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Signornò, da L'Espresso in edicola


“Squadristi”(Fassino). ”Prevaricatori”(Bersani). “Degenerazione della lotta politica” (Violante). ”Gazzarra intimidatoria” (Napolitano). Così si è detto dei contestatori di Renato Schifani, astutamente invitato alla festa del Pd a Torino malgrado le imbarazzanti amicizie siciliane. Schifani, dal palco, li ha tacciati di “antidemocrazia” perchè “volete impedire a due personalità politiche di parlare”. Parlava di se stesso e di Fassino che gli faceva da spalla.
Deve trattarsi dello stesso Schifani che, da capogruppo forzista al Senato, esultava a ogni contestazione subita dall’allora premier Romano Prodi e (a differenza di quella spontanea di Torino) puntualmente organizzata da Forza Italia.

Come quella al Motor Show di Bologna: “Quei fischi -gongolò Schifani- sono l’ennesimo segnale della protesta di tutto il Paese contro la Finanziaria. Sorprende che Prodi si sorprenda. Vada tra la gente comune: si renderà conto che le contestazioni a Bologna sono ben poca cosa” (10-12-06). Fischi a Mastella? “Un fatto interno all'irreversibile decomposizione del governo” (10-3-07). Fischi a Berlusconi? “Contestazione incivile e preconfezionata”, mentre “Prodi è spontaneamente contestato ovunque vada” (8-6-07). E quando Veltroni si candidò alla guida del Pd, Schifani ne denunciò “il tentativo spregiudicato e disperato di dissociarsi dal governo Prodi, in caduta libera di consensi e largamente contestato dagli italiani”(22-6-07).

Oggi, col metro dello Schifani di allora, qualcuno potrebbe leggere i fischi di Torino come l’ennesimo segnale di protesta di tutto il Paese contro Schifani o un fatto interno all’irreversibile decomposizione di Schifani in caduta libera e largamente contestato dagli italiani. Invece, nel Paese dell’Amnesia, è un attentato alla democrazia. Travestito da padre della patria, Schifani è riuscito a far dimenticare i suoi volgari attacchi ai senatori a vita come Scalfaro e Montalcini, colpevoli di votare la fiducia a Prodi, e la riforma costituzionale da lui proposta nel 2006 per togliere loro non la parola, ma il diritto di voto.
Violante parlò di “proposta intimidatoria”, anche perchè Schifani l’aveva accusato di “seguire le tecniche staliniste” (12-12-01) e “aiutare la mafia” (14-10-03). Idem Bersani, “asservito ai modi vetero-comunisti dell'estrema sinistra” (22-5-04). Ma il più smemorato è il povero Fassino: prima della cura, Schifani diceva di lui che “bara sapendo di barare” (1-8-01) con “tecniche totalitarie da socialismo reale” (25-10-01), è “un terrorista mediatico e un comunista mistificatore” (23-11-01), “come il mago Casanova, anzi molto peggio” (15-12-01), “dirige il grande menzognificio della sinistra” (15-7-02), “fa insinuazioni da terzo mondo” (14-10-02),“in piena sindrome maniacale” (26-9-03), “vuole nascondere il malaffare di Telekom Serbia” (26-2-04) e “vincere le elezioni a colpi di cialtronate”(2-4-04). Dev’essere per questo che sabato scorso Fassino ha chiesto di duettare con Schifani: sindrome di Stoccolma.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro) 

Segnalazioni

Marco Travaglio riceve il Premio internazionale, giornalistico e letterario Marzani e partecipa al dibattito su legge bavaglio e ddl intercettazioni. Interviene Sandro Ruotolo. Sabato 11 settembre, San Giorgio del Sannio (Bn), piazza Marzani, ore 17.30.

Il primo compleanno de "Il Fatto Quotidiano" - Dal 10 al 12 settembe al Parco La Versiliana di Marina di Pietrasanta (Lucca) tre giorni tre giorni di festa e di incontri all’insegna della libera informazione, della legalità e della satira. Ingresso libero. Il programma

 

 


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da www.ilfattoquotidiano.it, 5 settembre 2010
 

È sbagliato paragonare agli “squadristi” i cittadini che hanno rumorosamente contestato la presenza di Renato Schifani alla festa del PD. Ieri a Torino, chi ha tentato di partecipare al dibattito pubblico tra il presidente del Senato e Piero Fassino, senza però poterlo fare a causa del servizio d’ordine, era infatti spinto non solo da una perfettamente legittima e democratica indignazione. A convincerlo alla protesta c’era pure un altro desiderio. Porre delle domande e avere delle spiegazioni. Ottenere dei chiarimenti sul passato della seconda carica dello Stato e sul tipo di attività professionale da lui svolta in favore di personaggi legati a Cosa Nostra.

Nell’ultimo anno, del resto, sebbene sul conto di Schifani siano emersi interrogativi di ogni tipo, nessuno in Parlamento ha detto una parola. Il Fatto Quotidiano, assieme a pochi altri, con un duro lavoro d’inchiesta ha ricostruito parte della sua carriera di avvocato civilista e di affari. Ha fornito un primo elenco dei suoi assistiti, i cui nomi erano fin qui rimasti segreti. E ha avanzato un quesito squisitamente politico: per il buon nome delle istituzioni è un bene o un male avere alla testa di Palazzo Madama un uomo che oggi si scopre aver fornito consulenze all’imprenditoria considerata mafiosa? È ovvio che gli eventuali aspetti penali della vita di Schifani siano di competenza della magistratura. In Parlamento non si può e non si deve discutere delle dichiarazioni, ancora da verificare, dei pentiti (Spatuzza e Campanella). Si può, e si deve, invece, discutere di fatti.

In ogni democrazia che si rispetti il primo potere di controllo su ciò che accade nelle istituzioni e sul loro decoro non è né dei giornali, né dei giudici, ma delle opposizioni. Il Partito Democratico sul caso Schifani (e su molti altri), però non lo ha esercitato. E continua a non esercitarlo. Invitare alla propria festa il presidente del Senato, senza prima avergli domandato di chiarire tutto, magari rendendo nota la lista completa della sua discutibile clientela e dell’attività di consulenza legale e paralegale svolta per essa, vuol dire non capire ciò che chiedono gli elettori. E soprattutto vuol dire venir meno a un proprio dovere. Perché i cittadini leggono, s’informano sul Web, e domandano di essere rappresentati. Non farlo, per la democrazia, è molto più grave di qualche fischio e urlo indirizzato, non verso un avversario politico, ma contro chi ostinatamente siede ai vertici delle istituzioni rifiutando la trasparenza.
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Video - Travaglio vs Feltri sulle inchieste su Schifani





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Buongiorno a tutti, mi scuso ma oggi parliamo, a vario titolo, ancora della seconda e della terza carica dello Stato. Cominciamo dalla terza che ieri ha parlato ha Mirabello, in Provincia di Ferrara, non ha detto cose sensazionali. Ascoltate da noi non sono cose sensazionali, sono cose che sappiamo e ci diciamo dal 1994, quando Berlusconi entrò in politica, mi venivano in mente gli articoli di Montanelli del 1993, addirittura poco prima che Berlusconi entrasse in politica, ma Montanelli già l’aveva saputo, nei quali si diceva cos’è la destra, cosa dovrebbe essere la destra e si prevedeva cosa sarebbe stata quella che Montanelli chiamava questa truffa, questa patacca di destra che Berlusconi aveva in mente. (leggi tutto)

Segnalazioni

I giornali italiani sul discorso di Fini a Mirabello nella rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Se cade l'Imperatore Televisivo - In una video-intervista di Enzo di Frenna del luglio 2009, Sergio Rizzo anticipa la guerra a Fini (dal blog di Enzo di Frenna)

Se il Pd sceglie Schifani - di Peter Gomez da ilfattoquotidiano.it

Il primo compleanno di Il Fatto Quotidiano - Dal 10 al 12 settembre a Marina di Pietrasanta (Lucca). Ingresso libero. Il programma della festa

 

 

 


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da Il Fatto Quotidiano, 3 settembre 2010

La lettera, inviata dalla Procura distrettuale antimafia di Bologna ai colleghi di Palermo porta la data del 6 luglio 1993. Poco e più venti righe per chiedere notizie su nove nomi. Nove siciliani che secondo la Guardia di Finanza avevano avuto “un ruolo decisivo nella predisposizione degli accordi tesi” all’acquisizione dell’Urafin, una holding con partecipazioni superiori a 200 miliardi di lire, fallita pochi mesi prima. L’elenco è aperto dalla voce: “Avvocato Schifani di Palermo” il quale, scrivono i pm, “avrebbe curato la fase contrattuale” dell’affare. 
Un business sospetto, secondo gli investigatori, visto che uno degli acquirenti, l’imprenditore di Villabate Giovanni Costa - oggi condannato a nove anni per riciclaggio - sembrava il capocordata “di un gruppo di palermitani, alcuni dei quali pregiudicati, sprovvisti di attitudini patrimoniali idonee” per chiudere la compravendita. Anche per questo i pm emiliani vogliono sapere se i nominativi citati nella missiva siano “già comparsi in indagini aventi come oggetto tentativi d’impiego di capitali di illecita provenienza”. Ecco, se si vuole davvero capire che tipo di riscontri stia cercando oggi la Procura di Palermo alle parole del pentito Gaspare Spatuzza, bisogna partire da qui. Dalle prime inchieste in cui spunta il nome dell’attuale presidente del Senato.
Spatuzza infatti sostiene che Schifani, 18 anni fa, è stato uno dei tramite tra i fratelli Graviano, i boss di Brancaccio protagonisti delle stragi del ‘92-93, e Marcello Dell’Utri. Un’accusa respinta con sdegno dalla seconda caricadelloStato.Macheadesso,alla luce di una serie di fatti ancora tutti da chiarire, non appare immediatamente implausibile. 

Il Fatto Quotidiano è andato a recuperare le carte della vecchia indagine sull’Urafin e quelle del processo a Costa. E ha scoperto, sentenze e verbali d’udienza alla mano, che davvero Renato Schifani ha assistito Costa per anni, seguendo come professionista gran parte degli affari per cui è stato poi condannato. Ieri abbiamo ricostruito le compravendite immobiliari di Costa nel villaggio turistico di Portorosa in provincia di Messina. E abbiamo raccontato come grazie a preliminari di vendita, poi sostituti da procure speciali, Costa sia riuscito a entrare in possesso di 60 appartamenti senza che il suo nome comparisse mai in atti ufficiali o nei rogiti. Anche perché il corrispettivo (quasi tre miliardi) veniva quasi sempre versato in contanti. Denaro che, stando alla sentenza che ha condannato l’imprenditore, sarebbe stato di  proprietà della mafia. Per i giudici, Costa che attualmente è sotto processo in appello, sarebbe infatti uno degli ultimi custodi del tesoro del celebre Mago dei Soldi, Giovanni Sucato. Un ragazzo di Villabate che con l’appoggio di Cosa Nostra ha raccolto a inizio 1990 decine miliardi di lire tra i siciliani, promettendo loro di raddoppiare nel giro di un mese il capitale investito. Costa, che pure ammette di essersi dovuto confrontare a causa del suo lavoro con boss di ogni ordine e grado, nega. Ma gli investigatori sono rimasti colpiti da un fatto.
Già nel 2004, quando cioè nessuno aveva mai parlato di Schifani e dei suoi presunti rapporti con i Graviano, c’era chi invece raccontava che tra gli uomini d’onore interessati alla truffa del Mago dei Soldi comparivano pure i boss stragisti di Brancaccio. Anche per questo la storia di Costa, dipinto dalla sentenza come un uomo legato al clan Montalto di Villabate (paese quasi confinante con il quartiere Brancaccio), è giudicata interessante. E lo è ancor più alla luce di quanto emerge dai dibattimenti bolognesi sull’Urafin. 
   
In un colloquio con Lirio Abbate de L’Espresso ieri l’imprenditore ha spiegato di aver avuto al suo fianco Schifani come avvocato sin dal 1986. E ha aggiunto di averlo a lungo stipendiato con un mensile di due milioni di lire al mese. Poi Costa, che non è un pentito, si è inalberato ricordando che Schifani nel 2007, quando fu convocato dalla sua difesa in aula come testimone a discarico, era sembrato prendere le distanze da lui. Tanto da arrivare a sostenere di essere stato nominato “a propria insaputa” consigliere di amministrazione della Alpi assicurazioni (incarico poi rifiutato), una delle società partecipate dall’Urafin. Per Costa invece quella nomina, che risale al 21 dicembre 1992, sarebbe stata espressamente richiesta da Schifani. L’attuale presidente del Senato, dopo l’omicidio di Paolo Borsellino del 19 luglio, voleva infatti allontanarsi da Palermo. Probabilmente, dice l’imprenditore, per paura. 

Fatto sta che Schifani segue tutte le fasi dell’acquisto dell’Urafin, un gruppo che a quell’epoca faceva capo all’expresidente del Bologna calcio, Tommaso Fabbretti. Lo fa a Palermo, a Milano e a Bologna. In Sicilia, Costa tratta a lungo con i rappresentati della Parabancaria Cosulting, di proprietà della famiglia di Mario Niceta, un importante commerciante di abiti descritto da Massimo Ciancimino in un suo libro come “conoscente di Bernardo Provenzano” e del padre don Vito Ciancimino. 

Proprio Costa, ricorda in un suo colloquio con Il Fatto Quotidiano, che il 23 maggio del 1992, il giorno della strage di Capaci lui e Schifani sono riuniti negli uffici della società dei Niceta. Un rappresentante della Parabancaria (Nicola Picone) entra così nella compagine che tenta di rilevare l’Urafin. Ma l’affare, secondo Costa, si rivela ben presto una truffa. Dopo aver concluso a Milano, con l’aiuto professionale di Schifani, l’acquisizione della partecipata Alpi Assicurazioni, il 22 dicembre Costa, il suo consulente e l’altro professionista che ha seguito l’affare, si presentano nella sede della compagnia, ma scoprono che un po’ ovunque ci sono i sigilli della Guardia di Finanza. Da molti mesi era in corso una verifica delle Fiamme Gialle di cui l’imprenditore sostiene di non essere stato avvertito. È l’inizio dell’inchiesta che negli anni porterà a ricostruire buona parte delle attività economiche di Costa, il presunto uomo dei soldi del Mago dei Soldi.

Un’avventura straordinaria e per certi versi indimenticabile. Una storia che però la seconda carica dello Stato rammenta poco e male. Tanto che nel 2007, quando verrà chiamato a testimoniare, si limiterà ad assicurare di non essersi “mai occupato degli aspetti finanziari dell’affare”. E a dire: “Ricordo che a un certo punto io interruppi la mia attività complessiva nei confronti del Costa. Ma non ricordo i motivi, ripeto, è passato del tempo”. E così oggi il problema di Schifani è soprattutto uno. C’è chi sostiene di ricordare per lui.   
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro) 


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Buongiorno a tutti, torniamo in diretta dopo le vacanze, spero che siano andate bene per tutti quanti voi.
Torniamo a parlare di attualità, in particolare della seconda e terza carica dello Stato, la quarta, il Cavaliere, lasciamola un attimo da parte, perché è interessante vedere le novità che sono emerse sul Presidente del Senato e sul Presidente della Camera in questo mese in cui non ci siamo parlati in diretta e l'eco che le novità sui presidenti dei due rami del Parlamento hanno avuto presso la pubblica opinione. Cosa è emerso, quanto è grave e quanto se ne è saputo: c'è un'asimmetria totale sulle informazioni a proposito della seconda carica dello Stato, Schifani, e della terza Fini. (leggi tutto)

 L'alfiere dell'antimafia - Le poesie di Carlo Cornaglia
 Pare Schifani, capo del Senato,
 dotato di una strana calamita:
 i tipi con i quali ha lavorato
 la legge hanno sovente poi tradita.

 Sicula Broker fu una società
 della quale fu socio il presidente:
 c’erano D’Agostino, Mandalà,
 Maniglia e De Lorenzo, tutta gente
(leggi tutto)


 

 


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Renato Schifani, la causa contro Il Fatto Quotidiano e la libertà di informazione.
L'intervista esclusiva di Current a Peter Gomez.

Segnalazioni

Renato Schifani vs Il Fatto Quotidiano -
Tutti i documenti (da antefatto.it)

Commento del giorno
di The Croppy Boy - lasciato il 6/5/2010 alle 9:33 nel post Il mistero Scajola
Se dovessi acclarare di essere me stesso, darò ampio mandato a miei legali affinchè prendano le opportune iniziative.




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bandanax


di Peter Gomez e Marco Lillo, da Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2010

Le 54 pagine della citazione civile notificate ieri a Il Fatto Quotidiano dal presidente del senato, Renato Schifani, spiegano bene quale considerazione abbiano della libertà di stampa molti esponenti delle nostre classi dirigenti. Nei mesi scorsi, come è noto, questo giornale ha pubblicato più puntate di una lunga inchiesta sulla vita umana e professionale della seconda carica dello Stato e alcuni pezzi di commento sulle risposte (mancate) di Schifani. L’indagine giornalistica si è rivelata quanto mai opportuna.

Dopo i primi articoli è tra l’altro 
emerso come il nome di Schifani, già citato da altri collaboratori di giustizia, fosse stato fatto anche di recente da due protagonisti della storia di Cosa Nostra palermitana: Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, e Gaspare Spatuzza, il braccio destro ora pentito dei fratelli Graviano, i boss di Brancaccio condannati per le stragi del 1993. E le loro dichiarazioni, vista l’importanza delle persone tirate in ballo, sono state ampiamente riprese da giornali e agenzie. Ora, è bene dirlo subito, nè Ciancimino, nè Spatuzza, hanno imputato a Schifani dei reati. E nemmeno lo avevamo fatto noi de Il Fatto con le nostre inchieste.
Ciancimino ha raccontato
 
come il presidente del Senato da giovane fosse stato l’autista del potente senatore fanfaniano, Giuseppe La Loggia, solito accompagnarlo alle riunioni con l’eurodeputato Salvo Lima e suo padre Vito. Spatuzza ha poi sostenuto di aver visto Schifani mentre, al fianco del suo cliente Pippo Cosenza, s’incontrava nei primi anni novanta con Filippo Graviano. Mentre, Il Fatto Quotidiano ha ripercorso i rapporti societari e professionali del senatore azzurro, rivelando come tra questi ve ne fossero stati molti con persone poi ritenute o mafiose, o contigue o complici di Cosa Nostra.  

Se non si vogliono ridurre i giudizi politici su chi rappresenta i cittadini nelle istituzioni alla categoria (giudiziaria) del colpevole o innocente, ci pare sia necessario partire proprio da notizie come queste. Specie quando sono numerose e reiterate nel tempo. Nelle democrazie liberali le regole del gioco sono chiare. La selezione delle classi dirigenti, e ancor più quella delle altissime cariche istituzionali, non viene demandata alla magistratura, ma all’opinione pubblica. L’elettore ha il diritto di sapere tutto sul suo candidato per poi sceglierlo o bocciarlo al momento del voto (o almeno era così finchè ci veniva data la possibilità di esprimere le nostre preferenze). Il Fatto si è sempre mosso - e continuerà a muoversi - proprio in questa convinzione. E per dar modo al senatore Schifani di offrire la sua versione, o di contestare eventuali inesattezze rispetto a quanto da noi 
scoperto, prima di scrivere, lo ha contattato via e-mail o attraverso il suo portavoce. Il presidente del Senato, pur informato nei particolari, non ha mai voluto rispondere.

Oggi leggendo la citazione in giudizio con cui Schifani chiede un risarcimento da 720mila euro si comincia a intuire il perché. In 54 pagine il senatore bolla come “falsa” (e vedremo poi quale) solo una delle decine di notizie su di lui riportate da Il Fatto Quotidiano. Schifani invece si lamenta genericamente perchè “gli autori hanno tratteggiato, con dichiarazioni altamente diffamatorie, la figura dell’attore (lui, il presidente del Senato ndr) come quella di un soggetto vicino agli ambienti della criminalità mafiosa, ledendone la sua reputazione, dignità e prestigio professionale e personale”. L’unica prova addotta non è però il contenuto degli articoli o delle inchieste portate in giudizio, ma è una 
vignetta-fotografica del 22 novembre, pubblicata nella rubrica Satire&satiriasi . Un’immagine in cui Schifani, immortalato mentre offre la mano stesa a alcuni parlamentari, appare circondato da persone a cui viene fatto dire “bacio le mani”. In casi come questi più che invocare il diritto di satira, serve invece ricordare la storia. La libertà di parola è nata nel ‘700 per poter parlare male di chi stava al potere. Per parlarne bene, infatti, c’erano già i cortigiani.

Ma andiamo avanti. Quale sia la filosofia che sta alla base della citazione lo si capisce leggendo le pagine 29 e 30 del documento. Il Fatto il 20 novembre per la penna di Marco Lillo ha pubblicato un articolo dal titolo: “Schifani e la casa della mafia”. È la storia di un palazzo 
abusivo, quasi interamente costruito e abitato da parenti o esponenti di famiglie mafiose. A opporsi allo scempio edilizio erano due palermitane, le sorelle Pilliu, che proprio per questo furono anche ascoltate informalmente da Borsellino prima della morte. Schifani, con un suo collega di studio, assisteva invece dal punto di vista amministrativo il costruttore Pietro Lo Sicco. Il nipote di Lo Sicco, Vincenzo, dopo essere stato collaboratore dello zio ha avuto il coraggio di rompere con quel mondo e di testimoniare contro il suo familiare. Il Lo Sicco “buono” ha sostenuto in aula che Schifani si vantò con lui di aver salvato palazzo “facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi” e che la sanatoria era “riuscito a farla pennellare in quello che era l'esigenza di questi edifici”. Per la seconda carica dello Stato “non si vede quale sia l’interesse pubblico ad un processo nel quale il presidente Schifani non risulta in alcun modo indagato e nel quale le dichiarazioni rese dal Lo Sicco non sono passate al vaglio della magistratura”. In realtà Il Fatto, dopo aver scritto, chiaramente che i pm non avevano ritenuto di mettere Schifani sotto inchiesta, ha riassunto una serie di elementi che lasciano la porta aperta ad interrogativi.

Già nel ‘94, pur non essendo formalmente iscritto a partito, Schifani lavorava politicamente al fianco del senatore
Enrico La Loggia, capogruppo degli azzurri. Il condono allora varato dal governo Berlusconi, come ammette lo stesso senatore, ha permesso di mettere in regola il palazzo. Ma c’è di più. Schifani sostiene che è una “affermazione gravemente falsa e ingannevole” scrivere che un emendamento alla legge finanziaria del 2000, presentato da un esponente di Forza Italia, fosse ad personam perchè sembrava ritagliarsi alla perfezione sugli inquilini dello stabile. Per capire che non è così basta però guardare che cosa è accaduto. Fino a quell’anno chi aveva firmato un compromesso di acquisto per un appartamento in un palazzo abusivo poi confiscato per fatti di mafia, non poteva perfezionare la compravendita. Grazie alla nuova legge sì. Tanto che uno dei promittenti acquirenti (che non citiamo per ragioni di privacy, visto che non è un politico) è già riuscito a comprare proprio grazie a quella norma, mentre gli altri ci stanno ancora provando. Questi, però, sono particolari da tribunale.

Più interessante è rileggere altri passaggi della citazione. Schifani ci rimprovera di non aver sottolineato che tra la sua clientela vi erano anche molte persone mai incappate in guai di tipo mafioso con la giustizia. E ci redarguisce per non aver detto che da una cooperativa edilizia in cui entrò a far parte molti anni fa uscì già nel 1986. 
 Poi se la prende con Marco Travaglio che nella sua rubrica lo ha definito un “avvocaticchio di terza fila” prima di descrivere la sua straordinaria carriera politica. È un reato tutto questo o è diritto di cronaca e di critica? Prima del giudice, un’idea se la potranno fare i lettori che da oggi troveranno l’atto di citazione di Schifani liberamente scaricabile da sito dell’Anteffato. Noi invece continueremo le nostre inchieste giornalistiche. E invieremo di nuovo delle e-mail al presidente del Senato. Nella speranza che per una volta ci risponda. Pubblicamente e non in tribunale.   
(Vignetta di Bandanax)

Documenti
L'atto di citazione di Renato Schifani contro Il Fatto Quotidiano

Commento del giorno
di Barbara - lasciato il 28/4/2010 alle 10:49 nel post Geronzocrazia
Napolitano ai Magistrati: "Rispettate i politici". Una domanda, perchè non si rivolge mai a Berlusconi e company dicendo loro: "Politici, rispettate i Magistrati"? Cosa impedisce a Napolitano di farlo?



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