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Foto di picaday da flickr.comSignornò
l'Espresso 25 luglio 2008

Bisogna assolutamente fare qualcosa per Piero Ostellino. Qualche settimana fa, sotto choc per la perdita del suo cane Nicevò (della cui improvvisa scomparsa ragguagliò la Nazione nella sua rubrica sul Corriere della sera), se la prende col Csm che pretende di dare un parere “non richiesto”, dunque “illegittimo”, sulla legge blocca-processi instaurando il “governo delle toghe al posto di quello delle leggi”. Ignora, il pover’uomo, che i pareri del Csm, richiesti o meno, sono previsti proprio da una legge, la n.195 del 24-3-1958: “Il Csm dà pareri al ministro su disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto attinente alle predette materie”.

Anziché leccarsi le ferite per la rovinosa gaffe e dedicarsi a temi a lui più congeniali, la settimana dopo Ostellino invita i magistrati napoletani a occuparsi di “Napoli sommersa dalla monnezza”, “rinviarne a giudizio i responsabili” e “combattere la camorra, invece di passare il tempo a intercettare raccomandazioni di qualche velina”. Per lui le telefonate Saccà-Berlusconi, in cui il premier promette soldi in cambio di favori e acquista senatori, non contengono che “indiscrezioni sulle imprese erotiche” del Cavaliere. E poi, suvvia, “ogni ragazza sa bene di essere ‘seduta sulla propria fortuna’ e di poterne disporre come crede”. Se leggesse almeno il giornale su cui scrive, costui saprebbe che i giudici napoletani hanno già rinviato a giudizio i presunti responsabili dello scandalo monnezza, da Bassolino ai vertici della Fibe-Impregilo. Quanto alla camorra, qualche giorno prima la Corte d’appello di Napoli ha decapitato il clan dei Casalesi.

C’è da attendersi, a quel punto, che l’insigne pensatore liberale venga dirottato su argomenti meno ostici. Macchè. Il 16 luglio si conquista la prima pagina del Corriere per commentare l’arresto di Ottaviano Del Turco: non una parola sulle centinaia di pagine dell’ordinanza del gip, ma ampi riferimenti storici all’annosa ostilità fra socialisti e comunisti, da Marx, Stalin, Lenin, Kautsky, Trotzky, Gramsci, Togliatti, giù giù fino a Berlinguer, Fassino e Di Pietro. Alla fine l’eventuale lettore, stremato e curioso di sapere che diavolo c’entri la Terza Internazionale con i giudici di Pescara che arrestano alcuni politici per mazzette sulla sanità, resta deluso. Nessuna risposta. Solo una struggente lamentazione per “la tiepida reazione del Pd all’offensiva giudiziaria contro Del Turco”, retaggio dell’antica “continuità antisocialista” e “discontinuità riformista” dei comunisti “da Tangentopoli a oggi”. Impermeabile ai fatti per non disturbare le sue opinioni, Ostellino ignora che Tangentopoli falcidiò pure il Pci-Pds milanese e che, con Del Turco, sono indagati pure tre assessori ex-Ds (D’Amico, Verticelli e Caramanico). Insomma, non lo sfiora neppure l’idea che la prudenza del Pd dipenda da qualcosa di più antico del Congresso di Livorno: il settimo comandamento.

ADERISCI ALLA CAMPAGNA

De Magistris e Forleo: puniti perché onesti e indipendenti - ascolta il commento di Felice Lima (giudice del Tribunale di Catania) su Micromega.net

Scarabocchio ergo sum - E' online il libro che raccoglie le vignette di theHand, autore della vignetta utilizzata per la campagna "Arrestateci tutti"

I Re della nostra Re pubblica - di Roberto Corradi






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l'Espresso 25 luglio 2008

Bisogna assolutamente fare qualcosa per Piero Ostellino. Qualche settimana fa, sotto choc per la perdita del suo cane Nicevò (della cui improvvisa scomparsa ragguagliò la Nazione nella sua rubrica sul Corriere della sera), se la prende col Csm che pretende di dare un parere “non richiesto”, dunque “illegittimo”, sulla legge blocca-processi instaurando il “governo delle toghe al posto di quello delle leggi”. Ignora, il pover’uomo, che i pareri del Csm, richiesti o meno, sono previsti proprio da una legge, la n.195 del 24-3-1958: “Il Csm dà pareri al ministro su disegni di legge concernenti l’ordinamento giudiziario, l’amministrazione della giustizia e ogni altro oggetto attinente alle predette materie”.

Anziché leccarsi le ferite per la rovinosa gaffe e dedicarsi a temi a lui più congeniali, la settimana dopo Ostellino invita i magistrati napoletani a occuparsi di “Napoli sommersa dalla monnezza”, “rinviarne a giudizio i responsabili” e “combattere la camorra, invece di passare il tempo a intercettare raccomandazioni di qualche velina”. Per lui le telefonate Saccà-Berlusconi, in cui il premier promette soldi in cambio di favori e acquista senatori, non contengono che “indiscrezioni sulle imprese erotiche” del Cavaliere. E poi, suvvia, “ogni ragazza sa bene di essere ‘seduta sulla propria fortuna’ e di poterne disporre come crede”. Se leggesse almeno il giornale su cui scrive, costui saprebbe che i giudici napoletani hanno già rinviato a giudizio i presunti responsabili dello scandalo monnezza, da Bassolino ai vertici della Fibe-Impregilo. Quanto alla camorra, qualche giorno prima la Corte d’appello di Napoli ha decapitato il clan dei Casalesi.

C’è da attendersi, a quel punto, che l’insigne pensatore liberale venga dirottato su argomenti meno ostici. Macchè. Il 16 luglio si conquista la prima pagina del Corriere per commentare l’arresto di Ottaviano Del Turco: non una parola sulle centinaia di pagine dell’ordinanza del gip, ma ampi riferimenti storici all’annosa ostilità fra socialisti e comunisti, da Marx, Stalin, Lenin, Kautsky, Trotzky, Gramsci, Togliatti, giù giù fino a Berlinguer, Fassino e Di Pietro. Alla fine l’eventuale lettore, stremato e curioso di sapere che diavolo c’entri la Terza Internazionale con i giudici di Pescara che arrestano alcuni politici per mazzette sulla sanità, resta deluso. Nessuna risposta. Solo una struggente lamentazione per “la tiepida reazione del Pd all’offensiva giudiziaria contro Del Turco”, retaggio dell’antica “continuità antisocialista” e “discontinuità riformista” dei comunisti “da Tangentopoli a oggi”. Impermeabile ai fatti per non disturbare le sue opinioni, Ostellino ignora che Tangentopoli falcidiò pure il Pci-Pds milanese e che, con Del Turco, sono indagati pure tre assessori ex-Ds (D’Amico, Verticelli e Caramanico). Insomma, non lo sfiora neppure l’idea che la prudenza del Pd dipenda da qualcosa di più antico del Congresso di Livorno: il settimo comandamento.

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 13 giugno 2008


Ora che il cosiddetto “caso intercettazioni” si rivela per quello che è, cioè l’ennesimo “caso Berlusconi”, forse persino l’opposizione potrebbe dire come stanno le cose: e cioè che la privacy, le fughe di notizie e le spese di giustizia non c’entrano nulla. C’entra il solito Berlusconi che tenta di far saltare i suoi processi. Duro ammetterlo dopo aver accreditato la leggenda del Cavaliere che “ha risolto i suoi problemi”, dunque stavolta risolverà i nostri, anzi studia da Statista. Ma i fatti parlano da soli, anche per chi non li vuol vedere.

Tre settimane fa, l’on. avv. Ghedini infila nel decreto sicurezza un codicillo che sospende i processi per 1-2 anni (poi ridotti a qualche mese) con la scusa di consentire agl’imputati di scegliere se patteggiare o no. Maroni lo blocca, ma i berluscones annunciano che ci riprovano con un ddl. Intanto il Cainano spara sulle intercettazioni e annuncia che non si faranno più per i reati sotto i 10 anni: quelli per cui è imputato lui. Basta una norma transitoria retroattiva e il processo di Napoli per la corruzione di Saccà si svuota per abolizione delle prove. Ieri Repubblica rivela che l’on. avv. Ghedini prepara un lodo Maccanico-Schifani bis per rendere invulnerabili le alte cariche, ma soprattutto quella bassa: è incostituzionale, la Consulta l’ha già detto una volta, ma intanto ci riprovano, sospendono i processi per 1-2 anni (quelli di Milano per Mills e Mediaset sono prossimi alla sentenza), poi se arriva un’altra bocciatura si inventeranno qualcos’altro. Il cerchio si chiude.
 
E’ così difficile chiamare le cose col loro nome? Se il dialogo con l’opposizione non s’interrompe nemmeno stavolta, è l’ennesima replica di un copione collaudato da 15 anni. Funziona così. Lui ha un problema: uno o più processi da bloccare. Comincia a strillare che non siamo più una democrazia, che dai sondaggi risulta che il 102% degli italiani sta con lui, insomma il problema non è suo ma nostro. E chi non è d’accordo è comunista. Il centrosinistra prova a balbettare che i problemi veri sono altri: morti sul lavoro, salari, monnezza, crimini dei colletti e dei camici bianchi. Ma lui spara a zero a reti unificate, minaccia di scassare tutto, invoca la piazza, mentre le sue tv e i suoi giornali sparano balle e cifre false: in Italia si processa solo Berlusconi, in tutto il mondo non si processerebbe mai Berlusconi, processare Berlusconi ci costa mille miliardi al minuto. Giornali “indipendenti” e politici “riformisti”, per sembrare indipendenti e riformisti, sostengono che lui magari esagera un po’, “ma il problema esiste”. E poi non si può mica compromettere il “dialogo sulle riforme” (c’è sempre un “dialogo sulle riforme”, chissà poi quali) col “muro contro muro”.

Dal Colle, dal Vaticano e dal Csm piovono fervorini contro l’ennesima “guerra tra politica e magistratura” (che ovviamente non esiste, ma i processi a Berlusconi per reati comuni vengono sempre chiamati così) e moniti per una “soluzione condivisa tra governo e opposizione” che contemperi le sacrosante esigenze del premier con la Privacy, l’Indipendenza della Magistratura, la Libertà di Stampa. Il Riformatorio esce con una dozzina di editoriali dal titolo “Moral suasion”, che nessuno legge e nessuno capisce, ma fanno fine e non impegnano. A questo punto salta su un pontiere di centrosinistra per avviare un bel negoziato bipartisan con Gianni Letta, che è berlusconiano ma è tanto buono, e poi - come diceva Saviane - somiglia tanto a sua sorella.

Una volta è Boato, un’altra Maccanico, stavolta c’è l’imbarazzo della scelta. Berlusconi strepita: “Non tratto coi comunisti assassini lordi di sangue, voglio l’impiccagione dei giudici e il loro scioglimento nell’acido”. Però Letta comunica allo sherpa che lui esagera, ma si accontenta di molto meno: abrogare i suoi processi, una cosina da niente, povera creatura indifesa. Lo sherpa ulivista annuncia giulivo: “Abbiamo vinto, i giudici non saranno impiccati né sciolti nell’acido. Se si consegnano con le mani alzate a Villa Certosa, avranno salva la vita”. E partorisce una “bozza” (o “lodo”) che abolisce i processi a Berlusconi. “Tutto è bene quel che finisce bene”, titola Pigi Battista sul Corriere, mentre Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia criticano l’eccessiva cedevolezza del Pdl al partito giustizialista. Il Cavaliere incassa complimenti trasversali per la moderazione dimostrata. I giudici dichiarano il non doversi procedere per intervenuta abrogazione dei processi. Lui dirama un video-monologo a reti unificate: “La mia ennesima assoluzione dimostra che ero innocente anche stavolta, ma le toghe rosse complottavano contro di me senza prove. Voglio le scuse e la medaglia d’oro”. Dall’altra sponda, autoapplausi compiaciuti: “Abbiamo fato bene a dialogare: il problema esisteva”.

Pacificazione (The Economist, 12 giugno 2008) - traduzione di Italiadall'estero.info

Necessità e urgenza di Marco Travaglio (l'Unità, 12 giugno 2008)

Blackout giustizia Intervista di Peter Gomez a Bruno Tinti (l'Espresso, 12 giugno 2008)

Intercettazioni: caro Napolitano non firmi di Oreste Flamminii Minuto (l'Unità, 13 giugno 2008)

Segnalazioni

In Italia di lavoro si muore. In Svezia no
di Salvatore Giannella

I video di Qui Milano Libera - Incontro con Anna Serafini in Fassino

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Vignetta di Molly BezzOra d'aria
l'Unità, 13 giugno 2008


Ora che il cosiddetto “caso intercettazioni” si rivela per quello che è, cioè l’ennesimo “caso Berlusconi”, forse persino l’opposizione potrebbe dire come stanno le cose: e cioè che la privacy, le fughe di notizie e le spese di giustizia non c’entrano nulla. C’entra il solito Berlusconi che tenta di far saltare i suoi processi. Duro ammetterlo dopo aver accreditato la leggenda del Cavaliere che “ha risolto i suoi problemi”, dunque stavolta risolverà i nostri, anzi studia da Statista. Ma i fatti parlano da soli, anche per chi non li vuol vedere.

Tre settimane fa, l’on. avv. Ghedini infila nel decreto sicurezza un codicillo che sospende i processi per 1-2 anni (poi ridotti a qualche mese) con la scusa di consentire agl’imputati di scegliere se patteggiare o no. Maroni lo blocca, ma i berluscones annunciano che ci riprovano con un ddl. Intanto il Cainano spara sulle intercettazioni e annuncia che non si faranno più per i reati sotto i 10 anni: quelli per cui è imputato lui. Basta una norma transitoria retroattiva e il processo di Napoli per la corruzione di Saccà si svuota per abolizione delle prove. Ieri Repubblica rivela che l’on. avv. Ghedini prepara un lodo Maccanico-Schifani bis per rendere invulnerabili le alte cariche, ma soprattutto quella bassa: è incostituzionale, la Consulta l’ha già detto una volta, ma intanto ci riprovano, sospendono i processi per 1-2 anni (quelli di Milano per Mills e Mediaset sono prossimi alla sentenza), poi se arriva un’altra bocciatura si inventeranno qualcos’altro. Il cerchio si chiude.
 
E’ così difficile chiamare le cose col loro nome? Se il dialogo con l’opposizione non s’interrompe nemmeno stavolta, è l’ennesima replica di un copione collaudato da 15 anni. Funziona così. Lui ha un problema: uno o più processi da bloccare. Comincia a strillare che non siamo più una democrazia, che dai sondaggi risulta che il 102% degli italiani sta con lui, insomma il problema non è suo ma nostro. E chi non è d’accordo è comunista. Il centrosinistra prova a balbettare che i problemi veri sono altri: morti sul lavoro, salari, monnezza, crimini dei colletti e dei camici bianchi. Ma lui spara a zero a reti unificate, minaccia di scassare tutto, invoca la piazza, mentre le sue tv e i suoi giornali sparano balle e cifre false: in Italia si processa solo Berlusconi, in tutto il mondo non si processerebbe mai Berlusconi, processare Berlusconi ci costa mille miliardi al minuto. Giornali “indipendenti” e politici “riformisti”, per sembrare indipendenti e riformisti, sostengono che lui magari esagera un po’, “ma il problema esiste”. E poi non si può mica compromettere il “dialogo sulle riforme” (c’è sempre un “dialogo sulle riforme”, chissà poi quali) col “muro contro muro”.

Dal Colle, dal Vaticano e dal Csm piovono fervorini contro l’ennesima “guerra tra politica e magistratura” (che ovviamente non esiste, ma i processi a Berlusconi per reati comuni vengono sempre chiamati così) e moniti per una “soluzione condivisa tra governo e opposizione” che contemperi le sacrosante esigenze del premier con la Privacy, l’Indipendenza della Magistratura, la Libertà di Stampa. Il Riformatorio esce con una dozzina di editoriali dal titolo “Moral suasion”, che nessuno legge e nessuno capisce, ma fanno fine e non impegnano. A questo punto salta su un pontiere di centrosinistra per avviare un bel negoziato bipartisan con Gianni Letta, che è berlusconiano ma è tanto buono, e poi - come diceva Saviane - somiglia tanto a sua sorella.

Una volta è Boato, un’altra Maccanico, stavolta c’è l’imbarazzo della scelta. Berlusconi strepita: “Non tratto coi comunisti assassini lordi di sangue, voglio l’impiccagione dei giudici e il loro scioglimento nell’acido”. Però Letta comunica allo sherpa che lui esagera, ma si accontenta di molto meno: abrogare i suoi processi, una cosina da niente, povera creatura indifesa. Lo sherpa ulivista annuncia giulivo: “Abbiamo vinto, i giudici non saranno impiccati né sciolti nell’acido. Se si consegnano con le mani alzate a Villa Certosa, avranno salva la vita”. E partorisce una “bozza” (o “lodo”) che abolisce i processi a Berlusconi. “Tutto è bene quel che finisce bene”, titola Pigi Battista sul Corriere, mentre Ostellino, Panebianco e Galli della Loggia criticano l’eccessiva cedevolezza del Pdl al partito giustizialista. Il Cavaliere incassa complimenti trasversali per la moderazione dimostrata. I giudici dichiarano il non doversi procedere per intervenuta abrogazione dei processi. Lui dirama un video-monologo a reti unificate: “La mia ennesima assoluzione dimostra che ero innocente anche stavolta, ma le toghe rosse complottavano contro di me senza prove. Voglio le scuse e la medaglia d’oro”. Dall’altra sponda, autoapplausi compiaciuti: “Abbiamo fato bene a dialogare: il problema esisteva”.

Pacificazione (The Economist, 12 giugno 2008) - traduzione di Italiadall'estero.info

Necessità e urgenza di Marco Travaglio (l'Unità, 12 giugno 2008)

Blackout giustizia Intervista di Peter Gomez a Bruno Tinti (l'Espresso, 12 giugno 2008)

Intercettazioni: caro Napolitano non firmi di Oreste Flamminii Minuto (l'Unità, 13 giugno 2008)

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In Italia di lavoro si muore. In Svezia no
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Foto di cycle60 da flickr.comSull'intercettazione tra Silvio Berlusconi e Agostino Saccà, scaricabile dal sito de L'Espresso, sono stati scritti fiumi di parole. Riascoltandola colpiscono però due particolari. Il primo: Berlusconi dà del tu a Saccà che risponde usando sempre il lei. Il secondo: Berlusconi definisce il consigliere di amministrazione Rai, in quota Lega, Giovanna Bianchi Clerici «la soldatessa di Bossi». Non credo che sia un caso: solo nell'esercito, infatti, i superiori si rivolgono col tu ai sottoposti, i quali rispondono con il lei. Per questo è sbagliato definire ciò che resta del centro-destra la Casa delle Libertà. Quella non è una casa, è una caserma.

Intendiamoci, non che dall'altra parte, le cose vadano molto meglio. Nel 2005, quando si è trattato di nominare il nuovo consiglio di amministrazione della Rai, i partiti del centrosinistra, al pari di quelli del centrodestra, non hanno esitato a violare la legge Gasparri appena approvata. Il quarto comma dell'articolo 20 della nuova, orribile, normativa, infatti recita: «Possono essere nominati membri del cda Rai [...] persone  di riconosciuto prestigio, competenza professionale e di notoria indipendenza di comportamenti...». Il risultato è stato che l'Ulivo ha messo ai vertici della tv di Stato Giancarlo Rognoni, deputato Ds, Nino Rizzo Nervo, già direttore di Europa, il quotidiano della Margherita, Sandro Curzi, ex direttore di Liberazione, il giornale di Rifondazione Comunista, mentre presidente è stato scelto Claudio Petruccioli, parlamentare della quercia.
 
A prescindere dalle qualità delle persone, si tratta di uno spettacolo mai visto nemmeno negli anni più bui della Prima Repubblica. Prendersela con Saccà e Berlusconi, dunque, va bene, ma per favore non chiudiamo gli occhi.

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Foto di swardraws da flickr.comUliwood party
da l'Unità del 14 dicembre 2007

Il cosiddetto ministro della Giustizia Mastella ha subito capito qual è il problema: non Berlusconi che si compra i senatori un tanto al chilo, ma i magistrati che l’hanno scoperto e i giornalisti che l’hanno scritto. Diagnosticata la malattia, ecco la cura: «Ho presentato un ddl sulle intercettazioni che ha raccolto ampi consensi alla Camera, ma è fermo al Senato. Se si sblocca, si risolve il problema. Che esiste. Ma non solo quando tocca qualcuno. Se tocca me, nessuno interviene».

Mastella - parlando a margine della presentazione del calendario dell’Associazione per i disturbi alimentari e l’obesità - è coerente. L’altro giorno gli hanno arrestato il 50% della delegazione Udeur al governo: il sottosegretario Verzaschi (l’altro 50% è Mastella). Ora, se i pm non possono più intercettare, i reati non si scoprono più e per l’Udeur è un bel vantaggio. Ma basterebbe pure - come da legge Mastella - impedire ai giornali di scrivere e ai cittadini di sapere.

Così pure Bellachioma può comprarsi i senatori che gli occorrono senza che la cosa si sappia in giro, disturbando fra l’altro il dialogo sulle riforme. Il sen. avv. Guido Calvi, in una memorabile intervista al Corriere, non dice una parola sul capo dell’opposizione che compra senatori di maggioranza. Parole di fuoco, in compenso, per pm e giornalisti: «Ho sempre paura che qualche magistrato, come dire? possa deviare nell’esercizio delle sue funzioni», nel qual caso «il controllo del Csm deve diventare estremamente rigoroso». Poi, si capisce, una bella legge destra-sinistra per silenziare i giornali «prima dell’uso processuale delle intercettazioni», e «punizioni severe a chi sgarra». Tolleranza zero per stampa e toghe. Per Berlusconi no, anzi il dialogo deve proseguire indisturbato: «Credo e spero che questa vicenda giudiziaria resti separata dalla politica». Uno tenta di comprarsi i senatori dell’Unione e l’Unione che fa? «Separa la vicenda giudiziaria dalla politica». Come se la compravendita non fosse avvenuta al Senato, ma al mercato del pesce. Basta parlar d’altro.

È quel che fa Paolo Guzzanti sul Giornale della ditta: che il suo capo compri senatori, dopo aver strillato per 13 anni al «ribaltone», non gli fa né caldo né freddo. Lui preferisce ricordare «quando passeggiavamo con Saccà per chilometri avanti e indietro sulla terrazza del Psi parlando di politica». Che tenero. Anche Littorio Feltri, solitamente così vispo, non ha ben capito qual è la notizia: anziché del Capo che compra senatori, lui parla delle quattro «attrici» raccomandate da Silvio a Saccà. Confessa di essere pure lui un raccomandatore, poi domanda: «Chi non ha raccomandato qualcuno? È un reato?».

Questi signori sono così spudorati da pensare che facciano tutti come loro. Pure Tweed Berty, secondo l’amico Curzi, «è arrabbiato e seriamente preoccupato». Ma non col Cavaliere, anzi: «Berlusconi è un animale politico e sulle riforme è un interlocutore indispensabile». Ce l’ha con la Procura di Napoli che calpesta le «prerogative dei parlamentari sancite dalla Costituzione». Cioè vuol sapere se i pm di Napoli sono impazziti e hanno intercettato Berlusconi. Naturalmente non è così: intercettato era Saccà, non Berlusconi, il quale astutamente usava un cellulare della scorta (perfettamente intercettabile). E poi il Parlamento ha appena massacrato Forleo perché aveva chiesto alle Camere il permesso per usare intercettazioni indirette di parlamentari per indagarli, mentre - han sostenuto destra e sinistra - per indagare D’Alema e Latorre non occorreva alcuna autorizzazione.

Oggi, per Berlusconi (come per Mastella a Catanzaro), han di nuovo cambiato idea: occorre l’ok anche per acquisire tabulati e telefonate. Poi c’è il cosiddetto Garante della Privacy che, come sempre quando c’è di mezzo un Vip, annuncia in tempo reale l’apertura di una pratica: non a tutela del sen. Randazzo, a cui hanno addirittura spiato i conti correnti per stimare il suo eventuale prezzo; ma a tutela di Berlusconi. Il dito indica la luna e tutti guardano il dito.

Fortuna che, a entrare nel merito dei fatti, c’è il Cavaliere. Che, senz’accorgersene, confessa: «Non ho corrotto nessuno, ho solo promesso». purtroppo per il Codice penale la corruzione scatta quando uno «dà o promette denaro» all’incaricato di pubblico servizio. Ma i suoi onorevoli avvocati, con quel che gli costano, non gli hanno spiegato niente?


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