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Vignetta di thehandDopo la canagliata di Vittorio Feltri al direttore di “Avvenire”, i furbi hanno avuto buon gioco a alzare polveroni di parole - contro i falsi moralismi, contro gli scandali sessuali, contro la violazione della privacy, eccetera - per nascondercisi dentro.

Quello che dallo scorso aprile riguarda il capo del governo Silvio Berlusconi non è affatto uno scandalo sessuale. Non lo alimenta il moralismo. Non mette in discussione il diritto alla privacy. Non è pettegolezzo. E specialmente non ha come confine il buco della serratura, ma qualcosa di un po’ piu’ ampio come la libertà di stampa, la libertà di critica, i diritti dell’opinione pubblica, i doveri della politica

Lo scandalo nasce da una minorenne che ha così tanta consuetudine con il presidente del Consiglio da chiamarlo in pubblico Papi. La qual cosa genera la reazione della moglie del presidente del Consiglio che scrive “mio marito frequenta minorenni”, “mio marito è un uomo malato”, affidando le sue dichiarazioni all’agenzia Ansa, e preannunciando la richiesta di divorzio. Alla quale il presidente del Consiglio - forte del suo sproporzionato potere - replica con una notevole sequenza di bugie avvelenate, inesattezze, insulti, piccole vendette, autentiche menzogne pronunciate senza contraddittorio su tutte le tv pubbliche e private, sui quotidiani e sui suoi settimanali. Menzogne e inesattezze seguite dal silenzio tremante di quasi tutti i mezzi di informazione italiani che anziché continuare il racconto, analizzare i fatti, cercare testimonianze, smentite, conferme, si rivelano succubi di un solo potere che quel silenzio pretende e impone.

Seguono rivelazioni sulle feste che il presidente del Consiglio organizza nelle sue residenze (non) private, ma luoghi “di rilevanza istituzionale”, l’ingaggio di donne a tassametro, la frequentazione di giovani imprenditori che affittano escort, l’esistenza di un monte premi che sconfina nella politica, la ingloba con la promessa di candidature elettorali, in un permanente corto circuito tra favori sessuali e risarcimenti, satiriasi e solitudini notturne, miserabile bigiotteria e milionari seggi al Parlamento europeo. A un tale punto di ossessiva ripetitività da rendere plausibile il sospetto che i legittimi (e commoventi) eccessi di Papi finiscano per influenzare illegittimamente le funzioni politiche del Cavalier Berlusconi, limitare la sua libertà di azione politica, indebolirlo, esporlo ai ricatti influenzando la sua capacità di giudizio, sovvertendo la sua scala di priorità, decisioni, scelte, fino a renderlo incapace di districarsi tra interesse privato e doveri pubblici. E magari farlo scivolare - una volta scoperti e raccontati per la loro pubblica rilevanza - lungo una pericolosa deriva esistenziale, annerita dal rancore, dove solo abita il cupo desiderio di vendetta.
(Vignetta di thehand)

Segnalazioni

Vigilia di scomuniche?
Il Vaticano censura 41 preti e religiosi firmatari dell'appello di MicroMega per la libertà di cura






Vignetta di Bertolotti e De PirroMosca tzé tzé
da Antefatto.it


Scrive Littorio Feltri nell’editoriale d’esordio sul Giornale che è tornato a dirigere dopo averlo lasciato nel dicembre del 1997: “Con il cuore, non me n’ero mai andato”. Uahahahahahah. Feltri se ne andò 12 anni fa dopo che il Cavaliere aveva definito “incidente gravissimo” il suo articolo di prima pagina in cui chiedeva scusa a Di Pietro per averlo calunniato per due anni con le fandonie su inesistenti tangenti di D’Adamo e Pacini Battaglia: “Caro Di Pietro, ti stimavo e non ho cambiato idea”. Seguivano due paginoni in cui il Giornale di Feltri si rimangiava quei due anni di campagne antidipietriste: “Dissolto il grande mistero: non c’è il tesoro di Di Pietro”, “Di Pietro è immacolato”, “dei famigerati miliardi di Pacini” non ha visto una lira, dunque la campagna del Giornale era tutta una “bufala”, una “ciofeca”, una “smarronata” perché la famosa “provvista” da 5 miliardi non è mai esistita. Insomma Feltri confessava di aver raccontato per ben due anni un sacco di balle ai suoi lettori. E lo faceva proprio alla vigilia delle elezioni suppletive nel collegio del Mugello, dove Di Pietro era candidato al Senato per il centrosinistra contro Giuliano Ferrara e Sandro Curzi. In cambio di quella ritrattazione e di un risarcimento di 700 milioni di lire, l’ex pm ritirò le querele sporte contro il Giornale, tutte vinte in partenza. Furente Ferrara, furente Berlusconi. Così Feltri, spintaneamente, se ne andò. Non a nascondersi, come gli sarebbe capitato in qualunque altro paese del mondo. Ma a dirigere altri giornali: il Borghese, il Quotidiano nazionale di Andrea Riffeser (sei mesi prima aveva dichiarato all’Ansa: “Per carità! Conosco Riffeser da una vita e ogni volta che ci vediamo mi dice 'Sarebbe bello se tu venissi con noi', ma tutto finisce lì. Non sto trattando con nessuno. Ma tanto so già che nessuno ci crederà, comunque è così”).

Mentre usciva dal Giornale, Littorio sparò a palle incatenate contro i fratelli Berlusconi: “Provo un certo fastidio: per la causa comune mi sono esposto (alla transazione con Di Pietro, ndr), poi gli altri si sono ritirati e io sono rimasto con la mia faccina e tutti ci hanno sputato sopra. La cosa non ha fatto per niente piacere. Così si rompe un rapporto di fiducia… Mi sono trovato da solo e ho le ferite addosso e il morale a terra” (Ansa,10 novembre 1997). E il Cavaliere gli diede del bugiardo: “Feltri ha detto ultimamente qualche piccola bugia, però è ampiamente scusato” (Ansa, 7 dicembre 1997).

Feltri ora ricorda la sua prima esperienza (dal 1994 al ’97) di direttore del Giornale, “ereditato da Indro Montanelli” e si appella ai “lettori che già furono miei e di Montanelli prima che cedesse a corteggiamenti progressisti”. Uahahahahahah. In realtà Montanelli non cedette ad alcun corteggiamento progressista: rimase l’uomo libero che era sempre stato. E Feltri non ereditò un bel niente: semplicemente prese il suo posto (dopo averlo a lungo negato) quando Berlusconi mise in condizione Montanelli di andarsene perché “non volevo trasformarmi in una trombetta di Forza Italia” né Il Giornale che aveva fondato “nell’organo di Forza Italia”, come il Cavaliere pretendeva e come Feltri voluttuosamente accettò di fare. Montanelli, lungi dal ritenere Feltri il suo erede, lo disprezzava profondamente. Infatti il 12 aprile 1995 dichiarò al Corriere della sera: “Il Giornale di Feltri confesso che non lo guardo nemmeno, per non avere dispiaceri. Mi sento come un padre che ha un figlio drogato e preferisce non vedere. Comunque, non è la formula ad avere successo, è la posizione: Feltri asseconda il peggio della borghesia italiana. Sfido che trova i clienti!”.

Ma il meglio Littorio lo dà quando racconta che ora “Il Giornale mi si è offerto garantendomi la libertà della quale ho bisogno per lavorare”, perché lui sarebbe “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, e poi “questo non è mai stato un foglio di partito e il Pdl si illude se pensa lo possa diventare. La famiglia Berlusconi e gli altri azionisti da me si aspettano molto tranne una cosa: che trasformi Il Giornale in un megafono di Berlusconi. Non sarei in grado. Mi manca la stoffa del cortigiano”. Uahahahahahah. Prima di lasciare Il Giornale nel 1997, Feltri chiese provocatoriamente a Berlusconi di venderglielo: “Ho fatto una proposta organica per l'acquisto del Giornale perchè non sono disposto a fare un quotidiano di partito. Se la famiglia Berlusconi la accetterà, bene, altrimenti potrei pensare di lasciare. Rimarrei solo a condizione di poter fare un giornale indipendente e non, come qualcuno evidentemente sperava, l'organo di Forza Italia o del Polo, di cui non mi frega niente. Se un deputato di Forza Italia come Roberto Tortoli chiede le mie dimissioni e nessuno lo smentisce, vuol dire che non è il solo a pensare che Il Giornale debba essere il quotidiano di Forza Italia. Sono stato costretto a questo passo dopo le ultime vicende che hanno umiliato la redazione e rischiano di far sentire al lettore l'esistenza di un cordone ombelicale che lega Il Giornale a Forza Italia. Io invece voglio fare un quotidiano indipendente e lo dimostrerò, quando ne avrò occasione, anche in modo clamoroso” (Ansa, 14 novembre 1997).

Oggi, nella fretta, Feltri dimentica di spiegare come mai a richiamarlo al Giornale sia stato un signore che non possiede nemmeno un’azione del Giornale, cioè il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, scavalcando l’editore, il fratello Paolo, informato come al solito a cose fatte. Se l’è lasciato sfuggire, come se fosse un dettaglio insignificante, lo stesso Littorio l’altra sera nella rassegna di regime di Cortina Incontra: “Il 30 giugno scorso ho incontrato Silvio Berlusconi. Ogni volta che lo vedevo mi chiedeva: ‘Ma quand'è che torna al Giornale?’. E io: ‘Sto bene dove sono’. Ma quel giorno entrò subito nei dettagli, fece proposte concrete e alla fine mi ha convinto”. Materiale interessante per le Authority che dovrebbero vigilare sui conflitto d’interessi, se non fossimo in Italia.

L’ultima parte dell’editoriale feltriano è una grandinata di insulti a Gianni Agnelli (possibile “furfante”, “vero peccatore”) per le ultime rivelazioni sui fondi neri in Svizzera. Una prova di coraggio da vero cuor di leone, visto che l’Avvocato è morto da tempo. Per la verità, che la Fiat e la famiglia Agnelli avessero montagne di soldi all’estero era già emerso nel processo intentato dai giudici di Torino ai vertici Fiat a metà degli anni 90, concluso con la condanna definitiva dell’allora presidente Cesare Romiti per falso in bilancio e finanziamento illecito ai partiti. Ma all’epoca Agnelli era vivo e potente, dunque Feltri e il Giornale difendevano a spada tratta casa Agnelli e attaccavano i giudici che osavano processarla.

Visto che Il Giornale non è l’organo di Forza Italia né, men che meno, il megafono di Berlusconi, Littorio Feltri sul Giornale difende appassionatamente Papi dalle inchieste del gruppo Repubblica-Espresso. Che strano. Nel ’97, lasciando Il Giornale, lo stesso Feltri si profondeva in salamelecchi verso il gruppo Repubblica Espresso e il suo editore Carlo De Benedetti: “Non ho mai litigato con nessuno, tantomeno con De Benedetti, che ho sempre stimato e di cui credo di potermi definire da sempre amico. Quando si sposò, fummo l'unico giornale italiano a pubblicare la sua foto con signora. Ho ottimi rapporti anche… con Carlo Caracciolo e Eugenio Scalfari” (Ansa, 13 novembre 1997). Come passa il tempo.

La chiusa dell’editoriale di oggi è un capolavoro: “I neopuritani laici - scrive Feltri - non muovono un dito per deplorare quanto sta avvenendo sul fronte fiscale” a proposito dei presunti fondi neri di Agnelli in barba al fisco. Invece - aggiunge - “se un simile sospetto gravasse sulla testa di Berlusconi, i giornali non si occuperebbero d’altro”, anche perché “i soldi sottratti al fisco sono un danno allo Stato, ai cittadini che sono costretti a versare puntualmente denaro all’Agenzia delle Entrate”. Uahahahahahah. Il fatto è che un simile sospetto grava eccome sulla testa di Berlusconi, rinviato a giudizio dinanzi al Tribunale di Milano per frode fiscale, falso in bilancio e appropriazione indebita per svariate centinaia di milioni di euro nascosti nei paradisi fiscali. Processo sospeso dal lodo Al Fano. Perché Littorio Feltri, questo campione della libertà di stampa “insofferente a qualsiasi ordine di scuderia, disciplina, inquadramento ideologico”, questo pezzo d’uomo a cui “manca la stoffa del cortigiano” non se ne occupa con una bella inchiesta sul suo Giornale libero e bello? Uahahahahahah.

(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

L’assessore Walter Ganapini, ex Greenpeace, ex Legambiente di Susanna Ambivero
Nonostante il fatto che un assessore regionale abbia dichiarato di aver subito pressioni da parte di presunti servizi segreti neppure la magistratura, anche se lo aveva promesso in un primo tempo, ha aperto delle indagini...
prima parte
seconda parte
L’intervista involintaria su wikileaks.org



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Questo è un instant book, uno di quei libri che si scrivono in fretta e si leggono ancor più velocemente, perché c’è un’urgenza. Noi l’abbiamo avvertita il mese scorso, quando il nuovo direttore del Tg1 ha comunicato all’inclita e al colto che i gravissimi scandali che da mesi inseguono il presidente del Consiglio non sono notizie, ma pettegolezzi, e dunque il principale telegiornale del «servizio pubblico» non li racconterà. Oppure seguiterà a farlo con servizi criptati e cambiando nome alle cose per nasconderle meglio («escort» invece di prostitute, «imprenditori» invece di prosseneti, «utilizzatori finali» invece di clienti, nel nostro caso il presidente del Consiglio secondo un’efficace definizione del suo onorevole avvocato).

Non che prima i tg brillassero per completezza d’informazione, nel paese di nuovo declassato da Freedom House a «semilibero», a pari merito con l’isola di Tonga. Ma che un direttore teorizzasse
la censura, anzi l’autocensura, non era mai accaduto neppure in Italia.

Per farsi un’idea completa sui casi delle euroveline, del divorzio del premier, dei voli di Stato per trasportare nani e ballerine, delle imbarazzanti feste a Palazzo Grazioli e a Villa Certosa con «ragazzeimmagine » e prostitute reclutate da gente implicata in lenocinii e traffici di droga, gli italiani dovrebbero acquistare quotidianamentecinque o sei giornali, fra italiani e stranieri. Troppi. Anche perché le notizie più scandalose sono emerse dopo la chiusura estiva di tutti i programmi televisivi di approfondimento giornalistico.
Ecco dunque questo libro veloce che mette insieme tutte le tessere dell’osceno mosaico. Nulla di quanto raccontiamo invade la privacy di questo o quello, nulla può essere classificato come gossip sulla vita privata di persone private (di cui saremmo ben felici se venisse decretata l’abolizione per legge). Anche se è grottesco che l’editore di svariate testate dedite al gossip e all’invasione della privacy altrui possa poi invocarla per sé, e soltanto per sé, le vicende narrate in questo libro sono tutte di rilevanza pubblica. E costituiscono un gigantesco scandalo politico. Per una serie di ragioni che qui riassumiamo per punti.

1. La salute psichica del capo del governo italiano, messa in serio dubbio dalla donna che lo conosce meglio, sua moglie Veronica, e da una serie impressionante di suoi comportamenti tenuti in pubblico, o in privato ma di rilevanza pubblica.

2. Le continue menzogne con cui Silvio Berlusconi tenta di annullare gli scandali che lo stanno travolgendo, spesso facendo o lasciando fabbricare veri e propri «falsi da laboratorio» dai suoi numerosi house organ televisivi o stampati. Sia per coprire le gesta del premier-padrone, sia per screditare quei pochi che ancora non si sono posti al suo servizio.

3. L’incoerenza del capo di un governo che emana leggi per vietare agli altri ciò che fanno lui e i suoi amici: dal carcere per i consumatori di droghe anche leggere, al carcere per le prostitute e i loro clienti, al carcere per i molestatori telefonici («stalkers»). Leggere sui giornali in rapida  successione, com’è avvenuto il 25 giugno 2009, che «una prostituta ha trascorso una notte con il premier» e, nella pagina successiva, che «slitta a settembre la legge Carfagna contro la prostituzione», può indurre a sorridere soltanto chi non abbia a cuore le sorti del nostro Paese.

4. Il discredito internazionale a cui il presidente del Consiglio espone ogni giorno il paese che dovrebbe rappresentare «con disciplina e onore» (articolo 54 della Costituzione Repubblicana).

5. L’emanazione di leggi, come quella per limitare drasticamente le intercettazioni da parte della magistratura e la cronaca giudiziaria da parte della libera stampa, al fine di occultare atti giudiziari in cui sono già emerse sue condotte imbarazzanti, o potrebbero emergere in futuro.

6. L’uso politico ed elettorale da sempre fatto da Silvio Berlusconi – «il più grande privatizzatore della politica in Occidente» (Barbara Spinelli) – delle sue vicende familiari e delle sue presunte convinzioni religiose: dai baciamano ai Papi (nel senso dei Pontefici), alla diffusione di fotoromanzi elettorali in cui la sua famiglia viene dipinta come un modello di concordia, alla sfilata del Family Day per contrastare il progetto di estendere i diritti civili alle coppie di fatto, alla lettera di Sandro Bondi ai parroci di tutt’Italia per invitarli a sostenere Forza Italia, partito custode dei più genuini valori cristiani.

7. La commistione fra vicende private e incarichi pubblici o retribuiti con denaro pubblico, emersa clamorosamente con la candidature di alcune «favorite del Sultano» alle elezioni politiche, europee, amministrative, ma anche con la raccomandazione di alcune delle suddette per farle lavorare alla Rai, a spese dei contribuenti. E il disprezzo per la Politica sotteso a queste scelte, che hanno trasformato gran parte del Parlamento e delle istituzioni di garanzia in assemblee e comitati di yesmen pronti e proni a tutto, pur di compiacere il Capo che ha trasformato tante zucche in altrettante carrozze dorate.

8. I pericoli per la sicurezza nazionale derivanti dall’ingresso incontrollato nelle residenze del premier (assurte al rango di edifici di Stato e spesso protette dal segreto di Stato) di decine di persone, spesso sconosciute allo stesso padrone di casa, fra le quali potrebbe nascondersi un agente provocatore, un attentatore, una spia.

9. Il degrado ormai scandaloso cui, con lusinghe e minacce, promesse ed editti bulgari e post-bulgari, egli ha costretto le due principali istituzioni di garanzia e controllo: la magistratura e l’informazione, davastando la Costituzione, i codici e i diritti di libertà pur di nascondere al grande pubblico il peggio di se stesso. Il tutto in un paese dove – secondo l’indagine del Censis pubblicata dopo le elezioni europee e amministrative di giugno – il 69,3 per cento degli elettori forma la sua scelta attraverso le notizie e i commenti trasmessi dai telegiornali (il dato sale al 76 per cento per i meno istruiti, al 78 per i pensionati, al 74,1 per le casalinghe).

10. L’estrema ricattabilità del presidente del Consiglio da parte di decine, forse centinaia di persone, a conoscenza di suoi «altarini» che, se resi pubblici, potrebbero travolgere quel che resta della credibilità sua e del Paese che egli così indegnamente rappresenta. Ricattabilità già peraltro emersa in vicende, se possibile, infinitamente più gravi di quelle trattate in questo libro. L’avvocato Cesare Previti che pretende leggi per salvarsi dal carcere. L’avvocato David Mills che incassa 600mila dollari dalla Fininvest per non dire tutto ciò che sa su Silvio Berlusconi in due processi a carico di quest’ultimo. Marcello Dell’Utri che viene ascoltato dal consulente di Publitalia Ezio Cartotto mentre dice, nel marzo del 1994: «Silvio non capisce che deve ringraziarmi, perché se dovessi aprire bocca io...». Una mezza dozzina di coimputati del Cavaliere trasformatisi, come per incanto, in parlamentari di Forza Italia, ben prima che la stessa sorte toccasse a questa o quell’attricetta. E così via.

Certo, avremmo preferito che il suo crepuscolo politico arrivasse per i suoi rapporti con la mafia, le storie di corruzione, i fondi neri, i bilanci truccati, i conflitti d’interessi, le leggi canaglia. Vicende evidentemente troppo serie per un paese ridicolo, che anche lui ha contribuito a ridurre in questo stato. Ciascuno ha il 25 luglio che si merita: il suo somiglia a un film con Alvaro Vitali. Non sappiamo quando l’Italia si libererà di questa maledizione, e soprattutto in quali condizioni e a quale prezzo.

Ma sappiamo che riuscirà a farlo soltanto quando avrà acquisito un minimo di informazione. Da quando la stampa estera ha messo gli occhi sul caso Italia e ha deciso di non sollevarli più, anche la stampa italiana (quella stessa che, salvo rare eccezioni, ancora un anno fa descriveva Silvio Berlusconi come uno «statista» completamente trasformato rispetto al passato, dunque «pronto per il Quirinale») è stata costretta a raccontare qualcosa. Sia pur di rimbalzo. Vale la pena insistere.

N.B.
Intervista a Vauro e Beatrice Borromeo
L'altra notte, all'alba dell'una o giù di lì, è andata finalmente in onda l'intervista di Vauro e Beatrice Borromeo all'"Era glaciale", tagliata integralmente nella puntata dell'8 maggio da Rai2 diretta da Antonio Marano e dalla semiconduttrice Daria Bignardi. Due mesi e mezzo di ritardo, mica male. Ma ancora oggi basta guardarla per capire come mai non andò in onda in presa diretta, quando mancava un mese alle elezioni europee e al primo turno delle amministrative. La par condicio non c'entrava nulla. C'entrava la censura.
M.T.
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Parte prima
Parte seconda
Parte terza
Parte quarta

Segnalazioni

Lo sciopero dei blogger contro il DDL Alfano - da El Mundo
Il Fatto e la Rete, Intervista ad Antonio Padellaro - di Claudio Messora

Digerire tutto - Ucuntu n.46, 13 luglio 2009

Sicurezza: con una mano si mette e con l'altra si toglie - di Elena Valdini

Mafia pulita - Il nuovo libro di Elio Veltri e Antonio Laudati - Ed. Le Spade - dal 18 giugno in libreria

L'arroganza suicida dei cacicchi del Partito democratico, il Pd e il no a Beppe Grillo - di Paolo Flores d'Arcais


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di Peter Gomez, Marco Lillo e Antonio Massari
da L'espresso in edicola

Gli appuntamenti istituzionali saltati. A favore di cene e centri benessere. Con la presenza fissa di Tarantini e la sua pattuglia di ragazze.
 
La frase chiave è "mal di schiena" o, come dice lui, "colpo della strega". La traduzione esatta, però, è Giampaolo 'Giampi' Tarantini, il giovane imprenditore di Bari al centro di un sistema di potere fatto di relazioni ai massimi livelli, gare d'appalto truccate, belle donne e qualche escort. Sì, perché dietro ad almeno due improvvise inspiegabili assenze di Silvio Berlusconi dalla scena poltica, spunta adesso la figura di Giampi e della sua corte di amiche.

La prima volta accade mercoledì 24 settembre quando il premier lascia all'improvviso Roma e, dopo aver salutato i giornalisti appostati davanti palazzo Grazioli, scompare. Siamo in piena crisi Alitalia. Proprio quel giorno, stando ai programmi ufficiali, Berlusconi dovrebbe essere a New York per parlare, accanto al sindaco di Milano Letizia Moratti, di Expo e del Millennium Goal, la 'campagna del Millennio' contro la povertà e la fame nel mondo. Ma l'agenda è saltata e salterà giovedì anche il previsto intervento del premier davanti alle Nazioni Unite, dove invece si presenta il ministro degli Esteri, Franco Frattini. La situazione della compagnia di bandiera, che è ormai a un passo dal fallimento, "impone la presenza costante del presidente del Consiglio" per arrivare a un accordo con i piloti, si giustifica Frattini.

Ma il giovedì i cronisti scoprono che il premier non è né a Roma, né a Milano. Si è rifugiato a Melezzole, vicino a Todi, nell'health center di Marc Mességué, per "risolvere il mal di schiena che lo affligge da alcuni giorni", spiega un inviato dell'Ansa. Nessuno però sa che Berlusconi, come ora 'L'espresso' è in grado di rivelare, la sera prima di partire su un elicottero della Protezione civile alla volta del centro Mességué, ha fatto festa. Martedì 23, ha avuto a cena Giampi Tarantini, alcune amiche e altri ospiti tra i quali sono stati anche visti personaggi molto noti in tv.

Si tratta, con tutta probabilità, della stessa cena di cui ha parlato con 'la Repubblica' l'arredatrice barese Maria Teresa 'Terry' De Nicolò che, intervistata martedì 7 luglio, ha spiegato di essere stata a Palazzo Grazioli in settembre assieme ad altre 20 ragazze e quattro uomini. "Abbiamo chiacchierato di Alitalia, abbiamo fatto le quattro del mattino, Berlusconi raccontò che a breve sarebbe dovuto partire per un centro benessere e io da Giampaolo ho ricevuto mille euro come rimborso spese", ha detto Terry, prima di rifiutarsi di rispondere alla domanda più imbarazzante: "Le informazioni raccolte da 'Repubblica' indicano che lei ha dormito con altre ragazze a palazzo Grazioli, è andata così?".

Un interrogativo a cui adesso se ne aggiunge un altro, tutto politico. L'intensa vita notturna del Cavaliere rischia di danneggiare, oltre che l'immagine, anche il buon funzionamento dello Stato? Certo, lui assicura di avere il fisico di un ventenne. "Se dormo per tre ore, poi ho ancora l'energia per fare l'amore per altre tre", dice il 5 ottobre mentre fa ingresso verso l'una di notte nella discoteca Lotus di Milano. "Fra un'ora comincio a lavorare, ma mi sento fresco. Ero alla notte bianca di Parigi, poi un amico mi ha invitato a questa festa e non ho saputo resistere", giura uscendo sempre dallo stesso locale alle 6 e un quarto del mattino.

Ma il dubbio rimane. Perché, pure se il suo nuovo intervistatore di fiducia, il direttore di 'Chi', Alfonso Signorini, ha svelato che i più "stretti collaboratori" lo chiamano 'Duracell', a settant'anni passati da un pezzo e con un pacemaker nel petto, il corpo non reagisce più come prima. Chi lo ha sentito per telefono parlare di Alitalia mentre si trovava da Mességué racconta infatti che Berlusconi aveva la voce quasi spettrale. Anche se poi le cure e i massaggi devono aver fatto il miracolo. Già due giorni dopo il premier sembra rianimarsi, al pari dell'allora segretario del Pd, Walter Veltroni, che subito dopo la sua scomparsa, dagli studi di 'Porta a Porta', aveva attaccato a fondo: "In queste ore cruciali per la compagnia aerea Berlusconi non si sa dove si trovi".

Venerdì 26 settembre, in piena forma, il presidente del Consiglio è comunque a Todi, per un fuori-programma politico. Interviene a sorpresa a un convegno dei Popolari-Liberali del sottosegretario Carlo Giovanardi, dove dal palco parla, tra l'altro, di valori cattolici: "La famiglia per noi, nonostante questa pretesa modernità, è sempre e soltanto quella indicata dalla tradizione cristiana". Da Mességué restano invece ancora centinaia fra poliziotti e carabinieri, da subito impegnati a proteggere la privacy del premier e di quello che le agenzie chiamano "il suo staff".

Secondo dubbio: chi ne faceva parte? Anche questo interrogativo non nasce per caso. Perché Berlusconi, in Umbria, ci tornerà di nuovo due mesi dopo - e questa volta, lo ha scoperto 'L'espresso' - in compagnia di Giampi Tarantini e le sue girls. È un weekend di fine novembre. E, venerdì 28, Berlusconi scompare ancora da tutti gli schermi radar. Non si fa vedere, non si rintracciano sue dichiarazioni. Si sa solo che per domenica è atteso a Sesto San Giovanni, dove dovrebbe parlare ad un convegno organizzato dalla Dc per le autonomie del ministro Gianfranco Rotondi. Ma a Sesto il premier non andrà mai e si limiterà a un appluditissima telefonata in cui tra l'altro rivendica con orgoglio il fatto di aver raddoppiato l'Iva a Sky Tv, la rete criptata dell'ex amico Rupert Murdoch.

"Una modalità (quella dell'intervento telefonico) che", secondo l'Ansa, "ha portato qualche sostegno alle voci diffusesi in questi giorni che lo davano fuori dal capoluogo lombardo, forse per curare il mal di schiena che lo affligge". E infatti anche a fine novembre il capo del governo si sta sottoponendo a terapie a base di massaggi. Solo che con lui c'è l'amico Giampi e ci sono molte ragazze.

Alcune sono arrivate da Milano, altre invece, dopo aver rischiato di perdersi nelle campagne della regione più verde d'Italia, sono giunte in auto assieme a Tarantini. Tra loro, stando a quanto è stato riferito a 'L'espresso', c'è Barbara Guerra, un'ex valletta Rai, già sentita a Potenza, nel 2006, dal pm Henry John Woodcock, nell'indagine che porterà all'arresto di Fabrizio Corona, il fotografo tra l'altro accusato di averla fatta prostituire, a Roma e Vicenza, con due uomini d'affari.

"Non ho capito? State scrivendo un articolo su dove vado in vacanza? Non intendo parlarne e non mi cerchi mai più", taglia corto ora Barbara. Così non si ha nemmeno il tempo di chiederle come mai Canale 5, nell'inverno del 2009, le abbia trovato un posto nel reality 'La Fattoria', tirandosi addosso, com'era prevedibile, più di una critica, visti i suoi rapporti con Corona. Altrettanto sbrigativa, il giorno dopo, è Licia Nunez, al secolo Licia Del Curatolo, attrice, amica di Giampi e nata a Barletta, a 60 chilometri da Bari. Dopo le prime domande, attacca il telefono, "Sono di corsa, non posso parlare. Non so nulla in merito". A quel punto si rifà viva con 'L'espresso' Barbara Guerra. Vuole dire che non conosce né Licia, né Giampi e che lei in Umbria non c'è mai stata. Così il mistero sui weekend del Cavaliere riprende quota. Come sempre.
(Immagine di votantonioblog.splinder.com)

Segnalazioni

8 luglio, notte bianca anti-bavaglio e presentazione de Il Fatto Quotidiano
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Leggi l'articolo di Elia Banelli da agoravox.it
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Vignetta di theHandDunque. Elio Letizia da Secondigliano, messo comunale, 12 mila euro dichiarati all’anno, ha una figlia, Noemi, che veste firmato e va a scuola in Mercedes con autista. Lui conosce intimamente il premier, ma né lui né il premier spiegano come e quando si sono conosciuti. Anche Noemi conosce intimamente il premier: a 15 anni inviò un book di foto a Mediaset tramite un amico di Dell’Utri; poi, a 16-17 anni, iniziò a frequentare “papi” per tirargli su il morale col karaoke. Milano, Roma, Sardegna. Ma sempre, giura Ghedini, accompagnata dai genitori. Strano: i coniugi Letizia risultano separati da anni; e il Corriere ventila addirittura un’“amicizia particolare” tra Elio e un ex dirigente comunale. Quali armi di persuasione possieda Elio per convocare il premier da Milano alla circonvallazione di Casoria, posto da paura, non è dato sapere. Salvo credere al premier: “Elio voleva parlarmi delle candidature di Malvano e Martusciello”. Uno è l’ex questore di Napoli, deputato Pdl; l’altro un consigliere regionale Pdl, fratello del coordinatore forzista in Campania. I due non han mai visto né conosciuto Elio. Che però, generoso com’è, li raccomandava lo stesso.

Silvio rimane chiuso un’ora in aereo a Capodichino in attesa che Noemi entri alla festa. E, siccome ha deciso all’ultimo momento, le regala un collier che casualmente teneva in tasca, per ogni evenienza. Sempre casualmente, la scorta aveva "bonificato" il locale da eventuali pericoli già in mattinata, prima che lo stesso premier sapesse che ci sarebbe andato. E, ancora casualmente, da sotto un tavolo è poi spuntato in tempo reale un fotografo di “Chi” (Mondadori) per immortalare la scena. Tutto chiaro. Ecco perchè Veronica e Mike Bongiorno trovavano perennemente occupato: era sempre al telefono con Elio.
(Vignetta di theHand)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

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Rispondo ad alcuni amici del blog sul caso Vulpio

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Vignetta di NatangeloZorro
l'Unità, 1 maggio 2009


Chissà com’è stato il ritorno in ufficio del papà di Noemi dopo la festa per il 18° compleanno della ragazza con visita a sorpresa di Al Tappone, che lei chiama eloquentemente «papi». Figurarsi i frizzi e lazzi dei colleghi: «Ciao papi», «Tutto bene in famiglia, papi?». Il malcapitato è stato pure calunniato come «vecchio autista di Craxi» (falso, ovviamente). Insomma una catastrofe, per il pover’uomo. Per il Cavaliere di Hardcore invece lo scandalo delle selezioni per le Europee, decisamente più corrive di quelle per “Colpo Grosso”, è stato prontamente trasformato nell’ennesimo trionfo dalle tv e dalla stampa al seguito. Che hanno evitato di collegarlo alle denunce di Guzzanti senior sulla «mignottocrazia» e alla notizia del padre di un’altra fanciulla che s’è dato fuoco dinanzi a Palazzo Grazioli perché la figlia s’è vista negare una candidatura promessa in cambio di non si sa bene cosa.

Da quando ha chiuso il Bagaglino e il ministero delle Pari Opportunità è in overbooking, i posti disponibili scarseggiano. Checché ne dica «la signora», come papi chiama la moglie. A strigliarla a dovere ha provveduto Maria Giovanna Maglie sull’apposito Giornale: «La First Lady in sonno... nemica della maggioranza degl’italiani», anziché «lasciarlo lavorare», «danneggia il premier e il governo». L’editoriale trasuda un trasporto sconfinato per papi. Il quale ora dovrebbe dare un cenno di gratitudine a Maria Giovanna, così bisognosa d’affetto. Niente ministeri né sottosegretariati. Basterà un cenno, un buffetto, un anellino. Conta il pensiero. Suvvia, papi, faccia qualcosa anche per lei.
(Vignetta di Natangelo)

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