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Vignetta di Natangelo

Veronica Lario, la signora che Walter Veltroni avrebbe voluto candidare nel suo partito, il partito democratico, ha chiesto a suo marito, il dott. Silvio Berlusconi, reo di molti tradimenti, un assegno mensile di 3,5 milioni di euro al mese per le proprie spese di mantenimento, cibo, vestiario, gas, luce, ginnastica, ma non sigarette, visto che non fuma.

La cifra di tremilionicinquecentomila euro pari a sette miliardi di vecchie lire, pari a centodiciassettemila euro al giorno, cioe’ a dire duecento milioni di vecchie lire al giorno, sarebbe giudicata congrua dalla signora e dai suoi legali a risarcimento delle molte ferite (specialmente emotive) subite in venticinque anni di relazione amorosa, e diciannove anni di matrimonio civile. Si chiama divorzio con addebito.

Il quale addebito – vista la consistenza dell’addebito – era di sicuro parte del piano di Veltroni. Che in un colpo solo, ecco l’astuzia, avrebbe incamerato non solo gli occhi lucenti di Veronica, ma pure il suo stellare adebbito, cioe’ nel suo caso: accredito. Per il bene del partito, si capisce.
(Vignetta di Natangelo)

Commento del giorno
di Erica -   lasciato il 25/11/2009 alle 18:0 nel post White Christmas, Natale di razza bianca
Propongo il "Clean Christmas: caccia all'evasore. Denuncia i clandestini del fisco, quelli che gli irregolari li fanno lavorare a nero, come schiavi".
Scommetto che tanti si sentirebbero dall'altra parte e inizierebbero a parlare di caccia alle streghe e giustizialismo. La solita ipocrisia vigliacca.


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Vignetta di NatangeloNessuno è in grado di dire se il Partito Democratico esisterà ancora una volta superata la boa delle prossime elezioni europee. Dopo aver letto le parole usate mercoledì da Walter Veltroni nel suo discorso di commiato, un fatto è comunque chiaro. L'ex segretario non ha capito perché milioni di cittadini hanno smesso di votare per il suo partito. Non ha capito o, forse, come fanno altri dirigenti del Pd, ha fatto finta di non capire.

Il tarlo che sta erodendo quella formazione politica ha infatti un nome preciso: credibilità. Il Pd perde perché non è credibile. E non è un problema di idee o di progetti. È invece una questione di uomini e di comportamenti.

Il continuo susseguirsi di scandali, le mancate dimissioni di chi ha fallito come amministratore pubblico (vedi Campania), la decisione di non sottrarsi alla logica delle nomine partitocratiche nella Rai, nelle authority e in ogni altro ente, hanno finito per togliere agli elettori di centro-sinistra anche le ultime illusioni. A poco a poco il mito della differenza, della diversità dal centro-destra, è venuto a cadere.

Per questo è il caso di ricordare che, paradossalmente, il Pd era entrato in crisi già due anni prima di nascere. Aveva cominciato a morire alla vigilia delle elezioni del 2006 quando fu pubblicata (da "Il Giornale") una celebre telefonata tra  Piero Fassino e il big boss di Unipol, Giovanni Consorte,  in cui l'allora segretario dei Ds diceva «Siamo padroni di una banca». È stato da quel momento in poi che Silvio Berlusconi ha potuto cominciare a ripetere «anche loro sono uguali» venendo sempre più creduto. Giorno dopo giorno, infatti, ci pensavano le pagine di cronaca (spesso nera) dei giornali a dargli ragione.

A un situazione del genere il centro-sinistra prima, e il Pd poi, avrebbe potuto (e dovuto) reagire con dei gesti forti e simbolici. Invece non è accaduto nulla. Il gruppo dirigente è rimasto immobile. Veltroni ha taciuto. O ha parlato troppo poco. E dal Pd se ne sono così andati i migliori. Gli elettori.

Segnalazioni

Resti in carcere il serial criminale - di Bruno Tinti

Da Dante a Oscar Wilde - di Lorenzo Fazio (Direttore editoriale Chiarelettere)

L'Italia indifferente al processo per corruzione di Berlusconi - Lo speciale di Italiadallestero.info

Sì alla vita, no alla tortura di stato - il 21 febbraio tutti a piazza Farnese
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Mills di questi giorni
di Marco Travaglio

Immagine di Roberto CorradiPer il Tribunale di Milano l'avvocato David Mills, ex consulente della Fininvest di Berlusconi, è stato corrotto con 600 mila dollari provenienti dalla Fininvest di Berlusconi per testimoniare il falso in due processi a carico di Berlusconi. Notizia davvero sorprendente, visto che Mills aveva confessato tutto in una lettera al suo commercialista (“ho tenuto Mr B. fuori da un mare di guai nei quali l’avrei gettato se solo avessi detto tutto quello che sapevo”) e poi alla Procura di Milano. Mistero fitto sul nome di Mr.B, cioè del corruttore. Il sito del Corriere, attanagliato da dubbi atroci, titola: “I giudici di Milano: Mills fu corrotto”. Da chi, non è dato sapere. Labili indizi, secondo voci di corridoio, condurrebbero a un nano bitumato, che poi era l’altro imputato nel processo, ma è riuscito a svignarsela appena in tempo con una legge incostituzionale, dunque firmata in meno di 24 ore dal Quirinale nell’indifferenza della cosiddetta opposizione. Ora Mills dichiara: “Mi è stato raccomandato di non fare commenti”. Da chi, è un mistero. Purtroppo l’ignoto raccomandatore s’è scordato di tappare la bocca anche ai suoi innumerevoli portavoce, che han commentato la sentenza come se avessero condannato lui: “Condanna politica e a orologeria”. Anche la Rai s’è regolata come se la condanna riguardasse il padrone, cioè il premier: infatti non ha inviato nemmeno una videocamera amatoriale a riprendere la lettura della sentenza. Uomini di poca fede: non han capito che Berlusconi non c’entra, che Mills s’è corrotto da solo. Infatti, subito dopo la sentenza, non s’è dimesso il presidente del Consiglio. S’è dimesso il capo dell’opposizione.
(Immagine di Roberto Corradi)

Gli aggiornamenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Gli aggiornamenti da Signori della corte a cura di Barbara Buttazzi

Simmetrie
di Pino Corrias

Il Tribunale di Milano condanna David Mills a 4 anni e 6 mesi per essersi fatto corrompere con 600 mila dollari.
Il segretario del pd Walter Veltroni si dimette dopo la pesante sconfitta in Sardegna dove la destra ha vinto con 9 punti percentuali di vantaggio e il pd è crollato di 12 punti.
David Mills confessò in una lettera al proprio commercialista e poi ai magistrati italiani che i soldi erano il risarcimento per una sua falsa testimonianza che scagionava Silvio Belrusconi in due processi.
Walter Veltroni si dimette dicendo: “”Per molti sono un problema”.
David Mills nel corso del processo ritratta, “non era Silvio Berlusconi il corruttore”. Ma il tribunale non gli crede.
Walter Veltroni godendo di molta credibilità, ha perso le elezioni politiche del 13 aprile 2008, poi ha perso la poltrona di sindaco di Roma ceduta a Rutelli che a sua volta l’ha ceduta a Gianni Alemanno, poi ha perso le amministrative in Abruzzo e infine quelle in Sardegna.
David Mills alla lettura della sentenza di primo grado si è dichiarato “molto deluso”.
Walter Veltroni dicendo che le sue dimissioni “sono irrevocabili”, si dichiara “molto deluso”.
Se David Mills è corrotto, chi è il corruttore?
Se Walter Veltroni si dimette, chi sarà a sostituirlo?
Il tribunale di Milano non può stabilirlo per via del Lodo Alfano che funziona come un ordine.
Nemmeno il pd può stabilirlo, funzionando nel pieno disordine.
Mills non si muoverà da Londra.
Veltroni forse se ne andrà in Africa.
Tutta la destra si è mobilitata contro la sentenza giudiziaria.
Tutte le sentenze della politica si sono mobilitate contro la sinistra.

Segnalazioni

Montanelli TV - Gli incontri di Indro
Questa sera su Rai Sat Premium alle 22.50 la prima puntata con gli estratti dal programma "Incontri" del 1959 che vide l'esordio in tv di Indro Montanelli nelle vesti di intervistatore dei personaggi più rappresentativi del mondo artistico e culturale dell'epoca.


Sì alla vita, no alla tortura di stato - il 21 febbraio tutti a piazza Farnese
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Mi oppongo all’abuso delle parole di Barbara Spinelli (Micromega.net)

Da Dante a Oscar Wilde - di Lorenzo Fazio (Direttore editoriale Chiarelettere)

Lawyer convicted of taking bribe to shield Berlusconi - di Rachel Donadio, International Herald Tribune

Il Vaticano invade l'Italia - di Philippe Ridet (Le Monde, Francia - 11 febbraio 2009)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info

Testamento biologico
-
di Carlo Cornaglia
Volontà di fine-vita,
è ormai persa la partita.   
Si può fare il testamento,
ma è totale il cedimento
  
al volere della Chiesa,
didielle ch’è una resa,
una frode farisaica,   
capitolazione laica...
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Vignetta di Molly BezzZorro
l'Unità, 30 gennaio 2009


A proposito di silenzi omertosi, anzi mafiosi: l’altroieri la Camera ha bocciato la mozione dell’opposizione Pd-Idv-Udc che chiedeva gentilmente al governo di “invitare alle dimissioni il sottosegretario all’Economia Nicola Cosentino”, Pdl, accusato da sei pentiti del clan dei Casalesi (come ha rivelato una lunga inchiesta dell’Espresso) e indagato per camorra dalla Dda di Napoli, in quanto “lede gravemente non solo il prestigio del governo, ma anche la dignità del Paese”. La mozione era firmata dai capigruppo del Pd Antonello Soro, dell’Idv Massimo Donadi e dell’Udc Michele Vietti, oltreché dagli on. Sereni, Bressa, Ciriello e Garavini. Quest’ultima, una maestra elementare eletta con gl’italiani all’estero e dunque ignara di cose di mafia, ha illustrato la mozione in aula. Purtroppo però le astensioni e le assenze nelle file del Pd han superato quelle del Pdl e salvato l’ottimo Cosentino.

Mozione respinta con 236 no (Pdl più Lega), 138 sì e 33 astensioni. Decisivi dunque i 26 astenuti Pd (fra i quali Cuperlo, Madia e i radicali), i 47 Pd usciti dall’aula perlopiù solo per quella votazione e poi subito rientrati (compresi Enrico Letta, il ministro molto ombra della Giustizia Lanfranco Tenaglia e perfino Marina Sereni, firmataria della mozione stessa), i 22 Pd assenti ingiustificati (compresi D’Alema, Gentiloni e Veltroni, che sull’Espresso aveva chiesto le dimissioni di Cosentino) e i 2 Pd addirittura contrari (fra cui il tesoriere Ds Ugo Sposetti). Erano troppo impegnati a salvare le istituzioni repubblicane minacciate da un paio di migliaia di persone in piazza Farnese.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Lavoro, salari, precarietà: "Un nuovo contratto per tutti"
Ne discutono gli autori Tito Boeri e Pietro Garibaldi insieme a Guglielmo Epifani, Antonio Marzano, Franco Marini e Stefano Saglia. Modera: Stefano Lepri.
Roma, 3 febbraio 2009.
Scarica l'invito


Di Pietro / Napolitano: come distogliere l'attenzione dall'accordo Letta-Veltroni di PIetro Orsatti (Agoravox.it)

Comincia ora - Ucuntu n.28, 31 gennaio 2009


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Vignetta di NatangeloC'è da sperare che qualcuno riesca a far dimettere il senatore Nicola Latorre almeno dall'incarico di vice-capogruppo dei democratici al Senato. Pensare infatti che i probiviri del Pd espellano, o quantomeno sospendano, il braccio destro di Massimo D'Alema dal partito, così come farebbe qualsiasi partito in qualsiasi democrazia occidentale, è velleitario. Ormai è chiaro che di occidentale il nostro paese conserva solo la collocazione sulla carta geografica: tutto il resto, dalle classi dirigenti fino a buona parte dei media, è levantino. O, se preferite, latino americano.

Ma persino in Sud America un parlamentare di opposizione smascherato in tv mentre consiglia per iscritto a un esponente della maggioranza le frasi e i ragionamenti da utilizzare per tentare di levarsi dall'impaccio in cui lo ha cacciato un avversario politico, verrebbe immediatamente fatto scomparire dalla scena. Ovviamente non per senso etico o morale, ma per convenienza. Con quale residua credibilità Latorre potrà nel futuro opporsi, o fingere di opporsi, a prese di posizione, leggi e interventi avanzate dalla maggioranza? D'ora in poi la sua faccia rotonda, il suo cranio pelato, saranno solo e semplicemente il simbolo del'inciucio. Saranno un inno al qualunquismo di chi dice «intanto sono tutti uguali». Saranno la pietra tombale sulle già scarse possibilità del centro-sinistra di tornare un giorno alla guida del paese. 

Eppure tra gli oligarchi nostrani Latorre resta popolarissimo. Ieri i suoi amici, per fronteggiare l'ondata di sconcerto montante anche dall'interno del Pd, hanno straparlato rievocando i processi staliniani. Il pugliese Francesco Boccia, dimostrando di non aver ricevuto nessun beneficio dagli anni trascorsi in gioventù studiando a Londra, è arrivato a dire: «Siamo passati da Obama a Stalin». L'ex prodiano Paolo De Castro ha definito «grottesche le critiche» per il pizzino allungato da Latorre. E tutti hanno catalogato l'episodio tra le scaramucce in atto tra i dalemiani e i veltroniani per il controllo del partito democratico.

Ora, è evidente che tra i due gruppi sia in corso una guerra. Ed è altrettanto ovvio che Veltroni e i suoi, mentre premono per le dimissioni di Latorre, sotto sotto si fregano le mani pensando di aver segnato un punto in loro favore. Ma tutto questo non basta per evitare di discutere del nocciolo della questione: Latorre con il suo comportamento ha danneggiato gravemente il partito, se non se ne va lo danneggerà ancor di più. Per il Pd, insomma, è arrivato all'improvviso l'ultimo treno. Sarebbe il caso che da quelle parti ci si desse da fare per non perderlo.

Aggiornamenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Il pizzino di Latorre in soccorso di Bocchino (Omnibus, 15 novembre 2008)

Promemoria. Quindici anni di storia italiana ai confini della realtà - lo spettacolo teatrale di Marco Travaglio al Ciak di Milano dal 18 al 23 novembre è tutto esaurito.
Per chi fosse rimasto senza biglietto ci saranno altre due date, il 29 e 30 novembre, sempre al Ciak.


Scusatemi per la lunga assenza - il nuovo post di Bruno Tinti per la rubrica Toghe rotte

G8 2001, fare un golpe e farla franca
Presentazione del film di Beppe Cremagnani, Enrico Deaglio e Mario Portanova
Mercoledì 26 Novembre 2008 ore 21.00 all’interno della rassegna “Politicamente scorretto” di Casalecchio di Reno.
Intervengono gli autori. Partecipano Carlo Lucarelli, Luca Telese, coordina Marco Pettini.


Vogliamo la web tv: i volti degli italiani che vogliono una nuova televisione


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Vignetta di Molly BezzIl bello è che questo Villari Riccardo, deputato napoletano in quota all’opposizione, ma eletto dalla maggioranza a presiedere la Commissione parlamentare di vigilanza, se ne stava al sole romano, due domeniche fa, ore nove e trenta del mattino, con Massimo D’Alema, tutti e due passeggiando sul Lungotevere. Da soli e fitto fitto parlando, chissa di cosa poi. Per di più sul lato più simbolico del fiume, tra Castel Sant’Angelo e il Vaticano, ad aggiungere intreccio di sangue e di complotto al sottotesto.

Perché poi il sottotesto e il testo coincidono: “Non mi dimetto. Non ci penso proprio”, ha dettato il Villari, dopo diurne consultazioni con Ciriaco De Mita e Clemente Mastella, bufale sagge e silenti della politica campana, entrambi esperti in dimissioni per averne rifiutate a dozzine, nel corso dei decenni democristiani e oltre. Per poi farsi le molte risate di queste ore in compagnia dei ronzanti Velardi Claudo e Latorre Nicola, anche loro napoletani coi fiocchi, amici (proprio) dell’amico D’Alema, e perciò nemici del nemico Veltroni.

Il quale Veltroni neanche si è accorto di quanto e di come si preparava la sua plateale sconfitta agli occhi dell’equipaggio suo e dell’Italia intera, svestendolo fino al punto di non ritorno, come capita a un comandante senza comando. Umiliabile persino dalla penultima pedina in gioco, questo Villari Riccardo che tenendosi stretta la fresca nomina attribuitagli dai berlusconici, si concede lo sfizio pomposo della battuta istituzionale e dalla cima del suo patibolo declama: “Vorrei compiere con dignità e umiltà il compito che mi è stato affidato”.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Pino Corrias riceve il premio Lo Straniero 2008

Promemoria. Quindici anni di storia italiana ai confini della realtà - lo spettacolo teatrale di Marco Travaglio al Ciak di Milano (18,19,21,22,23 novembre 2008)

Marco Travaglio: Loggia continua - il video della lezione di Marco Travaglio agli studenti di Roma Tre (da Micromega.net)

Il silenzioso lavoro di chi smantella la sicurezza dei lavoratori di Salvatore Giannella

Sono Villari, il sinuoso - di Carlo Cornaglia
Commissione Vigilanza
della Rai: contro l’usanza
che vuol che l’opposizione
ne decida il capoccione,
  
il premier, con far nefando,
non vuol che Leoluca Orlando
ne diventi presidente.
Il caimano prepotente...
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Foto di Roberto CorradiOggi Bruno Vespa se l'è presa con Beatrice Borromeo che in un'intervista a "La Stampa" aveva criticato Porta a Porta. Per la Borromeo il programma di Vespa è infatti «privo di qualsiasi dignità», è «ridicolo», e all'estero viene «preso in giro». Vespa le ha risposto definendola «valletta» e ricordando che «pochi giorni fa, alla Venaria di Torino, Josè Maria Aznar, già carismatico primo ministro spagnolo, ha lodato Porta a Porta definendola la migliore trasmissione europea del suo genere e rammaricandosi che altri Paesi, a cominciare dal suo, non la imitino». Poi, dopo aver citato i grandi personaggi che hanno chiesto di passare dal suo studio, da Arafat a Peres, fino arrivare prossimamente al primo ministro rumeno, Vespa ha chiuso il suo ragionamento dicendo di lasciare «al lettore il commento sul cinguettio della giovane e promettente valletta».
Credo che sia il caso di prenderlo in parola.

Aznar passerà alla storia per essere riuscito a far perdere al proprio partito un'elezione praticamente già vinta. In occasione degli attentati di Al Qaeda a Madrid tentò per tre giorni di convincere gli spagnoli che l'azione terroristica era opera dell'Eta e non di estremisti islamici. Temendo che gli elettori cominciassero a riflettere sui disastrosi effetti della guerra in Iraq, Aznar arrivò persino a telefonare ai direttori di giornale per spingerli a nascondere la verità. Ma la stampa spagnola, anche quella di centrodestra filo partito popolare, mantenne la schiena dritta, e smascherò il premier. A causa di una menzogna, insomma, i socialisti di Zapatero andarono al governo.

C'è quindi ben poco da stupirsi che un qualsiasi uomo politico (che si chiami Aznar, Zapatero o Simon Peres) aneli ad essere intervistato in tv da un giornalista come Vespa. Del resto la qualità di un conduttore non si giudica in base all'importanza dei suoi ospiti. A far la differenza è il modo in cui la trasmissione viene condotta.

Questo è l'unico metro possibile. E lo dimostra quanto accaduto proprio ieri nel corso del faccia a faccia con Waterloo Veltroni. Quando il leader del Pd ha ricordato come, alla domanda «lei è antifascista?»,  il Presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi avesse risposto: «Io penso solo a lavorare per risolvere i problemi degli italiani», Vespa si è lanciato in un'appassionata difesa del Cavaliere. E per smentire l'ex diessino ha tirato fuori la trascrizione di una dichiarazione di Berlusconi, in cui premier proseguiva la frase dicendo di riconoscersi nei «valori della costituzione». Un assist persino per Veltroni che ci ha messo un secondo per far notare come quella non fosse la prima ed originale risposta del leader della Pdl, ma solo il ragionamento utilizzato da Berlusconi, proprio a Porta a Porta, per spegnere le polemiche suscitate dalla sua sconcertante uscita.

Ora il problema non è che Vespa sia filo-governativo o che abbia delle legittime opinioni politiche. La questione è deontologica: l'anziano conduttore ha tentato di sostenere il premier utilizzando una bugia. E la cosa è ancor più spiacevole se si tiene conto che Berlusconi versa regolarmente del denaro a Vespa. Il giornalista Rai infatti è titolare di una rubrica fissa sulle colonne di Panorama (gruppo Berlusconi).

All'estero questo si chiama conflitto d'interessi (non di Berlusconi, ma di Vespa). Chi si occupa di politica e lavora nel servizio pubblico non può ricevere emolumenti dal leader di uno degli schieramenti e pretendere di passare per imparziale. E se lo fa, non si limita a coprirsi di ridicolo. Diventa, invece, francamente rivoltante.

Segnalazioni

Le intercettazioni telefoniche/2 - leggi l'ultimo post della rubrica sulla giustizia di Bruno Tinti

Lunedì 29 settembre Peter Gomez e Marco Travaglio presentano Bavaglio insieme ad Antonio Ingroia e Antonio Padellaro.
Torino, Teatro Nuovo. Corso Massimo d'Azeglio, 17 - ore 21

Ingresso libero fino ad esaurimento posti

'O prociess' - guarda il video di Roberto Corradi

Top gun - di Carlo Cornaglia
Sui giornal c’erano ieri
due buffoni battaglieri
travestiti da top gun:
un fascista ed un padan.
  
Bobo e Ignazio, fianco a fianco,
ricordavan Ciccio e Franco,
Walter Chiari e Campanini.
Han volato i birichini...
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