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Signornò, da L'Espresso in edicola


E’ davvero encomiabile l’alto monito del capo dello Stato contro la “squallida consorteria” detta anche P3 che accomunava faccendieri, politici e magistrati. Così come quello del segretario dell’Anm Giuseppe Cascini: “Provo vergogna per l’immagine della magistratura emersa dai colloqui” intercettati fra alcune toghe illustrissime e il geometra irpino Pasqualino Lombardi. E come l’intemerata del vicepresidente del Csm Nicola Mancino.

Eppure, nelle tre autorevoli denunce, è come se mancasse qualcosa: uno sforzo di memoria per collegare la P3 a certe discusse e discutibili iniziative del Csm, avallate da Napolitano, plaudite dall’Anm e votate da Mancino contro magistrati certamente fallibili, ma altrettanto certamente estranei ai giochi di potere di questa e altre consorterie: Clementina Forleo, trasferita da Milano dopo aver osato intercettare il governatore Fazio e i furbetti del quartierino (fra cui Consorte, a proposito di consorterie); Luigi De Magistris, trasferito da Catanzaro dopo aver osato indagare sulla consorteria che chiamò profeticamente “nuova P2”; i pm salernitani Apicella, Nuzzi e Verasani, il primo cacciato dalla magistratura, la seconda e il terzo trasferiti dalla Campania dopo aver osato perquisire (con un decreto di sequestro giudicato addirittura “troppo lungo”) la consorteria calabrese che aveva isolato e sabotato De Magistris.

L’ispezione ministeriale su De Magistris partì subito dopo una perquisizione all’ex piduista Luigi Bisignani, indagato in “Why Not”: ispezione promossa dal ministro Clemente Mastella, amico di Bisignani, e condotta dall’ispettore capo Arcibaldo Miller, amico della P3. Il trasferimento di De Magistris, votato dal Csm unanime (lo disse Mancino), fu confermato dalle sezioni unite della Cassazione presiedute da Vincenzo Carbone, su richiesta del Pg Antonio Martone. Anche Mancino, Carbone e Martone risultano in contatto con uomini della P3. E chissà quante altre notizie interessanti sarebbero emerse sui casi Forleo, De Magistris e Salerno se le intercettazioni sulla P3 fossero scattate non uno, ma due o tre anni fa.

L’altro giorno De Magistris ha ricevuto una busta verde da Palazzo dei Marescialli: l’ordinanza della sezione disciplinare (presidente Mancino, vedi sopra) che ha archiviato, per le sue sopraggiunte dimissioni, l’ennesimo processo disciplinare nato dall’ennesima ispezione di Miller (vedi sopra) per una sua gravissima affermazione del 2008 su Micromega.it: “Non sono pochi i magistrati pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia sui tanti fatti inquietanti della storia del Paese”. Miglior descrizione della P3 non si poteva fare. De Magistris ci era arrivato, senza intercettazioni, due anni fa ed è stato punito dagli amici della P3. Altri ci arrivano soltanto ora: che fanno, chiedono scusa o aspettano il Premio Lungimiranza 2010?
(Vignetta di Fifo)




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assalto al pm

La prefazione di Marco Travaglio al libro "Assalto al pm" di Luigi de Magistris (Chiarelettere). 


Ho conosciuto Luigi de Magistris otto anni fa, nel maggio 2002, quando mi invitò a un convegno che aveva organizzato a Napoli insieme ad altri giovani pubblici ministeri della sua città. In quel convegno c’era già tutto Luigi, fin dal titolo: «Le forme del dissenso tra riformismo e globalizzazione».

L’iniziativa suscitò polemiche ancor prima di svolgersi. Sia perché a promuoverla erano fra gli altri Francesco Cascini e Marco Del Gaudio, che poco tempo prima avevano fatto arrestare otto agenti di polizia per le violenze commesse contro decine di giovani no-global al Social Forum di Napoli 2001, triste prova generale della mattanza del G8 di Genova del luglio successivo. Sia perché i magistrati promotori avevano firmato un «Manifesto per la Giustizia» che definiva la magistratura «il luogo privilegiato di emersione del conflitto tra l’affermazione di una società unilaterale e lo Stato di diritto»: un conflitto tra autorità e libertà che «può risolversi unicamente nella mediazione imparziale di un organo indipendente».

Quel giorno Luciano Violante, allora capogruppo Ds alla Camera, gettò definitivamente la maschera bacchettando i magistrati organizzatori: «Mi sembra un manifesto in parte infondato e in parte demagogico; credo che si abbia il pieno diritto di scrivere certe cose, ma poi si deve essere pronti a essere criticati. Considerare la magistratura come unico e ultimo argine della democrazia è un errore assai grave. Considerare se stessi come ultimo ridotto della democrazia significa innanzitutto fare un’analisi sbagliata della società e, secondo, caricare se stessi di responsabilità
che non si possono rivestire proprio in quanto magistrati: sono due aspetti assai delicati e si rischia così di non essere credibili agli occhi dell’opinione pubblica quando si fanno affermazioni di questo genere». Per fortuna a rimettere le cose a posto sul diritto-dovere dei magistrati di partecipare al dibattito giuridico e costituzionale, intervennero poi due persone serie come Armando Spataro e Piercamillo Davigo.

Un paio d’anni dopo, de Magistris si trasferì a Catanzaro, una delle sedi giudiziarie meno appetibili e appetite dai magistrati italiani. E affrontò subito con entusiasmo la nuova avventura in Calabria, terra d’origine di sua moglie: l’entusiasmo di un figlio del Sud che discende da una famiglia di magistrati (lo erano il bisnonno, il nonno e il papà, quest’ultimo autore della memorabile sentenza sul «caso Cirillo»). La prima indagine importante in cui fu coinvolto dai suoi capi, prima di capire chi davvero fossero, colpì due persone che conoscevo e ritenevo perbene: l’avvocato Ugo Colonna e l’onorevole Angela Napoli, dissidente di An, entrambi combattenti dell’antimafia. Il primo
finì addirittura in carcere per violenza e minaccia a corpo giudiziario aggravate dalla volontà di favorire la ’ndrangheta; la seconda «soltanto» indagata con la stessa accusa. Scrissi su «MicroMega» un duro articolo che smontava quell’inchiesta, dalla quale ben presto sia Colonna sia la Napoli furono completamente prosciolti.
Qualche mese dopo, dovendo verificare la posizione processuale di un parlamentare del centrodestra per un libro che stavo scrivendo, telefonai a de Magistris in ufficio. Ma, alla mia domanda, mi attaccò il telefono in faccia. (leggi tutto)

La scheda del libro

Video -
Intervista a Lugi de Magistris, "il cattivo magistrato"  (da antefatto.it)

 


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fifo

da Il Fatto Quotidiano, 20 aprile 2010


Due anni fa il Csm puniva Luigi De Magistris, vietandogli di fare mai più il pm, e lo trasferiva da Catanzaro a Napoli, dopo che aveva denunciato un complotto politico-giudiziario per sottrargli e insabbiare le inchieste “Poseidone” e “Why Not”. Un anno fa lo stesso Csm destituiva il procuratore di Salerno Luigi Apicella e puniva i suoi sostituti Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani, trasferendoli nel Lazio e vietando pure a loro di fare mai più i pm, dopo che avevano accertato il complotto ai danni di De Magistris e dunque indagato e perquisito i vertici della magistratura catanzarese che da mesi rifiutavano di trasmettere copie del fascicolo “Why Not”.

Un ampio e trasversale fronte politico-giudiziario-affaristico-mediatico, con l’avallo del capo dello Stato, spacciò le indagini sulla fogna di Catanzaro per una “guerra fra procure” e i provvedimenti del Csm per una saggia azione pacificatrice. In realtà le indagini di De Magistris erano corrette e doverose, così come quelle dei pm salernitani, e chi ha trasferito gli uni e gli altri non ha fatto altro che coronare la congiura ordita dalla cupola calabrese. L’avevano già stabilito i provvedimenti emessi dal Riesame di Salerno (respingendo i ricorsi dei perquisiti a Catanzaro) e dal Tribunale di Perugia (che aveva archiviato le denunce dei pm catanzaresi contro Nuzzi, Verasani, Apicella e De Magistris). Ma ora lo conferma anche l’avviso di conclusione delle indagini appena depositato dalla “nuova” Procura di Salerno, che Il Fatto oggi rivela: un atto che prelude alle richieste di rinvio a giudizio per i magistrati catanzaresi che scipparono le indagini a De 
Magistris e/o presero il suo posto (Lombardi con la convivente e il figliastro, Favi, Murone, Iannelli, Garbati, De Lorenzo, Curcio) e per gli indagati eccellenti che avrebbero corrotto alcuni di loro per farla franca (Saladino, Pittelli e Galati).

Le accuse vanno dalla corruzione giudiziaria all’abuso, dal falso al rifiuto di atti d’ufficio al favoreggiamento. La nuova Procura di Salerno che conferma la bontà delle indagini di Nuzzi, Verasani e Apicella è quella guidata da un anno da Franco Roberti, il valoroso pm campano protagonista delle più recenti indagini su Gomorra, che ha il merito di avere decapitato il clan dei Casalesi. Che sia diventato improvvisamente anche lui un incapace, come i colleghi puniti, esiliati e degradati sul campo? Che meriti pure lui un’intemerata dal Quirinale e un’immediata punizione dal Csm? Fino a quando le istituzioni fingeranno di non vedere quel che è accaduto e ancora accade nella fogna di Catanzaro, eliminando e imbavagliando chiunque osi metterci il naso (oltre ai pm già citati, quella cloaca ha risucchiato Clementina Forleo, Carlo Vulpio, Gioacchino Genchi e altri galantuomini)? Nessuno confonde un avviso di chiusura indagini con una sentenza di condanna. Ma se, sotto la guida di Roberti, la Procura di Salerno giunge alle stesse conclusioni di quella guidata da Apicella, vuol dire che le indagini che costarono la carriera ai quattro pm erano tutt’altro che sballate.

E ora chi li ha linciati dovrebbe cospargersi il capo di cenere, ammettere la clamorosa cantonata e correggere l’errore. In due modi: ripulendo finalmente gli uffici giudiziari di Catanzaro dai magistrati inquisiti (e fra breve imputati) per corruzione
giudiziaria e altri gravissimi reati, finora incredibilmente lasciati quasi tutti al loro posto; e annullando le sanzioni contro Nuzzi e Verasani (De Magistris ormai è eurodeputato e Apicella pensionato), restituendo loro l’onore, le funzioni e l’ufficio. Il 1° ottobre 2009 De Magistris si dimise dalla magistratura con una lunga lettera al presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano, pubblicata integralmente dal Fatto. Conteneva una serie di drammatici interrogativi sulle sconcertanti interferenze del capo dello Stato nel caso Catanzaro-Salerno. Nessuna risposta. Alla luce delle ultime notizie in arrivo da Salerno, il capo dello Stato non ha nulla da dichiarare? 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Il complotto per fermare De Magistris
di Antonio Massari da antefatto.it - Il testo del provvedimento della Procura di Salerno

AD PERSONAM
Marco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere). Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Chieti, 21 aprile, ore 17.30
C/o Auditorium "Cianfarani" del museo La Civitella, Via Pianell.
Giulianova (TE), 21 aprile, ore 21
C/o Teatro Kursaal, lungomare Zara.






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bandanax

Il voto per acclamazione con cui i delegati dell'Idv hanno deciso di appoggiare la candidatura di Vincenzo De Luca alla presidenza della regione Campania è un errore politico che costerà molto caro al movimento di Antonio Di Pietro. D'ora in poi, e con piena ragione, chiunque potrà ricordare quanto è avvenuto a Salerno e affermare che l'Italia dei Valori applica il sistema dei due pesi e delle due misure. Se De Luca corre per la poltrona di governatore con due processi in corso, perché non deve poter governare o candidarsi chi è nella sua stessa situazione? Detto in altre parole: qual è la differenza tra De Luca, Berlusconi o Fitto?
Badate bene, qui non si tratta di discutere di etica, di giustizialismo, di selezione delle classi dirigenti demandata (sbagliando) alla magistratura, o di altro. Il problema invece è la coerenza. Anche perché in politica vincono i messaggi semplici. E quello lanciato con la standing ovation al congresso dell'Idv in favore di De Luca, lo è. Tanto che, questa volta, viene difficile dar torto al vice-capogruppo dei senatori del Pdl, Gaetano Quagliariello, quando parla di decisione "barzelletta".  

Dopo la svolta di Salerno, l'Italia dei Valori finirà insomma per pagare pegno. E lo farà persino se De Luca dovesse sconfiggere il suo scialbo (ma formalmente immacolato) avversario. È noto, infatti, che quello Di Pietro è prima di tutto un movimento che raccoglie il voto di opinione. Per questo va generalmente male alle elezioni amministrative, mentre recupera terreno alle politiche o alle europee. Il caso De Luca fa adesso correre seriamente il rischio che il movimento di opinione alle spalle dell'Idv si disperda o finisca per rivolgersi una volta ancora al Partito Democratico o a quello che ne resta. Ne valeva la pena?  Pensiamo di no.
È vero, la scelta di sostenere De Luca era quasi ineluttabile. Di altri candidati in Campania non ce n'erano. Anche perché in questi mesi né il Pd, nè l'Idv si sono dati troppo da fare per trovarli. E Luigi De Magistris, l'unica persona che presentandosi all'ultimo momento avrebbe messo in crisi il gioco pro De Luca, non lo ha fatto. Finendo così per caricarsi sulle spalle, a causa dei suoi tatticismi e della sua mancanza di coraggio, una parte rilevante della responsabilità dell'accaduto. Ma, in ogni caso, c'è modo e modo per appoggiare una candidatura del genere.

Un partito lo può fare dimostrando a tutti che sta ingoiando un rospo. Che si sta muovendo solo per dovere di coalizione dopo che con il Pd è stato raggiunto un accordo a livello nazionale. Oppure può evitare, o quasi, il dibattito. Può risolvere tutto in mezza giornata, per poi andare gioiosamente, e tra il tripudio di delegati e dirigenti, verso uno degli errori più clamorosi della sua breve storia.
(Vignetta di Bandanax) 


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Vignetta di Roberto CorradiZorro
l'Unità, 19 marzo 2009


Il pacato commento del cosiddetto onorevole Gasparri alla candidatura di De Magistris - il pm di Catanzaro a cui, per le sue inchieste (anche su amici di Gasparri), è stato impedito di continuarle, poi di stare a Catanzaro, poi di fare mai più il pm - andrebbe affissa sulle pubbliche piazze, perché ciascuno valuti il livello intellettuale del suo autore: “La candidatura di De Magistris è la dimostrazione di come alcuni usino la toga solo per fare carriera politica… E’ possibile che gli serva a ottenere l'immunità, visto quanto sta emergendo dallo scandalo Genchi”.

Parola di un signore imputato in tre processi (due a Roma, uno a Milano) per aver diffamato il pm Henry John Woodcock, definendolo “giudice irresponsabile, dissennato e farneticante”, che “spara nel mucchio e sceglie gli indagati sulla guida Monaci”, indaga pure su “Gatto Silvestro e Gambadilegno” e - tocco di classe finale - avrebbe “una liaison con una giudice del Tribunale”. Ma - aggiunse il presunto onorevole - “faremo i conti in sede giudiziaria”. Magari. Appena il pm l’ha denunciato, s’è dato alla fuga trincerandosi dietro l’immunità, subito votata dalla Camera per bloccare i suoi processi. Senonchè i giudici han sollevato due conflitti di attribuzioni alla Consulta contro gli abusi autoimmunitari di Montecitorio.

Ora, con quella che in psichiatria si chiama “proiezione”, Gasparri attribuisce agli altri ciò che fa lui. Strano tipo, comunque, questo De Magistris: cerca l’immunità e va a candidarsi nell’unico partito che vota sempre contro le immunità. La prossima volta si faccia furbo: si candidi con Gasparri.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Una sinistra invertebrata - Perry Anderson (London Review of Books) cita Marco Travaglio in un suo articolo


19 marzo, Casal di Principe - 21 marzo, Napoli: La memoria e l'impegno in ricordo di tutte le vittime delle mafie

Incontro pubblico su giustizia e informazione
Catania, sabato 21 marzo - ore 18, presso l'ex monastero dei Benedettini, auditorium "De Carlo".
L'incontro prende spunto dal libro "Roba Nostra", scritto dal giornalista del Corriere della Sera Carlo Vulpio.
All'incontro saranno presenti lo stesso autore, il preside della Facoltà di Lingue Prof. Nunzio Famoso, il giudice Felice Lima e il giudice Clementina Forleo.
Modera l'incontro l'Ing. Fabio Viola, segretario di CittàInsieme.

Organizzato dal movimento di società civile "CittàInsieme" e dalla Facoltà di Lingue dell'Università di Catania.
Segui l'evento in diretta


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Vignetta di Molly BezzZorro
l'Unità, 14 febbraio 2009


L’ultimo delirio uscito dal Manicomio delle Libertà è il divieto “di pubblicare il nome del magistrato titolare dell’indagine”. Pena la galera. Non è l’ennesima vendetta di chi pensa che il problema non siano i criminali, ma il “protagonismo” di certi pm. E’ molto peggio. L’idea ha un padre, anzi un maestro, anzi un gran maestro di tutto rispetto: Licio Gelli. Già il “Piano di rinascita democratica” della loggia P2 (anni '70) sollecitava “per decreto” il “divieto di nominare sulla stampa i magistrati comunque investiti di procedimenti giudiziari”. I giudici corrotti o collusi o funzionali al potere lavorano nell’ombra ed è bene che vi rimangano, per seguitare a insabbiare lontano da occhi indiscreti. Se Carnevale non presiedette il maxiprocesso alla mafia, dunque i boss furono condannati, fu grazie alla campagna di stampa sull’”Ammazzasentenze”. Invece il magistrato capace e perbene ha un solo scudo contro gli attacchi esterni e interni: la sua credibilità, la sua faccia, il suo nome. Nessuno saprebbe nulla della cacciata di De Magistris, della Forleo, dei tre pm di Salerno se qualcuno non avesse raccontato chi erano e cosa stavano facendo prima della fucilazione. Senza contare che i grossi criminali preferiscono collaborare con magistrati di cui si fidano (Buscetta con Falcone, Mutolo con Borsellino, tanti loro epigoni con Caselli, i tangentari con Di Pietro). A questo, in barba al diritto di cronaca sancito dalla Costituzione, serve il codicillo: a coprire le toghe colluse ed eliminare quelle scomode all’insaputa dei cittadini. Gli allievi hanno superato il gran maestro.
(Vignetta di Molly Bezz)


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Immagine di Roberto Corradil'Unità, 4 febbraio 2009


Il decreto di perquisizione e sequestro dei pm di Salerno Luigi Apicella, Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani a carico di magistrati e faccendieri di Catanzaro indagati per corruzione giudiziaria e altro, è “perfettamente legittimo”, “logico, preciso e analitico”, “immune da vizi di motivazione”, in linea col Codice e la “giurisprudenza di Cassazione”, necessario “per l’accertamento dei fatti”. Nessuna “pesca a strascico” per cercare reati su “sospetti e congetture”, ma un atto indispensabile per riscontrare il “corposo materiale probatorio raccolto”. Insomma un decreto dotato del “crisma di atto di ricerca della prova e non di ricerca della notitia criminis”. Lo scrive il Tribunale del Riesame di Salerno (giudici Mele, Spinelli e Pisapia), nelle motivazioni delle due ordinanze con cui ha rigettato i ricorsi del capo della Compagnia delle Opere calabrese Antonio Saladino, indagato in Why Not (indagine poi avocata a Luigi De Magistris); l’ex procuratore di Catanzaro Mariano Lombardi, che scippò a De Magistris l’altra indagine, Poseidone; la moglie di Lombardi e il di lei figlio, avvocato Pierpaolo Greco, socio del sen. avv. Giancarlo Pittelli (amicone di Lombardi, indagato e poi archiviato in Poseidone e in Why Not, ma ora inquisito a Salerno). Le motivazioni, depositate il 30 gennaio, sono clamorose perchè smentiscono tutti gli addebiti mossi ai pm di Salerno da politici, Anm, alte cariche dello Stato e Csm, che proprio per quel decreto li ha cacciati su due piedi.

I giudici ricordano che l’inchiesta di Salerno ha scoperto “un complesso disegno criminoso, tuttora in atto, diretto a favorire soggetti indagati in Why Not e Poseidone… fra questi Mastella, Saladino e Pittelli, attraverso la deviazione del regolare corso dei processi penali con interventi contrari ai doveri d’ufficio compiuti dai magistrati indagati, in virtù di accordi corruttivi e intrecci di interesse con gli indagati, in modo da determinarne l’esito favorevole con l’allontanamento, l’esautorazione e la delegittimazione del dr. De Magistris, la parcellizzazione delle inchieste in vari tronconi e la revoca del consulente Genchi”. Perciò i pm han sequestrato le due indagini “insabbiate”, in quanto “corpo del reato”. E il Riesame ritiene che abbiano ben motivato le accuse nelle 1400 pagine del decreto: il “perverso intreccio d’interessi tra politica e imprenditoria” che ha stritolato De Magistris e provocato “la stagnazione e la disintegrazione” delle sue indagini è “perfettamente sussumibile nello schema della corruzione giudiziaria”. Poco importa se i favori fatti da Saladino e Pittelli ai magistrati che hanno emarginato De Magistris siano arrivati prima o dopo questi fatti. Come stabilito dalla Cassazione, la corruzione giudiziaria “più allarmante e subdola” è l’”asservimento della funzione pubblica agl’interessi del privato corruttore”, “quando il privato fornisca o prometta al soggetto pubblico, che accetta, denaro o altra utilità per assicurarsene i futuri favori”. E’ proprio il caso di Catanzaro.

Il Riesame sposa l’accusa di corruzione giudiziaria mossa a Pittelli, Lombardi & C.: “E’ pacifica la contrarietà ai doveri d’ufficio della revoca della co-delega di Poseidone a De Magistris”. Lombardi, per via della sua amicizia con Pittelli e dei rapporti societari fra il suo figliastro e lo stesso Pittelli, aveva “il dovere di astenersi” dall’inchiesta su Pittelli: invece la tolse al pm titolare procurando “utilità” e “immediato vantaggio”all’amico Pittelli. Il tutto in cambio delle “prestazioni, in parte anche precedenti”, fornite da Pittelli “a Lombardi e al figlio della moglie, Greco Pierpaolo… Agevolazioni per favorire la carriera di un giovane avvocato, per di più convivente” del procuratore. In seguito Pittelli divenne addirittura l’avvocato di Lombardi. Lo stesso vale per Saladino, che si liberò di De Magistris in Why Not; inchiesta avocata dal Pg Dolcino Favi con motivazioni fasulle e “col concorso del procuratore aggiunto Salvatore Murone”, pure lui indagato per corruzione giudiziaria: “Saladino aveva assicurato assunzioni a parenti e amici del Murone”, come pure di altri magistrati calabresi. Tra i beneficiari del presunto insabbiamento c’è pure Mastella, frettolosamente archiviato sebbene la gestione dei fondi pubblici al ‘Campanile’ (l’organo dell’Udeur) “meritasse ulteriori approfondimenti investigativi”.  

Molti, a partire dal ministro Alfano, hanno accusato i pm di Salerno di essersi appiattiti sulla versione di De Magistris. Ma per il Riesame è falso anche questo: “L’inquirente non si è limitato a recepire le denunce del De Magistris, ma al contrario ha sottoposto le stesse a un’intensa attività di verifica, mediante acquisizione di atti e documenti,  audizione di testimoni, colleghi dell’avv. Greco, colleghi del dr. De Magistris, consulenti…”. Dunque il decreto della discordia è “un legittimo atto investigativo diretto a riscontrare le acquisizioni testimoniali o a colmare le ultime lacune probatorie”. Di qui “il rigetto dei ricorsi, la conferma dell’impugnato decreto” e “la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese”.

A questo punto qualcuno domanderà: se il decreto è legittimo, perché il Csm ha cacciato i suoi tre autori? Bella domanda.
(Immagine di Roberto Corradi)

Segnalazioni

Mosca-Grozny-Beslan. Le donne restano - Spettacolo teatrale per Annaviva
Milano, 7 febbraio - ore 21

La giustizia spiegata ai conigli ("Il muro dritto", bollettino dell'associazione Omilegis)

Il vecchio e il nuovo (Ideal, Spagna - 15 gennaio 2009)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info

I video di Qui Milano Libera - Umberto Veronesi e gli inceneritori

Angola batte Italia -
di Carlo Cornaglia
Quanto ad intercettazioni
par che Silvio Berlusconi
abbia alfin cambiato idea,
ma purtroppo la nomea
  
d’esser subdolo ed infido
fin da quando uscì dal nido
è del tutto confermata.
E’ una finta ben studiata...
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