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Sarà per lo tsunami finanziario o per la catastrofe economica che in molti assicurano essere alle porte, ma alla fine anche Morfeo Napolitano si sta svegliando. Certo, non lo dice nessuno. Tutta la stampa, o quasi, ha dedicato solo poche righe ai contenuti dell'intervista rilasciata dal presidente della Repubblica all'Osservatore Romano. I titoli sui giornali sono stati incentrati solo sulla sua richiesta di «regole etiche» per le banche che fa seguito a un'analoga denuncia contro «i guasti di una corrosiva caduta dell'etica nell'economia e nella politica». Ma a ben vedere Napolitano ha detto di più. Ha respinto, definendole «velleitarie» le ipotesi «di riscrittura globale almeno della seconda parte della costituzione». Ha spiegato che sul razzismo c'è poco da scherzare e che «bisogna essere preoccupati perché il diffondersi di paure sproporzionate e irrazionali e anche il perpetuarsi di predicazioni xenofobe» alla lunga finiranno per intaccare l'antico spirito di accoglienza degli italiani. Ha difeso senza tentennamenti la via della democrazia parlamentare. «Credo», ha detto, «che questa scelta vada ribadita, che l'allontanarsi da questa scelta possa condurre fuori strada, e in vicoli ciechi». Insomma il presidente è sembrato a un passo dal denunciare i pericoli del rinascente regime berlusconiano.

Vabbè, direte voi, Napolitano parla, ma intanto ha firmato senza tentennamenti il Lodo Alfano, una legge che sancisce la fine del non negoziabile principio dell'uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. È vero. Ma è altrettanto vero che la libertà e la democrazia non sono dei doni caduti dal cielo. Sono invece dei valori che vanno difesi e (ri)conquistati giorno per giorno dalla collettività. Non si può sempre sperare che qualcuno lo faccia per noi. Quattro anni fa il Lodo Maccanico-Schifani fu alla fine controfirmato e promulgato da Carlo Azelio Ciampi. Poi a cancellarlo ci pensò la Corte Costituzionale. Oggi la scena si ripete. Con una differenza sostanziale: Silvio Berlusconi, al contrario di allora, vive ancora un momento di buona popolarità. Affidarsi alla Consulta non basta. È necessario che anche gli elettori, firmando per il referendum e poi partecipando attivamente alla campagna per la legge uguale per tutti, facciano sentire forte la loro voce. La battaglia è tutt'altro che persa. Nelle scuole, sui luoghi di lavoro, nei comuni messi alle corde dal taglio dell'Ici, ci si sta a poco a poco rendendo conto di quale tipo di Stato sogni questa maggioranza. Insomma anche il Paese si sta risvegliando. C'è solo da sperare che non sia troppo tardi.

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