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da Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2010

Un’estorsione o se preferite un tentativo di ricatto (riuscito) allo Stato e alle istituzioni. Ecco cosa sono state le stragi di mafia del 1993. Ed ecco perché solo oggi, a 18 anni di distanza, in molti ritrovano brandelli di memoria. Di fronte ai documenti sulla trattativa forniti da Massimo Ciancimino e alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ha ormai poco senso negare. Meglio allora minimizzare e dire, come ha fatto l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, che la decisione di revocare, tra il 4 e il 6 novembre del ‘93, il 41-bis a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone, fu da lui presa in totale autonomia “senza consultare nessuno”.

L’obiettivo, certo, era quello di evitare altre bombe. Ma, sostiene Conso, nessuno oltre a lui, era al corrente della scelta e soprattutto nessuno trattava. Dalla cronache di quei mesi e dalla lettura dei documenti (finora disponibili) emerge però una storia diversa. Non solo a Roma si sapeva benissimo che dietro il tritolo c’era la volontà di Cosa Nostra di spingere la politica a chiudere le carceri di Pianosa e l’Asinara e arrivare alla cancellazione del 41-bis per tutti i detenuti (il carcere duro). Nella Capitale succedeva di più e di peggio. Qualcuno teneva i boss informati in tempo reale di ciò che si discuteva in segreto negli uffici del ministero di Grazia e Giustizia. E spiegava alla mafia cosa era stato deciso sul 41-bis, un decreto che allora doveva essere rinnovato ogni sei mesi. Anche per questo tutti gli ultimi anni di vita di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’indagine sulle stragi morto nell’aprile del 2003, sono stati dedicati alla ricerca delle talpe istituzionali che dialogavano con Cosa Nostra. 

Quello che aveva scoperto, Chelazzi lo riassume in un interrogatorio a Claudio Martelli nel febbraio del 2001. A Martelli, che era stato ministro prima di Conso, il magistrato racconta come Bernardo Provenzano, nelle settimane precedenti agli attentati di Milano e Roma del 27 luglio ‘93, fosse particolarmente ottimista sul mancato rinnovo del carcere duro. I collaboratori di giustizia infatti erano concordi nel descrivere un Provenzano convinto “nei primi dieci giorni di giugno che il 41-bis si sarebbe rivelato un flop nelle mani delle autorità di governo”. E Provenzano, che oggi è ritenuto essere il Padrino con cui lo Stato e i suoi apparati dialogavano, allora non aveva torto. Il 12 febbraio ‘93, circa un mese dopo l’arresto di Totò Riina, durante una riunione del Comitato nazionale per l’ordine pubblico e la sicurezza, sia il capo della Polizia, Vincenzo Parisi sia il ministro dell’Interno, Nicola Mancino, avevano espresso “riserve sulla durata” del 41-bis. E il 6 marzo Nicolò Amato, il direttore del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) aveva scritto al capo gabinetto di Conso, per proporne la revoca. O immediatamente, soluzione che Amato (vicino ai socialisti) prediligeva, o evitando la proroga dei decreti in scadenza per il 20 luglio. Di tutto questo dibattito, Provenzano sembrava dunque informato. E, per Chelazzi, il sospetto che sapesse si era mutato in certezza guardando a cosa era accaduto subito dopo. 
Il 4 giugno ‘93 il vecchio staff del Dap viene silurato. Vicedirettore delle carceri diventa Ciccio Di Maggio (oggi deceduto), un uomo che di revocare il carcere duro non ne vuole sapere. Da quel momento, spiega Chelazzi a Martelli, “lo stato maggiore delle stragi contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché, praticamente nelle stesse ore nelle quali erano in corso le notifiche, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e per Milano, perché fosse possibile eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni nei quali gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe”.

Qualcuno, insomma, dall’interno delle istituzioni, aveva avvertito Cosa Nostra. Chelazzi per capire attraverso che canale filtrassero le notizie batte varie strade. Inizialmente pensa al senatore Vincenzo Inzerillo, della sinistra Dc come Mancino, legato ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, gli autori materiali delle stragi (la posizione d’Inzerillo sarà però archiviata). Poi ragiona sugli incontri tra l’allora comandante del Ros, Mario Mori e il consigliori di Provenzano, Vito Ciancimino. Mori, anche se Ciancimino era ormai in carcere, un canale con i vertici di Cosa Nostra forse ce l’aveva. E per questo al magistrato appare singolare che, proprio per la mattinata del 27 luglio (a sera ci saranno gli attentati) Mori avesse segnato un appuntamento con Di Maggio accompagnato dalla scritta “per 41-bis”. Il generale voleva forse dirgli che la mafia era pronta a rispondere alle proroghe con il tritolo? Mistero. È certo, solo che Di Maggio, subito dopo le nuove bombe, dice in un’intervista che quella è la risposta alla firma dei decreti. Passano le settimane. I Graviano trascorrono il loro tempo tra la Versilia, il Veneto, Milano (dove secondo un informatore incontrano Marcello Dell’Utri) e la Sardegna. Il 12 settembre un parlamentare Dc, Alberto Alessi, entra a passo veloce all’Ucciardone. E decide di restarci. Dice che non uscirà finché il ministro Conso “non revocherà il 41-bis”. 

A convincerlo a desistere dalla protesta, secondo i giornali, sarà poi una telefonata proprio con Di Maggio. Arriva novembre e Conso i 41-bis dell’Ucciardone li revoca per davvero. I boss sono allora sempre più convinti che le stragi paghino: per cancellare il carcere duro bisogna continuare con le bombe. Tanto che nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano vede Spatuzza e gli spiega di voler uccidere allo Stadio Olimpico di Roma 100 carabinieri. “Dobbiamo dare loro il colpo di grazia”, dice. Il telecomando però non funziona. L’autobomba non esplode. E i Graviano vengono poco dopo arrestati a Milano. Così chi nello Stato ha trattato con la mafia non si ritrova sulla coscienza altre decine di morti. Ma a ben vedere, questo, è solo un caso.   
(Vignetta di Fifo)



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da Il Fatto Quotidiano, 13 novembre 2010

L’ultimo in ordine di tempo è stato Giovanni Conso, ministro della Giustizia nei governi Amato e Ciampi dal febbraio '93 al marzo '94. Sentito in Antimafia, Conso ricorda all’improvviso ciò che non aveva mai rivelato in 17 anni: “Nel novembre '93 decisi di non rinnovare il 41-bis a 140 mafiosi ed evitai così nuove stragi. Ma non c’è mai stato alcun barlume di trattativa. Decisi in piena solitudine senza informare nessuno: né i funzionari del ministero, né il Consiglio dei ministri, né il premier Ciampi, né il capo del Ros Mario Mori, né il Dap. Non fu per offrire una tregua, una trattativa, una pacificazione, ma per vedere di fermare la minaccia di altre stragi. Dopo le bombe del '93 a Firenze, Milano e Roma, Cosa Nostra taceva. Riina era stato arrestato, il suo successore Provenzano era contrario alle stragi, dunque la mafia adottò una nuova strategia non stragista”. Giustamente Luigi Li Gotti, avvocato di molti pentiti e deputato Idv, commenta: “Indirettamente Conso conferma la trattativa Stato-mafia”, ma rivela pure che “c’era stata una ‘comunicazione’ di Provenzano sull’abbandono della strategia stragista” e che “il governo sapeva che dietro le stragi c’era Cosa Nostra e il 41-bis”.
 
Checché Conso tenti di minimizzarle, sono notizie clamorose (infatti il Pompiere della Sera non vi dedica nemmeno mezza riga): lo Stato e l’Antistato si parlavano. Altrimenti, come faceva Conso a sapere che “Provenzano era contrario alle stragi”, visto che proprio nel novembre '93 fallì per un guasto tecnico il mega-attentato all’Olimpico che doveva essere ripetuto (stavolta con successo per Cosa Nostra) nel gennaio '94 e fu poi misteriosamente annullato in extremis? E come faceva 
Conso a sapere che proprio non rinnovando il 41-bis a 140 mafiosi si sarebbero “evitate nuove stragi”? Chi era dunque il trait d’union fra Stato e mafia? Se, in quei mesi, Vittorio Mangano faceva la spola fra Palermo e Milano2 per incontrare Dell’Utri negli uffici di Publitalia dove stava nascendo Forza Italia, resta da capire chi informasse il governo Ciampi, sostenuto da quel che restava del pentapartito, su richieste e scelte di Cosa Nostra. E comunque basta questo per parlare di trattativa. Altro che “nessun barlume”.

Conso non è credibile quando giura di aver fatto tutto da solo. Perché nel 2003, sentito dal pm fiorentino Chelazzi proprio sulla revoca di quel 41-bis, non disse nulla di quel che dice oggi? La storia del biennio nero 1992-'93 è piena di “servitori dello Stato” che fanno strane cose con la mafia, poi se le scordano per 17 anni e ritrovano la memoria solo quando un mafioso pentito, Gaspare Spatuzza e il figlio di un mafioso, Massimo Ciancimino, raccontano la trattativa. Nel giugno '92, dopo Capaci, i capi del Ros Mori e De Donno incontrano Vito Ciancimino perché faccia da tramite con i boss. Il ministro Martelli, predecessore di Conso, manda la giudice Ferraro a informarne Borsellino. Questi incontra Mori e De Donno, che però dicono di non aver parlato di trattativa. Il 1° luglio, mentre incontra il pentito Mutolo, Borsellino viene convocato d’urgenza al Viminale dove s’è appena insediato Mancino e ne esce sconvolto, anche perché gli han fatto incontrare Contrada che Mutolo si accinge ad accusare. Diciotto giorni dopo salta in aria in via D’Amelio e dalla scena 
del delitto scompare la sua agenda rossa. A fine anno Mori tenta di convincere Violante, presidente dell’Antimafia, a incontrare Ciancimino, invano. Anche Violante, come Martelli, Ferraro e Conso, impiega tre lustri per ricordare l’episodio.

Ma tutti negano la trattativa e giurano di aver agito a titolo personale. E il papello che invocava la fine del 41-bis? Un falso. E la mancata perquisizione del covo di Riina nel '93? Un disguido. E il mancato arresto di Provenzano nel '95? Un equivoco. E il mancato ritrovamento del papello a casa Ciancimino nel 2005? Ops... Tutti trattavano con la mafia, ma a loro insaputa. 
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

La vedova Ciancimino: "Mio marito vedeva B." - da www.ilfattoquotidiano.it

Caveat Imperator (Financial Times - UK, 3 novembre 2010)
Traduzione a cura di italiadallestero.info


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Testo:
Buongiorno a tutti, questo sarà un autunno caldo non soltanto per la politica, ma anche per le inchieste giudiziarie di mafia e politica che inevitabilmente si intrecciano con la vicenda del Governo, i giornali fanno finta di non capire, le televisioni nascondono, ma la ragione principale per la quale Berlusconi sta cercando disperatamente di comprare parlamentari per riempire il vuoto che potrebbe lasciare Fini non riguarda i destini del paese, riguarda i suoi destini giudiziari. (leggi tutto)

Segnalazioni

"Siamo vicini alla verità sull'impero di B.": intervista a Luigi de Magistris -
di Sandra Amurri da ilfattoquotidiano.it

Parlare di "politica"? Bravo chi ci riesce di Riccardo Orioles da www.ucuntu.org
Precari chi? - Ucuntu n.86, 19 settembre 2010

"La mafia è un problema europeo": intervista a Petra Reski  (Westfälischer Anzeiger, DE - 27 agosto 2010)
traduzione a cura di italiadallestero.info 

 


continua

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Testo:

Buongiorno a tutti, questa è l’ultima puntata registrata del Passaparola, da lunedì prossimo saremo di nuovo in diretta e ci butteremo sull’attualità, immagino, anche se non lo posso dire perché è fine luglio, che non mancheranno gli spunti per raccontare qualcosa di fresco.

La strategia del terrore di Cosa Nostra
Facciamo oggi un’altra lista della spesa, la settimana scorsa abbiamo fatto quella della nostra classe dirigente, questa volta con l’aiuto di un Magistrato geniale, secondo me, Roberto Scarpinato che ho intervistato su questi temi qualche tempo fa, vorrei fare la lista della spesa di tutte le persone che sanno la verità sulla strategia politico – terroristico – mafiosa che concepì e poi realizzò le stragi. (Leggi tutto)

Segnalazioni

La rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Io voto Zingaretti - di Marco Travaglio (da www.ilfattoquotidiano.it)

La sa più lunga Wired oppure Ucuntu e il Clandestino, di Riccardo Orioles (da www.ucuntu.org)
Assemblea - Ucuntu n.24 del 23 agosto 2010

Martedì 24 agosto, Cortina d'Ampezzo (BL), ore 17.45 - Nell'ambito della rassegna Una montagna di libri, Marco Travaglio partecipa all'incontro "Ad personam come paradigma del rapporto tra società e politica in Italia". C/o sala della cultura del Palazzo delle Poste, largo Poste 14.

Martedì 24 agosto, Alleghe (BL), ore 21 - Marco Travaglio partecipa a un incontro sulla Costituzione. Interviene Gian Antonio Stella. C/o sala congressi, piazzale comunale (località Caprile)

 

 


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Immagine di Roberto CorradiMosca tzé tzé
da Antefatto.it

Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei Carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia. Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. Ha scritto invece che: “il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i Carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.

Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni - insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) - ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca. Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia.

Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora. Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto).

Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”. Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera.

Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca. Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra). Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi:
1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, “testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto - scrivono i giudici di appello a pagina 756 - che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”.
2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage - aggiunge la Corte a pagina 758 - attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca. Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…). In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993).
3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767).

Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria.
(Immagine di Roberto Corradi)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa
a cura di Ines Tabusso


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