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Da Il Fatto Quotidiano del 16 settembre 2010, il testo della video intervista su "La Questione morale", promossa dall'associazione "Il libro ritrovato", presentata mercoledì 15 settembre al Teatro Carignano di Torino.

Federalismo, legge elettorale, norme ad personam questione morale, sistema fiscale: Marco Travaglio intervista Gustavo Zagrebelsky, presidente emerito della Consulta.

 
La prima domanda che viene da fare a un ex presidente della Corte costituzionale che si ostina a difendere la Costituzione è: qual è lo stato di salute della Carta oggi? L’impressione è che molti temano che la Costituzione venga cambiata, sconvolta, modificata, ma che il peggio sia già avvenuto, che la Costituzione sia già stata cambiata senza nemmeno toccarla, svuotata dall’interno lasciando soltanto la corteccia. Infatti si dà per scontato che, su quella scritta, prevalga una non meglio precisata “Costituzione materiale”…
Questo discorso che fai sulla Costituzione si potrebbe fare sulla democrazia più in generale. Costituzione e democrazia sono degli involucri, bisogna vedere cosa c’è dentro:è più importante quello che c’è fuori o quello che c’è dentro? Questa è una domanda che ti farei socraticamente. Volendo usare un’altra immagine: sono più importanti le regole formali o gli uomini che fanno funzionare le regole? È una domanda antica: sono più importanti le istituzioni o la qualità degli uomini? Normalmente si dice: le istituzioni sono molto importanti, ma non c’è nessuna buona istituzione o 
 Costituzione che può dare dei buoni risultati, se è in mano a un personale politico di infimo livello.
Viceversa una mediocre Costituzione può dare luogo a risultati accettabili se è manipolata, usata da un personale politico a sua volta eticamente accettabile. Dico eticamente perché bisogna avere il coraggio di ripristinare alcune categorie, alcune parole: quando si dice
“eticamente” a proposito della politica, non si fa del moralismo, si indica semplicemente la necessità che coloro che occupano posizioni pubbliche siano consapevoli e coerenti con l’ethos che quella funzione comporta. In generale, la Costituzione stabilisce, prevede, auspica che coloro che occupano posizioni pubbliche adempiano alle relative funzioni “con disciplina e onore”: che parole desuete, sembrano quasi delle prese in giro...
(leggi tutto)

 

 

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bertolottidepirro

da Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2010

Giovedì, ad Annozero, sono accadute cose che sarebbero normali in un Paese normale, ma in Italia rasentano lo stupefacente. Pier Luigi Bersani – diversamente dal suo mèntore baffuto e dal cavalier Berlusconi – ha accettato di misurarsi senza rete di protezione con cinque giornalisti di vari orientamenti che gli rivolgevano domande e gli muovevano contestazioni anche aspre. Ha fatto buon viso, ha sorriso, s’è infervorato, s’è incazzato, ha risposto per le rime, a tratti è parso addirittura a un passo dal commuoversi. Insomma, a contatto con alcuni esseri viventi, ha ripreso vita proprio quando lo stavamo perdendo. Lo stato pre-comatoso di partenza non è colpa sua: provate voi a frequentare tutti i santi giorni luoghi sepolcrali come quelli del Pd, antri spettrali popolati di salme e anime morte, ossari e fossili, in cui si aggirano raminghi i D’Alema, i Veltroni, i Fioroni, i Fassino, i Marini, i Follini, i Violante, i Letta (junior), facendosi largo fra residui del cilicio della Binetti e della cicoria di Rutelli e altri giurassici relitti del passato che non passa. Scene e ambienti che intristirebbero un battaglione di clown del Circo di Mosca.

Ma poi le prime domande hanno sortito l’effetto del defibrillatore: il paziente s’è prontamente rianimato come nella serie E.R. e, dopo un istante di comprensibile disorientamento (“Dove sono?”), ha pronunciato alcune frasi tratte da un passato ormai lontano ma ancora impresse nei meandri del subconscio: “Opposizione”, “Costituzione”, addirittura “conflitto d’interessi”. Paolo Mieli ne ha concluso che in 
quel momento è nato un leader. Può darsi, lo sperano in molti. Intanto i suoi elettori non possono che aver apprezzato alcune frasi finalmente complete (prima le lasciava quasi tutte a metà), dunque chiare, comprensibili, non politichesi. Soprattutto una: “La nostra Costituzione è la più bella del mondo: al massimo va un po’ aggiornata, ma guai a chi la tocca. Per difenderla siamo pronti a chiamare a raccolta tutti quelli che ci stanno, a partire da Fini”. Una svolta non da poco, visto che fino al giorno prima il responsabile Pd per le riforme, Luciano Violante, dichiarava restando serio: “Ho il dovere di credere al presidente del Consiglio e di dialogare sulle riforme”. Frase che ha indotto Ficarra e Picone, a Striscia la notizia, a domandare se per caso non sia cambiato il presidente del Consiglio, visto che il Pd gli crede. E a ipotizzare che, in vista dell’incontro per le riforme, Berlusconi abbia invitato Violante a presentarsi a Palazzo Grazioli col trucco leggero e il tubino nero d’ordinanza.

Se le parole di Bersani hanno un senso – e si spera che l’abbiano, è il segretario del Pd – la “bozza Violante” per rafforzare (ancora?) i poteri del premier, porre fine al bicameralismo e saltare nel buio del federalismo va in soffitta, visto che prevede ben di più e di peggio che “qualche aggiornamento” alla “Costituzione più bella del mondo”. Così come le tragicomiche avances per l’ennesima riforma anti-magistratura affidate dal responsabile Giustizia Andrea Orlando al Foglio di Ferrara (forse sperando che non le leggesse nessuno). Vedremo se, alle parole di Bersani, seguiranno i fatti (intanto ci accontentiamo 
delle parole: prima non c’erano neppure quelle): è cioè la fine del “dialogo” e dei “tavoli” per le “riforme” e l’inizio di un’opposizione dura, proporzionata alla gravità della minaccia.
Chissà che, trovando una sponda energica nel Pd, il capo dello Stato non racimoli un po’ di coraggio per rispedire al mittente le leggi vergogna della banda del buco prossime venture. A proposito: ci scusiamo con i lettori per la precipitosità con cui ieri abbiamo elogiato Napolitano per la mancata firma al decreto Bondi sugli enti lirici. Dopo appena 24 ore di temeraria astinenza, la penna più veloce del West ha firmato anche quello. Ma non è colpa sua. E’ come il Dottor Stranamore: quando gli parte la mano, non c’è nulla da fare. E’ più forte di lui.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Commento del giorno
di Sabry86 -   lasciato il 30/4/2010 alle 18:37 nel post Mills di queste balle
Purtroppo a furia di ripetere le solite bugie, queste si sostituiscono alla verità dei fatti, tutto ciò mi ricorda un pensiero di Winston Churchill: "Se due persone fumano sotto ad un cartello con su scritto Vietato Fumare gli si ordina di smettere e gli si fa la multa; se trenta persone fumano sotto allo stesso cartello li si invita ad andare a fumare altrove. Se trecento persone fumano, si toglie il cartello".


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fifo

Il marasma sessuale che imprigiona la Chiesa romana (e celibe) è paragonabile solo al marasma politico che sta sbriciolando il Partito Democratico. Entrambi gli organigrammi stanno scivolando sul vetro della Storia. Entrambi parlano di cose che non sanno più, annaspano, improvvisano.

La sessualità malata e immaginaria dei primi li porta a dire risibili nefandezze come quella che equipara la pedofilia alla omosessualità e a leggere, nelle denunce planetarie delle violenze sessuali praticate da centinaia di preti nel mondo, un complotto giudaico laicista guidato da New York Times. La politica malata e immaginaria dei secondi li conduce a singolari forme di auto dissoluzione come quella di convincersi di avere ottenuto una mezza vittoria e incidentalmente anche una mezza sconfitta alle ultime elezioni regionali. A campare di rimessa, seguendo sempre l’ultimo osso lanciato dal Cavaliere (da una settimana: Le Riforme) come levrieri ubbidienti e ciechi.

A perdere Mantova per faide interne. Ad ascoltare, ancora, Franco Marini che dà del folle a Romano Prodi. Ad affidare a Massimo D’Alema, dopo gli esiti noti della sua discesa in Puglia, il Copasir, organismo di controllo sui Servizi, con esiti non ancora noti, ma prossimi venturi. E poi: a non avere una sola idea sul Nord Italia, le fabbriche polverizzate, le partite Iva, la disoccupazione, la delocalizzazione. A non addentare una volta per tutte il problema dei problema, l’evasione fiscale: 50 italiani su 100 che dichiarano di guadagnare meno di 15 mila euro, imprenditori e commercianti che incassano meno dei loro dipendenti, che è il vero patto politico (etico, giudiziario) su cui si fonda la supremazia elettorale (e culturale) di questa nostra destra populista e autoritaria. 
(Vignetta di Fifo)

Vedi Napoli e poi...dormi -  Le poesie di Carlo Cornaglia
Messo al sicuro il culo al Cavaliere 
fino alla prossima salita al Colle,
il capo dello Stato fa l’alfiere
del bel sogno delle padane folle.

Mentre “Federalismo!” invoca Bossi,
Napolitano incontra Calderoli,
delle riforme uno dei colossi,
secessionista dai romani suoli.
(leggi tutto)

Commento del giorno
di Barbara - lasciato il 14/4/2010 alle 12:0 nel post La legge è uguale per gli altri
"La legge e' uguale per tutti, ma per alcuni e' piu' uguale". Diceva George Orwell, nel romanzo, "La fattoria degli animali".




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Testo:
Buongiorno a tutti oggi volevo parlarvi di riforme, non di quelle che servirebbero all’Italia perché di quelle sappiamo praticamente tutto, basta guardarsi intorno per rendersi conto cosa ci servirebbe, ci servirebbero, l’ha ripetuto anche Michele Ainis recentemente a Annozero, leggi dure contro i conflitti di interessi, contro la gerontocrazia nella pubblica amministrazione per il ricambio delle classi dirigenti, servirebbero riforme per rilanciare la produzione verso quella gigantesca prateria che è la green economy, tutto il discorso che da anni sta facendo Beppe Grillo insieme ai suoi collaboratori e consulenti, quindi non sto qui a ammorbarvi perché ne sapete sicuramente più di me! E quello di cui si parla è l’ordine del giorno in tutte le democrazie dove ci siano dei politici, non dico giovani, almeno contemporanei e non fossili, volevo invece parlarvi delle riforme che si stanno discutendo nei palazzi della politica e che mobiliteranno l’attenzione della gente nei prossimi mesi perché c’è un tale surplus di parole, soprattutto anche di parole d’ordine che alla fine si rischia di non capire più di cosa stanno parlando. (leggi tutto)

Segnalazioni

La rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Caimano bollito in salsa verde - Le poesie di Carlo Cornaglia
Le regionali crede d’aver vinto
visto che ha chiuso in un’enclave i rossi
e, invece, è il suo partito il caro estinto
a causa dei padan di Umberto Bossi.

La rossa primula dei tribunali
per le riforme che produrre agogna
si consegna ai leghisti suoi sodali,
mentre l’opposizion l’inciucio sogna
(leggi tutto)
 


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bandanax

da Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2010


La notizia non è che il ministro Roberto Calderoli sia salito al Quirinale. E’ che l’abbiano fatto entrare. Il capo dello Stato ha addirittura ascoltato “la sua esposizione degli orientamenti generali del governo in materia di riforme” e ha ricevuto dalle sue mani “una prima bozza di lavoro”. Berlusconi è caduto dalle nuvole e ha derubricato la cosa come una “iniziativa personale” del rubicondo ministro. In realtà si trattava di uno dei celebri scherzi di Calderoli, per gli amici “Pota” (da non confondere con Cota e con la Trota). Lo stesso che chiese l’uscita dell’Italia dall’euro e iniziò a battere moneta padana in quel di Pontida, coniando il “calderòlo”. Lo stesso che sposò la sua prima moglie con rito celtico, alzando il calice di sidro in onore di Odino e Taranis. Lo stesso che marciò su Verona alla testa di un corteo contro il procuratore Papalia, “il più terrone che ci sia”, con tanto di bara.

Da anni il noto odontoiatra bergamasco fa di tutto per denunciare la sua vera natura, ma viene inopinatamente scambiato per un padre costituente. In realtà è un simpatico buontempone da bar che non sfigurerebbe nel remake di “Amici Miei” (al posto del celebre Sassaroli, il Calderoli). Uno che, per tirar tardi la sera con gli amici, sarebbe disposto a inventarsi di tutto. Anche un vertice estivo in una baita del Cadore per riscrivere la Costituzione. Quando lo disse alla moglie (“Cara, esco un attimo a fare le riforme istituzionali”), la signora lo fece pedinare da uno specialista, ma alla fine scoprì che era tutto vero. Nell’allegra brigata il consorte aveva la funzione di portare i grappini. Il fatto è che lo prendono sempre sul serio anche contro la sua volontà. Nel 2004, quando lo fecero ministro delle Riforme istituzionali, dichiarò costernato al Corriere: “Su di me non avrei scommesso una lira”. Non ci credeva nemmeno lui: di qui l’espressione perennemente esterrefatta, con occhio sgranato. Una sorta di parèsi nell’atto di domandare: “Io ministro? Ma siete sicuri?”. Da allora le provò tutte per convincere i colleghi che avevano sbagliato persona.

Definì Igor Marini “meglio di Pico della Mirandola”. Chiamò gl’immigrati “bingo bongo” e li invitò a “tornare nella giungla a parlare con le scimmie”. Propose, per le riforme, il “modello australiano”. Spiegò che “i culattoni meritano le fiamme dell’inferno”. Salutò l’elezione di Ratzinger con l’immortale “più che Benedetto XVI avrei preferito Crautus I” invocando “una Chiesa padana”. Lanciò l’idea di “castrare i pedofili con un colpo di cesoia”. Niente da fare, nessuno pensò di cacciarlo: a ogni pirlata seguiva ampio e articolato dibattito. A quel punto, à la guerre comme à la guerre, il burlone sfoderò l’arma segreta: una maglietta anti-Maometto al Tg1. Per quattro giorni non accadde nulla, poi le riprese fecero il giro del mondo arabo: tumulti, proteste, morti e feriti al consolato di Bengasi. A quel punto persino Berlusconi dovette privarsi del più moderato dei suoi ministri. 

Perché fosse definitivamente chiaro che lui è lì per sbaglio, annunciò che la sua riforma elettorale era “una porcata”. Fu subito promosso ministro della Semplificazione legislativa: lo paghiamo perché non gli vengano più in mente nuove leggi e ne cancelli qualcuna, possibilmente sua. Lui, sempre per mettere gli altri sull’avviso, ha estratto il lanciafiamme bruciando una montagna di carte asserendo che erano “375 mila leggi inutili”: se fosse vero, secondo calcoli di Gian Antonio Stella, il Parlamento italiano avrebbe dovuto lavorare “h 24” quattro giorni a settimana, compresi gli anni di guerra, dal 1861 a oggi, varando una media di 7,8 leggi inutili al giorno, più quelle utili. “Almeno ora – dev’essersi detto Calderoli – lo capiranno chi sono!”. Niente. Anzi ora ci casca pure il centrosinistra. Enrico Letta elogia il “metodo Calderoli per le riforme”. E Napolitano lo riceve al Quirinale per deliberare la sua “bozza di lavoro”. Pare che, per la forza dell’abitudine, abbia tentato addirittura di firmargliela lì, su due piedi. Al che Pota ha dovuto confessare: “Lasci stare, presidente: è la lista della spesa”.
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

AD PERSONAMLunedì 12 aprile, ore 18, Villar Perosa (TO), Marco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere), c/o centro polivalente La finestra sulle valli, via Galileo Ferrarsi 2. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.






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fifo

Signornò, da L'Espresso in edicola

“E ora,riforme condivise”. Appena chiuse le urne delle regionali, la parola d'ordine ha ripreso a riecheggiare come un mantra dal Quirinale a Palazzo Grazioli, dal Carroccio al carretto del Pd. Chi ha perso invoca riforme condivise. Chi ha vinto invoca riforme condivise. Chi ha pareggiato invoca riforme condivise. Un po' come nel vecchio spot della domenica: “Se la tua squadra ha vinto, festeggia con Stock 84. Se la tua squadra ha perso, consòlati con Stock 84”. Le riforme condivise sono una gag sempreverde,meglio del Sarchiapone. Ma lasciano inevasi alcuni dettagli: riforme condivise quali? da chi? per fare che?

A questo proposito, per un supplemento di chiarezza, si sente farfugliare di “bozza Violante”. Poi per fortuna parla Berlusconi: intercettazioni, legittimo impedimento, impunità per le alte cariche e/o per tutti. Riforme condivise soprattutto da lui. Per il resto le più gettonate sono tre: premierato o presidenzialismo per rafforzare i poteri del capo del governo; federalismo fiscale; superamento del bicameralismo perfetto per sveltire l'iter delle leggi. Il mantra, per non perdere i suoi effetti magici, non prevede discussioni sul merito, anzi le esclude a priori: vietato domandarsi se davvero l'Italia soffra di un premier impotente, di regioni poco autonome e di leggi troppo rare e lente. Anche perchè, se qualcuno se lo domandasse, scoprirebbe che occorre esattamente l'opposto: levare qualche potere a un premier già abbastanza onnipotente (gli manca soltanto lo jus primae noctis, e talora nemmeno quello); riprendere il controllo delle regioni che spendono e spandono accumulando voragini di bilancio; limitare la bulimia legislativa che giustamente Calderoli ha evidenziato con il maccheronico falò delle norme inutili.
 
In altre parole: il premier ha troppi poteri, dunque bisognerebbe rafforzare quelli degli organi di controllo, in primis il Parlamento, ormai ridotto a obliteratrice delle fiducie e dei decreti del governo; le regioni sono troppo autonome e andrebbero riportate all'ordine con appositi commissari, possibilmente teutonici; le leggi sono troppe e, vista la loro qualità media, andrebbero frenate istituendo una terza e una quarta camera, altro che abolire il Senato. Alzi la mano chi ricorda una riforma utile ai cittadini approvata negli ultimi 16 anni e chi non riuscirebbe a farne a meno. Quanto alla presunta lentezza dell'iter legislativo, il lodo Alfano fu licenziato dal Consiglio dei ministri il 27 giugno 2008, approvato dalla Camera il 9 luglio, dal Senato il 22 luglio e firmato dal capo dello Stato il 23. Tutto in 25 giorni: troppi o troppo pochi? E ora, dicono, arriva la mitica “riforma della Giustizia”, condivisa ma anche no. Dal 1994 a oggi la Giustizia è stata riformata fra le 180 e le 200 volte. Con i risultati ben noti. Se provassero a non riformarla più, magari cancellando qualcuna delle 180-200 porcate, potrebbe persino riprendere un po' di vita.
(Vignetta di Fifo)


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bertolotti de pirro

La scorsa settimana su Il Fatto Quotidiano scrivevo che la sconfitta alle elezioni regionali rappresentava l'ultima opportunità per il Pd. Da quel momento in poi il Partito Democratico si trovava di fronte a un'alternativa secca: o rinnovare profondamente la propria classe dirigente, o perire. Oggi sappiamo che il Pd ha scelto la seconda opzione. Il partito si suicida e pare intenzionato a farlo in tempi strettissimi. Nella inamovibile nomenklatura dei democratici sta infatti passando pure l'idea che è impossibile non collaborare con il premier Silvio Berlusconi nelle sue più volte annunciate (e fumose) riforme istituzionali.
L'analisi di molti funzionari di Bersani è più o meno questa: il centro-destra metterà mano alla costituzione in ogni caso. Se noi non partecipiamo alla nuova stesura della Carta va a finire che il premier e la Lega fanno tutto da soli e poi vanno al referendum confermativo (non hanno in parlamento una maggioranza dei 2/3 dei voti che permetterebbe loro di evitarlo) e lo vincono. Quindi piuttosto che far riscrivere tutta la legge fondamentale a Berlusconi e i suoi, meglio sporcarsi le mani (peraltro già poco pulite) e partecipare al gioco.

A mio avviso però questo ragionamento fa acqua da tutte le parti. Per una lunga serie di motivi. Vediamone qualcuno, partendo da quelli di principio, per arrivare poi a quelli che potremmo definire "strategici".

1) La nostra Costituzione è "rigida" (cioè molto difficile da modificare) proprio perché i padri costituenti - gente, è bene ricordarlo, di tutt'altra levatura storica e morale rispetto agli attuali parlamentari - volevano evitare che la maggioranza di turno potesse cambiare i connotati dello Stato a suo piacimento. Le Costituzioni sono infatti la base del convivere civile e devono essere pensate per sopravvivere al Berlusconi o al Bersani del momento. Per questo per cambiare la carta serve una maggioranza qualificata o un referendum confermativo. Insomma la maggior parte dei cittadini (rappresentati in parlamento attraverso i loro eletti) devono partecipare alla stesura. Oggi però i risultati delle ultime regionali ci confermano che questa classe politica è molto poco amata dagli elettori. Tra astensioni, schede bianche e nulle, il 45 per cento degli aventi diritti al voto ha detto chiaramente che cosa pensa delle proprie classi dirigenti. In Italia dunque c'è un difetto di rappresentatività. Un difetto di cui, chi si dice democratico, dovrebbe tenere conto.

 2) I parlamentari non vengono eletti, ma nominati dai partiti. E partiti (così come i sindacati)  non devono rispondere a nessuna regola che ne garantisca la democraticità. Detto in altre parole: si può davvero pensare che quattro o cinque segretari decidano leggi fondamentali che varranno per decenni per decine di milioni di persone? Io credo di no. Le costituzioni possono essere cambiate e scritte solo da chi è realmente scelto dal popolo. Se non è così non sono costituzioni, ma statuti, cioè concessioni da parte del monarca o dell'oligarchia.  

3) Tutti, a partire dal nostro ben poco vigile presidente della Repubblica Napolitano, dicono che ci vogliono le riforme. Nessuno però spiega quali. Lo stesso Berlusconi ha annunciato che tutto è ancora allo studio e che in ogni caso verranno accolti se possibile i contributi dell'opposizione. Traduzione: non sappiamo bene cosa fare, ma vogliamo assolutamente fare qualcosa. Se questo è il metodo, c'è da rabbrividire.

4) Tra le tante materie messe confusamente sul piatto solo due punti paiono essere irrinunciabili per il centro-destra. Una sorta di super Lodo Alfano che renda il premier ingiudicabile (magari ricorrendo alla reintroduzione dell'autorizzazione a procedere per tutti i parlamentari) e il federalismo. Il primo punto però per Berlusconi rappresenta un pericoloso boomerang. Reintrodurre l'immunità significa dire ai cittadini del Paese più corrotto d'Europa (uno Stato in cui, secondo la banca mondiale, la corruzione costa ai contribuenti 50 miliardi l'anno) che la legge non sarà più eguale per tutti. È evidente che questa parola d'ordine (il principio di eguaglianza) in caso di referendum confermativo è uno slogan formidabile dato in mano a chi si vuole opporre. È facile prevedere che anche la maggior parte degli astenuti in caso di una norma che istituisse per legge (costituzionale) l'esistenza della Casta accorrerebbe alle urne per bocciarla. Berlusconi lo sa e per questo ora tende la mano al Pd. Possibile che Bersani e i suoi non lo capiscano? Domanda retorica. Io infatti credo - purtroppo - che i sedicenti democratici lo comprendano benissimo. E che, sotto sotto (ma molti di loro lo hanno persino detto pubblicamente), sperino che almeno questa parte del progetto vada in porto. Sul federalismo, poi, bisogna ricordare che la Lega è sì molto forte. Ma a livello nazionale rappresenta solo il 12 per cento di chi ha votato. Un po' poco per pensare che possa decidere per tutti. Anche perché solo pochi ani fa il federalismo è stato bocciato proprio dagli elettori.

5) Tenuto conto dei tempi previsti per le leggi costituzionali (doppie votazioni a tre mesi di distanza l'una dalle altre) è facile prevedere che la Grande Riforma passerà solo verso il termine della legislatura (tra due anni e mezzo circa) quando il Paese sarà già di fatto in campagna elettorale. Per il centro-sinistra presentarsi agli elettori con in tasca un biglietto da visita del genere è in tutta evidenza una follia. O meglio un dono insperato a chi sostiene, non senza qualche ragione, che tra i due schieramenti non vi sono differenze sostanziali. E tra copia e l'originale, si sa, l'elettore sceglie sempre l'originale (Berlusconi).

Cosa dovrebbe dunque fare l'opposizione? Molte cose e tre in particolare: partecipare alla fondazione dei comitati per la difesa della Costituzione. Dire chiaramente che un parlamento di nominati e non di eletti non può riscrivere la carta. E fare della reintroduzione delle preferenze (o meglio ancora, a mio gusto, del maggioritario secco di collegio) il proprio cavallo di battaglia istituzionale. Questa sì che è una riforma sentita da tutti -anche dagli elettori di centro-destra - e oltretutto approvabile attraverso una legge ordinaria. Insomma, per una volta, il Pd dovrebbe dimostrare di avere dei principi e di essere disposto a battersi per essi. Lo farà? Non credo. Anche perché, e qui torniamo al punto iniziale, andando avanti di questo passo, presto sarà estinto.  
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Addio sogni di gloria - Le poesie di Carlo Cornaglia
L’analisi del voto è presto fatta:
siamo stati fottuti, ed alla grande,
pur se Bersani dice: “Pari e patta!”,
mentre si risistema le mutande…

Sbagliati marketing e candidati,
sbagliate tattica e strategia,
milioni gli elettori inabissati,
ben quattro le region volate via.
(leggi tutto)

Segnalazioni

Gennaro e i suoi amici (Die Zeit, GE, 20 marzo 2010)
Traduzione a cura di italiadallestero.info

Commento del giorno
di Roland - lasciato il 8/4/2010 alle 11:33 nel post Popolazione beneficiata?
L’Uomo del Colle ha detto sì,
come quello che sederà lì:
l’Uomo del Colle, prossimo venturo,
quello che poi firmerà di sicuro
le proprie leggi porcata: le stesse
che farà per il proprio interesse
.

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