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di Giuseppe D'Avanzo
da La Repubblica, 7 ottobre 2007


Caro direttore, confesso che i rilievi di Travaglio mi imbarazzano. Non li trovo adeguati all'accuratezza che gli viene unanimemente riconosciuta e che trasforma i suoi libri in evergreen di grande successo. Quel che dice o millanta Licio Gelli o l'opinione di qualche «notissimo magistrato» (sono sicuro anche autorevole e non solo celebre), non dovrebbero costituire la conferma a una ricostruzione degli avvenimenti alquanto ballerina. Non sono in discussione le libere scelte di Travaglio, ma due questioni: separazione delle carriere; temporaneità degli incarichi direttivi. E' vero che suggestionati (o condizionati) dal Piano di Rinascita della P2, l'Unione e il governo hanno separato le carriere?

Travaglio oggi corregge il tiro: «non de jure, ma di fatto». Purtroppo, nemmeno «di fatto»: la carriera era e resta unica; la stessa per chi accusa e per chi giudica; un solo ordinamento; un solo consiglio superiore. Travaglio sembra dimenticare che appena in luglio, i magistrati italiani hanno iniziato a firmare in virtù della riforma Castelli (accade curiosamente che la destra togata, la più conservatrice, la più corporativa trascuri da qualche tempo che sia Roberto Castelli il padre di quella pessima riforma), in luglio - dicevo - i magistrati italiani hanno dovuto offrire un'opzione al Csm. Dovevano dire che cosa volevano fare da grandi e per sempre: il pubblico ministero o il giudice? Questa era un'autentica separazione delle carriere.

Con la nuova legislatura si è cercato di metterci una pezza trasformando quella separazione in incompatibilità. Nella proposta del governo, «incompatibilità distrettuale»: se sei stato pm nel distretto di Roma, non puoi lavorarci come giudice. Soluzione alquanto ragionevole: è sgradevole che chi ha accusato possa finire nell'ufficio che giudica le sue stesse investigazioni.

In Parlamento, l'incompatibilità è stata accentuata, da «distrettuale» a «regionale»: se sei stato accusatore nel Lazio, non potrai essere nel Lazio giudice. A chiedere l'irrobustimento dell'incompatibilità sono stati senatori della sinistra come Cesare Salvi, Felice Casson (già giudice a Venezia), Giuseppe Di Lello (già giudice a Palermo). Anche loro, a sorpresa, piduisti?

Seconda questione. è l'inamovibilità dagli incarichi direttivi che consente al capo di Luigi De Magistris (e suo acerrimo antagonista: gli sottrae le inchieste) di essere assiso sulla seggiola di procuratore da 19 anni trasformando un controllore in un attore politico del sistema di potere locale. Conosco l'argomento (lo ricorda anche Travaglio): così si disperdono conoscenze e abilità. è un argomento infondato. La temporaneità degli incarichi direttivi è invocata dall'Associazione magistrati da più di trent'anni (dov'era e chi era Gelli trent'anni fa?). Con «la temporanietà» nessuno obbliga i sapienti ad andare via. E sono sicuro che, con spirito di servizio, a Palermo i custodi di quella preziosa memoria rimarranno al loro posto, come sostituti procuratori, offrendola a chi ne prenderà il posto. In altri uffici di primo piano già sta accadendo.

Caro direttore, come si possono opporre questi ostinatissimi fatti alle legittime opinioni di Travaglio che molti, tanti, tantissimi credono essere circostanze scolpite nella pietra? In fondo, è un'ambiguità che interpella soltanto il servizio pubblico Rai, quando Travaglio è ad Annozero.

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