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da Il Fatto Quotidiano, 29 luglio 2010

A beneficio dei finti tonti che preferiscono non vedere e non sentire, è bene rileggere fino alla noia poche righe dell’ordinanza con cui il presidente del Tribunale del Riesame di Roma, Guglielmo Muntoni, ha confermato il carcere per il trio P3 Carboni-Lombardi-Martino: “Lombardi era riuscito a ottenere l’assicurazione sul voto, nel senso voluto dai sodali, di 7 dei 15 giudici della Corte costituzionale” per la costituzionalità dell’incostituzionalissimo lodo Alfano. Poi uno cambiò idea e il lodo fu bocciato il 7 ottobre 2009 con una maggioranza di 9 a 6: ma “resta il fatto che tale ingerenza ci fu e venne esercitata su almeno 6 giudici costituzionali che anticiparono a un soggetto come il Lombardi la loro decisione”. Un giudice terzo, non un pm rosso di passaggio, non un ambiguo flatus vocis intercettato, ha le prove che “almeno 6 giudici” della Corte violarono il segreto della camera di consiglio e anticiparono a un faccendiere di quart’ordine, il geometra irpino Pasqualino Lombardi, il voto favorevole a una legge incostituzionale.

Cioè: la Consulta è inquinata per i due quinti dei suoi componenti da giudici felloni e continuerà ad esserlo finché costoro non cesseranno dall’incarico. La stessa mafia partitocratica che regna nelle Asl, nelle fondazioni bancarie e nelle cosiddette Authority (vedi indagine di Trani) è penetrata non solo nel Csm (dove l’elezione dell’Udc Vietti a vicepresidente e di politicanti di destra e sinistra a membri laici 
perpetuerà l’andazzo anche per la prossima consiliatura), ma addirittura nel massimo organo di garanzia sulla legittimità delle leggi dello Stato. Ciascun partito, lobby, banda, cricca, P2 e P3 ha i suoi uomini di fiducia da chiamare per pilotare, condizionare o almeno conoscere in anticipo le decisioni dell’organo costituzionale che più di ogni altro dovrebbe essere super partes, dunque impermeabile.

L’ennesimo colpo di Stato si consuma sotto gli occhi di chi si ostina a non vedere e non provvedere. Non erano dunque millanterie, fanfaronate, voci dal sen fuggite quelle captate nelle telefonate fra Lombardi e gli altri compari di P3 dopo la bocciatura del lodo: “Chist’ erano sette, so’ statt’ siempre sette, l’ottav’ nun l’ammo mai truvate... che cazz’ t’agg’a dicere... Noi ne tenevamo cinque certi e ce ne volevano (altri, ndr) tre, ne tenevamo due (incerti, ndr) e ce n’è rimasto uno... ch’amm’a fa’...”. E non erano tentativi maldestri di “quattro sfigati in pensione” le riunioni chez Verdini col sottosegretario Caliendo, il senatore Dell’Utri, i giudici Martone e Miller, collegati via cavo con Carboni, Martino e Lombardi, alla vigilia del voto della Consulta. L’ha confessato Lombardi ai pm: “Facevo pressioni sulla Corte per acquisire meriti con Berlusconi”.

E B. sapeva tutto, se è vero che la sera del 7 ottobre tuonò a Porta a Porta: “Il presidente della Repubblica aveva garantito con la sua firma che la legge sarebbe stata approvata dalla Consulta. Bastava che intervenisse con la sua nota influenza sui giudici e ci sarebbe stato 
quello spostamento di due voti che avrebbe fatto passare la legge. E su Napolitano le mie dichiarazioni potrebbero essere anche più esplicite e dirette...”. Come poteva il premier conoscere i numeri top secret dei voti favorevoli e contrari al lodo? Chi gli aveva detto che, per raggiungere la maggioranza di 8 a 15, bastava uno “spostamento di due voti”? Un mese prima L’espresso aveva rivelato che due dei giudici pro-lodo, Mazzella e Napolitano (solo omonimo del capo dello Stato) avevano cenato con B., Alfano e Gianni Letta. Ma quando Di Pietro osò chiedere loro di dimettersi o almeno di astenersi dal voto, restò isolato e il Colle tacque. Che intende fare ora il Quirinale, a cui spetta la nomina di 5 giudici costituzionali, per bonificare la Consulta ed evitare che gli “almeno 6 giudici” di cui sopra continuino a rispondere a questo o quel faccendiere di governo, anziché alla Costituzione repubblicana? Stavolta il solito “monito” potrebbe non bastare. Ma, finora, non è arrivato nemmeno quello. 
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Gano Jago e Sansonetti di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org
Il traditore - Ucuntu n,82 del 28 luglio 2010


No al bavaglio della rete - Firma l'appello di Valigia Blu contro le norme bavaglio ai blog e per la modifica del comma 29 del Ddl intercettazioni.

Giovedì 29 luglio, ore 16, Piazza Montecitorio, Roma - Presidio "Né tagli né bavagli" (dal blog della FNSI No al silenzio di Stato

Video - La notte dei blogger (da repubblica.it)

"Non facciamo morire i libri" - L'appello dei giuristi contro le norme sull'editoria del Ddl intercettazioni


 


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da
ilfattoquotidiano.it, 12 luglio 2010

In tempi di cricche e di logge massoniche o para-massoniche deviate, il Paese per uscire dal fango ha bisogno di segnali. Il livello – bassissimo – con cui viene amministrata la cosa pubblica è sotto gli occhi di tutti. E ormai, persino gli indagati e i carcerati, non nascondono più quello che accade. Per accorgersene basta dare un’occhiata a Il Giornale di domenica che riporta il racconto del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, sui suoi rapporti con Flavio Carboni. Cioè con il faccendiere piduista impegnato a fare affari nel mondo dell’energia eolica, presentato a Verdini da Marcello Dell’Utri.
Verdini, senza il minimo imbarazzo, ammette di aver sponsorizzato la nomina a big boss di Arpa Sardegna (l’agenzia per l’ambiente) di Ignazio Farris solo perché il favore gli era stato chiesto da Carboni che aveva dato “una mano nella campagna elettorale di Cappellacci (Ugo, attuale governatore sardo ndr)”. Conferma che il suo quotidiano, Il Giornale della Toscana, ha ricevuto grosse somme di denaro dal pluri-pregiudicato amico di Marcello. E si giustifica dicendo che in fondo Carboni era pure stato amico dell’ex-editore di Repubblica, Carlo Caracciolo.
Ancor meglio fa Carboni. Chiuso nella sua cella il settantottenne piduista parla con un parlamentare e, secondo il Corriere della Sera – che nasconde la notizia nelle ultime righe di un pezzo pubblicato sabato a pagina 17 – dice: “Sono io che ho coperto la testa di Silvio Berlusconi. Io che gli ho dato anche una delle case dove sta (villa La Certosa ndr)”.

I messaggi insomma viaggiano ormai a livello di “utlilizzatore finale”. E in attesa che il film horror arrivi ai titoli di coda è forse arrivato il momento di chiedersi cosa fare per costruire il dopo. In ballo infatti non ci sono più solo le finanze di un Paese messo in ginocchio dai 60 miliardi che la corruzione sottrae ogni anno dalle casse dello Stato. In gioco c’è pure il tessuto sociale italiano.
Per questo oggi va recuperato il valore dell’esempio. E un primo passo in questa direzione lo deve fare la magistratura: uno dei poteri dello Stato che la nuova P2 cercava d’infiltrare. Non tanto indagando o (se è il caso) arrestando. Ma dimostrando coi fatti che anche in Italia ci sono categoria in cui i comportamenti virtuosi hanno un valore. Per questo due prese di posizione s’impongono.

La prima: le dimissioni di Alfonso Marra da presidente della Corte d’Appello di Milano.
Le intercettazioni tra lui e il confratello di Carboni, Pasquale Lombardi, che riportiamo nel nostro sito, sono inequivocabili. Marra ha brigato con Lombardi per ottenere la nomina da parte del Csm alla poltrona che ora occupa. E poco importa che non sapesse di come Carboni e Lombardi fossero una cosa sola. O che le successive richieste di favori (in una causa riguardante la lista Formigoni) siano state respinte al mittente. Su un magistrato che occupa una posizione così importante non vi possono essere dubbi di sorta. Marra dunque deve farsi da parte. E i suoi colleghi hanno il compito di spingerlo a questa decisione.
La seconda presa di posizione deve poi arrivare dall’intera Anm. O meglio ancora dall’intero Csm (nel quale alcuni membri hanno tenuto comportamenti più che discutibili). D’ora in poi i magistrati, prima di accettare inviti a convegni o viaggi studio, dovranno informarsi su chi sono gli organizzatori. La vicenda della nuova P2 e di questo fantomatico “centro studi giuridici” di Lombardi che metteva in piedi (a spese di chi?) incontri tra magistrati in lussuosi e costosi alberghi italiani, è emblematica. Queste iniziative servivano infatti per tentare di agganciare le toghe. Certo, poi, tra i convegnisti la maggior parte era di fatto inavvicinabile. Ma il punto è un altro: chiedersi chi paga, per i giudici (ma non solo per loro) deve diventare un obbligo.

In Italia i tempi del cambiamento si stanno avvicinando a grandi passi. La nostra classe dirigente scricchiola sempre più paurosamente. Ora però c’è una società da ricostruire. E bisogna farlo dal basso. Partendo non dalle manette, ma dagli esempi. Altrimenti i Verdini e i Dell’Utri rimarranno sempre al loro posto. E nessuno potrà dir loro che hanno davvero torto.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Marra "Non mi dimetto" - L'intervista telefonica di Antonella Mascali a Alfonso Marra, Presidente della Corte di Appello di Milano. (da ilfattoquotidiano.it)

Armando Spataro: "Più difficile contrastare la mafia" (Der Standard - AU, 5 luglio 2010)
Traduzione a cura di italiadallestero.info



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