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Foto di Cybergabi da flickr.comVanity Fair, 7 maggio 2008
Ci sarà pure l’invidia sociale e il voyeurismo morboso a avvelenare la glasnost fiscale voluta dal povero (e martoriato) Vincenzo Visco, ma in via di principio, l’operazione trasparenza, con i redditi degli italiani consultabili via Internet, non mi sembra affatto uno scandalo. Convinto come sono che siano infinitamente più oltraggiose le bugie dei dentisti da mille euro al mese, dei commercianti con Suv, ma nullatenenti, e degli imprenditori più poveri dei propri dipendenti, come ogni anno ci raccontano le dichiarazioni dei redditi degli italiani brava gente. Tanto, tanto devoti alla propria privacy.

Hanno scritto che non è bello spiare il proprio vicino di casa o di ufficio, rovistare dentro al portafoglio di un calciatore e della sua bella. D’accordo, non è nemmeno elegante. Ma intanto l’elenco alfabetico di Internet riguarda tutti, va da a alla zeta, senza deroghe. Nei suoi labirinti si guarda e si è guardati. Non ci sono buchi della serratura a metterci in salvo, ma pagine di un libro aperto, dove tutti noi diventiamo controllori e controllati. Che poi sarebbe un principio elementare della democrazia contro il segreto, contro tutti i segreti, che di solito nutrono i poteri oligarchici e di casta.

Smisurate grida hanno convinto il garante a chiudere le porte elettroniche degli elenchi (anche se troppo tardi). Piegandosi ai clamori di un Paese dove si evadono 200 miliardi di euro l’anno. Dove trenta (o quaranta o cinquanta) italiani su cento non pagano le tasse. Compiendo un gesto antisociale, prima che contabile. Perché usano strade, scuole, ospedali, boschi, coste e città costruite con la fatica (e il denaro) degli altri. Godendosi i propri vantaggi, mordendo gli intrusi, senza mai far scandalo, ben protetti dalla privacy.

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E' in edicola l'edizione tascabile di Vita agra di un anarchico, ripubblicato da Baldini Castoldi Dalai.
Il libro, introvabile da anni, contiene una nuova prefazione.
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Foto di Gonzalo Barrientos da flickr.comSe l’Italia fosse un paese serio, sia il centrodestra sia il centrosinistra si impegnerebbero prima delle elezioni, in caso di vittoria, a confermare come ministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa. Cioè l’unico ministro dell’Economia, dopo Ciampi, che nei vertici internazionali non viene preso a pesci in faccia, ma anzi viene rispettato e ascoltato.

Questo signore d’altri tempi, questo economista colto e spiritoso, discreto e competente, ha rimesso in sesto in un anno e mezzo i disastrati conti dello Stato sfasciati dai suoi predecessori (vedi l'illuminante documento che allego qui, preparato da un gruppo di studenti di Economia che hanno a cuore i fatti e i dati concreti, non le balle elettorali); ha fatto levare all’Italia la procedura d’infrazione aperta dall’Europa ai tempi del miracolo berlusconiano; ha recuperato insieme al suo vice Vincenzo Visco una ventina di miliardi di euro di evasione fiscale. Insomma, ha riempito la botte che ora Berlusconi e i suoi boys torneranno a prosciugare. Perché naturalmente Padoa Schioppa è visto come il fumo negli occhi dal centrodestra delle spese folli, ma anche dal Pd alla Veltroni, tutto paillettes e cotillons, dunque allergico alle persone serie.

Nel caravanserraglio di nani e ballerine, a metà strada fra “Uomini e donne” e una sfilata di moda, messo insieme da Uòlter, una persona seria come Padoa stonerebbe. Infatti l’hanno rimosso come un ferrovecchio ingombrante, fanno finta di non conoscerlo, sottosotto gli rimproverano la lotta all’evasione fiascale (far pagare le tasse agli evasori è un peccato mortale e “fa perdere voti”). Anziché elogiare e rivendicare i suoi successi, c’è pure qualche somaro che gli rinfaccia la crescita zero dell’economia, come se fossimo in Unione Sovietica dove l’industria era di Stato e di partito, come se le performance deprimenti delle nostre imprese private fossero colpa del governo.

Rimozione forzata per Padoa Schioppa, ma anche per Romano Prodi, altro politico troppo serio e competente per piacere ai berlusconiani “de sinistra” del nuovo Pd. Non è telegenico nemmeno lui. Non parla di sogni, non dice “I care” e nemmeno “We can”. Ma sgobba e sa far di conto. L’altro giorno, con un comunicato di tre righe, ha annunciato l’addio alla politica nel silenzio generale. Nel ’96 ha battuto Berlusconi e nel ’98 ha portato l’Italia in Europa; tre mesi dopo, per ringraziarlo, quei gran geni di D’Alema e Bertinotti l’han rovesciato, riconsegnando l’Italia a Berlusconi. Lui intanto è andato a presiedere la Commissione europea. Nel 2006 l’han richiamato per sconfiggere Berlusconi, cosa che lui puntualmente ha fatto per la seconda volta. Dopo un anno e mezzo l’han rispedito a casa senza nemmeno un grazie.

Lui se n’è tornato a Bologna, da dove era venuto, senza una parola polemica, mentre l’ultima ballerina di Uòlter, l’impresario-falco Massimo Calearo, andava in tv a ringraziare “San Clemente” Mastella per “averci liberato da Prodi”. Vedremo che cosa saran capaci di fare questi giganti del pensiero che reggono il Pd e il Pdl, a parte candidare mogli, figlie, portaborse, pregiudicati e qualche camicia nera, e chiacchierare per ore senza dire nulla. Personalmente già rimpiango Prodi e Padoa Schioppa. Due signori che han saputo uscire di scena con dignità ed eleganza. Due signori che, quando non avevano niente da dire, non parlavano. Due signori.


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