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fei

Da Il Fatto Quotidiano, 3 aprile 2010

Agli studiosi dell’evoluzione segnaliamo quella di una specie tutta particolare: quella dei ministri della Giustizia dell’ultimo decennio. Da Castelli a Mastella ad Al Fano. Ogni volta si pensa di avere toccato il fondo, invece subito dopo ne viene uno peggio. A questo punto, immaginiamo con sgomento che cosa potrebbe arrivare dopo Angelino Jolie. Il pover’uomo aveva appena subìto una lezione di diritto dal Csm, che gli aveva spiegato lo scopo e i limiti delle ispezioni ministeriali.

Che non possono impicciarsi nelle indagini delle Procure, né punire i magistrati che indagano su chi non piace a lui. Anziché farsene una ragione e occuparsi dell’unico compito che gli spetta – garantire “l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia” (art. 110 della Costituzione) – l’implume giureconsulto agrigentino ne ha combinata un’altra delle sue: ha sguinzagliato i suoi ispettori alla Procura di Milano perché il procuratore aggiunto Pietro Forno, coordinatore dei pool reati sessuali, ha rilasciato nientemeno che un’intervista al Giornale, rivelando per giunta una cosa nota e stranota financo al Vaticano: la reticenza con cui, in tutti questi anni, il clero ha trattato il fenomeno della pedofilia all’ombra dei campanili.
“Nei tanti anni in cui ho trattato l’argomento – ha dichiarato Forno, magistrato dichiaratamente cattolico – non mi è mai arrivata una sola denuncia né da parte dei vescovi né da parte dei singoli preti. Le indagini sono sempre partite da denunce dei familiari delle vittime che si rivolgono all’autorità giudiziaria dopo che si sono rivolti all’autorità religiosa, e questa non ha fatto   assolutamente niente”.

Ora si spera che gl’ispettori alfanidi trovino bel tempo nella scampagnata fuoriporta e possano godersi serenamente la Pasquetta in una bella trattoria della Padania coi tavoli a quadretti. Quanto al contenuto dell’ispezione, sfugge ai più. Che dovrebbero mai ispezionare questi signori? L’articolo del Giornale? Un’edicola a piacere? Il registratore del cronista che ha raccolto le dichiarazioni del magistrato? La lingua del procuratore? Casomai il Guardagingilli non lo sapesse, le interviste funzionano così: l’intervistatore fa le domande e l’intervistato risponde. Se poi qualcuno si sente diffamato dalle domande e/o dalle risposte, sporge denuncia e un giudice decide chi ha ragione. Nessuna legge vieta ai pm di rilasciare interviste (purché non svelino notizie d’indagine top secret) né prevede che, se l’intervista non piace al ministro della Giustizia, scatti l’ispezione. Ma tutto questo Angelino non lo sa.

Così ieri ha sguinzagliato gl’ispettori dichiarando che Forno “ha accusato le gerarchie ecclesiastiche di coprire i sacerdoti responsabili di gravi fatti di pedofilia” (cosa mai detta dal pm: il che lascia supporre che, oltre a non saper fare il ministro, Al Fano non sappia neppure leggere) e che “tali dichiarazioni” presentano un “carattere potenzialmente diffamatorio”, oltre a configurare a carico di Forno una possibile “violazione dei doveri di correttezza, equilibrio e riserbo”. Resta da capire chi sia mai il diffamato, visto che Forno non ha fatto nomi, né poteva farne perché dice di non aver mai incontrato un prete o un vescovo in veste di denunciante. E resta pure da capire che  diavolo c’entri il ministro della Giustizia. A meno che il pover’uomo non abbia voluto mostrarsi più zelante dei vari Cota e Zaia al servizio del Vaticano. Nel qual caso però avrebbe drammaticamente sbagliato bersaglio, visto che proprio sulla pedofilia la Chiesa sta compiendo un’ampia autocritica. Non vorremmo, insomma, che Ratzinger inviasse un’ispezione di Guardie svizzere ad Angelino Jolie per pregarlo di non essere più papista del Papa. In ogni caso, se è vero che questo genio è l’erede designato del Banana, c’è di che essere ottimisti. Viene in mente la frase di un famoso scrittore americano: “Da ragazzo mi spiegarono che, in democrazia, chiunque può diventare presidente. Comincio a temere che sia vero”.
(Vignetta di Fei)

Segnalazioni

"Nessun regolamento può impedire l'esercizio di critica e di libera manifestazione del pensiero" - Intervista all'avvocato Domenico D'Amati di Stefano Corradino, da Articolo 21


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Vignetta di Natangelo

da
Antefatto.it


Silvio Berlusconi ha vissuto ieri una delle giornate più nere della sua vita politica (e non). La cosiddetta opposizione naturalmente non c’entra nulla: il Pd è troppo impegnato a farsi le pippe sulle primarie e il congresso, nonché a inseguire la Carfagna dopo la ferale notizia che la ministra delle Troppe Opportunità diserterà il Democratic Party di Genova, per pensare di opporsi. No, il venerdì nero di Al Pappone è tutto interno al suo mondo. E’ in casa sua che si annidano ormai da mesi i più temibili oppositori. La sua signora, la sua diciottenne preferita (con famiglia al seguito), la sua escort ufficiale, il suo presidente della Camera che si dissocia su tutto, il senatore Guzzanti che svela ogni particolare della Mignottocrazia arcoriana, l’amico Bossi che ne combina una al giorno e ora perfino l’amico Putin che s’è sfilato all’ultimo momento dalla festa di Gheddafi lasciando Silvio solo col beduino e le frecce tricolori.

Come se non bastasse, ora si son messi a remare contro anche l’on. prof. avv. Niccolò Ghedini, in arte Mavalà, e il megadirettore galattico de Il Giornale, Littorio Feltri (che pare gli costi quanto Ronaldinho). L’Avvocato Mavalà ha avuto la splendida idea, finora inedita, di querelare dieci domande, chiedendo a Repubblica 1 milione di euro (figurarsi quanto chiederebbe per le risposte) e, per soprammercato, minaccia di trascinare in tribunale anche i giornali e i tg stranieri - alcune centinaia in tutto, dalla Turchia all’Australia, dal Canada alla Terra del Fuoco - che han parlato di Puttanopoli. Si salvano, per ovvi motivi, tutti i telegiornali e la gran parte dei giornali italiani. Così le famose dieci domande, che stavano diventando un tantino stucchevoli, e il sexy scandalo, che iniziava a denunciare l’usura del tempo, riprendono improvvisamente vigore e ricominciano a circolare su tutta la stampa mondiale, come nuovi. Un capolavoro.

Perfettamente sincronizzato con Mavalà, Littorio Feltri si dedica quotidianamente a rovinare i rapporti del suo padrone con tutti i poteri forti che ancora non gli appartengono: non solo quelli tradizionalmente ostili, come l’ingegner De Benedetti e il suo gruppo, ma anche quelli benevolmente neutrali o decisamente favorevoli. Prima la famiglia Agnelli-Fiat, poi i fratelli Moratti (compreso Gianmarco, il marito di Letizia), infine il Vaticano. Geniale anche la scelta dei tempi: Il Giornale spara in prima pagina un vecchio patteggiamento di Dino Boffo, direttore di Avvenire, per aver molestato la fidanzata del suo ex fidanzato, proprio nel giorno della Perdonanza abruzzese, cioè dell’annunciata cenetta a lume di candela fra Al Pappone e il cardinal Bertone. Cenetta subito annullata, con scomunica incorporata dal cardinal Bagnasco e sdegno del mondo cattolico. Altro che Perdonanza. Ora manca soltanto un editoriale feltriano che dà del pedofilo a Putin e un’inchiesta su Ratzinger che non paga le multe della Papamobile per eccesso di velocità, magari affidato a un condannato a caso fra Betulla Farina e Geronimo Pomicino, per completare l’opera.

Nel ringraziare i compagni terzinternazionalisti Mavalà e Littorio per il generoso tributo offerto all´antiberlusconismo e per l'impegno profuso nell'organizzare le opposizioni, mi si consenta un appello al Cainano: Silvio, dai retta, licenzia i servi infidi. E fìdati soltanto di noi del Fatto Quotidiano. Anche noi, sia chiaro, vogliamo mandarti a casa, anzi possibilmente al fresco. Ma almeno lo sai già: te lo diciamo da sempre, con franchezza, senza tramare alle tue spalle. E non ti costiamo un euro. Dai falsi amici ti guardi Iddio. E ricordati dei nemici veri che, in fondo in fondo, ti hanno sempre voluto bene.
(Vignetta di Natangelo)

Segnalazioni

I cavalieri del Fatto - guarda l'immagine tratta da Dagospia.com

Cucù, la Perdonanza non c’è più -
di Carlo Cornaglia
Era pronto a una cena raffinata
col vice Papa cardinal Bertone,
già vedeva ogni colpa cancellata
senza nemmeno far la confessione

e il Vaticano ancora a sé vicino
per il mantenimento del potere
senza rischi per l’alto cadreghino…,
ma stava sol sognando il Cavaliere...
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Vignetta di Molly BezzVanity Fair, 7 gennaio 2009

Basta, mai più. D’ora in avanti il Vaticano non assorbirà  più in automatico le nuove leggi italiane che secondo i legislatori di Benedetto XVI sono “esorbitanti per numero”, “instabili” e talvolta “incompatibili con i principi irrinunciabili” della dottrina di Santa Romana Chiesa.

Si desume - per stare alle recenti polemiche sulle leggi razziali contro gli ebrei approvate in Italia nel 1938 dal regime di Mussolini e salutate con un coraggioso e automatico silenzio da parte del Vaticano - che l’inchiostro servito a accelerare le deportazioni di ebrei italiani verso i campi e i forni della macchina di sterminio nazista, non era né “esorbitante”, né “instabile” e neppure “incompatibile con i principi irrinunciabili…”, eccetera.

L’intransigenza di oggi ha ragioni un po’ più stringenti di un banale Olocausto. Riguarda per esempio il cancro sociale del divorzio, autentico veleno per le nostre famiglie, secondo la curiosa ossessione di una gerarchia composta interamente da maschi adulti, sessualmente problematici, e per di più celibi. Riguarda naturalmente la legge che regolamenta l’aborto, abominevole in tutto anche in quelle forme che donne e uomini non illibati praticano quotidianamente servendosi di pillole e preservativo. Per non parlare delle imminenti leggi dedicate a interrompere la sofferenza infinita di corpi vivi, ma imprigionati da una malattia senza rimedio. Molto meglio assecondarne l’agonia fino all’ultima sorsata di ossigeno e dolore da risarcire tra le sete viola del funerale in chiesa, dove esercitare quella pietà che fu negata a Piergiorgio Welby, anche lui “incompatibile con i principi irrinunciabili”, che crepi da solo, amen.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni


Il Vaticano rompe con la legislazione italiana (der Spiegel, Germania - 2 gennaio 2009)
(Traduzione a cura di Italiadallestero.info)


Non possumus - di Carlo Cornaglia
Cinquecentomila in meno,
sono scese senza freno
le presenze dei suoi fan
sia alle udienze in Vatican
 
che alla residenza estiva.
In tre anni, ahimé, si arriva,
a partire dal decollo,
a un terribile tracollo...
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Foto di www.7781.itVanity Fair, 2 luglio 2008

L’evoluzione contemporanea della maschera di Totò si chiama Raffaello Follieri. E’ alto, impomatato, vanitoso. Ha 29 anni e la seria prospettiva di passare i prossimi 225 nel carcere di Manhattan che lo ospita da una settimana. La sua colpa non è quella di aver provato a vendere la Fontana di Trevi a un turista americano, ma dei palazzi del Vaticano a un bel po’ di miliardari, amici di Bill Clinton.

Viene da San Giovanni Rotondo, il paese del buisiness su Padre Pio, e quando sbarca a New York, nel 2001, si inventa la favola “del finanziere per conto di Dio”. Offre prezzi scontati per l’acquisto degli immobili e altissimi margini sulle vendite. Dice di avere tutte le chiavi e gli appoggi della Santa Sede. Riesce a entrare nel giro dell’ex presidente Usa e del suo braccio destro Douglas Band. Per fare immagine si fidanza con Anne Hathaway, quella de “Il diavolo veste Prada”. Vive in un appartamento al 46esimo piano, dell’Olimpic Tower, su Central Park, 750 metri quadri, 37 mila dollari al mese. Viaggia in jet privato, su una Mercedes bianca con autista, e su uno yatch da 40 metri parcheggiato ai Caraibi. Quando incontra clienti speciali, fa vestire un paio di suoi collaboratori con abiti talari. Convince un miliardario californiano a investire 50 milioni di dollari nel suo business.

Tutto fila liscio come in un favola. Poi ci si mette di mezzo l’Fbi che non crede alle favole. Hollywood sta già lavorando alla sua storia. Il giudice ha fissato a 21 milioni di dollari la cauzione per la libertà vigilata. La fidanzata è sparita, come l’appartamento, l’autista e lo yatch. Gli resta la sua faccia tosta. Se fosse in Italia gli basterebbe per diventare una vittima del giustizialismo. O per buttarsi in politica.

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8 luglio, boom di adesioni: la manifestazione contro le leggi-canaglia spostata a piazza Navona. Passaparola!
Aderisci alla manifestazione
 
Roma, Piazza Navona, ore18





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L’evoluzione contemporanea della maschera di Totò si chiama Raffaello Follieri. E’ alto, impomatato, vanitoso. Ha 29 anni e la seria prospettiva di passare i prossimi 225 nel carcere di Manhattan che lo ospita da una settimana. La sua colpa non è quella di aver provato a vendere la Fontana di Trevi a un turista americano, ma dei palazzi del Vaticano a un bel po’ di miliardari, amici di Bill Clinton.

Viene da San Giovanni Rotondo, il paese del buisiness su Padre Pio, e quando sbarca a New York, nel 2001, si inventa la favola “del finanziere per conto di Dio”. Offre prezzi scontati per l’acquisto degli immobili e altissimi margini sulle vendite. Dice di avere tutte le chiavi e gli appoggi della Santa Sede. Riesce a entrare nel giro dell’ex presidente Usa e del suo braccio destro Douglas Band. Per fare immagine si fidanza con Anne Hathaway, quella de “Il diavolo veste Prada”. Vive in un appartamento al 46esimo piano, dell’Olimpic Tower, su Central Park, 750 metri quadri, 37 mila dollari al mese. Viaggia in jet privato, su una Mercedes bianca con autista, e su uno yatch da 40 metri parcheggiato ai Caraibi. Quando incontra clienti speciali, fa vestire un paio di suoi collaboratori con abiti talari. Convince un miliardario californiano a investire 50 milioni di dollari nel suo business.

Tutto fila liscio come in un favola. Poi ci si mette di mezzo l’Fbi che non crede alle favole. Hollywood sta già lavorando alla sua storia. Il giudice ha fissato a 21 milioni di dollari la cauzione per la libertà vigilata. La fidanzata è sparita, come l’appartamento, l’autista e lo yatch. Gli resta la sua faccia tosta. Se fosse in Italia gli basterebbe per diventare una vittima del giustizialismo. O per buttarsi in politica.

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