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da Il Fatto Quotidiano, 25 novembre 2010

Noi l’avevamo detto in tempi non sospetti: lo stiamo perdendo. Troppo gracili le spalle implumi di James Bondi per sopportare, da sole, il peso schiacciante del Cainano. Se a ciò aggiungiamo due o tre famiglie da sistemare, per citare solo le sue e non parlare di quelle del capo, che sono legione, dimenticando pure la Casa dei Gladiatori comunisti che decide proditoriamente di franargli in testa proprio adesso, il quadro è (quasi) completo.
Immaginiamo la scena. È una torrida giornata di fine agosto e lui, il Pallore Gonfiato, boccheggia esausto nel suo ufficetto interno alla villa di Arcore con vista sul mausoleo e sulle scuderie di Mangano senza cavalli. Suda copiosamente, al solo pensiero della fatica che ha fatto a sistemare l’ex marito e il figlio della fidanzata, Manuela Repetti da Novi Ligure, che lo segue come un’ombra in ogni dove e non si contenta mai. Per l’ex marito Fabrizio Indaco s’è inventato una consulenza al ministero da 25 mila euro l’anno, nel misterioso ma affascinante ramo “Teatro e moda” (come dire “Trigonometria e turaccioli” o “Filosofia e branzini”). Per il pargolo acquisito, laureando in Architettura, ha racimolato un posto al Centro sperimentale di cinematografia con distacco alla Direzione generale cinema. Restava il restauro del teatrino di Novi Ligure, difficile da finanziare visti i tagli feroci ai bilanci: ma alla fine 2 milioncini saltano fuori anche per quello.

Il ministro della Cultura a sua insaputa si congratula con se stesso e sta quasi per emettere il primo respiro dopo mesi di apnea, quand’ecco materializzarsi una nuova emergenza: Dragomira Bonev detta Michelle, una virago bulgara alta un metro e ottanta. L’amico Silvio, noto talent scout (ha scoperto persino Ruby Rubacuori), le ha promesso il Leone d’oro al Festival di Venezia e lei, produttrice dell’imperdibile film Goodbye Mama in simbiosi con Raicinema (e con chi se no?), ci ha creduto. Del resto nel 2003 lui le promise il ruolo di opinionista al Dopofestival di Sanremo e, fra lo stupore generale, lei l’ottenne. Idem per il libro pubblicato da Mondadori (opera prima e, si spera, unica) e per la fiction La bambina dalle mani sporche. Ora però l’affare s’ingrossa. Quando James chiama il direttore generale Borrelli per il nuovo editto bulgaro, questi se lo fa ripetere due o tre volte. Mission impossible. Escluso a priori che la giuria presieduta da Quentin Tarantino possa premiare Dragomira, non sapendo proprio chi sia, si tenta con il “lei non sa chi è lei”: “La ragazza è molto cara al premier bulgaro”, antipasto di “la ragazza è la nipote di Mubarak”. Ma non attacca. Allora si passa al piano B: inventare un premio inesistente, come le patacche napoletane. Un incaricato, distolto magari dalle crepe di Pompei, si fionda in una bottega romana di coppe e medaglie e, raccomandando il più assoluto riserbo, commissiona in tutta fretta la targa farlocca con logo dell’Ue (ovviamente ignara di tutto) e del ministero dei Beni culturali.  Epigrafe altisonante, una supercazzola improvvisata lì su due piedi: “Premio speciale della Biennale nel 60° anniversario della Convenzione europea sui diritti umani” ecc. Resta da allestire la finta premiazione, dinanzi a un folto e finto pubblico e alla finta stampa con finti flash e finte telecamere.

Roba da “Totòtruffa”. Un gioco da ragazzi, anche perché a far numero viene paracadutato un cargo di ministri (Galan e Carfagna) ed europarlamentari last minute. Per il resto comparse, tra cui 32 bulgari Doc aviotrasportati e alloggiati al Cipriani. La Bonev è soddisfatta: crede davvero di aver vinto a Venezia, l’amico Silvio si congratula al telefono. Tutto è bene quel che finisce bene. Almeno fino a ieri, quando il governo di Sofia smentisce ogni coinvolgimento e assicura che ha fatto tutto Bondi. Anche i bulgari hanno una dignità e non vogliono aver nulla a che spartire con l’Italia. Si sfiora la crisi diplomatica con uno dei pochissimi paesi che ancora mancavano alla collezione. E lui, Dragomiro Bondev, solo ed esausto, a spalare. Altro che sfiducia: il premio “Diritti umani” dovrebbero darlo a lui. 
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Dalla Rassegna stampa a cura di Ines Tabusso:
Bondi querela Il Fatto Quotidiano e Il Corriere della Sera (Apcom, 25 novembre 2010)
Le soprese del Fondo Unico per lo Spettacolo - Il ministro, i parenti e la banda di Novi (Il Secolo XIX)

Bondi e l’attrice del Caimano: “Deve vincere il Leone d’oro" - di Malcolm Pagani da www.ilfattoquotidiano.it

Onore e pregiudizio - Annozero in onda giovedì 25 novembre, ore 21, Rai2 - Ospiti in studio: Massimo Ciancimino, il direttore del Tg di La7 Enrico Mentana, il vicedirettore di Libero Franco Bechis, l’editorialista del Corriere della Sera Pierluigi Battista e l’inviato dell’Espresso Lirio Abbate. In collegamento da Milano Salvatore Borsellino, fratello del giudice ucciso in via D’Amelio.



 


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da Il Fatto Quotidiano, 5 agosto 2010


Vogliono portarci via Bondi, James Bondi. L’omino di burro che si scioglieva al cospetto del Capo ora appare duro, ritto e gelido come un pezzo di ghiaccio. Il pallore gonfiato che arrossiva come pudica verginella in fiore al solo sfiorare il suo Sire ora appare sgonfio eppure tronfio. Il vate stilnovista che poetava in rime baciate sciogliendo endecasillabi “A Silvio” e financo odi a Cicchitto, peana a Elio Vito ed elegie a Giuliano Ferrara, è passato decisamente alla prosa e verga violente invettive contro i giornali a suo dire troppo morbidi verso il traditore Fini, dettando addirittura i temi e i titoli che la stampa dovrebbe dedicare al fedifrago.

Emerge insomma l’inquietante e insospettato lato B dell’efebico pacioccone che abbiamo imparato a conoscere e ad amare in questi anni. Il servo felice che scattava all’impiedi e sull’attenti appena il ducetto irrompeva nelle riunioni forziste ed esalava con un fil di voce “Scusi, presidente, se parlo in sua presenza”, che entrava in coma appena il padrone si buscava un raffreddore, che faceva lo sciopero della fame non appena il centrosinistra minacciava (ovviamente per finta) una legge sul conflitto d’interessi facendo scudo col suo corpo a quanto B. ha di più caro (i soldi) perché “nei momenti di più aspra contrapposizione fra la sinistra e Berlusconi io devo mettere il mio corpo in mezzo” e “lui mi dà del tu ma io del lei, però dentro il mio cuore il lei si trasforma in tu”, ha messo su una ferocia padronale che sgomenta.

È la sindrome di Cane di paglia, che attizza il quieto e pacioso borghesuccio Dustin Hoffman e lo trasforma in una terrificante canaglia assetata di sangue. O quella descritta dal film di John Landis, Un lupo mannaro americano a Londra, dove un tranquillo giovanotto morso da un lupo in Scozia diventa a poco a poco un licantropo. Ecco: l’altra sera James Bondi ha visitato il suo spirito guida nel castello di Tor Crescenza e, in quella torrida notte di plenilunio, ha dato i primi segni dell’agghiacciante metamorfosi: i dentini da latte diventavano zanne puntute e sanguinolente, le unghiette rosee si mutavano in artigli, il capino implume e le tettine candide e turgide già descritte – secondo i maligni – da una scrittrice dilettante barese si rivestivano, come pure il corpo glabro, di una moquette di inequivocabile peluria di setole scure. Più che un uomo, un pennello Cinghiale. Dell’orrenda trasformazione aveva colto i primi sintomi la moglie numero uno, Maria Gabriella Podestà, una decina di anni fa, quando sostiene che l’allora marito non solo la tradisse sotto i suoi occhi (e non solo con Silvio), ma addirittura la prendesse a ceffoni e, quel che è peggio, la trascinò dalle verdi colline della Lunigiana “in un orrendo appartamento ad Arcore”, a due passi dalla reggia dell’Amato.

Ora la sua lettera a Ferruccio de Bortoli, in cui Bondi denuncia il presunto strabismo del Pompiere della Sera nel denunciare gli scandali del centrodestra (ma quando mai) e gli intima di linciare Fini come fanno Libero e il Giornale, minacciando in caso contrario di “additare il caso ai lettori del Suo quotidiano come davvero scandaloso”, fa male a lui e a tutti noi, suoi devoti fans. E il suo attacco a La Stampa che sul caso Fini si ostina a “mantenere un encomiabile riserbo” fa temere che il Bondi Ogm confonda il ministero della Cultura con quello mussoliniano della Cultura popolare (detto anche Minculpop).
Timore confermato dalla sua assenza ai funerali di Suso Cecchi D’Amico, donna simbolo di oltre mezzo secolo di cinema italiano. Non sappiamo se la metamorfosi bondiana sia o meno reversibile, ma pretendiamo che gli vengano affiancati i migliori specialisti del ramo licantropia affinché si dedichino allo studio del suo pietoso caso, senza badare a spese, anche a carico dello Stato, e ci restituiscano al più presto il James di prima. Fresco come una rosellina di maggio, ben paffuto e soprattutto rasato. L’abbiamo già detto e lo ripetiamo: passerotto, non andare via
(Vignetta di Fifo)


La lettera di Sandro Bondi al Corriere della Sera




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bertolotti de pirro

da Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2010

Si spera che nessuno voglia sottovalutare il drammatico allarme lanciato da Sandro Bondi dalle colonne di Repubblica. Il Pallore Gonfiato, eccezionalmente in prosa e non in endecasillabi sciolti, lacrima come una vite tagliata sulla vita grama dell’amato: “Sì – ammette singhiozzando – è difficile negare la solitudine politica del presidente del Consiglio”. Solitudine che la cantatrice calva non attribuisce, ci mancherebbe, a un calo di consensi, a qualche errore, a una “debolezza politica” (Egli anzi è sempre più amato, infallibile e vigoroso), bensì alla sua “profonda estraneità alla cultura dominante”. Diciamo pure alla cultura, punto.

In verità l’immagine del premier circondato da ballerine di lap dance nella recente visita di Stato in Brasile non somiglia molto al mesto ritratto che ne fa il ministro-poeta. Ma, se lui giura che il boss è solo, dobbiamo credere a lui. Il vate di Fivizzano non può dirlo, ma alla solitudine del Capo, più che i divorzi da Veronica e Fini, deve aver contribuito il venir meno dei suoi angeli custodi: prima Previti, falciato nel fiore degli anni da due condanne per corruzione giudiziaria; poi Brancher, prematuramente mancato all’affetto dei suoi cari per aver tentato di imitare l’Inimitabile – ah, la hybris! – profittando del legittimo impedimento in un processo (le leggi ad personam valgono solo per quella Personam lì, cribbio); e prossimamente, forse, pure Dell’Utri che già si porta avanti col lavoro, rammentando l’eroismo di Mangano per far capire che lui, in galera, potrebbe non garantire la stessa tenuta stagna.

Pare che persino Mastella, appena riapprodato a destra dopo varie tournée al centro e a sinistra, sia passato alla fronda. Corre addirittura voce che il fu Re Mida ora Re Merda porti jella: non bastando l’ennesimo rovescio della Nazionale azzurra sotto un suo governo, l’altro giorno ha fulminato anche il Brasile, che l’aveva incautamente invitato proprio in coincidenza coi quarti di finale. “L’Italia – osserva affranto James Bondi – è l’unico Paese in cui agisce e prospera una nomenclatura politica, istituzionale e culturale simile a quella di certi regimi comunisti nella loro fase di declino” (quelli del 1990-91, quando lui non a caso era sindaco comunista del suo paese). Sgomento al cospetto del “corto circuito della verità” e di quanti “utilizzano l’informazione come una clava contro gli avversari politici”, il nostro è un uomo distrutto. Ma pronto a tutto: se qualche anno fa, dinanzi alla minaccia di una legge sul conflitto d’interessi (peraltro finta, provenendo dal centrosinistra), iniziò lo sciopero della fame e si disse disposto a lasciarsi morire nel caso in cui l’amato fosse toccato negli affetti più cari (i soldi), oggi porge il petto alle mitragliatrici dei traditori per fargli da scudo umano contro il “mondo vecchio, conservatore, venato da grossolane ipocrisie che purtroppo alligna anche nel Pdl”.

Mentre i topi abbandonano alla chetichella la nave e persino le escort e le badanti si dileguano, James si propone come la versione moderna di Eva Braun nel bunker berlinese e di Claretta Petacci a Giulino di Mezzegra. Rimasto solo con l’oggetto del suo desiderio, affaticato dall’emergenza caldo, spossato dai viaggi in treno con cui percorre in lungo e in largo l’Italia per coordinare un partito che non c’è, deve fare tutto lui: devastare la cultura, rovinare il cinema, sventrare gli enti lirici, rincuorare Cosentino (resti sottosegretario per scongiurare “la vittoria del comunismo”). Ora gli tocca pure colmare col suo consunto corpicino l’incolmabile solitudine del premier. La struggente elegia si chiude con un’agghiacciante minaccia: quella di “una nuova rivoluzione berlusconiana”, dalle conseguenze incalcolabili. Non sappiamo ancora che cos’ha in mente, ma lui sì. Non resta che sperare che il Cavaliere respinga cortesemente le profferte bondiane: che insomma, dinanzi alla terrificante prospettiva di chiudere i suoi giorni su questa terra fra le braccia di un simile damo di compagnia, opti per il harakiri, o per l’aspide, o per la cicuta. Non appena gli avranno spiegato che roba sono.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Sciopero sì, sciopero no - Il sondaggio di ilfattoquotidiano.it sullo sciopero generale dell'informazione del 9 luglio indetto dalla FNSI.

Mercoledì 7 luglio, Fusignano (RA), ore 21 - Nell'ambito di "Il Grido della farfalla", secondo meeting dell'informazione liberaPeter Gomez e Marco Travaglio partecipano all'incontro "Buona editoria o giornale farabutto? Lo strano caso de Il Fatto Quotidiano". Interviene Antonio Padellaro. c/o Parco Primieri, via Fratelli Fraccani.
 
ad  personamMarco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere)
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.
Mercoledì 7 luglio, ore 18,
Lugo di Ravenna (RA)
c/o Centro sociale "Il Tondo", Via Lumagni 30
Giovedì 8 luglio, ore 18
Montegranaro (FM)
C/o cineteatro La perla, via Conventati 6
Giovedì 8 luglio, ore 21
Monte San Vito (AN)
Nell'ambito del Viva Voce Festival 2010, c/o parco Gianni Rodari, Borghetto (frazione di Monte san Vito)
 


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Da Vanity Fair, 12 maggio 2010

L’ex comunista Sandro Bondi – attuale ministro della Cultura - non va a Cannes perché dice che pur non avendolo visto sa che il film di Sabina Guzzanti sul post terremoto a L’Aquila “offende l’Italia”. Non è l’ex ministro Scajola che incassa assegni e fa il finto tonto a offendere l’Italia. Né il costruttore Diego Anemone, che traffica in massaggi e appalti, neppure il gentiluomo vaticano Angelo Balducci, esperto di lavori pubblici e di voci bianche da lavorarsi in proprio, meno che mai l’amato Cavaliere che passa le sue serate con Putin, Gheddafi e qualche dozzina di escort camuffate da donne innamorabili. A umiliare il buon nome della Nazione è un film-inchiesta sul sangue, la polvere e il denaro inghiottiti da un terremoto che a distanza di un anno lascia ancora scoperchiati i cuori di migliaia di famiglie imprigionate nell’attesa.

Bello o brutto che sia, quello della Guzzanti è almeno un film sul mondo vero, sul qui e ora in Italia. Uno sguardo adulto sul nero che ci assedia. Non la solita commedia, per una volta. L’insulsa commediola italica, vista in infinite versioni anche quest’anno, epopea del soleggiato paesello natio, avventure di genitori eterni adolescenti con figli buoni ma non scemi, l’amante bella ma alla fine sconfitta, l’agnizione omosessuale di lui, un paio di scopate per fare incasso, argute  panoramiche sul potere della tv e sulla profondità dell’ombelico.

Mai nulla (o quasi) nel cinema italiano che racconti la guerra, il petrolio, le banche, un carcere, una fabbrica, la violenza. O l’acqua sporca che sgocciola dalla politica, giorno per giorno, che quella sì, ci offende. 






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fifo

da Il Fatto Quotidiano, 11 maggio 2010

Siccome ultimamente lo vediamo un po’ giù e temiamo, dopo Scajola e Bertolaso, di perdere anche lui, esprimiamo al ministro James Bondi, vilmente colpito nella sua onorabilità dalle solite intercettazioni comuniste, i sensi della nostra più tenera solidarietà. E non crediamo a una parola di quanto pubblicato da certa stampa, che lo accusa di aver affidato i restauri degli Uffizi all’ingegnere siciliano Riccardo Miccichè, socio della Modus Atelier specializzata in “attività di parrucchiere per uomo, donna e bambino” e fratello del direttore tecnico di una società in odor di mafia.
 
Per tre motivi. Primo: basta guardare il suo capino implume per escludere qualsiasi collusione con coiffeur o sciampiste. Secondo: notoriamente James Bondi non è mai salito su un aereo, dunque non è mai stato in Sicilia in vita sua (è sempre in attesa del Ponte). Terzo: il Pallore Gonfiato, per gl’incarichi al ministero dei Beni culturali, si attiene a criteri rigorosamente meritocratici. Infatti ha messo a guidare i musei italiani Mario Resca, già direttore dei fast food McDonald’s, e a dirigere il Padiglione Italia della Biennale di Venezia il professor Vittorio Sgarbi, già condannato per truffa al ministero dei Beni culturali, quindi un esperto. Se ora, agli Uffizi, arriva un manager di parrucchieri, non può essere colpa sua.

Ci pare di immaginare la scena: il ministro stava poetando nel suo ufficio, sciogliendo odi in endecasillabi sciolti “A Cicchitto” e inni in rime baciate a “A Silvio” e intanto, profittando della sua distrazione, i soliti furbastri della cricca hanno infilato il nome del coiffeur siculo a sua insaputa. Del resto, se Scajola può sostenere che Anemone gli ha pagato la casa senza dirgli niente, si può sostenere di tutto. E noi crediamo ciecamente al suo dolente comunicato in dolce stilnovo contro chi “ha lordato la mia onestà, ma avrò tempo per medicare le ferite”. È un momentaccio, questo sì, per la cantatrice calva del Cavaliere. Il destino cinico e baro o forse un’oscura congiura si sta accanendo contro di lui.
Già il ministro era apparso insolitamente nervoso nel Porta a Porta post-elettorale, quando s’era addirittura alzato in piedi accennando ad arrotolare le maniche della giacca e urlando “adesso gli do uno schiaffo!” all’indirizzo del mite dipietrista Donadi. Forse non aveva gradito la battuta del padrone ingrato che, incontrando il presidente turkmeno, gli aveva proposto un cambio-merce alla pari: “Noi vi diamo il nostro ministro dei Beni culturali e voi ci date la vostra ministra”. Poi gli è piovuta sul capino la rivolta degli enti lirici, poi quella dei cineasti, poi la multa per porto abusivo di cane sul Frecciarossa, poi le ironie dell’Espresso sul suo ménage con la nuova fiamma Manuela Repetti (“Bondi & Clyde”), poi le pene d’amore per il doppio divorzio dell’amato da Veronica e da Fini, poi il film della Guzzanti che l’ha indotto a disertare Cannes (non potendola raggiungere in aereo, si era già messo in viaggio con una settimana d’anticipo) con relative ironie del rappresentante francese Lang sullo “strano concetto di libertà del Popolo della Libertà”.
 
Ora ci si mette pure il Colosseo che, non contento di rovinare la vista dal mezzanino di Scajola, comincia a perdere i pezzi proprio adesso. Una grandinata di guai che fiaccherebbe Rambo: figurarsi l’omino di burro di Fivizzano, così tremebondo e vaporoso, con quel faccino tutto pallori e rossori che ricorda i sederini dei bimbi negli spot del borotalco e della pasta Fissan. Lui reagisce come può. Verga lagrimosi comunicati contro le giornaliste dell’Espresso incapaci di vedere quanto “di bello e di puro” c’è nella sua love story, “la dolcezza di Manuela e la bellezza del nostro rapporto familiare”. Freme di sdegno contro chi osa ospitare “una pellicola di propaganda che offende la verità e l’intero popolo italiano”. E che doveva fare, Tremebondi: sedersi in prima fila a godersi Draquila? L’avrebbero portato via con l’ambulanza dopo i titoli di testa. Non sia mai. Ci serve vivo e vegeto al ministero. Passerotto, non andare via.
(Striscia di Fifo)

Segnalazioni

Colossei, fidanzate e restauratori, di Ellekappa - Dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso.

AD PERSONAMMarco Travaglio presenta "Ad Personam" (edizioni Chiarelettere).
Ingresso libero fino ad esaurimento posti.

Castelfranco Veneto (TV), 12 maggio, ore 21
C/o hotel Fior, Sala convegni, via dei Carpani 18
Ingresso con offerta personale per contribuire alla realizzazione dello scopo statutario della Fondazione Berro
Foggia, 14 maggio, ore 17.30
C/o piazza del Lago


Commento del giorno
di Rosanna - lasciato il 10/5/2010 alle 13:59 nel post Tutti insieme appassionatamente mafiosi
Vorrei fare una protesta ufficiale perchè non voglio più che questi rappresentanti del governo asseriscano che il loro modo di ragionare e prendere posizione è in nome e per conto di tutti gli italiani (come ultimo vedi per il film di Sabina Guzzanti). Io mi dissocio!!!!!!

 


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Annozero live: commenta in diretta la puntata di stasera e l'intervento di Travaglio
(in studio anche Peter Gomez)


Vignetta di Natangelo

Lo spettacolo degli arcoriani di militaresca osservanza che ogni sera faticano in tv è molto più nelle facce che nelle parole: le chiacchiere transitano, ma le facce restano. Quelle memorabili (tipo La Russa, Scajola, Alfano, Carfagna, Capezzone, Belpietro) sono le facce comandate, le facce addestrate a mettersi sull’attenti, a agire in pubblico per il bene privato del Cavaliere padrone dell’aria che respirano. Pronte a scuotersi in un no perpetuo quando dissentono. A vibrare di indignazione. A roteare con gli occhi. A flettere con le mandibole. A accendersi, spegnersi, sfiorire, mai dormire.

C’è la faccia bruegeliana di Alessandro Sallusti, il vice Feltri, che si carica di energia elettrica e manda bagliori di ostilità ai nemici. C’è il pallore di Ghedini che è luce di luna piena e di notti in bianco e di Codici talmente smontati in migliaia di viti e molle e bulloni che poi gli è impossibile rimontarli, poverino, ritrovandosi tutti i triangoli che sono diventati quadrati e viceversa..
C’è la faccia angelicata di Sandro Bondi. Un capolavoro del XIII secolo che trasfigura quando parla dell’amor suo perpetuo. Si illumina. Mentre riverberi d’avvento gli sbiancano le gote, gli occhi si assottigliano a fessure, un dolce sorriso trapela e l’animo gli diventa soffice come pan di spagna imbevuto di riconoscenza. Ma basta un poco di ostilità al suo beneamato drago, quando nell’aria cascano certi sostantivi come mafia, corruzione, processi, a scombussolargliela quella bella faccia levigata, a inasprirgliela come irrorata di limone o aceto.

Poi c’è quella di Bruno Vespa, la faccia/labirinto. Con i suoi solchi che convergono al Centro, si piegano in piccoli sorrisi che poi sgocciolano dietro le braccia conserte e lì spariscono. Andrebbe fatto il plastico di quella faccia con le doppie scale a risalire le guance, gli occhi sul pianerottolo, i fiori appassiti sul davanzale e l’orma del cadavere dell’informazione al centro della scena, tra il naso e l’immaginazione. Cadavere già rimosso, anzi prescritto.
(Vignetta di Natangelo)

Commento del giorno
 di Caramia delle caramie - utente certificato - lasciato il 3/12/2009 alle 2:25
Il compagno Gianfranco Fini
..i fini non giustificano i nani




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Vignetta di BandanasTra tutte le reazioni alle (presunte) rivelazioni di Paolo Guzzanti sull'esatto contenuto delle intercettazioni a sfondo sessuale riguardanti Silvio Berlusconi e le sue amiche, distrutte a inizio anno dalla magistratura, le più singolari sono quelle dell'onorevole avvocato Niccolò Ghedini.

Come è noto, mercoledì 5 agosto, il senatore Guzzanti ha - di fatto - avanzato di nuovo l'ipotesi che nel governo vi siano donne nominate ministro solo perché andavano a letto con il premier. E, dopo aver aggiunto altri particolari boccacceschi sulle chiacchierate registrate durante l'indagine napoletana sul caso Saccà, ha detto che le intercettazioni sono in mano a un celebre direttore di giornale. Tanto che le trascrizioni sarebbero state mostrate dal direttore in questione ad almeno tre parlamentari del Pdl.

Bene, di fronte a tutto questo, Ghedini che fa? Cita in giudizio Guzzanti? Lo sfida a duello per lavare col sangue l'onore del suo principale Berlusconi? Smentisce che incisioni del genere possano essere mai esistite? No. Ghedini sorride e dice: «Questa è una vicenda che non merita nessuna attenzione né alcun commento». Poi ricorda che «quei nastri, custoditi a Roma e distrutti per ordine della magistratura, non sono mai stati ascoltati né trascritti. Visto che gli stessi giudici di Napoli li considerarono irrilevanti. Non si capisce dunque come Guzzanti o altri possano averli ascoltati».

Le parole di Ghedini vanno analizzate con cura. Dimostrano, come di fronte alla valanga di fango (totalmente auto-prodotto) che sta investendo il presidente del Consiglio, persino i suoi collaboratori più fidati non sappiano più che pesci pigliare.

Vediamo perché: 1) La mancata trascrizione ufficiale dei nastri non è di per sé una garanzia di segretezza. Anche la celebre intercettazione tra Fassino e Consorte ("Allora siamo padroni di una banca") non era stata né trascritta né depositata, eppure fu egualmente pubblicata proprio da "Il Giornale" della famiglia Berlusconi. 2) Porre l'accento sul fatto che le intercettazioni di cui parla Guzzanti siano state distrutte perché considerate irrilevanti dalla magistratura è senza senso. Se davvero il premier avesse avuto una relazione con una donna poi nominata ministro, questo non è un reato, ma un episodio politicamente rilevante. Tanto rilevante da mettere in forse la durata dell'esecutivo. 3) Perché i magistrati possano aver ritenuto le conversazioni non importanti per la loro inchiesta devono per forza averle prima ascoltate, così come hanno fatto almeno una mezza dozzina di investigatori.

Ghedini, insomma, come gli accade sempre più spesso da quando la cronaca della vita del governo Berlusconi si è trasformata nella sceneggiatura di un film con Alvaro Vitali, straparla (vi ricordate la definizione "utilizzatore finale"?). E con lui lo fanno più o meno tutti i pretoriani del Cavaliere. Non per niente, il ministro dei Beni culturali, Sandro Bondi, per difendere il capo dall'attacco del suo ex compagno di partito, è arrivato a dire: «Nella vita come in politica lo stile è tutto. Purtroppo Guzzanti lo ha smarrito completamente». Una frase, che visti i tempi e le abitudini del premier, anche Bondi deve per forza essersi pentito di aver pronunciato.

L'esecutivo, insomma, è in stato confusionale. A farlo sbandare non servono più le notizie (come quelle pubblicate sul caso D'Addario). Bastano invece i pettegolezzi. Perché, è bene ricordarlo, quello che si racconta sulle intercettazioni distrutte - in assenza di prove, trascrizioni, o testimonianze dirette - resta un pettegolezzo. Ma, forse, è proprio per questo che un Paolo Guzzanti testimone in un aula di tribunale, magari in una causa per diffamazione, non sembra volerlo nessuno.
(Vignetta di Bandanas)


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