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di Marco Travaglio

“Studenti d’Italia, questo articolo è scritto soltanto per voi, che non dubiterete, spero, dell’autenticità di quanto vi riferisco… Non faccio il giornalista, in questo momento. Faccio il postino. E quello che vi rimetto è un testamento: il testamento dei vostri camerati d’Ungheria che, mentre io scrivo e mentre voi leggete, muoiono: non in senso traslato, ma in senso fisico, uno dopo l’altro, uno sull’altro, cantando l’inno di Kossuth. E, morendo, hanno pensato a voi... È naturale che abbiano saputo anche delle vostre manifestazioni che noi, chiusi in uno scantinato, ignoravamo. State tranquilli: non le avete inscenate invano. Ma ora permettetemi di aggiungere qualche altra cosa, parlandovi non da inviato speciale a lettori comuni, ma da ex goliardo a goliardi, fuori di ogni regola di mestiere. Spero che mi capirete.

Durante la battaglia, per quanto terribile fosse, non ho fatto nulla per evadere dall’Ungheria. E non perché non avessi paura: vi ho già detto che ne avevo, e tanta. Ma perché, nella mia carriera di giornalista, non mi ero mai trovato in mezzo a uno spettacolo così esaltante. Sono sicuro che ognuno di voi questa esaltazione l’avrebbe condivisa. Ed è per questo che vi chiedo di non compiangere i vostri camerati che vi sono morti.

Nessuna vita d’uomo, per quanto longevo, sarà stata così ricca e piena come quella, spezzata a vent’anni, dei ragazzi di Budapest che la lanciarono contro le corazze dei carri armati. Ben altri, credete a me, è da compiangere: coloro che forse sorrideranno di queste mie parole. Non so se tra voi ce ne siano. Speriamo di no. Ma ne ho trovati in altri ambienti, appena tornato in Patria, che mi hanno chiesto con un sorrisino scettico e furbo come mai gli ungheresi avevano fatto questa ‘pazzia’, come mai si erano abbandonati a questa ‘improvvisazione’, come mai avevano ‘rotto le uova nel paniere’ ai loro uomini politici, come mai aveva ‘compromesso la situazione’. Sono coloro che evidentemente, alle vostre manifestazioni, si sono stretti nelle spalle pensando che avreste fatto meglio ad andare a scuola o a tornarvene a casa. Sono coloro che domani, coi carri russi all’uscio, non improvviserebbero e non comprometterebbero nulla: coesisterebbero.

Non lasciatevi corrompere da questa saggezza. È il passaporto della viltà, del calcolo e del tornaconto. La Storia non va avanti a forza di saggezza, in nome della quale nessuno ha mai trovato il coraggio di morire. Quel che la muove è la pazzia, e mai pazzia fu più sublime di quella degli studenti di Budapest. Siete stati voi ad aver avuto ragione rifiutandovi di misurare il sacrificio dei vostri camerati ungheresi sul metro, purtroppo italianissimo, dell’’opportuno’, e sottolineandone soltanto il valore morale e poetico. Perché quella che soffiava per le strade di Budapest era, ve lo assicuro, poesia. Ho sempre cercato di evitare questa parola, e invidio coloro che con tanta disinvoltura riescono a incastrarla nei loro periodi ogni cinque righe. Ma stavolta non ne trovo altre. Ed è giusto che con la poesia voialtri vi siate sentiti solidali. A che scopo avreste vent’anni, se non lo foste?” (“Un messaggio da Budapest agli studenti d’Italia” di Indro Montanelli, Corriere della sera, 17 novembre 1956)

E’ con questa partecipazione commossa e commovente, emozionante ed emozionata, che Indro Montanelli racconta sul “Corriere della sera” la rivolta d’Ungheria nel novembre del 1956. Ma quel trasporto quasi febbrile non gl’impedisce di cogliere lucidamente fin da subito quel che sta accadendo a Budapest. Lui, il compiaciuto campione dell’Italia conservatrice, il bastiancontrario prediletto dalla borghesia italiana, riesce a scompigliare tutti i luoghi comuni, di destra e di sinistra, che  stanno trasformando quel che accade per le strade e nelle piazze ungheresi in una inesistente controrivoluzione borghese, filo-occidentale, anticomunista. Paradossalmente quei luoghi comuni fanno comodo a entrambi gli schieramenti, e ai giornalisti e agl’intellettuali al seguito: tanto ai comunisti, fedeli all’ortodossia sovietica e ansiosi di dipingere dietro ai rivoltosi l’ombra nera del capitalismo e del consumismo occidentali; quanto ai conservatori e ai reazionari, compiaciuti nel raffigurarsi un paese che vuole scrollarsi di dosso il socialismo reale per sposare la liberaldemocrazia borghese. Montanelli, con i suoi reportages da Budapest, li prende tutti a ceffoni, raccontando esattamente ciò che ha visto, non una parola di più, né di meno: una rivolta di popolo, di studenti, intellettuali, contadini e operai in gran parte di fede socialista, che non contestano il socialismo; semplicemente ne sognano una versione diversa, non più internazionalista e cioè filosovietica, ma “nazionale” e riformista.

Quando, il 23 ottobre, esplode a Budapest la prima sommossa, Montanelli si trova a Vienna per una battuta di caccia al cedrone, ospite di un aristocratico insieme all’amico ambasciatore italiano in Austria, Angelo Corrias. Alle prime voci provenienti dall’Ungheria, chiede il visto al consolato ungherese a Vienna, ma lo trova chiuso. Intanto a Budapest è già arrivato un altro grande inviato del “Corriere”, Egisto Corradi, insieme a due firme del “Corriere d’informazione”, Alberto Cavallari e Guglielmo Zucconi. Montanelli scrive le prime corrispondenze da Vienna, pubblicate il 30 e il 31 ottobre, in base alle notizie che riesce a strappare per telefono ad alcuni testimoni. Il 31 ottobre, pur senza visto, si mette in marcia verso il confine ungherese a bordo della Fiat Seicento dell’addetto culturale dell’ambasciatore, Guido Cabalzar. Con loro, oltre alla moglie di Cabalzar, c’è Matteo Matteotti, figlio di Giacomo e segretario del Partito socialdemocratico italiano.

“Alla frontiera, al posto delle guardie confinarie, vedemmo dei ragazzi in borghese con delle coccarde tricolori al braccio”, racconterà Indro (“Soltanto un giornalista”, a cura di Tiziana Abate, Rizzoli, 2002): “Appreso che eravamo italiani, ci lasciarono passare fra baci e abbracci. E quando arrivammo nella piazza principale di Budapest, al posto della faraonica statua di Stalin, trovammo soltanto i suoi due stivali che puntavano verso il cielo come due braccia levate per disperazione”.
I quattro arrivano a Budapest il 1° novembre, mentre i carri armati russi lasciano il Paese, che appare “completamente in mano ai patrioti”. Preso alloggio all’hotel Duna, Montanelli scrive subito la sua prima corrispondenza dal vivo, in cui definisce ottimisticamente Imre Nagy il “curatore di questo immenso fallimento sovietico” e lo dipinge come il traghettatore dell’Ungheria verso un socialismo dal volto umano sulla scia del miracolo appena compiuto in Polonia da Wladyslaw Gomulka. E’ quel che sperano in molti, in quel momento.

“Appena entrato in Ungheria, ho avuto l’impressione di averla liberata io, tale era l’entusiasmo che il mio passaporto e la mia automobile italiana suscitavano ovunque. Non avevo mai distribuito tanti baci, autentici baci, in vita mia. E sono arrivato a Budapest con il cappello crivellato dalle asticciole delle bandierine che mi ci avevano infilate e che dovevano fare di me la caricatura di un pellerossa. Un giovanotto mi baciò la mano, come se fossi stato un monsignore, e scoppiò a piangere. Ancora un po’ e scoppiavo a piangere anch’io. Il mio autista, Mannavola, si trovò a un certo punto tre bambini in braccio e non sapeva dove metterli. Tutto questo, mentre, due passi a destra, il cadavere dell’impiccato dolcemente dondolava sotto la carezza del vento, due passi a sinistra donne inginocchiate accendevano lumini sulle tombe di fresco ricoperte dei loro poveri morti, e traballando sul selciato, incalzati dalle motorette dei patrioti, i carri armati sovietici abbandonavano Budapest, la città che, qualunque cosa stia per avvenire, liberando se stessa ha liberato l’Europa dalla paura della Russia” (“Imre Nagy è diventato il curatore del fallimento comunista a Budapest”di Indro Montanelli, Corriere della sera, 2 novembre 1956).

Nel pomeriggio del 2 novembre i sovietici chiudono la frontiera occidentale, isolando anche militarmente l’Ungheria dal resto del mondo. E’ il passo decisivo che prelude all’invasione dell’Armata Rossa. Come ricordano Sandro Gerbi e Raffaele Liucci (“Lo Stregone. La prima vita di Indro Montanelli” di Sandro Gerbi e Raffaele Liucci, Einaudi, 2005), in quelle ore penetra in Ungheria anche una giovane inviata dell’Europeo, Oriana Fallaci, ma viene respinta alle porte di Budapest da un posto di blocco sovietico. Cavallari, già in viaggio verso la frontiera austriaca, riesce a rientrare a Vienna. Anche Montanelli ci prova, ma viene respinto sotto la neve al confine e rispedito a Budapest, dove rimane per dieci giorni intrappolato dal blocco sovietico con un pugno di colleghi italiani: Vittorio Mangili della Rai, Ilario Fiore del Tempo, Luigi Fossati dell’Avanti!, Alberto Jacoviello dell’Unità, Luigi Saporito dell’Ansa, Sergio Perucchi di Vie Nuove, oltre a Matteotti. Il 3 novembre riesce avventurosamente a dettare agli stenografi l’ultima corrispondenza prima che le truppe di Mosca interrompano ogni comunicazione per una settimana, mentre la centralinista dell’hotel Duna gli dice singhiozzando: “Siamo tutti di nuovo in prigione!”. E’ un lungo articolo che preannuncia la strenua resistenza del popolo ungherese:
Chi li ha visti, come io li ho visti stanotte, questi poveri fanti improvvisati e scalcagnati emersi dalle università, dai licei, dai campi, dagli uffici e dalle fabbriche, con gli arcaici fucilini, imbracciati come se fossero stati altrettanti cannoni, e senza nemmeno essere allenati a maneggiarli, al passaggio di quei mostruosi e terrificanti panzer, di cui non avrebbero potuto scalfire nemmeno un cingolo, non può aver dubbi in proposito. Questa è gente che non scappa più, che non si arrende più, nemmeno alle ragioni della ragione. Come nel ’39 i finlandesi,  alla cui razza del resto appartengono. Ma con una vena di pazzia spavalda, che i loro nordici cugini non hanno. Con questa vena di pazzia bisogna fare i conti; e non è facile, sul piano diplomatico, Nagy, credete a me, non è da invidiare. E forse è anche per questo che lo hanno lasciato alla testa del Governo. Tutto sommato e a parte le sgradevoli avventure di stanotte, non mi spiace di essere rimasto in trappola con questi topi. (“L’assedio dei carri armati estrema manovra di Mosca” di Indro Montanelli, Corriere della sera, 4 novembre 1956)

L’articolo esce in Italia poche ore dopo l’ingresso a Budapest, all’alba del 4 novembre, di 5 mila tank sovietici. “I sogni muoiono all’alba”, s’intitolerà la splendida pièce teatrale dedicata da Montanelli a quei giorni vissuti insieme a quattro amici e colleghi in una sola camera al sesto piano dell’Hotel Duna. L’ultima notte prima dell’invasione, Montanelli e Matteotti sono costretti addirittura a condividere lo stesso letto. Poi, con gli altri inviati, si spostano nella più sicura Legazione italiana, accampati giorno e notte, attendendo la quiete dopo la tempesta. “Matteo Matteotti è l’unico al mondo – racconterà Indro in uno dei suoi “Incontri” (“Matteotti” di Indro Montanelli, Corriere della sera, 7 dicembre 1956) – col quale, poche ore dopo averlo conosciuto, mi sia trovato, materialmente, a letto. L’indomani mattina fummo inurbanamente risvegliati dal cannoneggiamento sovietico… Si vede che la reazione e la socialdemocrazia possono anche congiacere senza sgomitarsi tra loro. Ma forse ciò avviene soltanto sotto l’incalzare delle artiglierie…”.

Quel che accade da quel momento il mondo lo saprà con precisione solo una settimana dopo (a parte i gridi di dolore di poche radio clandestine attivate dagli insorti): dopo il 10 novembre, quando i sovietici che ormai controllano manu militari l’intera Ungheria, consentono finalmente ai giornalisti occidentali di lasciare il Paese. Montanelli raggiunge Vienna nel pomeriggio dell’11, dopo un giorno e una notte di viaggio lungo e tormentato.

In Italia intanto la rivolta ungherese è vissuta dalla politica e dall’informazione tutta sull’asse comunismo-anticomunismo. Poi, il 13 novembre, esce sulla terza pagina del Corriere la prima puntata dello strepitoso “diario di un testimone dell’epopea ungherese”. Firmato: Indro Montanelli.
Questa è la storia della battaglia di Budapest, e il lettore ci perdoni se la riferiamo con tanto ritardo. Mentre la combattevano, i russi ci tolsero il mezzo di raccontarla; e, in fondo, non ci resta che ringraziarli per averci tolto solo questo. È una storia parziale, naturalmente, come del resto lo sono tutte le storie. Non abbiamo che due occhi e siamo stati costretti a servircene con parsimonia, usandone uno per osservare ciò che succedeva a Budapest e l’altro per sorvegliare che non succedesse altrettanto a noi. Tenete a mente che nessuno ha visto tutto. Vi dico solo quello che ho visto io. E vi chiedo preventivamente scusa se vi parrà troppo poco.

Il 2 sera, la popolazione di Budapest andò a letto convinta che le autorità avessero fatto male a proibire la partita di calcio che avrebbe dovuto svolgersi l’indomani al Nepstadion con la nazionale svedese. La trovavano una precauzione esagerata e rimpiangevano di non poter acclamare nel redivivo Puskas, oltre che il grande campione e capitano della squadra, l’eroe dell’insurrezione. In quel momento, tutto il Paese era già sotto il controllo militare sovietico, ma non ci credeva. Non ci credevo nemmeno io che, impigliato la notte precedente in una colonna di carri armati russi, ero stato involontariamente testimone oculare dell’occupazione. La tecnica di quel colpo a sorpresa era stata semplicissima. Una colonna di carri, calata dalla Cecoslovacchia sul far del crepuscolo, tagliò la frontiera con l’Austria. La tagliò materialmente, disponendo un’enorme autoblindo di traverso alla strada: era quella in cui io stesso diedi di capo alle due del mattino e che mi intimò: «Nazad!», indietro. Tornando precipitosamente sui nostri passi, trovammo tutte le città, che avevamo lasciato poche ore prima in mano ai patrioti, presidiate dai carri sovietici. Stavano lì a ogni crocicchio, schiacciati al suolo come enormi immobili blatte…

I carri armati entrarono a Budapest alle sei e un quarto e fu una terrificante colata di acciaio. Venivano da tutte le direzioni, sempre accompagnati da quel cupo rombo di artiglierie, e dilagarono sui grandi viali che menano al centro, affiancati tre per tre, con i cannoni puntati avanti, le mitragliere ai lati. A ogni crocicchio, uno si fermava, mentre gli altri proseguivano. I vetri delle finestre tremavano sotto il loro sferraglio. E credo che in tutta Budapest non ci fosse in giro, in quel momento, una sola persona. Sembrava una necropoli dissepolta. Di vivo, non c’erano che le bandiere pendule ai balconi leggermente mosse dal vento, con lo stemma di Kossuth al posto della stella rossa (e ci sono sempre rimaste)…

Ed ecco, d’improvviso, verso le dieci e mezzo, giungere l’eco lontana d’una mitraglietta leggera, subito coperta da quella delle armi pesanti sovietiche. «Il solito pazzo» pensammo, lo confesso, con un certo disappunto. Ma quando quel primo diluvio di fuoco si fu placato, ci accorgemmo che i pazzi a Budapest erano molti: un intero manicomio. A destra, a sinistra, più vicine, più lontane, le mitragliette cominciarono a interloquire con la loro voce petulante. E, da quel momento, la città fu per quattro giorni e quattro notti una fornace, un uragano di fuoco…

Al buio, dietro le fessure delle saracinesche, noialtri si spiava l’incedere fragoroso e sussultante delle autoblindo che, quando giungevano all’incrocio, per un attimo, nel voltare, carezzavano con la bocca del cannone la facciata della nostra casa. E un brivido ci correva per la schiena. Poi procedevano ciabattando ed avventando alla cieca i loro colpi. Subito, dietro di loro, apparivano allo scoperto, col «parabellum» imbracciato e la bottiglia di benzina in mano, i patrioti, come cacciatori dietro una lepre ferita. Ogni tanto disponevano in mezzo alla strada dei curiosi aggeggi che sembravano scatole di latta e che ci facevano tremare di paura. Perché si pensava che fossero mine e che i carri, saltandoci sopra, avrebbero attirato sul posto rappresaglie indiscriminate. Invece, no. Erano proprio scatole di latta. E quei ragazzi si divertivano a metterle per spaventare i piloti russi che, vedendole, esitavano. Esitavano quanto bastava per consentire ai guerriglieri appostati tutt’intorno di sbucare dai loro nascondigli e di lanciare le bottiglie di benzina mescolata con alcool etilico che, al contatto con l’aria, si incendiava, avvolgendo il carro di fiamme.

Martedì sera, quarantotto ore dopo che Mosca aveva dato per schiacciata la resistenza, ce n’erano sessanta a bruciare allegramente per le strade. Uno di essi aveva avuto il periscopio accecato da una bambina di dodici anni che vi era salita sopra e l’aveva tappato con una manciata di fango per consentire a due suoi coetanei di lanciare indisturbati la bottiglia. Per i primi due giorni, russi non se ne vide che in stato di cadaveri. Erano quelli dei carristi che, per non restare carbonizzati dentro l’autoblindo in fiamme, cercavano di saltar fuori. Ma via via che emergevano da quei loro sarcofaghi d’acciaio erano morti: perché non c’era finestra da cui non si sparasse. Un altro carro arrivava sferragliando ed avventava scariche su scariche sull’edificio da cui i colpi partivano. Ma i compagni caduti non li raccoglievano, perché nessuno osava scendere. I corpi esanimi restavano sul selciato, spesso a fissare con occhi sbarrati la casa da cui era loro piovuta addosso la morte e che ora di finestre ne aveva una sola: quella aperta dalle cannonate, in uno sfarinìo di mattoni e di travi.

Solo mercoledì, in Voroscilov Ut, dopo mezzogiorno, si mostrò la prima pattuglia sovietica. E dalla sua apparizione capimmo che gli insorti dovevano ormai essere allo stremo… Poiché il loro arrivo (dei soldati russi, ndr) era sempre segnalato dal fragoroso ciabattìo delle autoblindo, quando non lo si udiva noi uscivamo. Un giorno mi spinsi fino ad un collegio, un chilometro più in là, dove avevo qualche amico. Vi erano internati studenti, segnalati non solo per meriti culturali ed intellettuali, ma anche per una indefettibile fedeltà al Verbo marxista. Fra i requisiti d’obbligo c’era la discendenza da famiglia operaia. Non mi stupii punto di trovare questo istituto, dove il regime allevava in serra e quasi gratuitamente (pagavano cinquanta fiorini, circa mille lire, di retta al mese) la sua «intellighentia» ed i quadri dirigenti, trasformato in quartier generale della rivolta. In cantina avevano allestito un rudimentale laboratorio chimico, dove si preparavano le miscele degli esplosivi, e che esplose a sua volta, giovedì scorso, sotto una granata, uccidendo una ventina di quei ragazzi. Essi venivano tratti dai gruppi di «combattenti della libertà», che i comunisti hanno istituito in tutti i Paesi satelliti, per addestrare i giovani dai dodici anni in su alla guerra partigiana in caso di invasione da parte dei «capitalisti» occidentali. Ed ora, ecco qui: se li trovavano sul gobbo essi stessi, malaccorti apprendisti stregoni… Questa straordinaria battaglia è stata combattuta senza il minimo scrupolo di clandestinità. Tutti sapevano benissimo che, prima o poi, sarebbero rimasti senza armi e munizioni, alla mercé della repressione poliziesca. Ma non si sono mai curati di coprire con un nome d’accatto la propria partecipazione… E nessuno si è lasciato crescere la barba, si è messo un paio di occhiali, ha cambiato abitazione e indirizzo. Nelle azioni c’erano ordine e coordinamento, o per lo meno ci furono sino a mercoledì… (“Diario di un testimone dell’epopea ungherese” di Indro Montanelli, Corriere della sera, 13 novembre 1956).
E’ la storia di un’insurrezione spontanea e di popolo, quella raccontata da Montanelli. Una rivolta di “operai e studenti” comunisti, come il grande inviato ribadisce a chiare lettere l’indomani, 14 novembre.

Sabato mattina, prima di rilasciarci il salvacondotto, che ci avrebbe consentito di raggiungere la frontiera austriaca, un maggiore sovietico, di cui ignoro il nome e che fungeva da capo-ufficio stampa, ci chiese le nostre opinioni sulla situazione ungherese. Era un ufficiale giovane, cordiale, simpatico, piuttosto corpulento, con gli occhi leggermente basedowiani e una grande ciocca di capelli neri, ribelle al pettine e alla spazzola. Gli interessavano soprattutto le idee di Matteotti, perché ne conosceva la qualifica e sapeva di chi era figlio. Matteotti rispose: “È stata per me e per tutti noi una grande esperienza. Ma non potrei dire che sia felice di quanto è avvenuto e credo che non lo siate nemmeno voi. Non è vero che si sia trattato di una controrivoluzione. Coloro che l’hanno fatta non sono, lo sapete, né i reazionari, né i fascisti, né gli ex ufficiali di Horthy. Sono dei comunisti che si sono ribellati a un certo comunismo…”. (“Il tradimento russo scaturì da una catena di funesti errori” di Indro Montamelli, Corriere della sera, 14 novembre 1956)
Una rivolta antisovietica, dunque, ma non anticomunista: tutta “interna” al mondo socialista e perlopiù estranea ai classici ideali democratici e borghesi dell’Occidente. E figurarsi quanto questa descrizione può piacere alla destra e alla sinistra italiane. Men che meno può piacere al grosso dei lettori del “Corriere” , increduli e smarriti dinanzi a quel racconto (per tutta la sua vita, anche negli anni del “Giornale” e con l’eccezione della “Voce”, Montanelli avrà sempre i lettori alla sua destra). Leo Longanesi, amico e maestro di Indro, gli leva il saluto e lo attacca sul “Borghese” (col quale Montanelli collaborava. I due faranno pace proprio poche settimane prima della morte di Leo). Giovanni Guareschi lo accuserà, sul “Candido”, di essere “agitato dalla foja della distensione”. E un altro foglio conservatore molto letto, l’”Oggi” di Edilio Rusconi, si affretta a mentire la versione montanelliana, accreditando quella di una rivoluzione borghese e anticomunista. Intanto, specularmente, Togliatti e l’intellighentija comunista bollano gl’insorti come “fascisti” e “controrivoluzionari”. “Mi trovai a navigare ancora una volta controcorrente - ricorderà Montanelli - contro i due conformismi di destra e di sinistra”. A parte gli elogi pubblici, sull’”Espresso”, di Arrigo Benedetti, e privati, per lettera, di Ernesto Rossi, Indro è isolato. Bersaglio di attacchi concentrici e “straniero in patria” come già ai tempi della Resistenza, dopo l’arresto mentre si univa alle truppe partigiane in Val d’Ossola, la condanna a morte per mano dei nazisti e la rocambolesca fuga da San Vittore, quando la sinistra lo evitava in quanto ex fascista e la destra lo teneva alla larga in quanto non più fascista.

“Dovranno trascorrere molti anni perché anche i comunisti italiani riconoscano il valore democratico di quella infelice battaglia combattuta e persa a Budapest. Montanelli lo aveva capito prima di noi”, riconosce oggi Miriam Mafai nella prefazione del libro che sta per uscire da Rizzoli (“La sublime pazzia della rivolta”, che raccoglie tutti e 24 gli articoli montanelliani sull’Ungheria).
Agli attacchi Montanelli risponde subito con un altro splendido articolo di bilancio. Anzi, di “esame di coscienza”.

Vedo che la stampa comunista insiste a scrivere che la rivolta di Budapest eppoi la sua incredibile, sovrumana resistenza ai carri armati di Grubennyk, sono state opera esclusiva dei fascisti, degli ex ufficiali di Horthy, dei latifondisti agrari, dei borghesi e degli aristocratici. Non sto a contestare queste asserzioni. I tre colleghi comunisti ch’erano a Budapest con noi – Jacoviello, Bontempi e Perucchi – hanno già detto nei loro articoli quello che potevano dire, e quel che non potevano lo hanno taciuto. Certi silenzi, in certi giornali, sono più eloquenti di certe parole. Per quel che mi riguarda, ho una confessione da fare: cioè che, per la prima volta in vita mia, mi son trovato a nutrire le stesse speranze che nutriva Mosca: quella di vedere un bel branco di baroni, di gentiluomini di campagna, di medici, di avvocati, di industriali, di scrittori, insomma di «borghesi» in piedi sulle barricate, in un gesto di sfida e di gratuito sacrificio contro i carri armati sovietici. Sarebbe stata una gran consolazione, per la «Pravda», poter attribuire l’insurrezione a costoro. Ma sarebbe stato anche un gran conforto, per un «reazionario» come me, vedere una reazione non più «in agguato» ma all’attacco con i suoi fucilini quarantotteschi contro le corazze dei panzer, e ancora così viva e vitale da saper morire per gl’ideali «borghesi» della libertà, dell’onore e della dignità. Purtroppo di questi esemplari umani, depositari della tradizione magiara, non ce n’era nessuno, fra i patrioti che cadevano sotto la mitraglia e le cannonate delle autoblindo sovietiche. E lo dico con un certo disappunto, sebbene mi renda conto che difficilmente avrebbero potuto essercene. I pochi scampati agli undici anni di brillante attività della polizia di Stato, quasi tutti al di là della menopausa e oberati dai reumatismi, hanno approfittato della rivolta solo per mettersi in salvo. Chi si sente di condannarli per diserzione, lo faccia pure. Io no. Son tutte persone nelle cui famiglie si contano dozzine di fucilati e di deportati, gente che ha perso nei lutti, nelle galere e nei triboli non soltanto il patrimonio, ma anche la speranza. Erano ridotti, mi hanno assicurato, a poche centinaia; e allenati come sono alla delusione, non hanno mai creduto al successo di una rivolta che del resto, anche se avesse vinto, non avrebbe restituito loro nulla: né le fattorie, né il conto in banca, né il rango, né tanto meno i figli, i babbi, i fratelli morti. È naturale, è umano che abbiano scelto la fuga. Quanto a quelli che già avevano varcato il sipario di ferro, ne ho visti, sì, ma sempre al di qua della frontiera austriaca a organizzare gli aiuti ai profughi. Essi non sono più atti alle armi, ma soltanto ai «servizi vaselina», che hanno, intendiamoci, i loro meriti. Vi militano i più bei nomi dell’aristocrazia magiara, ma i profughi non li conoscono. Solo i più anziani tra loro ricordano vagamente i nomi degli Esterhazy, dei Kallay, dei Palfy. Un giovane patriota ferito, cui parlavo di Teleki, mi domandò se si trattava d’uno stakanovista.

La «Pravda» può, negando la verità, sfuggire all’esame di coscienza cui, se la riconoscesse, sarebbe tenuta. È allenata a queste «evasioni». Noi, no: l’esame di coscienza dobbiamo farlo. Ed è quello che vorrei tentare qui. A Budapest arrivai con un certo bagaglio d’idee e di convinzioni o per meglio dire di miscredenze. Ero persuaso, per esempio, che il «popolo in armi» fosse una figura retorica, che la «classe operaia» avesse per ideali soltanto il frigidaire e la televisione, e che le rivolte nascessero dall’indebolimento e dall’incertezza dell’oppressore, più che dalla determinatezza e dal coraggio degli oppressi. Ora, di queste mie certezze non rimane in piedi nemmeno un frammento. L’Ungheria è stata ed è tuttora un popolo in armi, di cui gli operai e gli studenti, che son tutti figli d’operai, costituiscono la truppa d’urto. Costoro non si battono per il frigidaire e la televisione, per i quali si può fare, al massimo, uno sciopero d’accordo coi carabinieri. Si battono, e continuano a battersi, contro un avversario di cui non possono sottovalutare la strapotenza e la brutalità. E non si è trattato soltanto di un’ubriacatura momentanea. Lo si poteva credere durante la prima rivolta, dal modo com’era nata, senza capi né programma. Ma chi ha visto quella città sorpresa nel sonno da cinquemila carri armati, avventarglisi contro compatta, ogni casa trasformata in fortino, ogni finestra in feritoia, e pavimentare di morti le sue strade in quattro giorni e quattro notti di accanita battaglia, eppoi, rimasta senza munizioni, incrociare le braccia e lasciarsi arrestare, fucilare, deportare, morire di fame e di freddo, piuttosto che collaborare; eh no, chi ha visto questo, all’ipotesi della sbornia non può più credere. E, per quanto difficile gli torni, è costretto ad ammettere che sotto c’era, c’è, qualcosa di più grosso.

Guardiamo anzitutto questa società ungherese, uscita da undici anni di terapia comunista. Era una società in pezzi, specie dal punto di vista economico. Il più grande successo che i dirigenti vi avevano ottenuto era stato quello di riportare la produzione agricola al livello del 1938, con una popolazione che da allora era aumentata d’un milione e mezzo d’unità… Del resto la miseria si toccava con mano a Budapest, anche nei giorni della grande speranza. Bastava guardare i vestiti, le scarpe, le vetrine dei negozi, gl’interni delle case. Ricordo lo sguardo sbalordito, lievemente scandalizzato, di una ragazza, all’albergo Duna, nel vedermi sbucciare una mela senza troppo scrupolo d’intaccare la polpa, e il gesto d’amore con cui, terminato il pasto, essa raccolse in una pezzola i resti del pane per portarli a casa. Era un’abitudine, si vedeva.

Eppure, questa miseria materiale non aveva affatto ingenerato quella morale del servilismo e dell’accattonaggio. Il giorno in cui da Vienna tornai a Budapest con Matteotti, la macchina, nell’attraversare un paesino presso Györ, non riuscì a evitare una gallina e le troncò una gamba con la ruota. Ci fermammo. E io porsi alla donnetta, venuta a raccogliere l’infortunata bestiola, un biglietto da cento fiorini, che equivalgono a circa duemila lire. La donnetta, che già sembrava piuttosto meravigliata per il fatto che ci fossimo fermati, rimase addirittura sbalordita, si guardò intorno perplessa, e infine sembrò chiedere aiuto a un uomo anziano, che sopraggiungeva in quel momento su una sgangherata bicicletta e che in tedesco mi disse: «Signore, il prezzo di una gallina è dieci fiorini, non cento. E noi siamo magiari: non possiamo accettare elemosine». Matteotti ed io ci guardammo in faccia vergognosi come se l’elemosina l’avessimo chiesta noi. Poi Matteotti suggerì: «Ci hanno preso per americani. Digli che siamo italiani». Lo dissi, e aggiunsi: «Siamo povera gente come voi. Potete accettare». E infatti, dopo qualche esitazione, accettarono. Ma – si vedeva benissimo – per non farci dispiacere. Rimettendoci in moto, Matteotti osservò: «Quella donna era una contadina, e quell’uomo un operaio, più o meno stakanovista. Come vedi, caro Indro, la dignità e la fierezza di un Paese non sono affatto legate alla sopravvivenza di certe classi e categorie». Era, detto da un socialista come lui a un reazionario come me, un colpo un po’ basso. Ma colpiva il bersaglio.

Ora che gli affollati e gremiti ricordi di Budapest piano piano mi si decantano nella memoria, mi rendo conto che i dieci giorni che ho trascorso laggiù, li ho spesi soprattutto in due tentativi: quello di salvar la pelle anzitutto, eppoi quello di pagare qualcosa. Il primo è, grazie a Dio, andato a segno, il secondo è miseramente fallito. Non sono mai riuscito a dare una mancia. Non sono mai riuscito a compensare un servigio. Ogni giorno gli studenti coi quali ero in contatto venivano a portarmi un pezzo di pane, un pacchetto di sigarette, e qualche volta una torta di mele. Ogni giorno venivano a prenderci per condurci in questo o quel covo, dove s’incontravano i loro compagni operai e contadini. Non c’è stato mai verso di far accettare nulla a nessuno. Sì, la società ungherese è in pezzi, dopo undici anni di regime comunista. Non ha più una gerarchia. Non ha più un’economia. La sua industria è al livello di quella dei kirghisi. La sua agricoltura è alla deriva. Mai, credo, si era visto in Europa un fallimento così clamoroso, sfacciato, mortificante. E fra gli stessi capi e dirigenti, che ne sono responsabili, non se ne trova più uno disposto a disconoscere questa realtà o a tentare di giustificarla: nemmeno Kadar ci si prova; nemmeno, credo, i nostri tre colleghi comunisti, per quanto legati alla disciplina di un partito rimasto l’unico a disputare a quello francese il primato del servilismo e della vigliaccheria. Eppure, questa società di operai, di studenti e di contadini in cenci e ciabatte, questa società socialista, in cui non è più discernibile nessun brandello, né fisico, né morale, di aristocrazia e di borghesia, emerge da undici anni di comunismo con un orgoglio, con un rispetto di se stessa, con una serietà d’impegni, con una eroica determinatezza, con un senso drammatico della vita, dinanzi ai quali io, borghese di Occidente, mi son sentito coperto di vergogna. Cosa spingeva costoro ad ammucchiare i propri cadaveri sotto i cingoli dei carri armati sovietici?

L’analisi psicologica di una rivoluzione è sempre un’impresa difficile e azzardosa. E io non mi sogno di tentarla a proposito di quella ungherese. So benissimo che ognuno vi ha portato del suo, che infiniti sogni e aspirazioni vi hanno interferito, e che tutto ha trovato un cemento nella comune disperazione. Ma una cosa è certa: che quando, al termine della prima rivolta, cacciati via i russi a calci nel sedere (e chi ha visto questo spettacolo dei carri armati sovietici a testa bassa sotto gli sputi e gl’insulti di una popolazione quasi inerme, non lo dimenticherà più), gli ungheresi furono, sia pure per un istante, liberi di volere qualcosa, su due scelte si trovarono di primo acchito unanimi: la libertà e il socialismo. E furono queste che difesero contro il proditorio attacco di cinquemila panzer, con un accanimento che sapeva di guerra di religione. Il popolo in armi era in armi davvero, e lo è rimasto anche ora che di armi non ne ha più. Il nemico, lungi dal dare segno di debolezza, schiacciava, e seguita a schiacciare. Chi può credere che in una lotta simile fossero in palio soltanto la radio e la televisione, gli aumenti di salario e le assicurazioni contro la vecchiaia?

Noialtri abbiamo, dinanzi a questo spettacolo, molto tormentato i nostri tre colleghi comunisti. Lo dico con un certo rimorso, perché personalmente non se lo meritavano. Ma era difficile, capirete, resistere alla tentazione di invitarli, ogni volta che ci si trovava mescolati con quei magnifici operai all’assalto dei carri armati, a guardarli bene, quegl’insorti, e a saperci dire se erano baroni, marchesi, latifondisti, grandi industriali, come li definivano la “Pravda” e quegli specchiati galantuomini che in Italia ne riecheggiano le tesi. Inghiottivano amaro, i nostri colleghi, e tacevano. Eppure, una risposta ci sarebbe stata, che ci avrebbe messo in altrettanto imbarazzo. Bastava rivolgere la stessa domanda a noi, o per lo meno a quelli di noi che, come me, avevano sempre sostenuto che il “popolo in armi” era una figura retorica, che la “classe operaia” era un esercito da scioperi, non da battaglie, e che sotto il suo socialismo non c’è che l’aspirazione a un mediocre benessere borghese.

A Budapest il comunismo è morto: lo dico con profonda convinzione. E non c’è artificio dialettico che possa risuscitarlo. Di esso non rimane che un esercito irto di cannoni, che sparano contro gli operai, gli studenti e i contadini. Dei comunisti stranieri, che hanno assistito a questo fenomeno, uno solo, italiano, ha finto di negarlo: il senatore Cappellini che, trovatovisi per caso nel suo viaggio di ritorno da Mosca, domandò al nostro ministro Franco, fra una crisi e l’altra di terrore (ma quando si predica la rivoluzione, senatore, si ha il dovere di assistervi con un po’ più di sangue freddo), se non erano gli agenti del capitalismo ad aver provocato quel “guaio”. Tutti gli altri hanno visto, hanno compreso e, dove non hanno avuto la possibilità di dire, hanno avuto il pudore di non smentire. Come potrebbero, del resto, smentire lo sciopero generale che tuttora continua con gran disperazione di Kadar e dei padroni russi? Lo sciopero, non la “serrata”.

Ma è morta, a Budapest, anche la nostra “reazione”. Non ce n’era sulle barricate, fra i protagonisti del più bello e nobile episodio della storia europea di dopoguerra. Non ce n’era né in senso fisico, né in senso metafisico. La libertà e il socialismo che irrigidivano quelle folle nere e silenziose, compatte come macigni, contro il sopruso e l’aggressione, sono una religione nuova, incubata in un decennio di sofferenze, di cui noi non abbiamo l’idea, e che un giorno ci conquisterà: non facciamoci illusioni. Non perché essa porti “istanze” più moderne e originali, programmi più validi e arditi; ma perché porta, nell’affrontare i problemi, una serietà, un impegno, una decisione, una devozione, insomma un clima morale, di cui noialtri occidentali s’è perduto il ricordo. Ecco: questo era l’esame di coscienza che si imponeva, con identica perentorietà, alla “Pravda” e a noi. Noi lo abbiamo fatto. La “Pravda” non può. (“Esame di coscienza dinanzi al popolo ungherese” di Indro Montanelli, Corriere della sera, 25 novembre 1956)

Ecco. Questa fu, precisamente, la rivolta di Ungheria. E questo era Indro Montanelli.

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