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Vignetta di FEI

  Il Fatto Quotidiano, 6 novembre 2009

  Premesso che l'on. avv. Niccolò Ghedini è una simpatica personcina e il suo maestro on. avv. Pietro Longo pure, la domanda è questa: ma è normale che questi due signori - come informano quotidianamente i giornali - si aggirino per le aule parlamentari, peraltro deserte, e negli angiporti limitrofi, cercando di piazzare lodi, lodini, sottolodi, minilodi travestiti da “riforme della giustizia" in formato extralarge, o mignon, da tasca o da pochette, per cancellare i processi o i reati del loro cliente che li paga profumatamente e, per inciso, fa pure il presidente del Consiglio? È normale che tutti li stiano a sentire, nell'ambito del “dialogo sulle riforme”, anziché mandarli a stendere? È normale che nessuno, dal presidente della Camera a quello della Repubblica, non trovino due minuti e due parole per metter fine allo sconcio? È normale che i giornaloni “liberali” non scrivano una riga? È normale che Pigi Battista abbia frantumato i marroni per tutta l'estate a De Magistris perché non s'era ancora dimesso da magistrato (l'ha fatto a settembre, nel silenzio di Battista) e non abbia mai dedicato una virgola alle mancate dimissioni di Ghedini e Longo dall'avvocatura o dal Parlamento o dalla difesa berlusconiana? È normale che il Corriere degli Ostellini, dei Panebianchi, dei Pappagalli della Loggia che quotidianamente ci affetta i santissimi con la separazione delle carriere fra giudici e pm non dedichi un pigolìo alla separazione delle carriere fra avvocati e legislatori?

È normale che l'Ordine degli
  avvocati, quello che non ha ancora trovato il modo di espellere Previti a tre anni dalle condanne definitive per aver comprato le sentenze Imi-Sir e Mondadori, non abbia nulla da dire ai due illustri associati in spudorato conflitto d'interessi? Se non andiamo errati, l'Ordine forense è dotato financo di un “Codice deontologico”, che nel capitolo III sul “Conflitto d'interessi”, contempla il seguente art. 37: “L'avvocato ha l'obbligo di astenersi dal prestare attività professionale quando questa... interferisca con lo svolgimento di altro incarico anche non professionale”. Tipo quello di deputato. Ora, non ritengono lorsignori che codesto articolo calzi a pennello con ciò che fanno ogni santo giorno da 15 anni gli avvocati del premier? E, se è così, il Codice deontologico ha una funzione ornamentale o è vincolante per gli associati? E che si intende fare per indurre le due personcine a rispettarlo? Finora gli On. Avv. avevano sempre trovato un prestanome disposto a immolarsi e intestarsi le leggi-vergogna su misura dell'Utilizzatore Finale e dei suoi cari: decreto Biondi, condono Tremonti, scudo Tremonti, ddl Pittelli, lodi Schifani e Alfano, legge-bavaglio Alfano sulle intercettazioni. Solo Cirielli si era ribellato, tant'è che la sua legge riveduta e corrotta fu ribattezzata “ex Cirielli”, alla memoria, per mancanza di scudi umani volontari. Ora anche Angelino Jolie, essendosi sputtanato abbastanza, non firma più nulla. Così Ghedini e Longo han dovuto riaprire il bazar mettendoci la faccia e il nome. Ogni   giorno la premiata ditta sforna una nuova schifezzuola per sondare il terreno e vedere l'effetto che fa: amnistia super o mini; indultino gigante o nano; prescrizione breve o media o lampo; portiamo tutto da Milano a Roma, o magari ci fermiamo a metà strada, tipo Orte; un bel lodino nuovo di pacca, anzi usato; valido per tutti, o solo per gli incensurati, o solo per Lui. Interessa l'articolo? Prezzi modici e trattabili. Roba che nemmeno Paolo Ferrari coi due fustini al posto di un Dash. Prima o poi riusciranno a piazzarlo, il Ghedash che lava più bianco. Tanto nessuno dice nulla e il Presidente firma tutto. O no? 
(Vignetta di FEI)

Il commento del giorno
di drainyou 80 - utente certificato - lasciato il 6/11/09 alle 12:04 nel post Ecco a voi il lodo Fini-Matteoli
TG2 ore 20 e 30, Berlusconi risponde alle dieci domande.
Servizio con farfugliare strampalato del premier su donne, cene e cenette riportato da voce fuori campo. Piccolo particolare. Nessun accenno a quali fossero le dieci domande.
Da cui si deduce che Berlusconi avrebbe potuto anche rispondere:
1) Si è vero mi piace la nutella
2) Sono vergine
3) lo sanno tutti che è base x altezza diviso 2
4) Aggiungi un posto a tavola che c'è un Silvio in più
5) la mia canzone preferità è Malafemmena.
6) Yoghi e Bubu
7) Ronalidinho
8) La mia auto preferita è la escort
9) Station vagon carrozzatissima.
10) e con questo è tutto


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Vignetta di Natangelo
Signornò

da l'Espresso in edicola


I processi contro 'la Repubblica' e 'l'Unità', denunciate da Silvio Berlusconi per 1 e 2 milioni di euro di danni, si annunciano avvincenti e spettacolari quant'altri mai. Da mettersi in fila e pagare il biglietto. Il civilista del premier Fabio Lepri (studio Previti) intravede un "animus diffamandi" in vari articoli che mettono in dubbio l'efficienza degli apparati riproduttivi dell'illustre cliente presentando "il dottor Berlusconi come soggetto aduso a pretese iniezioni sui corpi cavernosi del pene o affetto da problemi di erezione". Com'è noto, l'onere della prova tocca a chi accusa. Infatti il penalista del capo del governo, on. avv. prof. Niccolò Ghedini, ha già annunciato al 'Corriere' che l'insigne assistito, in precedenza definito eventuale "utilizzatore finale" di escort, "è pronto ad andare in aula a spiegare che non solo non è un gran porco, ma nemmeno impotente". Anzi, di più: intende "spiegare a venti milioni di italiani, suoi affezionati elettori, che è perfettamente funzionante".

Al momento non è dato sapere in quali forme l'utilizzatore darà in aula la plastica dimostrazione del perfetto funzionamento. Ma converrà esserci quel giorno in aula. Anche perché i legali di 'Repubblica' e 'Unità' potrebbero citare un testimone che la sa lunga in materia. Uno che il 27 giugno 2008 titolò su 'Libero' a tutta prima pagina: "Il guaio di Silvio è la gnocca". E un anno dopo, 19 giugno 2009, con agile piroetta, scrisse sempre su 'Libero' a proposito dei casi Noemi & Patrizia: "Il Cavaliere è accusato di fare ciò che dubito possa fare: dedicarsi a una sfrenata attività sessuale. Fantasie. Frequento da alcuni anni gli urologi. Questioni di prostata, data l'età. Se hai un cancrone proprio lì, la prostata va eliminata col tumore. E allora addio rapporti. Facendo strame della privacy, affermo che Silvio nel '96 fu operato di cancro alla prostata al San Raffaele. Non racconto balle se dico buonanotte al sesso. Berlusconi ha 73 anni, non ha più la prostata. La scienza fa miracoli tranne uno: quello. Ma vi sono quotidiani che hanno sprezzo del ridicolo, e insistono. Fossi in Silvio avrei la tentazione di sbandierare in tv il certificato del dottore".

L'autore del dolce stilnovo si chiama Vittorio Feltri e non è omonimo dell'attuale direttore de 'il Giornale'. È proprio lui: lo stesso che ora, con grave sprezzo del pericolo, pubblica le denunce integrali ai due quotidiani che, come lui, han dubitato della virilità del Capo. In attesa che Lepri e Ghedini denuncino pure lui, c'è una sola faccia più tosta della sua: quella di un tizio che, quando Feltri fu condannato a 18 mesi per aver diffamato il defunto senatore Chiaromonte sul caso Mitrokhin, ululò sdegnato contro il malvezzo di denunciare e condannare i giornalisti: "Resto sconcertato alla notizia che Feltri venga condannato per un reato di opinione. A questo punto è definitivamente urgente depenalizzare i reati a mezzo stampa" (Ansa, 13 febbraio 2006). Era Silvio Berlusconi. Poi, col lodo Alfano, ha abolito soltanto i suoi.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

La nuova lettera di Michele Santoro ai vertici Rai
Guarda gli spot:
con Marco Travaglio
con Vauro

Gli agorà di Qui Milano Libera
Prossimo appuntamento sabato 12 settembre in piazzetta san Carlo, a Milano, dalle 16.30 alle 20

Il Superman d’Italia
- di
Carlo Cornaglia
Ci svela il nostro capo del governo,
nuovamente caimano senza fren,
d’essere diventato un Padreterno,
in versione terrena un Superman.

Un successo continuo, eccezionale
nei più remoti angoli del mondo:
in Georgia non è finita male
solo grazie ad un suo deciso affondo...
Leggi tutto

La caduta di Berlusconi - Il video di bucknasty



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Vignetta di Franzaroli

Mosca tzé tzé

da Antefatto.it


Reduce da un piccolo intervento chirurgico in anestesia totale, riprendo la lettura dei giornali, ma non capisco alcune cose.

Davvero s’è dimesso Dino Boffo e non Silvio Berlusconi?

Davvero La Stampa, a proposito degli ultimi sviluppo di Puttanopoli, ieri ha titolato “Berlusconi già cerca Casini”?

Davvero il direttore del Giornale di Berlusconi, cioè del massimo difensore della privacy e del segreto investigativo al mondo, ha pubblicato la foto della vittima delle molestie di Dino Boffo e il certificato del casellario giudiziale del Boffo medesimo, che per legge è accessibile soltanto agli inquirenti e all’interessato?

Davvero Berlusconi ha detto “povera Italia con questa informazione che pubblica tutto il contrario della realtà”, dopo aver nominato o fatto nominare una ventina di direttori di tg, reti televisive e giornali e aver fatto cacciare e/o denunciare e/o sputtanare quelli che osano non appartenergli e/o non obbedirgli?

Davvero Maurizio Gasparri, capogruppo del partito di maggioranza relativa al Senato, ha detto alla Summer School del Pdl a Frascati che, se la Consulta dovesse bocciare la legge Al Fano, “troveremo un avvocato, un Ghedini o un Ghedoni, che troverà un cavillo”?

Davvero l’on. avv. prof. Ghedini (o Ghedoni) ha dichiarato testualmente al Corriere della sera che, nel processo civile intentato all’Unità, “Berlusconi è pronto ad andare in aula a spiegare che non solo non è un gran porco, ma nemmeno impotente”, anzi, di più: vuole “spiegare a venti milioni di italiani, suoi affezionati elettori, che è perfettamente funzionante” (per maggiore precisione: un utilizzatore finale perfettamente funzionante)?

Davvero il cardinale Bagnasco ha ricevuto in udienza privata il ministro divorziato Umberto Bossi, da sempre molto devoto a Santa Romana Chiesa (“Il Sud è quello che è grazie all’Atea Romana Chiesa, con i suoi vescovoni falsoni che girano con la croce d’oro nei paesi dove si muore di fame: il principale potere antagonista dei padani”, 3 agosto 1997; “È ora di mandare la Guardia di finanza da certi vescovoni per sapere dove vanno i soldi che hanno raccolto per i poveri. I veri razzisti sono i buonisti, associazioni caritatevoli, tipo Caritas. Agiscono per un solo scopo: riempirsi il portafogli. Come il caporalato delle parrocchie: miliardi di euro in nero gestendo badanti, cameriere eccetera. Sappiamo chi c’è dietro, quali associazioni hanno perso il Dio che sta nei cieli, sostituendolo col dio denaro”, 9 settembre 2002), e il ministro divorziato Roberto Calderoli, talmente affezionato al cattolicesimo da aver proposto nel 1997 lo “sciopero della messa” e da essersi sposato col rito celtico fra simboli nibelungici, druidi, calici di sidro (“che le mani delle nostre donne hanno spremuto dai frutti della terra genitrice”) e giuramenti a Odino (“Sabina, giuro davanti al fuoco che mi purifica: esso fonderà questo metallo come le nostre vite nuovamente generate”)?

No, è tutto impossibile perfino per l’Italia. E’ chiaro che sto ancora delirando. Ma quanto durano queste anestesie?
(Vignetta di Franzaroli)

Gli aggiornamenti dalla rassegna stampa a cura di Ines tabusso

Segnalazioni

Ascolta l'intervista sugli anni di piombo con Sandro Provvisionato a cura di Silvano De Prospo (Radio Missione Francescana)

Contrordine - di Piero Ricca
Niente da fare. A 24 ore dal nostro agorà di domani davanti al Giornale è arrivato il contrordine dalla gloriosa questura di Milano. Il nulla osta, regolarmente accordatoci nei giorni scorsi, non c’è più. Mi ha chiamato per avvisarmi, premurandosi di dirmi “ambasciator non porta pena”, il dottor De Bartolomeis... leggi tutto


Videocracy - di Eva af Geijerstam (Dagens Nyheter, Svezia - 28 agosto 2009)
La TV italiana mette al bando il trailer del film su Berlusconi (BBC, Gran Bretagna - 28 agosto 2009)
(Traduzioni a cura di Italiadall'estero.info
)


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Vignetta di Natangelo

da
Antefatto.it


Silvio Berlusconi ha vissuto ieri una delle giornate più nere della sua vita politica (e non). La cosiddetta opposizione naturalmente non c’entra nulla: il Pd è troppo impegnato a farsi le pippe sulle primarie e il congresso, nonché a inseguire la Carfagna dopo la ferale notizia che la ministra delle Troppe Opportunità diserterà il Democratic Party di Genova, per pensare di opporsi. No, il venerdì nero di Al Pappone è tutto interno al suo mondo. E’ in casa sua che si annidano ormai da mesi i più temibili oppositori. La sua signora, la sua diciottenne preferita (con famiglia al seguito), la sua escort ufficiale, il suo presidente della Camera che si dissocia su tutto, il senatore Guzzanti che svela ogni particolare della Mignottocrazia arcoriana, l’amico Bossi che ne combina una al giorno e ora perfino l’amico Putin che s’è sfilato all’ultimo momento dalla festa di Gheddafi lasciando Silvio solo col beduino e le frecce tricolori.

Come se non bastasse, ora si son messi a remare contro anche l’on. prof. avv. Niccolò Ghedini, in arte Mavalà, e il megadirettore galattico de Il Giornale, Littorio Feltri (che pare gli costi quanto Ronaldinho). L’Avvocato Mavalà ha avuto la splendida idea, finora inedita, di querelare dieci domande, chiedendo a Repubblica 1 milione di euro (figurarsi quanto chiederebbe per le risposte) e, per soprammercato, minaccia di trascinare in tribunale anche i giornali e i tg stranieri - alcune centinaia in tutto, dalla Turchia all’Australia, dal Canada alla Terra del Fuoco - che han parlato di Puttanopoli. Si salvano, per ovvi motivi, tutti i telegiornali e la gran parte dei giornali italiani. Così le famose dieci domande, che stavano diventando un tantino stucchevoli, e il sexy scandalo, che iniziava a denunciare l’usura del tempo, riprendono improvvisamente vigore e ricominciano a circolare su tutta la stampa mondiale, come nuovi. Un capolavoro.

Perfettamente sincronizzato con Mavalà, Littorio Feltri si dedica quotidianamente a rovinare i rapporti del suo padrone con tutti i poteri forti che ancora non gli appartengono: non solo quelli tradizionalmente ostili, come l’ingegner De Benedetti e il suo gruppo, ma anche quelli benevolmente neutrali o decisamente favorevoli. Prima la famiglia Agnelli-Fiat, poi i fratelli Moratti (compreso Gianmarco, il marito di Letizia), infine il Vaticano. Geniale anche la scelta dei tempi: Il Giornale spara in prima pagina un vecchio patteggiamento di Dino Boffo, direttore di Avvenire, per aver molestato la fidanzata del suo ex fidanzato, proprio nel giorno della Perdonanza abruzzese, cioè dell’annunciata cenetta a lume di candela fra Al Pappone e il cardinal Bertone. Cenetta subito annullata, con scomunica incorporata dal cardinal Bagnasco e sdegno del mondo cattolico. Altro che Perdonanza. Ora manca soltanto un editoriale feltriano che dà del pedofilo a Putin e un’inchiesta su Ratzinger che non paga le multe della Papamobile per eccesso di velocità, magari affidato a un condannato a caso fra Betulla Farina e Geronimo Pomicino, per completare l’opera.

Nel ringraziare i compagni terzinternazionalisti Mavalà e Littorio per il generoso tributo offerto all´antiberlusconismo e per l'impegno profuso nell'organizzare le opposizioni, mi si consenta un appello al Cainano: Silvio, dai retta, licenzia i servi infidi. E fìdati soltanto di noi del Fatto Quotidiano. Anche noi, sia chiaro, vogliamo mandarti a casa, anzi possibilmente al fresco. Ma almeno lo sai già: te lo diciamo da sempre, con franchezza, senza tramare alle tue spalle. E non ti costiamo un euro. Dai falsi amici ti guardi Iddio. E ricordati dei nemici veri che, in fondo in fondo, ti hanno sempre voluto bene.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

I cavalieri del Fatto - guarda l'immagine tratta da Dagospia.com

Cucù, la Perdonanza non c’è più -
di Carlo Cornaglia
Era pronto a una cena raffinata
col vice Papa cardinal Bertone,
già vedeva ogni colpa cancellata
senza nemmeno far la confessione

e il Vaticano ancora a sé vicino
per il mantenimento del potere
senza rischi per l’alto cadreghino…,
ma stava sol sognando il Cavaliere...
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Vignetta di BandanasTra tutte le reazioni alle (presunte) rivelazioni di Paolo Guzzanti sull'esatto contenuto delle intercettazioni a sfondo sessuale riguardanti Silvio Berlusconi e le sue amiche, distrutte a inizio anno dalla magistratura, le più singolari sono quelle dell'onorevole avvocato Niccolò Ghedini.

Come è noto, mercoledì 5 agosto, il senatore Guzzanti ha - di fatto - avanzato di nuovo l'ipotesi che nel governo vi siano donne nominate ministro solo perché andavano a letto con il premier. E, dopo aver aggiunto altri particolari boccacceschi sulle chiacchierate registrate durante l'indagine napoletana sul caso Saccà, ha detto che le intercettazioni sono in mano a un celebre direttore di giornale. Tanto che le trascrizioni sarebbero state mostrate dal direttore in questione ad almeno tre parlamentari del Pdl.

Bene, di fronte a tutto questo, Ghedini che fa? Cita in giudizio Guzzanti? Lo sfida a duello per lavare col sangue l'onore del suo principale Berlusconi? Smentisce che incisioni del genere possano essere mai esistite? No. Ghedini sorride e dice: «Questa è una vicenda che non merita nessuna attenzione né alcun commento». Poi ricorda che «quei nastri, custoditi a Roma e distrutti per ordine della magistratura, non sono mai stati ascoltati né trascritti. Visto che gli stessi giudici di Napoli li considerarono irrilevanti. Non si capisce dunque come Guzzanti o altri possano averli ascoltati».

Le parole di Ghedini vanno analizzate con cura. Dimostrano, come di fronte alla valanga di fango (totalmente auto-prodotto) che sta investendo il presidente del Consiglio, persino i suoi collaboratori più fidati non sappiano più che pesci pigliare.

Vediamo perché: 1) La mancata trascrizione ufficiale dei nastri non è di per sé una garanzia di segretezza. Anche la celebre intercettazione tra Fassino e Consorte ("Allora siamo padroni di una banca") non era stata né trascritta né depositata, eppure fu egualmente pubblicata proprio da "Il Giornale" della famiglia Berlusconi. 2) Porre l'accento sul fatto che le intercettazioni di cui parla Guzzanti siano state distrutte perché considerate irrilevanti dalla magistratura è senza senso. Se davvero il premier avesse avuto una relazione con una donna poi nominata ministro, questo non è un reato, ma un episodio politicamente rilevante. Tanto rilevante da mettere in forse la durata dell'esecutivo. 3) Perché i magistrati possano aver ritenuto le conversazioni non importanti per la loro inchiesta devono per forza averle prima ascoltate, così come hanno fatto almeno una mezza dozzina di investigatori.

Ghedini, insomma, come gli accade sempre più spesso da quando la cronaca della vita del governo Berlusconi si è trasformata nella sceneggiatura di un film con Alvaro Vitali, straparla (vi ricordate la definizione "utilizzatore finale"?). E con lui lo fanno più o meno tutti i pretoriani del Cavaliere. Non per niente, il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, per difendere il capo dall'attacco del suo ex compagno di partito, è arrivato a dire: «Nella vita come in politica lo stile è tutto. Purtroppo Guzzanti lo ha smarrito completamente». Una frase, che visti i tempi e le abitudini del premier, anche Bondi deve per forza essersi pentito di aver pronunciato.

L'esecutivo, insomma, è in stato confusionale. A farlo sbandare non servono più le notizie (come quelle pubblicate sul caso D'Addario). Bastano invece i pettegolezzi. Perché, è bene ricordarlo, quello che si racconta sulle intercettazioni distrutte - in assenza di prove, trascrizioni, o testimonianze dirette - resta un pettegolezzo. Ma, forse, è proprio per questo che un Paolo Guzzanti testimone in un aula di tribunale, magari in una causa per diffamazione, non sembra volerlo nessuno.
(Vignetta di Bandanas)


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Vignetta di theHandSignornò

da l'Espresso in edicola

A furia di sentir ripetere dal cosiddetto ministro della Giustizia, Angelino Alfano, e dal vero Guardasigilli, on. avv. Niccolò Ghedini, che "per la mafia la legge sulle intercettazioni non cambia nulla", un gruppo di delinquenti comuni di Palermo si sono lasciati travolgere dall'entusiasmo. Si son portati avanti col lavoro, senz'attendere il voto finale del Parlamento. E uno si è tradito. Così sono finiti tutti e cinque in galera il 22 giugno per associazione a delinquere finalizzata a varie truffe aggravate: "Spendevano nomi di persone defunte" per ottenere contratti di finanziamento da società finanziarie per la bellezza di 554 mila euro. Il 18 dicembre erano riuniti per organizzare i piani di battaglia, ignari di essere ascoltati. Uno, in verità, qualche dubbio l'aveva: "Allora possiamo parlare qua, giusto?". Un altro, che aveva colto al volo il senso della legge Alfano, ma aveva anticipato un po' i tempi, gli ha risposto: "Le microspie ci stanno per situazioni di mafia, qui noi stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare". Ed è esploso in una sonora risata. Ma c'era poco da ridere.

Le microspie erano in agguato, la nuova legge non era ancora attiva. Se lo fosse stata, avrebbe avuto ragione lui. Non perché, in teoria, i giudici non possano più intercettare i truffatori (com'era nella prima versione della norma, che escludeva gli ascolti per tutti i reati con pene inferiori ai 10 anni, truffe incluse). Ma perché per tutti i reati, salvo mafia, terrorismo e sequestro di persona, per disporre le intercettazioni la nuova legge richiede "evidenti indizi di colpevolezza" su qualcuno: il giudice, in pratica, dovrà già conoscere il nome del colpevole. Nel qual caso, fra l'altro, non avrà più bisogno di intercettarlo. Di solito infatti si intercetta per scoprire il colpevole, non viceversa. Per le microspie, poi, il limite imposto dalla nuova legge è ancor più demenziale: l'intercettazione ambientale è consentita solo nei luoghi dove si sta commettendo un reato. E siccome la cimice serve proprio a scoprire se si sta commettendo un reato, è impossibile saperlo prima di averla piazzata.

Si dirà: se i truffatori fossero mafiosi, sarebbero intercettabili anche con la nuova legge.
Eh no, qui casca l'asino: nessuno può dire in partenza, inseguendo una truffa, se i suoi autori sono mafiosi o no. "Lo scopriremo solo vivendo", cantava Battisti. Nel nostro caso, intercettando. Ma la geniale coppia Ghedini-Alfano ha stabilito che il pm debba scoprirlo per scienza infusa, prima di intercettare. Mission impossible. Il nostro presunto truffatore, che ora è in carcere per troppa fiducia nel governo, va comunque ringraziato. Con quella frase lapidaria ("Stiamo parlando di truffe, quindi possiamo parlare") ha riassunto come meglio non si poteva l'assurdità psichedelica della legge, quasi immolandosi per fornircene una prova preventiva su strada. The future is now.
(Vignetta di theHand)

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"19 luglio 1992: una strage di stato" - Per un 17° anniversario di verità e giustizia
Tutte le iniziative organizzate dal Comitato cittadino antimafia "19 luglio 2009" a Palermo
Scarica la locandina

www.19luglio1992.com
www.antimafiaduemila.it


19 luglio 1992 - Un paese senza memoria è un paese senza futuro
L'iniziativa in ricordo di Paolo Borsellino a Lecco
La locandina


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Vignetta di Molly BezzStraordinario l'avvocato Niccolò Ghedini. Quando i giudici del caso Berlusconi-Mills decidono di sottoporre al vaglio della Corte Costituzionale il Lodo Alfano, ovvero la legge (ideata dallo stesso Ghedini) che impone la sospensione dei processi a carico del premier, lui afferma: «Milano non applica le norme approvate dal Parlamento che consentono al presidente del Consiglio di curare gli interessi del Paese. Loro lo vogliono al processo e non interessano loro né i rifiuti di Napoli né Alitalia». Poi mette le mani avanti. E assicura che un'eventuale sentenza di condanna di David Mills (il dibattimento contro l'avvocato inglese prosegue) non avrà effetti «né politici, né giuridici» sul suo presunto corruttore Silvio Berlusconi.

La prima affermazione di Ghedini è sbagliata. La seconda, purtroppo, è esatta. Ricorrere alla corte costituzionale contro una legge non vuol dire ribellarsi alla volontà del Parlamento o degli italiani che hanno dato a uno dei due schieramenti un'ampia maggioranza. Nelle democrazie di tutto il mondo, ogni giorno, le varie corte costituzionali vagliano la legittimità delle norme varate dal potere legislativo. Anche in Italia accade spesso, tanto che la nostra Consulta è perennemente al lavoro.

Diceva Montesquieu: «Perché non ci sia abuso di potere, occorre che il potere arresti il potere». Essere una democrazia, insomma, non significa solo dare la possibilità ai cittadini di scegliere i propri governanti. Chi governa, invece, deve sapere che anche per lui esistono dei limiti invalicabili. Delle decisioni che non possono essere prese qualunque sia stato il proprio risultato elettorale o la popolarità di cui si gode. Se non è così la democrazia si trasforma velocemente in dittatura della maggioranza. E questo non migliora la vita dei cittadini, ma la peggiora. Non a caso in Europa buona parte dei regimi autoritari del '900 (Unione Sovietica, Germania e Italia) hanno ricevuto per molti anni un forte e diffuso sostegno popolare e sulle ali di quel sostegno hanno preso delle scelte disastrose.

Qualsiasi potere (esecutivo, legislativo o giudiziario) se non è sottoposto a controlli finisce per sbagliare di più, non di meno. Pensate solo a che cosa sarebbe accaduto se già 4 anni fa Berlusconi avesse allora approvato le leggi sulle intercettazioni telefoniche che oggi propone. Giampiero Fiorani, Stefano Ricucci, Giovanni Consorte e gli altri furbetti del quartierino avrebbero messo le mani sulle banche che stavano scalando. E per farlo avrebbero continuato a truccare i bilanci, a nascondere perdite enormi, a indebitarsi con altri istituti di credito. Oggi insomma il sistema bancario italiano sarebbe molto più debole davanti alla crisi finanziaria internazionale. E con tutta probabilità anche nel nostro paese si assisterebbe a una serie di bancarotte a catena.

Non per niente in queste ore lo stesso Berlusconi tuona contro la «mancanza di etica» nel mondo della finanza, mentre gli altri capi di Governo del G4 chiedono punizioni severe per i banchieri che in questi anni hanno sbagliato.

Ghedini che, in virtù della nomina a parlamentare e dello straordinario successo economico-professionale ottenuto dopo aver assunto la difesa del Cavaliere, dimentica questi semplici principi liberali cui pur aveva aderito in gioventù, non ha però torto quando si dimostra ottimista sul futuro dell'imputato Berlusconi. A questo punto, qualunque sarà il verdetto della Corte sul lodo Alfano, o se anche il referendum indetto per la sua abrogazione avrà successo, il Cavaliere può legittimamente ritenere di aver chiuso la propria partita con la giustizia milanese.
Con lo stralcio della posizione del presunto corruttore (il premier) da quella del presunto corrotto (Mills) il tribunale presieduto da Nicoletta Gandus, è diventato incompatibile: non potrà cioè più pronunciarsi sulla colpevolezza o l'innocenza di Berlusconi perché ha già sentenziato sul suo coimputato. Il dibattimento contro il presidente del Consiglio, se e quando ripartirà, dovrà ricominciare da capo davanti a un nuovo collegio. E prima del terzo grado di giudizio scatterà la prescrizione.

D'altra parte la forte campagna di delegittimazione scattata mesi fa contro il presidente Gandus (un giudice ricusato dal Cavaliere perché accusata di essere «un nemico politico») farà il resto. Anche l'eventuale condanna di Mills per aver ricevuto 600mila dollari da Berlusconi, verrà vista da molti elettori e commentatori solo come la prova delle ragioni del premier.

Ovviamente tutto questo non sarebbe possibile se l'informazione in Italia, a partire da quella televisiva, facesse il suo dovere e raccontasse con la dovuta attenzione i reali contenuti del dibattimento. Ma questo, lo sappiamo già, non avviene e non avverrà mai in un paese in cui tutte le principali reti televisive hanno come editori di riferimento dei politici (da una parte Berlusconi, dall'altra il parlamento). Restano, è vero, altri spazi: sulla carta stampata, sui libri, su internet, un paio di trasmissioni sul piccolo schermo. Ma a chiuderli ci penseranno le leggi bavaglio che la Casta delle Libertà e il suo leader hanno già proposto. Se venissero votate oggi sarebbero tutte approvate. Tra gli applausi scroscianti di Camera e Senato.
(Vignetta di Molly bezz)

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