinto lo stesso. Ha lanciato un messaggio preciso: d'ora in poi utilizzerò apertamente non solo i miei giornali, ma anche le mie televisioni, per tentare di distruggere chiunque intralcia il mio cammino. Insomma si colpisce Mesiano, per educarne altri cento.

Si tratta di un metodo tra il terroristico e il mafioso. I giornalisti che partecipano a questo gioco si chiamano complici e non sono semplici dipendenti del Cavaliere che piegano la schiena per salvare la carriera o il posto di lavoro. E complice è pure chi fa finta che tutto questo sia normale. Mentre "Il fatto" raccontava come si stesse preparando la trappola e ricordava le agghiaccianti minacce del capo del governo, quasi tutti tacevano. L'Associazione nazionale magistrati, come buona parte dell'opposizione, ha avuto bisogno di attendere che l'agguato fosse compiuto, prima d'intervenire. Il timore, come sempre, era quello di alzare i toni, d'infilarsi nella rissa. Ma, contro il terrorismo e la mafia ci vuole fermezza e coraggio. Se qualcuno ancora ce l'ha è venuto il tempo che lo dimostri.
(Vignetta di bandanax)

Segnalazioni 

Da oggi partiamo con una nuova rubrica per mettere in evidenza i commenti che sono piaciuti di più agli autori del blog e alla redazione.

Il commento del giorno - Lasciato il 16/10/2009 alle 19:29 nel post "Due sentenze quattro bugie"
In questo clima, preparare l'esame di Diritto costituzionale speciale sta diventando una barzelletta.. è quasi un paradosso. da rotolarsi per terra dal ridere.
Giuditta


Chiarelettere, alla Fiera di Francoforte c'è un'Italia che vende (diritti) - Intervista a Lorenzo Fazio di Antonio Prudenzano (Affaritaliani.it)

da Micromega.net
Canale 5, il manganello del Cavaliere di Pancho Pardi
L’Italia è unita e unanime: il Barbarossa fa schifo! di Alessandro Robecchi

Festa della Costituzione - Roma, domenica 18 ottobre dalle ore 17 a piazza Navona
Per festeggiare il principio ribadito pochi giorni fa che ogni cittadino è uguale di fronte alla legge
Organizzazione: Amici di Beppe Grillo di Roma
Sono invitati ragazzi, uomini, donne, pensionati, studenti, operai, intellettuali e tutti i cittadini che credono nella Democrazia
L'evento su facebook



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Vignetta di Bertolotti e De PirroSignornò
da l'Espresso in edicola


La doppia sberla subìta da Berlusconi sui lodi Mondadori e Alfano ha partorito una serie di balle spaziali che, grazie al silenzio del Pd e all'avallo della stampa 'indipendente', sono subito diventate Vangelo.

1. Non è vero che - come strillano i berluscones e ripete Pappagalli della Loggia sul 'Corriere della Sera' - "innovando la sua stessa giurisprudenza la Consulta ha stabilito che una legge ordinaria non basta, ci vuole una legge costituzionale" per immunizzare le alte cariche. Già nella sentenza del 13.1.2004 che bocciò il lodo Schifani, la Corte scrisse: "Alle origini dello Stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione. regolato da precetti costituzionali". Poi, per respingere il lodo, ritenne sufficienti quattro profili di incostituzionalità nel merito; quanto al fatto - pure contestato dal Tribunale di Milano - che la schifanata era solo una legge ordinaria, tagliò corto: "Resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale". Dunque, non disse mai che, per derogare al principio di eguaglianza, basta una legge ordinaria.

2. Non è vero - come scrive Angelo Panebianco sul 'Corriere' - che "nel '94 la caduta del governo Berlusconi fu propiziata dalla garanzia offerta ai congiurati che non ci sarebbero state immediate elezioni anticipate. Ma al Quirinale oggi siede un vero custode della Costituzione come Napolitano". Il primo governo Berlusconi cadde perché la Lega gli tolse la fiducia in dissenso sulla riforma delle pensioni. Scalfaro, con buona pace dello smemorato editorialista, fece quel che gli imponeva la Costituzione: verificò l'esistenza di un'altra maggioranza e la trovò intorno al governo Dini, scelto dallo stesso Berlusconi, che poi gli negò la fiducia. Nessuna congiura, nessun 'ribaltone'.

3. Non è vero che Berlusconi rappresenta il 68 o il 72 per cento degli italiani né che - come strombazza Panebianco - "gode di consensi più forti, secondo i sondaggi, di qualunque governo del recente passato al secondo anno". Le Europee di giugno parlano chiaro: il Pdl ha raccolto 10.807.794 voti, cioè il 35,26% del 60,81% dei voti validi, cioè il 21,47% degli aventi diritto. E la Lega il 6,21%. L'opposizione parlamentare si divide il 24,75%, quella non approdata in Parlamento oltre il 10, mentre il totale di astensioni, bianche e nulle tocca il 37,17. Traduzione: il centro-destra rappresenta meno del 28 per cento degli elettori, il Pdl un italiano maggiorenne su 5. Berlusconi ha raccolto la miseria di 2,7 milioni di preferenze: il 5,7 per cento degli elettori, poco più di uno su 20.

4. Non è vero che Berlusconi è stato "eletto dal popolo". L'Italia è una Repubblica parlamentare: il popolo elegge il Parlamento che esprime una maggioranza in cui il capo dello Stato pesca il presidente del Consiglio. Se il Cavaliere, troppo occupato con i giudici o le escort, non ha tempo per governare, può passare la mano a un collega di partito. Come fanno in tutte le democrazie i politici indagati (imputati non ne risultano).
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

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