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Signornò, da L'Espresso in edicola

Due notizie all’apparenza scollegate. La prima: il 16 settembre il ministro della Giustizia di St. Lucia, Rudolph Francis, scrive un appunto riservato al suo premier in cui afferma che il proprietario della casa affittata a Montecarlo da Giancarlo Tulliani è lo stesso cognato di Fini; la lettera rimbalza sulla stampa di Santo Domingo e di lì su quella italiana, rovinando la reputazione e l’economia dell’atollo caraibico che campa sulla riservatezza garantita agli esportatori di capitali e alle loro società offshore. La seconda: il 20 settembre i carabinieri di Strambino (Torino) arrestano Igor Marini, che deve scontare una pena di 5 anni per aver calunniato il pm Beatrice Barborini, accusandola di aver insabbiato le sue accuse a Prodi, Fassino e Dini sullo scandalo Telekom Serbia; il processo per le calunnie di Igor a Prodi & C. è ancora in corso a Roma.

Francis e Marini, geograficamente e antropologicamente lontani mille miglia, sono apparentati da un paio di denominatori comuni: hanno screditato due avversari di Silvio Berlusconi e ne hanno pagato pesantissime quanto prevedibili conseguenze. Ma non sono casi isolati. La biografia del Cavaliere è zeppa di scudi umani pronti a immolargli la propria vita, faccia e carriera senza un apparente tornaconto, poi finiti regolarmente in rovina, ma contenti e silenti. Previti corruppe un giudice per regalare la Mondadori a Berlusconi, poi fu condannato,arrestato ed espulso dalla Camera. Dell’Utri, secondo i giudici di Palermo, fece da “cerniera” fra Cosa Nostra e Berlusconi e, se la Cassazione confermerà la sua condanna in appello a 7 anni, traslocherà dal Senato al più vicino penitenziario. I marescialli Giovanni Strazzeri e Felice Corticchia si attivarono nel 1995-‘96 per supportare le “notizie agghiaccianti” che Berlusconi aveva portato alla Procura di Brescia per far incriminare il pool Mani Pulite, poi finirono in manette e patteggiarono 2 anni per calunnia.

L’avvocato David Mills aprì per conto di Berlusconi decine di società offshore nei paradisi fiscali, testimoniò il falso in due processi per “salvare Mr. B da un mare di guai”, poi fu scoperto, processato, lasciato dalla moglie e dai clienti, condannato in primo e secondo grado, salvato dalla prescrizione in Cassazione, ma costretto a sborsare 250 mila euro di risarcimento alla Presidenza del Consiglio. Flavio Carboni, già socio e confratello piduista di Berlusconi, è in carcere da due mesi per le pastette giudiziarie della P3 a beneficio di “Cesare” (il solito Berlusconi). Il mese scorso un consulente del mobilificio romano Castellucci e la sua consorte rinunciavano al posto di lavoro (e ai relativi stipendi) per poter rivelare al Giornale certe voci su una cucina Scavolini da 4500 euro acquistata da Fini e dalla Tulliani e destinata, a loro dire, al solito appartamento di Montecarlo. L’elenco degli scudi umani si ferma qui, ma solo per motivi di spazio. Chi osa ancora insinuare che siamo un paese di furbi materialisti, si vergogni e arrossisca. 
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

Video -
Fini e Berlusconi - L'editoriale di Marco Travaglio a Annozero del 30 settembre 2010

No No B Day - Una manifestazione per chiedere le dimissioni della Costituzione. La campagna di satira e marketing non convenzionale da ilpopoloabbronzato.blogspot.com


nobday2No Berlusconi Day 2 - Sabato 2 ottobre, Roma, piazza della Repubblica, ore 14.00
Il blog del NoBDay2







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da ilfattoquotidiano.it, 9 agosto 2010 

L’insistenza con cui tutti giornali italiani chiedono spiegazioni a Gianfranco Fini sull’affaire monegasca è una cosa positiva. È un bene che pure in questo Paese chi fa politica cominci finalmente ad abituarsi all’idea di dover rispondere alle domande poste dall’opinione pubblica. Ed è un bene che anche i Tg, per una volta, seguano con attenzione un caso controverso che riguarda un potente eletto in parlamento.
Del resto, come si fa a non essere d’accordo persino con il Corriere della Sera quando, dopo aver letto l’articolato comunicato firmato presidente della Camera sulla questione dell’appartamento di Montecarlo, abbandona la sua proverbiale prudenza e scrive che, nonostante tutto, “i dubbi restano”. E poi, almeno in linea di principio, sempre il quotidiano di via Solferino, ha pure ragione quando ricorda che vendere una casa come ha fatto Alleanza Nazionale “a soggetti creati proprio per sfuggire al fisco (due società off shore ndr) non è forse il comportamento più lineare per un partito di governo”.
Tutto bene, insomma. No, perché tranne pochissime eccezioni (e noi de Il Fatto ci consideriamo tra queste) le domande scomode i giornali e le tv italiane le fanno solo a senso unico. Cioè solo ai nemici o agli avversari del presidente del Consiglio.

Eppure, se solo si volesse restare nel campo delle off shore, si potrebbe chiedere conto e ragione proprio a Silvio Berlusconi delle decine e decine di società domiciliate nei paradisi fiscali di mezzo mondo a lui direttamente riconducibili (lo ha stabilito la sentenza per la corruzione dell’avvocato inglese David Mills).
Se invece si volesse parlare di residenze estere, abitate non da parenti o affini, ma direttamente dai proprietari poi entrati in politica, ci si potrebbe sbizzarrire tra Antigua e le Bermuda dove di ville, ovviamente controllate da off shore, il Cavaliere ne possiede almeno sei. Anche sulle tasse c’è poi solo l’imbarazzo della scelta. Per essere assolto – con la formula “perché il fatto non costituisce più reato” – dall’accusa di aver accantonato, sempre all’estero, più di millecinquecento miliardi di lire di fondi neri, il premier ha dovuto far approvare una legge apposita. E nonostante le promesse che andavano nel senso esattamente contrario ha quindi aderito a più o meno tutti i condoni fiscali varati dai suoi governi.

Roba vecchia, diranno in molti. Berlusconi negli anni è cambiato. Sarà. Fatto sta che solo la legge sul legittimo impedimento lo mette oggi al riparo dal processo Mediatrade. Un procedimento in cui è accusato di “appropriazione indebita” e “frode fiscale” per aver concorso nel 2002-2005 (mentre era presidente del Consiglio) a rubare 34 milioni di euro dai bilanci di Mediaset (società quotata) e a frodare il fisco per 8 milioni di euro con effetti tributari sensibili ancora fino al settembre 2009.
Ovviamente l’elenco delle domande che andrebbero fatte a Berlusconi (e che nessuno nei Tg e in quasi tutti i giornali fa) è molto più lungo. Se solo se ne avesse il coraggio, si potrebbe parlare con lui di mafia e di mazzette. O si potrebbero addirittura contestare al premier le ostentate frequentazioni con un pregiudicato per corruzione giudiziaria: l’avvocato Cesare Previti che comprò i giudici del caso Mondadori con soldi, e in nome e per conto, del suo più celebre cliente. In fondo l’accusa mossa al coordinatore del Pdl, Denis Verdini, almeno dal punto di vista politico, è una sola: essersi visto ripetutamente con un tipaccio (amico di Berlusconi e Dell’Utri) come Flavio Carboni.

Intendiamoci, tutto questo non sposta di una virgola il dovere di Fini di spiegare, meglio di quanto non abbia fatto finora, che cosa è successo nel principato di Monaco. Ma chiarisce bene il motivo per cui le tv generaliste perdono ormai un milione di telespettatori all’anno e la stampa italiana è sempre più in crisi. I lettori e i telespettatori a poco a poco il gioco (sporco) dei media lo stanno capendo. E per tutti diventa ormai evidente come in Italia, quando si parla di giornalisti, ma non solo, il problema sia sempre quello evidenziato molti anni fa da Leo Longanesi: “Qui non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi”.
(Vignetta di Fei)

Ei fu, la maggioranza non l'ha più - Le poesie di Carlo Cornaglia
Non è invincibile il Cavaliere,
basta un qualunque Fini ed è fottuto,
in un amen riman senza potere.
Il perfido Gianfranco ha avuto il fiuto

di trovare la giusta arma letale:
gli è bastato scovar la parolina
che vale molto più di un arsenale
per mandar Berlusconi alla rovina.
(leggi tutto)



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fifo

da Il Fatto Quotidiano, 14 luglio 2010

Tempo fa un borghese Piccolo Piccolo che fu addirittura sceneggiatore del Caimano di Moretti ha severamente ammonito sull’Unità il popolo della sinistra a diffidare di chi non è di sinistra, in particolare del sottoscritto: io avrei l’“ossessione professionale dei processi, in particolare quelli di Berlusconi”, e per giunta oso talvolta “deriderlo” chiamandolo financo “Al Tappone” e impedisco così alla sinistra di combatterlo e sconfiggerlo “politicamente”. Alla larga, dunque. Se fosse un caso isolato, transeat. Ma sono sedici anni che plotoni di teste fini della sinistra raccomandano di lasciar perdere il Berlusconi imputato (“giustizialismo e antiberlusconismo fanno il gioco di Berlusconi”) per concentrarsi sul B. politico, magari “di destra”.

Evidentemente sono convinti che esista un B. politico, e – le risate – che B. sia di destra. Montanelli, che conosceva bene B. e soprattutto conosceva bene la destra, disse un giorno che “Berlusconi non ha idee: ha solo interessi”. Interessi giudiziari e finanziari, appunto, che poi sono le ragioni sociali della sua “discesa in campo” e della sua permanenza in politica. Ora che sta crollando tutto proprio per i processi a B. e ai suoi cari (non certo per l’opposizione inesistente del centrosinistra inesistente al B. politico inesistente), sarei curioso di conoscere l’illuminato parere di questo trust di cervelli che da sedici anni finge di non vedere il movente giudiziario, anzi antigiudiziario, della carriera politica di B. Purtroppo è una curiosità vana, perché lorsignori ora tacciono, per non dover ammettere di aver preso (e fatto prendere a un sacco di gente) una leggendaria cantonata. 

Fa eccezione Polito El Drito che, alla nomina di Brancher a ministro di Nonsisachè per sottrarlo al processo, è caduto dal pero e s’è domandato sul Riformatorio “dove ho sbagliato?”, confessando di “aver passato buona parte dell’età adulta a sostenere che il berlusconismo non è un fenomeno criminale ma politico” e “non va demonizzato”. Meglio tardi che mai. Per il resto, è avvincente lo spettacolo di questi professionisti dell’abbaglio che continuano a spaccare il capello in quattro pur di non ammettere di non aver capito una mazza. In questi giorni sono scatenati nel chiedere, dopo quelle di Scajola e Brancher, le dimissioni di Verdini e – i più coraggiosi – di Dell’Utri (e solo dopo che le han chieste i terribili finiani). Come se, mondato da quelle presenze ingombranti, l’entourage di B. diventasse il coro dell’Antoniano. Come se, asportando qualche cucchiaino di sterco, la Cloaca delle Libertà diventasse un campo di gigli profumati.

Forza ragazzi, ancora uno sforzo. Provate a rispondere a qualche domandina semplice semplice.   Chi stava nella P2 assieme a Carboni? Chi ha comprato la villa in Sardegna di Carboni? Chi era socio di Carboni nella mega-speculazione di Olbia2? Chi è stato gomito a gomito per 40 anni con Dell’Utri, appena giudicato mafioso dalla Corte d’Appello di Palermo? Per conto di chi pagava le tangenti Brancher? Per conto di chi Previti comprava giudici e sentenze a Roma? Chi ha imposto Verdini coordinatore del Pdl? Chi ha nominato sottosegretario Cosentino e chi l’ha difeso finora, nonostante il mandato di cattura per camorra, anzi proprio per questo? Qual è l’imputato eccellente milanese che aveva interesse alla nomina di un giudice amico della P3 a presidente della Corte d’Appello di Milano? Per conto di chi la P3 dei Carboni, Verdini e Dell’Utri tentava di pilotare la sentenza della Consulta sul lodo Al Fano e una causa fiscale della Mondadori? Chi è l’utilizzatore finale di minorenni che fu coperto da un altro membro della P3, quel Martino che l’estate scorsa giurò di aver assistito all’incontro fra il papi e il padre di Noemi davanti a Craxi all’hotel Raphael? Vi do un aiutino, anzi due. Le risposte non riguardano mai vicende politiche, ma giudiziarie. E ricominciano tutte per B. e finiscono tutte in “oni”. E fanno tutte rima – parlando con pardon – con dimissioni
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

ad  personamMercoledì 14 luglio, Carrara, ore 17.30 - Marco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere). C/o associazione culturale Ca' Michele, Bonascola, via Perla 2. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.










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bertolotti de pirro

da Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2010

Si spera che nessuno voglia sottovalutare il drammatico allarme lanciato da Sandro Bondi dalle colonne di Repubblica. Il Pallore Gonfiato, eccezionalmente in prosa e non in endecasillabi sciolti, lacrima come una vite tagliata sulla vita grama dell’amato: “Sì – ammette singhiozzando – è difficile negare la solitudine politica del presidente del Consiglio”. Solitudine che la cantatrice calva non attribuisce, ci mancherebbe, a un calo di consensi, a qualche errore, a una “debolezza politica” (Egli anzi è sempre più amato, infallibile e vigoroso), bensì alla sua “profonda estraneità alla cultura dominante”. Diciamo pure alla cultura, punto.

In verità l’immagine del premier circondato da ballerine di lap dance nella recente visita di Stato in Brasile non somiglia molto al mesto ritratto che ne fa il ministro-poeta. Ma, se lui giura che il boss è solo, dobbiamo credere a lui. Il vate di Fivizzano non può dirlo, ma alla solitudine del Capo, più che i divorzi da Veronica e Fini, deve aver contribuito il venir meno dei suoi angeli custodi: prima Previti, falciato nel fiore degli anni da due condanne per corruzione giudiziaria; poi Brancher, prematuramente mancato all’affetto dei suoi cari per aver tentato di imitare l’Inimitabile – ah, la hybris! – profittando del legittimo impedimento in un processo (le leggi ad personam valgono solo per quella Personam lì, cribbio); e prossimamente, forse, pure Dell’Utri che già si porta avanti col lavoro, rammentando l’eroismo di Mangano per far capire che lui, in galera, potrebbe non garantire la stessa tenuta stagna.

Pare che persino Mastella, appena riapprodato a destra dopo varie tournée al centro e a sinistra, sia passato alla fronda. Corre addirittura voce che il fu Re Mida ora Re Merda porti jella: non bastando l’ennesimo rovescio della Nazionale azzurra sotto un suo governo, l’altro giorno ha fulminato anche il Brasile, che l’aveva incautamente invitato proprio in coincidenza coi quarti di finale. “L’Italia – osserva affranto James Bondi – è l’unico Paese in cui agisce e prospera una nomenclatura politica, istituzionale e culturale simile a quella di certi regimi comunisti nella loro fase di declino” (quelli del 1990-91, quando lui non a caso era sindaco comunista del suo paese). Sgomento al cospetto del “corto circuito della verità” e di quanti “utilizzano l’informazione come una clava contro gli avversari politici”, il nostro è un uomo distrutto. Ma pronto a tutto: se qualche anno fa, dinanzi alla minaccia di una legge sul conflitto d’interessi (peraltro finta, provenendo dal centrosinistra), iniziò lo sciopero della fame e si disse disposto a lasciarsi morire nel caso in cui l’amato fosse toccato negli affetti più cari (i soldi), oggi porge il petto alle mitragliatrici dei traditori per fargli da scudo umano contro il “mondo vecchio, conservatore, venato da grossolane ipocrisie che purtroppo alligna anche nel Pdl”.

Mentre i topi abbandonano alla chetichella la nave e persino le escort e le badanti si dileguano, James si propone come la versione moderna di Eva Braun nel bunker berlinese e di Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra. Rimasto solo con l’oggetto del suo desiderio, affaticato dall’emergenza caldo, spossato dai viaggi in treno con cui percorre in lungo e in largo l’Italia per coordinare un partito che non c’è, deve fare tutto lui: devastare la cultura, rovinare il cinema, sventrare gli enti lirici, rincuorare Cosentino (resti sottosegretario per scongiurare “la vittoria del comunismo”). Ora gli tocca pure colmare col suo consunto corpicino l’incolmabile solitudine del premier. La struggente elegia si chiude con un’agghiacciante minaccia: quella di “una nuova rivoluzione berlusconiana”, dalle conseguenze incalcolabili. Non sappiamo ancora che cos’ha in mente, ma lui sì. Non resta che sperare che il Cavaliere respinga cortesemente le profferte bondiane: che insomma, dinanzi alla terrificante prospettiva di chiudere i suoi giorni su questa terra fra le braccia di un simile damo di compagnia, opti per il harakiri, o per l’aspide, o per la cicuta. Non appena gli avranno spiegato che roba sono.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Sciopero sì, sciopero no - Il sondaggio di ilfattoquotidiano.it sullo sciopero generale dell'informazione del 9 luglio indetto dalla FNSI.

Mercoledì 7 luglio, Fusignano (RA), ore 21 - Nell'ambito di "Il Grido della farfalla", secondo meeting dell'informazione liberaPeter Gomez e Marco Travaglio partecipano all'incontro "Buona editoria o giornale farabutto? Lo strano caso de Il Fatto Quotidiano". Interviene Antonio Padellaro. c/o Parco Primieri, via Fratelli Fraccani.
 
ad  personamMarco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Mercoledì 7 luglio, ore 18,
Lugo di Ravenna (RA)
c/o Centro sociale "Il Tondo", Via Lumagni 30
Giovedì 8 luglio, ore 18
Montegranaro (FM)
C/o cineteatro La perla, via Conventati 6
Giovedì 8 luglio, ore 21
Monte San Vito (AN)
Nell'ambito del Viva Voce Festival 2010, c/o parco Gianni Rodari, Borghetto (frazione di Monte san Vito)
 


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No bavaglio day, 1 luglio 2010 - Voglioscendere partecipa alla maratona di Liberarete.tv per la diretta on line della manifestazione. Diretta dalle ore 17 alle 24.



da Il Fatto Quotidiano, 30 giugno 2010

La pornografica esultanza con cui buona parte del Pdl ha accolto la nuova condanna di Marcello Dell’Utri per fatti di mafia, spiega bene in che tipo di realtà criminale viva ormai la classe dirigente del nostro Paese. Prima ancora di averne letto le motivazioni i berlusconiani festeggiano perché, secondo loro, il verdetto dimostra come tra l’ideatore di Forza Italia e Cosa Nostra non vi è stato un patto politico. Anche a voler credere a questa tesi, i coriferi del Cavaliere sorvolano però su un punto. Fondamentale. Dell’Utri, pure secondo i giudici d’Appello, è stato fino al 1992 l’anello di congiunzione tra la mafia e il “mondo finanziario e imprenditoriale milanese”. Cioè la Fininvest di Berlusconi. Il senatore azzurro lavora al fianco del Cavaliere dal 1973

Ancor più del corruttore di giudici Cesare Previti è suo sodale e amico. E proprio per conto di Berlusconi ha versato denaro agli uomini del disonore. Soldi che l’attuale premier donava, secondo l’accusa, per mantenere buoni rapporti. Tanto che la parola “regalo” è stata trovata nella contabilità della famiglia mafiosa di San Lorenzo, accostata alla voce Canale 5. Dell’Utri, salvo una breve parentesi, è stato poi al fianco di Berlusconi quando questi fondava le sue televisioni. Fatti simili, tra chi dice di richiamarsi all’esempio di Borsellino, dovrebbero indurre a due riflessioni. Ancor oggi, visto che il Cavaliere in Tribunale si è avvalso della facoltà di non rispondere, ogni ipotesi, anche la peggiore, sulle origini delle sue fortune è valida. E ancora: un Paese può essere governato da chi regalava milioni a un’organizzazione di assassini, mentre altri imprenditori dicevano di no? Da ieri, a destra, chi è uomo e non ominicchio o quaquaraquà ha il dovere di rispondere. Prima che sia troppo tardi.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Il mandante - di Pino Corrias, 30 giugno 2010
Sette anni, ne dimostra di più - di Marco Travaglio, 29 giugno 2010

Video - Dell'Utri: "Dissi io a Berlusconi di stare zitto" (da ilfattoquotidiano.it)
La rassegna stampa a cura di Ines Tabusso.


No bavaglio Day, 1 luglio 2010

no bavaglioContro la legge bavaglio, manifestazione nazionale domani a Roma, Piazza Navona, ore 17-21.
No al silenzio di Stato - Tutti in piazza il 1 luglio - L'appello della FNSI
Gli appuntamenti nelle altre città italiane e all'estero (dal sito del Popolo Viola)
Lo speciale di articolo21.org
Il testo del DDl

Voglioscendere partecipa alla maratona di Liberarete.tv per la diretta on line della manifestazione - Diretta dalle ore 17 alle 24.



milano1luglioMilano Contro il Bavaglio - In difesa della giustizia, dell´informazione e della libertà di espressione su internet, manifestazione giovedì 1 luglio dalle ore 18,30 in piazza Cordusio. Sul palco Carlo Smuraglia, Gianni Barbacetto, Peter Gomez, Guido Besana, Vincenzo Consolo, Daniele Biacchessi, Mimmo Lombezzi, Federico Sinicato, Guido Scorza, Lorenzo Fazio e molti altri. 
Il gruppo su Facebook 





Commento del giorno
di galfra  lasciato il 30/6/2010 alle 12:49 nel post Sette anni, ne dimostra di più
Tutta l’Italia va diventando Sicilia. Dicono che la linea della palma, il clima propizio, viene su, verso nord, di cinquecento metri ogni anno. Io invece dico: questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma... Leonardo Sciascia, «Il giorno della civetta»
 



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Testo:
"Buongiorno a tutti. Utilizziamo i passaparola di questo periodo vacanziero per fare degli appuntamenti un po’ più brevi del solito e per dare una sistematina a alcune questioni pendenti, che spesso ricorrono anche nelle vostre domande, nei vostri post, nelle vostre richieste di spiegazioni.
Quella di cui voglio parlarvi oggi è la faccenda Mondadori, perché sta per arrivare a sentenza - non si sa ancora se prima o dopo le ferie - una vicenda che potrebbe chiudere la famosa guerra di Segrate, la guerra che, tra il 1989 e il 1990, contrappose De Benedetti a Berlusconi per il possesso della Mondadori: qualcuno ricorderà come era iniziata, ve la sintetizzo. LEGGI TUTTO

continua

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Vignetta di Roberto CorradiOra d'aria
l'Unità, 22 dicembre 2008

Per calcolare lo stato della libertà d’informazione in Italia, c’è un’ottima unità di misura: lo spazio dedicato dalla stampa e dai tg nazionali al processo in corso a Palermo a carico dell’ex capo del Ros e poi del Sismi, generale Mario Mori, e del suo vice, col. Mario Obinu, per favoreggiamento alla mafia a causa della mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995. Una cosina da niente. Nemmeno una riga, una parola sulle udienze che si susseguono da metà luglio. In aula non si vede quasi mai un cronista e non è mai entrata una sola telecamera. Una delle rare eccezioni è Lirio Abbate, il valoroso giornalista dell’Ansa che vive sotto scorta per le minacce mafiose dopo aver scritto “I complici” con Peter Gomez. Mercoledì ha firmato tre lanci d’agenzia sulla lunga deposizione del primo testimone d’accusa: il generale Michele Riccio, anche lui ex del Ros, che accusa Mori e Obinu di avergli impedito di catturare Provenzano 13 anni fa in un casolare di Mezzojuso indicato dal mafioso suo confidente Luigi Ilardo, poi assassinato da Cosa Nostra subito dopo aver accettato di collaborare con la giustizia.

Quella sera e nei giorni seguenti nessun giornale né tg nazionale ha ripreso la notizia. Il Tg1, per esempio, era molto impegnato a intervistare il produttore De Laurentiis sul nuovo film-panettone di Christian De Sica. Un vero peccato, perché Riccio ha raccontato di quando Ilardo incontrò Mori e gli avrebbe detto: “Le stragi non le abbiamo fatte solo noi della mafia, ma anche voi dello Stato”. Mori, anziché domandare spiegazioni o fare obiezioni, girò i tacchi e - sempre secondo Riccio - se ne andò senza dire una parola. Poi Riccio s’è soffermato su uno strano vertice nello studio Taormina: “Il mio difensore Carlo Taormina mi fece incontrare il senatore Dell'Utri, con la scusa di studiare le carte del suo processo. Passò a salutarci l'avvocato Cesare Previti (che poi non partecipò alla riunione, ndr)… Taormina mi chiese di dire, nei processi per mafia a Palermo, che Ilardo non mi aveva mai parlato di Dell'Utri”. Invece gliene aveva parlato eccome. Riccio - riferisce l’Ansa - non seguì l'amorevole consiglio di Taormina e mesi dopo gli revocò il mandato. Previti - ricorda Riccio - era presente da Taormina anche in occasione di un’altra riunione. Una presenza interessante, la sua, anche se “inattiva”, visto che - come ricorda Riccio - Previti conosceva bene Mori e “sovente veniva a trovarlo negli uffici del Ros”.

Di più: “Nel 1994 ho visto Mori che dal proprio ufficio spostava in un'altra stanza il piatto d'argento che gli era stato regalato da Previti, commentando con una battuta: ‘Cambiato il governo, si deve cambiare anche la disposizione del vassoio’…”. Dopo aver ricostruito il mancato blitz di Mezzojuso, Riccio riferisce i nomi che Ilardo gli fece prima di morire: nomi delle persone che gli risultavano legate a Cosa Nostra o agli amici degli amici, sulle quali non potè aggiungere altro perché fu ammazzato prima di mettere a verbale le sue dichiarazioni. E, fra gli altri, cita Dolcino Favi, il procuratore generale reggente di Catanzaro che un anno fa tolse a Luigi De Magistris l’inchiesta “Why Not”, e che in passato era stato in servizio a Siracusa. Favi - riferisce l’Ansa - sarebbe stato “gestito” da un avvocato di Lentini “molto legato a un uomo del boss Santapaola”. Dichiarazioni tutte da verificare, s’intende (il processo serve a questo). Ma piuttosto avvincenti e attuali. Peccato che nessuno le racconti.

Ps. Un mese fa, chi scrive fu condannato a 8 mesi di reclusione in primo grado per aver diffamato Previti riportando sull’Espresso il racconto di Riccio ai pm di Palermo sulla presenza dell’ex deputato nello studio Taormina il giorno della riunione fra l’avvocato, l’ufficiale e Dell’Utri. Il Tg1 diede la notizia con grande risalto. Ora che Riccio, in Tribunale, ha ribadito e arricchito il suo racconto, il Tg1 tace. Viva il servizio pubblico.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Segnalazioni

Etica, evitiamo una Caporetto
- di Roberto Scarpinato (CorrierEconomia, 22 dicembre 2008)

Pd e giustizia: Lucia Annunziata discute con Paolo Flores D'Arcais e Luciano Violante (In Mezz'ora, 21 dicembre 2008 - Rai3)


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