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bandanax

da Il Fatto Quotidiano, 10 aprile 2010


La notizia non è che il ministro Roberto Calderoli sia salito al Quirinale. E’ che l’abbiano fatto entrare. Il capo dello Stato ha addirittura ascoltato “la sua esposizione degli orientamenti generali del governo in materia di riforme” e ha ricevuto dalle sue mani “una prima bozza di lavoro”. Berlusconi è caduto dalle nuvole e ha derubricato la cosa come una “iniziativa personale” del rubicondo ministro. In realtà si trattava di uno dei celebri scherzi di Calderoli, per gli amici “Pota” (da non confondere con Cota e con la Trota). Lo stesso che chiese l’uscita dell’Italia dall’euro e iniziò a battere moneta padana in quel di Pontida, coniando il “calderòlo”. Lo stesso che sposò la sua prima moglie con rito celtico, alzando il calice di sidro in onore di Odino e Taranis. Lo stesso che marciò su Verona alla testa di un corteo contro il procuratore Papalia, “il più terrone che ci sia”, con tanto di bara.

Da anni il noto odontoiatra bergamasco fa di tutto per denunciare la sua vera natura, ma viene inopinatamente scambiato per un padre costituente. In realtà è un simpatico buontempone da bar che non sfigurerebbe nel remake di “Amici Miei” (al posto del celebre Sassaroli, il Calderoli). Uno che, per tirar tardi la sera con gli amici, sarebbe disposto a inventarsi di tutto. Anche un vertice estivo in una baita del Cadore per riscrivere la Costituzione. Quando lo disse alla moglie (“Cara, esco un attimo a fare le riforme istituzionali”), la signora lo fece pedinare da uno specialista, ma alla fine scoprì che era tutto vero. Nell’allegra brigata il consorte aveva la funzione di portare i grappini. Il fatto è che lo prendono sempre sul serio anche contro la sua volontà. Nel 2004, quando lo fecero ministro delle Riforme istituzionali, dichiarò costernato al Corriere: “Su di me non avrei scommesso una lira”. Non ci credeva nemmeno lui: di qui l’espressione perennemente esterrefatta, con occhio sgranato. Una sorta di parèsi nell’atto di domandare: “Io ministro? Ma siete sicuri?”. Da allora le provò tutte per convincere i colleghi che avevano sbagliato persona.

Definì Igor Marini “meglio di Pico della Mirandola”. Chiamò gl’immigrati “bingo bongo” e li invitò a “tornare nella giungla a parlare con le scimmie”. Propose, per le riforme, il “modello australiano”. Spiegò che “i culattoni meritano le fiamme dell’inferno”. Salutò l’elezione di Ratzinger con l’immortale “più che Benedetto XVI avrei preferito Crautus I” invocando “una Chiesa padana”. Lanciò l’idea di “castrare i pedofili con un colpo di cesoia”. Niente da fare, nessuno pensò di cacciarlo: a ogni pirlata seguiva ampio e articolato dibattito. A quel punto, à la guerre comme à la guerre, il burlone sfoderò l’arma segreta: una maglietta anti-Maometto al Tg1. Per quattro giorni non accadde nulla, poi le riprese fecero il giro del mondo arabo: tumulti, proteste, morti e feriti al consolato di Bengasi. A quel punto persino Berlusconi dovette privarsi del più moderato dei suoi ministri. 

Perché fosse definitivamente chiaro che lui è lì per sbaglio, annunciò che la sua riforma elettorale era “una porcata”. Fu subito promosso ministro della Semplificazione legislativa: lo paghiamo perché non gli vengano più in mente nuove leggi e ne cancelli qualcuna, possibilmente sua. Lui, sempre per mettere gli altri sull’avviso, ha estratto il lanciafiamme bruciando una montagna di carte asserendo che erano “375 mila leggi inutili”: se fosse vero, secondo calcoli di Gian Antonio Stella, il Parlamento italiano avrebbe dovuto lavorare “h 24” quattro giorni a settimana, compresi gli anni di guerra, dal 1861 a oggi, varando una media di 7,8 leggi inutili al giorno, più quelle utili. “Almeno ora – dev’essersi detto Calderoli – lo capiranno chi sono!”. Niente. Anzi ora ci casca pure il centrosinistra. Enrico Letta elogia il “metodo Calderoli per le riforme”. E Napolitano lo riceve al Quirinale per deliberare la sua “bozza di lavoro”. Pare che, per la forza dell’abitudine, abbia tentato addirittura di firmargliela lì, su due piedi. Al che Pota ha dovuto confessare: “Lasci stare, presidente: è la lista della spesa”.
(Vignetta di Bandanax)

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AD PERSONAMLunedì 12 aprile, ore 18, Villar Perosa (TO), Marco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere), c/o centro polivalente La finestra sulle valli, via Galileo Ferrarsi 2. Ingresso libero fino ad esaurimento posti.






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Ora d'aria
l'Unità, 6 agosto 2008


Dopo lunga e penosa attesa, abbiamo finalmente il giallo dell’estate. E - Bruno Vespa si tranquillizzi - senza spargimento di sangue. Il merito è del ministro per la Semplificazione normativa, Roberto Calderoli da Bergamo di Sopra, in arte “Pota”, che ha deciso di contribuire anche lui alla grande riscossa culturale impressa dal nuovo governo Berlusconi, in aggiunta alla nomina di James Bondi a ministro del settore, alla battaglia della Gelmini per il ritorno dei grembiulini a scuola, alla guerra di Gasparri contro il commissario Montalbano (noto comunista) e all’asportazione delle tette alla “Verità” del Tiepolo per aggiungerle alla collezione privata di Al Pappone. L’altroieri, rispondendo sul Corriere della sera a un editoriale semplicemente impeccabile di Angelo Panebianco sull’allegra spensieratezza con cui stiamo scivolando verso uno Stato federale senza minimamente discutere dei pro, dei contro e soprattutto dei perché, l’insigne pensatore padano ha fatto sfoggio della sua leggendaria, enciclopedica cultura: “Una soluzione è rappresentata dai modelli a struttura federalista e questo non lo sostiene il sottoscritto, ma, tra gli altri, la Banca Mondiale o il premio Nobel per l’economia Wuhan”, oltre a una fantomatica “analisi empirica”. Visto che siamo in Italia e il giornalismo è quello che è, nessuno s’è preso la briga di verificare se il celeberrimo Nobel per l’Economia citato dal ministro abbia mai sostenuto il federalismo fiscale e con quali argomenti. Purtroppo però l’ha fatto il professor Sandro Brusco, che insegna economia negli Stati Uniti: e ha scoperto che non esiste nessun premio Nobel per l’economia di nome Wuhan (controllare per credere all’indirizzo
http://nobelprize.org/nobel_prizes/economics/laureates/). Anzi, pare che non esista alcun economista di una qualche fama con quel nome. Cercando Wuhan su Internet, ha rintracciato soltanto una città cinese.

In attesa che quel pozzo di scienza che siede al ministero della Semplificazione sveli l’arcano, azzardiamo alcune possibili soluzioni del giallo. 1) Wuhan è un fauno della letteratura minore celtica di cui Calderoli, sposato con rito nibelungico dinanzi al druido sorseggiando sidro e inneggiando a Odino, è un appassionato ammiratore. 2) Wuhan è uno dei cuccioli di lupo e di tigre che scorrazzano nel giardino di Villa Calderoli (forse quello che qualche anno fa azzannò un piede del popolare ministro, procurandogli danni cerebrali irreversibili) e che ispirano la politica riformatrice dello statista padano. 3) Wuhan esiste davvero, è un economista bravissimo, ma ancora sconosciuto, forse boicottato dall’intera comunità scientifica internazionale - notoriamente asservita a Roma Ladrona - per le sue simpatie leghiste, e Calderoli si appresta a insignirlo al Premio Nobel della Padania, nell’ambito della prossima edizione di Miss Padania. 4) Come in tutte le farse che si rispettino, c’è stato uno scambio di persona.

Spiega quel rompiscatole del professor Brusco: “L’unico economista del gruppo (dei vincitori del Nobel, ndr) che ha scritto esplicitamente di federalismo (diciamo esplicitamente perché sia ‘mechanism design’ sia l’opera di Hayek offrono spunti al riguardo, ma pretendere che Calderoli se ne accorga sarebbe troppo) è James Buchanan, che vinse il premio Nobel nel 1986. Un nome difficile, quasi impronunciabile. Che, nel passare di bocca in bocca da un portaborse a un altro si deve essere progressivamente trasformato in Vuchanan, Vuhnan, Vuhan, infine Wuhan, che siccome è un foresto ci deve volere la w, mica la v…”. Se le cose stessero così, dovremmo arguirne che il popolare Pota ha preso talmente sul serio il suo mandato ministeriale che s’è messo a semplificare non solo le leggi (incluse - si spera - le sue), ma anche i cognomi degli economisti.

Del resto, polemizzando quattro anni fa, sempre sul Corriere, con Giovanni Sartori, il noto intellettuale della Bergamasca aveva citato a sostegno del federalismo leghista, oltre alla solita “analisi empirica”, proprio l’economista Buchanan. E aveva concluso la sua lezioncina con un’elegante stoccata all’insigne politologo toscano: “Come si trova scritto nelle università americane, ben note al Professor Sartori: se pensi che l’istruzione costi cara, pensa a quanto costa l’ignoranza”. Ora sarebbe fin troppo facile ritorcere quella massima contro il ministro della Semplificazione. Anche perché, dalle sue parti, l’ignoranza non costa né tanto né poco: è gratis.


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