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da Regime di Peter Gomez e Marco Travaglio (Bur, 2004)

Enzo Biagi da Lizzano in Belvedere (Bologna) lavora per la Rai dal 1961. Ma la sua voce, prim’ancora che il suo volto, è nota agli italiani da sessant’anni. Nel 1945 fu Biagi, direttore della radio della Quinta Armata alleata, ad annunciare insieme ad Antonio Ghirelli la liberazione di Bologna. Sedici anni dopo, Ettore Bernabei lo chiamò a dirigere il telegiornale Rai, quando ce n’era uno solo. Se ne andò dopo nemmeno un anno: pretendeva di assumere i giornalisti a prescindere dalla tessera di partito, ma non dal talento. Da allora inventò l’approfondimento televisivo, creando programmi memorabili. L’ultimo, Il fatto, partito il 23 gennaio 1995, fu per centinaia di giorni la trasmissione più vista dell’intera televisione pubblica, con uno share medio su otto anni del 24% (sei milioni di telespettatori, con punte fino a dieci): il più alto di tutti i programmi messi in onda dalla Rai nella fascia oraria 20,30-21. Poi un giorno il presidente del Consiglio Berlusconi parlò dalla Bulgaria: «uso criminoso della televisione pubblica». La sentenza irrevocabile di condanna fu emessa così, su due piedi, senza processo né possibilità di difesa. L’apposito consiglio di amministrazione, da lui stesso nominato tramite i presidenti delle Camere Pera e Casini, e l’apposito direttore generale Agostino Saccà, da lui stesso imposto, s’incaricarono di eseguirla. Per la verità il premier, nella sua magnanimità, aveva lasciato aperto uno spiraglio: «Certo, se cambiano...». Biagi non cambiò, non si pentì, non prestò giuramento di fedeltà al regime. Come pure Santoro e Luttazzi. E il discorso si chiuse lì.

Eppure Berlusconi conosce e dice di apprezzare Biagi da molti anni. Sul finire degli anni Ottanta, prima della discesa in campo, l’aveva convocato ad Arcore per ingaggiarlo nelle sue tv. Biagi ci era andato con la moglie Lucia. «Lei è un fuoriclasse, deve venire a lavorare da noi», aveva esordito il Cavaliere. «Poi» racconta Biagi «estrasse il libretto degli assegni, lo aprì e me lo mise davanti: “Metta lei la cifra”. Io risposi: “No, grazie”. A quel punto il Cavaliere si rivolse a mia moglie: “Signora Lucia, lei lo sa che ho fatto la corte più a suo marito che alle donne?”. E lei, pronta: “Si vede che lei non è il suo tipo”...».

Un’altra volta, verso la fine del ’93, il Cavaliere confessò al vecchio Enzo quel che aveva già confidato a Montanelli e a pochi altri: «Se non entro in politica, mi mettono in galera e mi fanno fallire».

Il contratto di collaborazione di Biagi con la Rai è biennale e viene rinnovato dunque ogni due anni, anche se una clausola ne prevede la prosecuzione automatica alla scadenza, salvo disdetta di uno dei due contraenti. L’ultimo scade il 31 dicembre 2001. Nell’aprile di quell’anno, alla vigilia delle elezioni politiche, il dirigente responsabile del Fatto, Loris Mazzetti, fedelissimo di Biagi, incontra il presidente della Rai Roberto Zaccaria e il direttore di Rai1 Maurizio Beretta per sollecitare quello nuovo, così da proseguire il rapporto per le stagioni 2002 e 2003. Fra aprile e maggio 2001, come prevede la legge sulla par condicio, Il fatto viene ricondotto sotto il Tg1 diventando «testata», per poter andare in onda anche durante la campagna elettorale. Ma Beretta telefona a Mazzetti per proporgli di chiudere in anticipo e permettere a Biagi «di riposarsi». Mazzetti risponde che Biagi non è affatto stanco e si continuacome previsto dai palinsesti.

I due toscanacci
Biagi segue la campagna elettorale dando voce a politici, giornalisti e artisti di tutti gli orientamenti. Fa scalpore soprattutto la sua intervista a Montanelli, oggetto di odiose minacce di morte per le sue critiche a Berlusconi, in contemporanea con gli annunci di epurazioni alla Rai lanciati dal Polo dopo il caso Satyricon. Il vecchio Indro critica aspramente il Cavaliere (come del resto fa sul «Corriere della Sera» e su Telemontecarlo). Beretta censura due sue risposte: «Berlusconi governerà senza quadrate legioni, con molta corruzione» e «Voterò questo centrosinistra perché [...] è pieno di difetti, però non fa paura, mentre questa destra mi fa paura». Poi lascia Rai1 per diventare capo delle relazioni esterne della Fiat e in seguito addirittura direttore generale della Confindustria di Luca di Montezemolo. Il 10 maggio, due giorni dopo il monologo di Berlusconi a Porta a Porta con contratto, notaio e scrivania incorporati, Biagi intervista un altro toscanaccio: Roberto Benigni, premio Oscar 1999 per il film La vita è bella. Fra una battuta su Berlusconi e una sulla sinistra, Benigni ribadisce quello che tutti sanno, e cioè che voterà per l’Ulivo. Ma alla sua maniera. Colta, spiritosa, poetica.

BIAGI Cosa te ne pare della situazione italiana?
BENIGNI No, signor Biagi. Siamo in campagna elettorale: non voglio parlare di politica. Sono qui per parlare di Berlusconi, quindi mi voglio tenere più lontano possibile dalla politica. [...] Accadono cose mai viste [...]. Il Papa nella moschea, i bambini geneticamente modificati, Berlusconi probabile presidente del Consiglio... Cose innaturali, insomma [...].
BIAGI Chi è Rutelli? Adesso smetti di ridere, eh?
BENIGNI No, Rutelli... Tutto gli si può dire, ma la bellezza... La bellezza attira i ladri e gli assassini più dell’oro, dice Shakespeare, quindi trovarsi di fronte a Rutelli in un faccia a faccia, capisco che Berlusconi possa dire: eh, insomma... è un po’ in difficoltà. Ora è come se invitassero me a fare un «pisello a pisello» con Bossi... Non c’è sfida [...]. Però sarebbe un bel gesto, perché [...] vedere i due contendenti che si danno la mano davanti a tutto il popolo italiano [...] è una cosa che non ci possono levare, è una cosa democratica di bellezza, di poesia. Io non voglio dare indicazione di voto eh... Si è capito che Berlusconi non mi piace e Rutelli sì [...]. Siamo equidistanti [...].
BIAGI Si parla tanto del conflitto di interessi di Berlusconi. Ma che cos’è?.
BENIGNI Ma dico, ’sto conflitto d’interessi dico, ma Gesù ce lo insegna nel Vangelo! Quando Gesù ha chiamato i suoi apostoli, che gli diceva? Spogliatevi di tutte le vostre proprietà... era la prima cosa, ma dico: siamo un paese cristiano, c’è il Papa, ma qui c’è bisogno di spiegare il conflitto d’interessi? In due parole... la gente dice, è come se ci abbiamo io, lei e un altro, tre aziende: una di pasta, una di ciliegie e una di caffè, devo levar le tasse a una di queste tre. Io sono il proprietario di quella di ciliegie, a chi le levo? A quella delle ciliegie. E gli altri due: «’a scemo!», e mi danno uno scappellotto in testa! Invece no, si pensa al conflitto d’interessi come a una cosa che non riguarda i problemi della gente. Ma no, perché il conflitto d’interessi è una delle basi della democrazia. Se viene a mancare una regola così alta, potente, dopo non c’è più neanche il lavoro, l’occupazione, le tasse, le pensioni, la sanità, perché dall’alto vengono le cose; se crolla una, crollano tutte.
BIAGI Hai ricevuto il libro Una storia italiana?
BENIGNI È una cosa spettacolare: ci manda a casa ’ste cose perché secondo lui il pubblico è come un bambino di undici anni nemmeno tanto intelligente, e vuole essere il nostro babbo. Quando è arrivato questo libro ho imparato tante cose [...]. Lui ha cominciato dal nulla, ha fatto tutto con la sua intelligenza, quindi ha cominciato proprio da zero. È uno che ha costruito un sacco di cose: elicotteri, ville; ha cinque o sei figli; ha avuto una decina di mogli, di cui due sue. È un uomo eccezionale. Allora ci manda a casa questo libro per farci vedere questa bellezza. Uno se lo sfoglia e lo mette là, in mezzo ai cult perché è un regalo; ci manderà anche un etto di tonno a famiglia. Ora quello di cui noi abbiamo bisogno lui ce lo manda, insomma è un benefattore.
BIAGI Se tu incontrassi ancora il bambino del tuo film La vita è bella, che cosa gli diresti del mondo che lo circonda?
BENIGNI Il grande filosofo tedesco Immanuel Kant ha scritto tante cose che ci hanno insegnato a campare, ma una particolarmente poetica ci ha colpito [...]: «Vorrei andare con il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me». Allora gli direi questo al mio bambino: «Ecco, fai che il cielo stellato sia sopra di te e dentro pensa cos’è che in questo momento che devi scegliere». Perché è bello scegliere, ci è dato di scegliere una volta ogni tanto, abbiamo il libero arbitrio, è una cosa anche cristiana, la più naturale, la più bella che bisogna fare. Pensiamo semplicemente qual è la persona più pulita, onesta, brava, capace, perché noi abbiamo in prestito questo mondo per i nostri figli, non è che l’abbiamo ereditato dai nostri padri, allora ai nostri figli gli dobbiamo far trovare una cosa e gli diciamo: ti abbiamo voluto bene, ti abbiamo amato, pensiamo allora a chi è la persona più pulita, bella, capace, che non ci siano ombre, dubbi. Profondamente ci dobbiamo guardare e dire: eccolo qua, questo qua, allora uno è a posto e guarda il cielo stellato luminosissimo sopra di sé e una bella legge morale in sé. Così uno si addormenta tranquillo, la notte, e sicuro: ha fatto un bel futuro ai suoi figlioli. Io questo gli voglio dire, caro Biagi, e se lei mi permette gli voglio dare un altro bacio, come se lo dessi a mio figlio.

Biagi finisce di nuovo nel mirino del centrodestra. C’è chi annuncia apertamente che in Rai durerà poco. Per Adolfo Urso di An, Biagi s’è macchiato dell’«ennesima porcata». Per Alessio Butti, sempre di An, «Biagi potrebbe lasciare il campo a qualche giovane». Gasparri lo inserisce in una lista di personaggi «faziosi» dettata da lui e da altri esponenti del Polo al giornalista Daniele Vimercati nel programma Iceberg, su Telelombardia, il 26 marzo 2001. La lista di proscrizione comprende anche Santoro, Luttazzi e il Tg3 in blocco.

Il nuovo contratto
In giugno, dopo il voto, Beretta lascia la Rai per la Fiat. Fa comunque in tempo a confermare Il fatto nel palinsesto della nuova stagione. L’interim lo assume il direttore generale Claudio Cappon, ma operativamente la rete finisce in mano al vicedirettore Sergio De Luca, un vecchio giornalista di area socialista e poi forzista, che però conferma anche lui il programma. Il 28 giugno 2001 la nuova bozza di contratto, concordata con De Luca e approvata dal responsabile delle risorse artistiche e strategiche della Divisione Uno (cui fanno capo Rai1 e Rai2) Giancarlo D’Arma, viene inviata a Biagi, che la accetta nel mese di luglio. Ma il 1° agosto viene nominato il nuovo direttore di Rai1: che poi è un «ex», Agostino Saccà, calabrese di Taurianova, passato dal «Giornale di Calabria» a «Panorama» e nel ’76 alla Rai: un altro ex craxiano approdato alla corte di Berlusconi. Il contratto s’inabissa nel suo cassetto. Per sempre. Biagi ripartirà in virtù di quello vecchio, scaduto ma automaticamente prorogato. Qualcuno però deve assumersi la responsabilità di rimandare in onda Il fatto. Il direttore di Divisione Giancarlo Leone invita subito Saccà a confermarlo per iscritto. Saccà nicchia: non vuole mettere la sua firma sotto una dichiarazione così compromettente. Si sa cosa pensa Berlusconi del Fatto: la firma di Saccà sotto il nome di Biagi potrebbe compromettere la sua scalata alla direzione generale, poltrona ambita anche da Leone. Questi però continua a pretendere il «visto» del nuovo direttore: altrimenti, dice, il vecchio contratto diventa lettera morta e si apre un buco nella programmazione di Rai1 dopo il tiggì. Leone non vuole passare come l’epuratore di Biagi e tenta di incastrare, con quella firma, Saccà. Lo dice anche Cappon: senza quella firma, il contratto di Biagi dev’essere disdetto. Il tira e molla si trascina fino a metà settembre, quando mancano pochi giorni alla ripartenza del programma. Mazzetti affronta Saccà a muso duro: «Tu sei il direttore, tu devi firmare». Volano parole grosse. Saccà recalcitra ancora un po’, ma alla fine, negli ultimi giorni di settembre, firma. In ottobre Il fatto riapre i battenti con l’ottava edizione, anche se il contratto di Biagi è scaduto da ormai due anni.

Spostare, anzi eliminare
Quanto poco convinta sia la firma di Saccà lo si capisce quasi subito. A novembre il direttore di Rai1 comincia a ipotizzare di spostare Il fatto dopo il Tg1 delle 13,30. Biagi e Mazzetti rispondono picche, e la cosa sembra finire lì. Ma il mobbing contro Biagi, che continua a registrare ascolti altissimi mentre la Rai perde punti su Mediaset un po’ a tutte le ore, riprende anche dal fronte politico. Il 3 ottobre 2001 il sottosegretario alle Comunicazioni Massimo Baldini (Forza Italia) annuncia: «Il fatto si può eliminare: non serve a niente». Zaccaria taglia corto: «Biagi è una risorsa per la Rai». E Biagi: «Baldini si vergogni e si informi sui nostri ascolti e introiti pubblicitari». Persino il ministro Gasparri prende le distanze dal suo vice: «Ha parlato male e a titolo personale». Certe cose si fanno, ma non si dicono.

Saccà torna alla carica ai primi del 2002, durante un’audizione in Vigilanza. «Biagi – dichiara il 29 gennaio – è per la Rai una risorsa preziosa e da non perdere. Ma la concorrenza di Striscia la notizia è troppo forte. Quando dovremo rinnovare il contratto, potremmo decidere un cambiamento di orario. In quella fascia la rete ha un problema: fare concorrenza a Striscia. Ci vorrebbe un programma di almeno 18-20 minuti con all’interno la pubblicità. Il fatto ha una media di ascolti del 21,5%. Rispetto all’anno scorso, complice anche l’allungamento del Tg5, ha perso 3-4 punti. Per questo riteniamo che in quella fascia oraria sia necessaria un’offerta alternativa».

Sfortuna vuole che proprio quella sera Il fatto stabilisca il nuovo record di ascolto del 2002, con uno share del 27,92% pari a oltre 8 milioni 39 mila telespettatori (punta massima di 8 milioni e mezzo). In ogni caso i dati forniti da Saccà sono sballati. A smentirli provvede subito lo stesso Biagi, con un comunicato stampa: Ho appreso dalle agenzie che il direttore di Rai1 Agostino Saccà – che mercoledì scorso ho incontrato senza che me ne abbia minimamente accennato –, alla scadenza del mio contratto (per lui il prossimo settembre) ha intenzione di trasferire Il fatto ad un altro e più vago orario e che i dati di ascolto sono del 21,5%. Rispetto all’anno scorso avremmo perso 3 o 4 punti. Devo precisare che, pur dirigendo una rete, è male informato [...]. Dovrebbe leggere meglio i dati di ascolto. La media della trasmissione non è uno stato d’animo, perché è riscontrabile. È di circa il 23%, con circa 6 milioni e 300 mila spettatori di media, per 81 puntate. E sono più o meno sugli stessi valori dello scorso anno, tenendo conto che l’ascolto della rete, in questa fascia oraria, è notevolmente calato. Se Dio vuole, non per colpa nostra. E, proprio questa mattina, il direttore generale Claudio Cappon ha sottolineato gli elevati ascolti della puntata di ieri. Se è una scelta editoriale, mi pare discutibile. Se, invece, è una scelta politica, la capisco benissimo. Anche il raffronto fra gli ascolti del gennaio 2001 e quelli del gennaio 2002 segna una crescita: da una media del 21,27% a una del 22,98% (6 milioni 302 mila spettatori, con punte di 8 milioni 776 mila), il tutto mentre Rai1 è scesa dal 22,57% al 22,06%.

Carte false
Saccà ha fornito alla Vigilanza i dati relativi ad alcune serate, non alla media degli ultimi mesi. Ma, anziché scusarsi, sostiene di essere stato «frainteso». Aggiunge che «Biagi, insieme a Vespa, è uno dei punti di forza e una risorsa preziosa della nostra offerta». Ma conferma che, «se Rai1 e la Rai dovessero decidere di fare un’offerta compatta di mezz’ora per fare concorrenza a Striscia, Biagi troverà un’altra collocazione degna della sua importanza». Puntuale, in suo soccorso, accorre il premier, con un’intervista del 30 gennaio a «Le Figaro»: «In Italia la tv pubblica è tutta nelle mani della sinistra», mentre «la tv privata non è partigiana, non pratica la diffamazione, non ha mai attaccato la sinistra». Le truppe d’assalto partono all’attacco, a bordo di Giuliano Ferrara, che scrive una lunga lettera aperta a Biagi su «Panorama»: «Caro Biagi, non faccia il martire, ci risparmi la solita sceneggiata [...]. Lei ha fatto campagna elettorale con i quattrini di tutti, anche degli elettori del centrodestra [...]. Quando si sparge l’incenso conformista lei è sempre il primo». Spostare Il fatto in un altro orario «non sarà come violare una vergine o sgozzare un agnello sull’altare dell’informazione».

Il 31 gennaio il «Corriere» invia Ranieri Polese al quinto piano di corso Sempione, per trascorrere una giornata con Biagi e la sua redazione sotto assedio. Ecco il suo reportage: Verso le 6 del pomeriggio un’Ansa molto lunga riporta una marcia indietro di Saccà: «Sono stato frainteso». A questo punto, Mazzetti lo chiama al telefono. Saccà risponde con voce provata, lo invita a richiamarlo dopo poco. Così, dopo le 6 e mezzo, i due si parlano. «Saccà mi ha detto che quando parlava di calo di ascolti si riferiva alle cifre del 1995», racconta Mazzetti. «E quanto al termine della trasmissione, sarà come da palinsesto. Cioè, secondo il contratto, il 31 maggio. Poi, consultato Biagi, si penserà a eventuali ricollocazioni orarie o modifiche che comunque riguarderanno la nona edizione, quella del 2002-2003. Domani ha infine assicurato che chiamerà Biagi per spiegarsi con lui». Una schiarita, insomma? Sì e no. Qualcosa è evidentemente successo, un segnale è stato dato, Il fatto è sotto avvertimento. E se Giuliano Ferrara, dando alle agenzie l’editoriale che apparirà su «Panorama» («Non faccia il martire, signor Biagi»), parte all’attacco, per tutto il giorno continuano ad arrivare e-mail, fax, telefonate di solidarietà. I comuni spettatori raccolgono l’appello di Borrelli («resistenza!»), i direttori di giornali si stringono accanto al loro collega (Ferruccio de Bortoli, Marcello Sorgi, Ezio Mauro e Furio Colombo), la Federazione della Stampa lancia l’allarme di fronte alle minacce di censura. Telefonano Daniele Luttazzi, lo scrittore Ernesto Ferrero, un’ascoltatrice settantenne che incita ad andare avanti. «A Biagi questo governo non ha mai perdonato le trasmissioni con Montanelli e Benigni durante la campagna elettorale», commenta Mazzetti. Annarosa Macrì, che da due anni lavora a Il fatto, dice che «Biagi è cambiato, prima reagiva con impeto, oggi si chiede perché. Certo, martedì, quando arrivarono per agenzia le frasi di Saccà, si arrabbiò. Ma recuperò anche il distacco: io ho visto Hitler, disse, che sarà mai questo Saccà». Rosino Verri, leggendario archivista della Rizzoli periodici, conosce Biagi da quasi quarant’anni: «Una crisi così non l’avevo vista, nemmeno quando ci fu il primo governo Berlusconi». Quando gli portano l’agenzia con le frasi di Ferrara, Biagi risponde: «Non le voglio sentire, non m’interessano, non replico niente» [...]. Poi ricorda che appena una settimana prima, mercoledì, Saccà era venuto in visita a Milano: «Per dirmi che Biagi non si tocca, è un pilastro dell’azienda ecc. ecc. Ora non capisco che cosa gli sia successo». Fa una pausa, poi dice: «Ho altri pensieri, mia moglie non sta bene, che volete che m’importi di Saccà...». Ma subito dopo cita La Fontaine: «La loi du seigneur est toujours la meilleure, la legge del padrone è sempre la migliore». Mazzetti riferisce a Biagi gli auguri che Antonio Di Pietro, intervistato per la puntata di stasera, gli manda da Roma: «Scherzando, ha detto che questa potrebbe essere l’ultima trasmissione, che quindi è giusto approfittare degli ultimi spazi di libertà». E Biagi ribatte: «Una libertà condizionata; facciamo finta che sia totale». Mazzetti  sdrammatizza: «Auguriamoci di reggere almeno un giorno di più di questo governo». E Biagi, smagato, replica: «Sì, ma bisognerebbe aver fiducia in quelli che vengono dopo».

Soccorso rosso
A difendere Saccà nella bufera interviene curiosamente il presidente diessino della Vigilanza, Claudio Petruccioli: «Con una certa sorpresa ho visto oggi che si è parlato di licenziamento di Biagi e dell’intenzione di sostituire Il fatto. Stando a quello che abbiamo ascoltato qui dentro, queste cose non sono state dette. Saccà ha espresso, innanzitutto, un forte apprezzamento per Biagi, accostandolo a Vespa e definendo i due giornalisti come le punte di diamante della informazione di Rai1». L’ingenuità, chiamiamola così, di Petruccioli viene prontamente smontata qualche settimana appresso, quando Saccà riparte all’attacco ventilando la sospensione del Fatto nella settimana di Sanremo, con la scusa di dare più spazio al Festival della canzone italiana e intanto sperimentare un programma alternativo. Biagi resiste e, al termine di un’aspra quanto solitaria battaglia, ottiene che se ne riparli in vista della nuova stagione, con i nuovi vertici Rai (quelli attuali sono ormai in scadenza). Intanto Ciampi ha lanciato un duro monito in difesa del pluralismo dell’informazione. E dal vertice internazionale di Caceres (Spagna), nella giornata della foto ricordo con corna, Berlusconi l’ha rivoltato contro i suoi avversari, tornando ad accusare Biagi, Santoro e la Rai di Zaccaria di «attentato alla democrazia» per avergli «fatto perdere 17 punti» nell’ultima campagna elettorale.

Il 5 marzo 2002 arriva il nuovo Cda. Saccà è promosso direttore generale, dopo aver dichiarato al «Corriere» il suo voto e quello di tutta la famiglia per Forza Italia. Un giuramento di fedeltà al regime in piena regola: «Io sono un aziendalista. Un uomo che ha il senso delle radici. Mio padre era socialista, io sono socialista. Resto uomo di sinistra, è la sinistra che si è spostata. Per questo voto Forza Italia. Io e tutta la mia famiglia votiamo Forza Italia, ma questo è un fatto privato». «Il mio pensiero è corso subito alla nonna...», lo fulminerà Biagi. A Rai1 va Fabrizio Del Noce, ex giornalista del Tg1, poi deputato di Forza Italia, poi di nuovo in Rai come corrispondente da New York, ultimamente conduttore di Linea Verde, il programma sull’agricoltura. Il nuovo presidente della Rai è il professor Antonio Baldassarre, docente di diritto costituzionale, già giudice e poi presidente della Consulta, già direttore del Giurì della pubblicità e ora presidente della Sisal (concorsi Totip e Superenalotto). Un pedigree che, dimenticando la sua intima amicizia con Cesare Previti e la sua vicinanza ad An a dispetto di un passato di comunista ingraiano, sembra ideale per una figura di garanzia, super partes. Tanto da trarre in inganno anche due leader dell’opposizione come Mastella e Violante. Il primo si spertica in elogi: «Baldassarre lo conosco bene e lo stimo, credo che non sarà ostaggio di nessuno. È indubbiamente un giurista di grande valore, che farà ricredere i critici di queste ore e pentire quanti pensano di poterlo condizionare o, peggio, guidare». E il capogruppo ds alla Camera commenta così la nomina del nuovo Cda: «È stata soddisfatta l’esigenza del pluralismo». Baldassarre sembra confermarlo nella sua prima dichiarazione d’intenti: «Ho proposto come primo punto del mio programma quello di far diventare la Rai indipendente dalle forze politiche e attenta invece ai movimenti e ai sentimenti della gente e quindi anche al pluralismo sociale oltre a quello politico». Tant’è che il 5 marzo, appena nominato, interviene nella puntata del Fatto e Biagi gli rivolge pubblicamente un augurio: «Buon lavoro per lei, e anche per noi». Il neopresidente risponde gentile: «La ringrazio, e soprattutto sappiate che avrete in me un punto di riferimento che difenderà sempre le vostre professionalità». Poi, il 12 marzo, annuncia solenne che «chiunque abbia professionalità in Rai sarà protetto dal presidente. Finora i giornalisti Rai sono stati umiliati dalla pratica della lottizzazione e per il costume degli appalti alle aziende private che hanno fatto il loro lavoro. I due aspetti saranno i punti contro i quali mi batterò». Le ultime parole famose.

La guerra della cosiddetta Casa delle Libertà a Biagi continua sempre più virulenta. Per Bonatesta (An) il giornalista è il sintomo di una «democrazia insana». Biagi, intervistato da «Le Monde», replica: «Questa offensiva mi lascia del tutto indifferente. La mia generazione ha conosciuto il fascismo, il nazismo, il comunismo, pensate davvero che io possa preoccuparmi ora? La scomparsa del mio programma potrebbe fare comodo a Canale 5 di Mediaset [...]. Ma facciano un po’ come vogliono».

«Io non mi pento»
Mercoledì 17 aprile Baldassarre sale a Milano per incontrarlo. Un’ora di colloquio per parlare della nuova stagione e ribadire che «Biagi rappresenta la Rai». Ma l’indomani, in una conferenza stampa da Sofia, Berlusconi spara. Biagi risponde a stretto giro, con una dichiarazione all’Ansa: L’uso della lingua italiana non è il forte del presidente del Consiglio e la frequentazione con Bossi non lo aiuta a esercitarlo, ma siccome ha detto «uso criminoso della tv», vorrei sapere quale reato ho commesso: stupro, assassinio, rapina? Non sono certo un suo estimatore, ma non credo di aver fatto niente. Sono stupito che, mentre il mondo si preoccupa del Medioriente e dell’Afghanistan, il presidente del Consiglio di un paese di circa 60 milioni di abitanti in giro per il mondo si preoccupi invece di Santoro, Luttazzi e Biagi. Sono atteggiamenti che fanno riflettere: il presidente del Consiglio ha un concetto della libertà di stampa che mi pare ristretto. È un peccato che non si possa querelare il presidente del Consiglio, perché lui ha diritto di critica. Mi viene in mente quello che disse una volta John Kenneth Galbraith a proposito di un certo personaggio: «In altri tempi sarebbe stato un fascista, ora è soltanto un cretino». Uno che fa battute come quella di Berlusconi dimostra che, nonostante si alzi i tacchi, non è all’altezza. Purtroppo si dimostra che gestire un paese è un po’ più complicato che gestire un’azienda. Continuo a credere che un presidente del Consiglio che ha conti aperti con la giustizia avrebbe dovuto avere la decenza di sbrigare prima le sue pratiche legali e poi proporsi come guida del paese. Poi prepara un editoriale straordinario, intitolato Libertà e pluralismo, che legge quella stessa sera a Il fatto: Non è un gran giorno per l’Italia: per quello che succede in casa e per quello che si dice fuori. A Milano, lo sapete, un piccolo aereo da turismo è andato a sbattere contro il Pirellone [...]. Disgrazia. Ma c’è anche chi all’estero parla di crimine. Da Sofia il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non trova di meglio che segnalare tre biechi individui, in ordine alfabetico: Biagi, Luttazzi, Santoro che, cito tra virgolette, «hanno fatto un uso della televisione pubblica – pagata con i soldi di tutti – criminoso. Credo sia un preciso dovere della nuova dirigenza Rai di non permettere più che questo avvenga». Chiuse le virgolette. Quale sarebbe il reato? Stupro, assassinio, rapina, furto, incitamento alla delinquenza, falso o diffamazione? Denunci. Poi il presidente Berlusconi, siccome non prevede nei tre biechi personaggi pentimento o redenzione – pur non avendo niente di personale –, lascerebbe intendere, se interpretiamo bene, che dovrebbero togliere il disturbo. Signor presidente Berlusconi, dia disposizione di procedere, perché la mia età e il senso di rispetto che ho per me stesso mi vietano di adeguarmi ai suoi desideri. Sono ancora convinto che in questa nostra Repubblica ci sia spazio per la libertà di stampa. E che ci sia perfino in questa azienda che, essendo proprio di tutti, come lei dice, vorrà sentire tutte le opinioni. Perché questo, signor presidente, è il principio della democrazia. Sta scritto, dia un’occhiata, nella Costituzione. In America, ne avrà sentito parlare, Richard Nixon dovette lasciare la Casa Bianca per un’operazione chiamata Watergate, condotta da giovani cronisti alle dipendenze di quel grande e libero editore che era la signora Katharine Graham proprietaria del «Washington Post». Questa, tra l’altro, viene presentata come televisione di Stato, anche se qualcuno tende a farla di governo, ma è il pubblico che giudica. Nove volte su dieci, controllare, Il fatto è la trasmissione più vista della Rai. Lavoro qui dal 1961 e sono affezionato a questa azienda. Le voglio bene. Ed è la prima volta che un presidente del Consiglio decide il palinsesto, cioè i programmi, e chiede che due giornalisti, Biagi e Santoro, dovrebbero entrare nella categoria dei disoccupati. L’idea poi di cacciare il comico Luttazzi è più da impresario, quale lei è del resto, che da statista. Cari telespettatori, questa potrebbe essere l’ultima puntata de Il fatto. Dopo 814 trasmissioni, non è il caso di commemorarci. Eventualmente, è meglio essere cacciati per aver detto qualche verità, che restare al prezzo di certi patteggiamenti. Signor presidente Berlusconi, non tocca a lei licenziarmi. Penso che qualcuno mi accuserà di un uso personale del mio programma che, del resto, faccio da anni, ma ho voluto raccontare una storia che va al di là della mia trascurabile persona e che coinvolge un problema fondamentale: quello della libertà di espressione.

Oltre alle proteste dei politici dell’opposizione, c’è anche l’imbarazzo del segretario Udc Follini: «Sono affezionato all’idea che in tv vi siano molte opinioni». Baldassarre se la cava con un «ho già chiarito come la penso sull’autonomia di questa azienda dalla politica». La denuncia più lucida viene da un liberale di vecchia scuola, il politologo Giovanni Sartori, che rilascia una durissima intervista al «Corriere»: quelle del premier – dice – sono dichiarazioni «avventate, gravi e bambinesche. Berlusconi non si tiene, quello che ha in pancia gli scappa in bocca. E così getta la maschera [...]. C’è il pericolo di un regime berlusconiano. [...] Regime non vuol dire regime fascista, in passato si è parlato di regime democristiano o di regime gollista. A me sembra esatto dire che Ciampi sta spalancando le porte a un regime berlusconiano. Le regole di fondo della democrazia sono in pericolo».

I girotondi manifestano davanti alle sedi Rai. La Cdl, in Vigilanza, chiede che i programmi d’informazione Rai (Biagi, Santoro, Mannoni e persino Vespa) vengano chiusi fino alle amministrative del 26 maggio. Proposta respinta.

Del Noce studia...
Il 23 aprile, davanti alla Vigilanza, Baldassarre proclama: «La Rai è un’istituzione indipendente autonoma dalla politica. L’ho detto cinque o sei volte al telefono a Biagi. Biagi e Santoro sono un patrimonio professionale dell’azienda e la Rai farà di tutto per non privarsi del loro apporto giornalistico. Con Biagi abbiamo avuto un colloquio di un’ora mercoledì a Milano; ieri mattina mi ha telefonato per annunciarmi che stava partendo per Mosca a intervistare Putin e tra noi ci sono state parole di simpatia e di affidamento reciproco». Lo stesso giorno anche Saccà scioglie inni al vecchio Enzo: «L’azienda non può subire dall’esterno interventi né censori né di epurazione.
Personalmente, nessuno mi ha chiesto di fare epurazioni. Enzo Biagi è un grande professionista, ha la stima dell’azienda, è equilibrato, forse con qualche scivolata, ma non va associato né a Luttazzi né a Santoro. Infatti non ha avuto nessuna sanzione dall’Authority. Finché sarò direttore generale episodi del genere non si ripeteranno». Ma, secondo Gasparri, sono Biagi e Santoro che «stanno cercando con tutti i mezzi il martirio mediatico. Verrebbe proprio da dire: allora diamoglielo, quello che cercano. O no?».

Il nuovo direttore di Rai1 Del Noce fiuta l’aria che tira. Dovrebbe programmare il palinsesto della nuova stagione, ma non degna il volto più noto della sua rete nemmeno di una telefonata. La redazione del Fatto continua a lavorare al buio, senza sapere quel che sarà del suo futuro. «Sto studiando...», risponde Del Noce a chi gli chiede notizie di Biagi. Biagi compreso. Mazzetti, dirigente di Rai1, non viene mai invitato a una sola riunione operativa dal nuovo direttore. Ormai è chiaro che Biagi è out, ma nessuno ha il coraggio di dirlo all’interessato e al suo pubblico. Stanco di aspettare e offeso da tanta indifferenza, il giornalista si sfoga il 22 maggio con «l’Unità», «La Stampa», «Il Messaggero» e il «Corriere» e dice: «Baldassarre continua a ripetere che la Rai si identifica con me, ma forse Saccà ha un’altra idea e chissà qual è quella del consiglio di amministrazione. La sensazione è che si vogliano fare dei favori politici, non c’è altra spiegazione. Alla Rai hanno sempre un referente, anzi un “editore di riferimento” per usare il gergo locale. Con me nessuno s’è ancora fatto vivo. L’altro giorno ho parlato con uno che si chiama Del Noce, il quale continua a dire che sta studiando. Io qui studio da 41 anni e mi pare di aver completato il corso, almeno tanto da capire che si tratta di scuse che si usano con una persona non gradita». L’ipotesi di spostare l’orario del Fatto sarebbe un errore: «Ci sono degli orari per ogni tipo di programma: Il fatto è legato al telegiornale, è la spiegazione di un fatto che è stato raccontato poco prima. Solo un cretino può pensare di toglierlo da quella collocazione: sta lì perché si presume che sia l’approfondimento di una notizia, è il commento dell’argomento che in quel giorno si pensa abbia appassionato di più la gente. Spostarlo sarebbe come mettere un articolo di fondo in mezzo agli annunci economici. Tutto qui. Ero pronto anche a finire a mezzanotte. In mezzo agli annunci economici del tipo: bolognese prosperosa riceve caldissima in portineria...». Ancora un pensiero a Saccà: «Questa è gente che è partita socialista ed è finita in Forza Italia. E pensare che credono di essere dei tecnici e degli esperti di tivù. Vedo più conversioni sulla via di Arcore di quante ci furono sulla via di Damasco». E uno a Del Noce: «Che umiliazione essere esaminati da uno così. Del Noce è stato strappato all’agricoltura e buttato dentro la direzione della Rai, che è qualcosa di assai complicato. Che bellezza essere studiato da uno che si occupava di agricoltura, sia pure a sfondo culturale, visto che trovava il modo di presentare fra i pascoli il libro del suo amico Bruno Vespa...». Infine un accenno all’opposizione, pressoché inesistente: «Difeso dalla sinistra? Sinistra? E cos’è la sinistra? Le pare che un programma con sei milioni di spettatori abbia bisogno di essere difeso da qualche partitino?».

Il servo furbo
Ancora una volta è Giuliano Ferrara a incaricarsi della difesa d’ufficio dei censori Rai, con un durissimo attacco a Biagi sul «Foglio» del 23 maggio. Titolo: Biagi, il trombone e il segnale orario. Sommario: «Ipocrita e arrogante, dà di cretino a chi studia il suo posto in palinsesto». Svolgimento: Biagi è «un mostro sacro degli affari suoi» e un «ipocrita»: Dice che vuole continuare a fare il testimone del suo tempo, raccontando storie, e non il protagonista di un caso personale. Intanto però soffia sul fuoco, restringe ogni spazio di mediazione, punta al carisma del martire, e dà fiato alla tromba, anzi al trombone: mi cacciano, mi spostano dal «mio» orario, sono liberticidi. E arrogante: dice infatti Biagi che è un comportamento da «cretini» spostare di una virgola o di un’ora il suo programmino su Rai1, e tratta con disprezzo e insopportabile sussiego il mite Fabrizio Del Noce. Questo mostro sacro degli affari suoi dovrebbe imparare a essere più parco di aggettivi, di contumelie, di isterismi politici. Quando gli hanno negato la cattedra epistolare di Indro Montanelli al «Corriere della Sera», preferendogli Paolo Mieli che rompe meno le palle di uno il cui orizzonte sono le solite mille camere in cui guardava la Storia in cammino, lasciandosi a sua volta guardare da Lei, Biagi non ha dato di cretino a Ferruccio de Bortoli, direttore del giornale di via Solferino, e tanto meno a Cesare Romiti, il suo editore, quello che gli passa la mesata come succede a noi tutti e che mette i capitali per produrre e diffondere la tribuna dei suoi ricordi. Ha solo contrattato un altro posto in palinsesto, chiedendo che le sue coloriture strettamente personali, e strettamente provinciali, finissero la domenica in prima pagina. Con giubilo suo superiore a quello dei lettori, forse. Anche l’orario della sua rubrichina è tutt’altro che «suo». È nostro, perché paghiamo. E di chi amministra la Rai per volontà del Parlamento (fatto surreale, perché la Rai andrebbe privatizzata e lì vedremmo se davvero un Murdoch lascerebbe per 41 anni al suo posto l’omino in bianco che lava più bianco). Oltre tutto quello spazio in palinsesto è di Berlusconi, come al solito e come tutto ormai in Italia, perché è sulla sua rete ammiraglia, Canale 5, che andò in onda prima del Fatto il programma d’informazione Radio Londra, in quello stesso identico orario, ma preceduto non dal primo telegiornale italiano bensì dal quiz Tra moglie e marito. Anche il segnale orario del rubrichista-martire, le cui opinioni sono come scrive Francesco Merlo «indifferenti», è dunque copiato. Altro che suo. Biagi lo difendiamo e lo difenderemo se qualcuno lo vuole cacciare perché gli sta antipatico il governo, ma se si caccia da solo per cupidigia di eroismo, dopo 41 anni in cui di cupidigie se ne è levate tante, con tutti i regimi, allora sono affaracci suoi.

Ecco: non è la Rai che sta cacciando Biagi su ordine di Berlusconi. È Biagi che «si caccia da solo per biechi interessi di bottega». Contro di lui Baldassarre e Saccà si mobilitano addirittura con una nota ufficiale congiunta, come nelle ore gravi: La Rai depreca il fatto che un collaboratore autorevole dell’azienda come Enzo Biagi usi espressioni e toni offensivi nei confronti di un giornalista, quale Fabrizio Del Noce, stimato da sempre per la sua indiscussa attività professionale e che ora è stato chiamato dal consiglio di amministrazione, su proposta del direttore generale, a dirigere una delle più importanti strutture editoriali dell’azienda stessa. Il presidente e il direttore generale esprimono solidarietà al direttore di Raiuno Fabrizio Del Noce, confermandogli la stima e la fiducia da sempre riposta in lui.

Per conto terzi
Biagi non si lascia intimidire e risponde con la consueta ironia: «Troppo onore. Saccà e Baldassarre hanno scritto una nota insieme? Si vede che vanno d’accordo...». E continua a lavorare alle ultime puntate dell’ottava edizione: in quel momento è a Palermo, per i dieci anni dalla strage di Capaci. «Forse» dice «sarebbe meglio che Saccà e Baldassarre si preoccupassero più dei programmi che del caso Biagi, visto che la Rai è in crisi ed è battuta abbastanza di frequente da Mediaset. Per cui non si capisce più per chi stiamo lavorando». Poi ripete che solo un cretino può spostare l’orario del Fatto: «Lo capisco che certe frasi non siano piaciute. Ma continuo a pensare che togliere da una fascia oraria un programma che – lo dicono loro – è il più visto, nove volte su dieci, tra quelli della Rai, non mi sembra molto illuminato. Oppure lo fanno per altre ragioni. Voglio comunque accordargli la buona fede, non voglio pensare che lo facciano in conto terzi...». Quanto a Del Noce, «mi ricordo i programmi che faceva, finivano tutti a tavola. Sembrava una specie di collaudo di ribollite. Dicono che l’ho offeso? Io piuttosto mi sento offeso da chi mi sposterebbe, ma che non mi ha ancora parlato. Quello che so lo leggo dai giornali. Se mi fanno delle proposte, che non mi hanno fatto, io le valuterò. Ma sono un vecchio da riposo, non sono un giovane da studio. Lo spostamento orario è legittimo, basta però che sia spiegato, che non abbia l’aria di una punizione o di una cosa fatta in conto terzi. Se è dettata da ragioni editoriali, come no? Posso dire che non la condivido, ma questo è quasi fisiologico». Infine un accenno a Baldassarre, che si era sempre sperticato in elogi e ora lo attacca a quattro mani con Saccà: «Mi dispiace molto che il presidente Baldassarre abbia cambiato opinione su di me, ma da una vita sono abituato a correre da solo».

Il 24 maggio Santoro dedica al caso Biagi la penultima puntata di Sciuscià, intitolata appunto «Per conto terzi?». E presenta un sondaggio dell’Abacus: all’87% degli intervistati Il fatto piace e solo al 12 non piace; gli elettori dell’Ulivo che l’apprezzano sono il 95%, quelli della Casa delle Libertà il 74%. Il 94% degli ulivisti ritiene Biagi una risorsa importante per la Rai, e così il 68% dei polisti. In studio (come vedremo alle pp. 133-134), tutti gli ospiti berlusconiani sorridono all’idea che Biagi possa essere cancellato, tantopiù dopo il diktat bulgaro di Berlusconi. Mentana, anziché prendere le difese dell’anziano collega, dice che «Biagi è uno dei giornalisti più potenti d’Italia. Per Sergio Zavoli, nonostante fosse stato marginalizzato, tutta questa levata di scudi non c’è mai stata. Nel mondo dell’informazione nessuno può avallare la presenza di qualcuno che dice “tu scompari”. Ma, nonostante l’attacco di Berlusconi, Biagi e Santoro ora sono in Rai e se qualcuno volesse toglierli dopo quell’attacco sarebbe più difficile. Se poi si discute di palinsesti il discorso è diverso e non vorrei che il problema fosse la collocazione alle 20,40. Se, invece di cinque minuti ogni sera, Biagi facesse una prima serata di due ore, che facciamo, scendiamo in piazza? Comunque io non voglio che si tolgano le persone e se tolgono Biagi e Santoro non resteremo certo indifferenti». Anche Marcello Veneziani si dice pronto alla pugna. Troverà il modo di dimenticarsene presto.

Il 31 maggio va in onda l’ultima puntata del Fatto. Biagi e Mazzetti tracciano il bilancio dell’ottava edizione: 168 puntate con uno share medio del 21,8% contro il 16,88% del programma successivo; per 110 giornate il programma di Biagi è stato il più visto della Rai. Eppure l’avvenire è tutto da scrivere: «Io non so quello che farò in futuro» dice Biagi, «beato chi non conosce la sua sorte, come dice la Bibbia. Potrà essere anche una trasmissione in seconda serata. Può esserci qualsiasi cosa, ma mi piacerebbe che me lo avessero detto. È giusto che chi ha potere lo eserciti, se avesse anche un po’ di garbo sarebbe meglio. Io smetto di fare Il fatto. Ma se quelli che vengono dopo fanno meno ascolti di noi, si dimettono. Mi sembra una sfida leale». E ancora: «Rimango stupito quando leggo sui giornali che c’è qualcuno che mi sta studiando per capire quello che devo fare. Se mi studiano, vuol dire che sono un po’ ripetenti. Aspetto che mi dicano. Ma non sono un uomo buono per tutte le stagioni. Si sa come la penso, sono un ex Partito d’azione e ho fatto parte delle brigate “Giustizia e Libertà”. Non è escluso che io abbia i miei punti di vista e le mie faziosità, ma rispetto sempre quelle degli altri». Se ci sono stati errori, aggiunge, «sono imputabili a me». Ma fra questi non c’è l’intervista a Benigni: «Roberto è prima di tutto un amico, e ogni anno con lui faccio un numeretto. Inoltre Benigni è venuto da noi gratis, quando altri erano disposti a ricoprirlo d’oro. C’erano le elezioni, e allora? Era libero in quel periodo e io l’ho invitato ben volentieri. Perché quando va a Sanremo, pagato profumatamente, viene ricoperto di fiori, ma se viene da me, gratis, è condannabile? Io non ho violato nessuna par condicio, infatti nessuna Authority è mai intervenuta nei confronti del Fatto per averla violata». Biagi sa già, in cuor suo, che questo non è un arrivederci, ma un addio alla Rai: «A 82 anni, ormai, la mia vita se n’è andata, ma posso considerarmi fortunato perché ho fatto un lavoro che ho sempre amato e per il quale sono anche stato pagato. Inoltre questa professione è un po’ come un acquedotto che deve portare nelle case acqua potabile. C’è chi la porta più o meno frizzante, ma sempre potabile deve essere».

«Fatemi sapere»
Per un altro mese il suo telefono resta muto. Nessuno si fa vivo per proporgli qualcosa. Spetterebbe a Del Noce. Il quale però continua a tacere. Biagi gli telefona più volte, ma le risposte sono le solite. Evasive, snervanti, umilianti: «Sono appena arrivato, sto valutando, sto studiando, ti farò sapere...». Alla quinta risposta del genere, Biagi perde la pazienza e scrive a Baldassarre e Saccà:
Alla cortese attenzione del presidente prof. Antonio Baldassarre e del direttore generale dottor Agostino Saccà. Questa nota non è un sollecito, ma vuole essere soltanto un piccolo richiamo d’attenzione. Da quarant’anni lavoro in Rai e vedo che si annunciano i programmi dell’autunno, mentre non so niente del lavoro che mi attende. Penso che dopo la dichiarazione del Presidente del Consiglio in Bulgaria non ci siano prospettive per Il fatto, anche se per oltre cento sere è stato la trasmissione più seguita della Rai (controllare eventualmente i dati). Poiché il mio contratto scade a dicembre desidero sapere se la Rai intende rinnovarlo e che progetti ha. Se vale il palinsesto del presidente del Consiglio o se ci sono alternative. Nonostante l’opinione dell’on. Gasparri [che lo ha elegantemente paragonato al confetto Falqui, N.d.A.], non mi ritengo né eterno né indispensabile come il purgante che citava, dimostrando ancora una volta molta attenzione per il corpo e poca per la mente. Cordiali saluti, Enzo Biagi.

Nessuna risposta. Nemmeno quando Biagi sottolinea con orgoglio aziendalista i grassi introiti pubblicitari incassati dalla Rai grazie al Fatto. E fa notare come viale Mazzini stia giocando contro se stessa, a tutto vantaggio di Mediaset: Apprendo con piacere che l’ottava edizione del Fatto (che su 168 puntate per 111 volte è stato il programma più visto della Rai) ha anche contribuito notevolmente alle entrate pubblicitarie dell’azienda. Come è stato comunicato in commissione di Vigilanza, uno spot da 30 secondi nella fascia oraria della messa in onda della nostra trasmissione ha reso 86.900 euro (168 milioni 262 mila lire), mentre i programmi che l’hanno sostituito nella stessa collocazione hanno reso 84.200 euro (163 milioni di lire), cioè 2.700 euro (5 milioni 262 mila lire) in meno. Poi ci sono altre trasmissioni, sempre di informazione, che, se pur in altre fasce orarie, non riescono a superare i 18.000 euro (34 milioni 853 mila lire) per ogni spot pubblicitario, quasi 5 volte in meno del Fatto. Tutto questo è accaduto in una stagione televisiva che, purtroppo, ha visto Rai1 perdere la leadership nei confronti di Canale 5 e il calo delle entrate pubblicitarie, come è stato più volte denunciato dai responsabili della Sipra. Tali perdite hanno condizionato, tra l’altro, il palinsesto della scorsa stagione portando alla chiusura di alcune trasmissioni leader, come il traino del Tg1, Quiz Show. A questo punto mi pongo una domanda: è proprio vero che la soppressione del Fatto, dopo otto edizioni, nel consueto orario, in qualche modo annunciata dal presidente del Consiglio e padrone di Mediaset niente meno che in una conferenza stampa in Bulgaria, è dovuta esclusivamente a ragioni di palinsesto e di concorrenza? O perché, con la collaborazione di Benigni, facemmo una puntata, niente meno, «criminosa»?
Enzo Biagi.

Saccà continua a ripetere che si appresta a incontrarlo per chiarire tutto. Ma dell’annunciata visita non c’è traccia. Baldassarre, dal canto suo, ripete che la collocazione del Fatto dipende esclusivamente da Biagi. Il quale cade dalle nuvole e riprende la penna in mano per un breve, sconsolato comunicato: Non credo, come ha detto il presidente Baldassarre, che la collocazione del mio programma dipenda da me, perché, in questo caso, sarebbe già a posto. Non ho che un malinconico privilegio da vantare: lavoro in Rai da 41 anni e non ho mai accampato diritti di orario. Mi è capitato perfino di andare in onda dopo mezzanotte. Penso di avere acquisito, invece, un solo diritto: quello di essere rispettato. Nessuno mi ha detto né se, né come, né quando potrò mantenere il mio impegno di collaborazione. Da un mese aspetto la più volte annunciata visita del direttore generale, Agostino Saccà. Visto che non figuro in nessun palinsesto, presumo sia stata rimandata.
Enzo Biagi.

A fine giugno Baldassarre e Saccà presentano a Cannes i nuovi palinsesti Rai. E del Fatto, come pure di Sciuscià, non c’è traccia alcuna. Nemmeno del programma condotto da Fabio Fazio che avrebbe dovuto riempire la fascia di Rai1 parallela a Striscia, appaltata invece alle comiche di Max & Tux (Massimo Lopez e Tullio Solenghi). Del Noce fa l’offeso: «Biagi mi ha insultato e prima di comunicare con lui mi aspetto delle scuse». Già, ma i presunti «insulti» sono arrivati proprio perché lui non comunicava con Biagi.

«Nessuno tocca Biagi»
Contro l’epurazione di Biagi e Santoro protestano in tanti. Oltre al centrosinistra, si fanno sentire la Federazione della stampa, la Cgil, migliaia di telespettatori, i girotondi e persino la Federazione europea dei giornalisti, che il 26 giugno parla di «situazione intollerabile» per la libertà d’informazione in Italia, dove è «il presidente del Consiglio a usare la televisione pubblica in modo criminale». Il 27 giugno il rappresentante dell’Osce (che riunisce 55 paesi d’Europa, America settentrionale e Asia) per la libertà dei media, il tedesco Freimut Duve, scrive a Berlusconi per chiedere immediati «chiarimenti sulla rimozione del Fatto e di Sciuscià», visto che molte voci in Italia «hanno definito questa rimozione una mossa politica».

Saccà minimizza: «La prossima settimana andrò a Milano per parlare a Biagi col direttore di Rai1 Fabrizio Del Noce». Anche dopo che Biagi gli ha dato del cretino e lui ha chiesto le scuse ufficiali? «Del Noce si conferma dirigente di grande livello umano e professionale: passa sopra un legittimo fastidio personale. Comunque sia, ci sono molte ipotesi. Una nuova collocazione oraria del Fatto legata, ripeto, solo a esigenze di palinsesto; seconde serate dedicate a inchieste; eventuali prime serate. Vedremo la disponibilità di Biagi». Ma Biagi – domanda il «Corriere» a Saccà – tornerà in autunno su Rai1? «Per quanto riguarda la direzione generale e la direzione di Rai1, certamente sì. Con tutto il rispetto vorrei solo dire a Biagi: non è vero che Il fatto sia la trasmissione più vista di Rai1. In una fascia oraria di altissimo ascolto anche una percentuale si traduce in milioni. Ma noi ragioniamo in share: e ci sono programmi che ne totalizzano di più. Però non credo sia quello il problema di Biagi che assicura una qualità, un timbro, un segno che fanno parte del patrimonio della Rai». Il diktat bulgaro non c’entra? «Macché. Infatti nessuno tocca Biagi. Tutte le opinioni sono legittime [...]. Per me quelle di Berlusconi erano solo riflessioni amaramente critiche e credo lo fossero anche per Berlusconi». Baldassarre si spinge anche più in là e assicura che Biagi è «un pezzo del patrimonio della Rai: mi auguro che Il fatto resti, solo che bisogna trovare la fascia oraria consona alle esigenze dell’audience». Ma il capufficio stampa della «nuova» Rai, Giuseppe Nava, sembra parlare un’altra lingua, quando il 9 giugno rilascia questa dichiarazione ufficiale all’«Unità»: «I vertici della Rai sostengono che Enzo Biagi ha perso appeal». Biagi monta su tutte le furie. Ma il 1° luglio Baldassarre torna a rassicurarlo: «La Rai non si priverà di nessuno dei giornalisti che oggi rappresentano voci discordanti rispetto alla maggioranza». E il 9 luglio, dinanzi alla Vigilanza: «Ho sempre detto che Biagi e Santoro sono due pezzi del patrimonio della Rai, di cui la Rai non si sarebbe mai privata. È quindi falso che ci fosse l’intenzione di escludere autorevoli personalità come Biagi e Santoro dalla programmazione». Con Biagi – spiega – «l’accordo è già concluso», mentre per Santoro «i tempi sono un po’ più lunghi», ma già «nel prossimo incontro definiremo la vicenda». Saccà aggiunge che «Biagi è il passato, il presente e il futuro di Rai1» e se la prende con il «circo mediatico assurdo che ha montato un’inesistente esclusione di Biagi e Santoro dai palinsesti. Forse faceva comodo ai giornali vendere qualche copia in più». Il Cda prende atto delle zuccherose dichiarazioni dei due capatàz e il consigliere diessino Donzelli annuncia soddisfatto: «Oggi possiamo dire che la vicenda di Biagi e Santoro è avviata a soluzione positiva». Gli fa eco Zanda (Margherita): «Il caso Biagi è risolto al 100% e quello di Santoro al 90». Baldassarre non si limita alle dichiarazioni pubbliche. Telefona più volte a Biagi, altre volte risponde a sue telefonate, garantendogli sempre che continuerà a lavorare per la Rai: «Stia sereno, Biagi: è più facile che salti il direttore generale che la sua trasmissione...». Le conversazioni si chiudono regolarmente con il presidente che trasmette a Biagi i saluti del comune amico cardinale Ersilio Tonini, «col quale una volta dobbiamo andare a cena...».

L’estate della vergogna
Il 2 luglio, in corso Sempione, Saccà e Del Noce incontrano finalmente Biagi e Mazzetti. «Siamo molto soddisfatti dell’incontro», dicono all’uscita i due direttori. «Soddisfazione per questo incontro chiarificatore» esprime anche Biagi. Il quale si è chiarito con Del Noce dopo le polemiche, e gli ha riconosciuto il diritto di modificare il palinsesto per esigenze di concorrenza. L’impasse pare sbloccarsi. Rai1 ufficializza l’intenzione di combattere Striscia con un nuovo programma di 30 minuti. Biagi e Mazzetti si dicono disposti a progettarlo. Ma niente da fare: la mezz’ora anti-Striscia dovrà essere un varietà. A Biagi la Rai propone un contratto per venti «speciali» in seconda serata e cinque in prima serata, a partire da gennaio-febbraio 2003. Le seconde serate riguarderanno grandi temi storici e internazionali (l’Europa, il Papa, il crollo del comunismo e così via), le prime saranno legate a eventi straordinari di cronaca. Come la lunga intervista che il presidente russo Vladimir Putin ha proposto di rilasciare a Biagi, anche in vista di un libro sulla «nuova» Russia (l’appuntamento, più volte rinviato, verrà poi annullato, e l’uomo che faceva da intermediario fra Putin e Biagi rivelerà a Mazzetti un intervento di Berlusconi per dissuadere l’amico presidente russo: «Vladimir, non è il caso...»).
L’accordo dovrà essere formalizzato con un apposito contratto, che viene confezionato prima delle vacanze dopo varie telefonate fra Mazzetti e il dirigente responsabile D’Arma. Saccà e Del Noce hanno promesso, il 2 luglio, di inviarlo a Biagi al più presto. Ma la promessa non potrà essere mantenuta, perché Del Noce continua a non trasmettere alla Divisione Uno la lettera ufficiale con la richiesta della rete. Il contratto è pronto fin da subito, ma senza quella missiva non vale nulla. E quella missiva arriverà con clamoroso ritardo rispetto agli impegni presi: Del Noce la sbloccherà soltanto dopo la metà di settembre, cioè alla vigilia della messa in onda di Max & Tux, due mesi e mezzo dopo l’incontro di presunta «riconciliazione». L’estate porta altre cannonate contro Biagi. Un fuoco di sbarramento che parte ancora una volta da Forza Italia e da An. «Enzo Biagi – dichiara il ministro Gasparri il 23 luglio – da 40 anni occupa tutti gli spazi in tv, senza lasciare nemmeno una serata libera. È come il confetto Falqui, basta la parola, e non certo perché stimoli certe funzioni come quel prodotto…». Gasparri – ricorda Mazzetti – si mostrava molto più disponibile, solo qualche mese prima: «Spesso è stato nostro ospite. Una volta lo volevamo invitare ma non lo trovavamo al telefono, così chiamammo Storace. Subito dopo Gasparri mi chiamò e mi diede addirittura il numero della madre, per essere sempre raggiungibile dal Fatto. Ci teneva, forse perché conosceva i nostri veri dati di ascolto».
In settembre, per la prima volta dopo otto anni, i telespettatori di Rai1 non trovano più Il fatto. Al suo posto, gettando platealmente la maschera, la «nuova» Rai manda in onda la mini-striscia comica (o presunta tale) di Max & Tux. Una scelta sconcertante, visto che Saccà e Del Noce avevano giustificato lo spostamento e poi la soppressione del Fatto proprio con l’esigenza di tener testa a Striscia con un programma più lungo, della stessa durata. Max & Tux è ancor più breve del Fatto (3-5 minuti contro gli 8-14 delle ultime edizioni del programma di Biagi) e ancor meno compatto, trattandosi di una serie di comiche-lampo. La fascia 20,30-21 di Rai1 è addirittura frantumata in tre programmi: dopo le comiche, c’è il breve varietà itinerante La zingara, seguito da un montaggio di vecchi spezzoni dalla cineteca Rai. Biagi si sente preso in giro. I preparativi per le sue prime serate vanno a rilento. Ogni giorno spunta un nuovo intoppo. E si scopre una miriade di clausole non dette: Biagi non potrà praticamente occuparsi di attualità politica italiana (il contratto fa «particolare riferimento a situazioni internazionali»). Dovrà andare in onda solo la sera del venerdì, l’unica rimasta libera dall’occupazione di Vespa (imperversante dal lunedì al giovedì col suo Porta a Porta extralarge), ma anche la più infelice per gli ascolti, visto che molti italiani sono in viaggio per il week-end. Infine Del Noce pretende di controllare a priori i temi trattati e, a posteriori, la scaletta di ogni trasmissione, a dispetto della totale autonomia di cui Biagi ha sempre goduto («i contenuti saranno definiti con la Direzione di rete»).

«Tolgo il disturbo»
Ormai è chiaro che quella ingaggiata dai vertici Rai è una guerra di logoramento ai fianchi, volta a indispettire Biagi per indurlo a rinunciare. Obiettivo centrato. Biagi chiede «un po’ di rispetto, dopo 41 anni di Rai». Poi sbotta: «Con questa gente non voglio avere più nulla a che fare». Il nuovo programma non partirà, come conferma a «Repubblica» il 19 settembre: Io voglio rifare Il fatto: questa è l’unica proposta di lavoro che mi sento di accettare, nessun’altra. Non mi sento di restare in Rai a qualsiasi condizione. Posso fare le seconde serate, anche le terze. Posso fare perfino un po’ di pornografia, così sono contenti i nonni e i babbi. Ma non posso accettare certe collocazioni come se fossero una punizione. Non sono disponibile a morire per strangolamento, per una lenta asfissia. È da settembre che non vedo e non sento più nessuno. Un progetto, soprattutto se nuovo, ha bisogno di lavoro, di scambi di idee, di prime iniziative. Invece, intorno a me, c’è solo silenzio e indifferenza: e allora andassero a quel paese. Un portavoce dell’azienda ha detto che non ho più il vecchio smalto. Gli ricordo che il mio nuovo libro ha già 62 mila prenotazioni. E
che le università di Pisa e Bari mi assegnano due lauree honoris causa. Niente male, per un vecchio rincoglionito. Siamo una vecchia generazione di cronisti. Indro Montanelli se n’è andato. Restiamo io e Giorgio Bocca, che teniamo botta perché entrambi dell’agosto del ’20. Ma, voglio dire, non durerà in eterno. Ho 82 anni. Tra un po’ tolgo il disturbo e raggiungo la mia povera moglie al camposanto. E lì, tra i miei ultimi ricordi, avrò le stucchevoli discussioni con questa gente, dopo la mia onorata carriera, dopo aver lavorato in ogni epoca e con qualsiasi vertice Rai. Ma sì, ma che vadano a quel paese. Oltretutto il suo amico Sandro Parenzo, patron di Telelombardia, sembra pronto a consorziare cento emittenti locali per rimandare in onda Il fatto in tutta Italia. Intanto gli ascolti della «nuova» Rai precipitano. Rispetto al luglio del 2001, nello stesso mese del 2002 le tre reti pubbliche hanno perso 348 mila spettatori, mentre quelle di Mediaset ne hanno guadagnati 281 mila. In picchiata anche Tg1 e Tg2: solo il Tg3 guadagna qualche posizione. Max & Tux vanno malissimo: sono precipitati in pochi giorni dal 27 al 18%, e contro una concorrenza molto blanda di Canale 5 che non schiera ancora Striscia la notizia, ma gli ultimi scampoli del concorso estivo per le nuove «veline». Del Noce, anziché fare autocritica, se la prende col destino cinico e baro: «Max & Tux sono vittime della solidarietà a Biagi che ha provocato un accanimento senza precedenti contro il nuovo programma. La solidarietà a Biagi va benissimo, ma la trovo oltre ogni livello». Poi ammette che è già allo studio «un format alternativo». Antonio Ricci rivela a Biagi di aver ricevuto una telefonata da Saccà: «Voleva che diluissi le prime puntate di Striscia, almeno nella fascia di Max & Tux, per aiutarli a reggere il confronto con Il fatto. Naturalmente gli ho detto di no». Infatti, lungi dal perdere ascolti con la nuova «concorrenza» di Rai1, Striscia consolida il suo primato proprio contro Max & Tux e per la
prima volta supera il 40% di share. Per Biagi (ma anche per Santoro) si fa sotto il Tg3. Il 18 settembre il direttore Antonio Di Bella, dopo vari contatti informali, va a trovare Mazzetti e butta lì: «E se portassimo Enzo da noi? Pensavo a una coproduzione fra la rete e il telegiornale. Che ne dici?». Qualche giorno dopo il direttore di rete Paolo Ruffini sale a Milano per incontrare Biagi. Si discute di uno spazio fisso dentro il Tg3 e, in alternativa, di una striscia quotidiana sul tipo del Fatto alla fine del tg e dei notiziari regionali, fra le 19,55 e le 20. Biagi preferirebbe la seconda proposta. Ma ecco subito un nuovo fuoco di sbarramento.

«Lavorerò gratis»
«La Padania» cannoneggia Biagi e Mazzetti, domandando «a quale titolo» quest’ultimo abbia incontrato Di Bella e invitando «il direttore del personale Rai a intervenire». Gigi Moncalvo, direttore dell’house organ della Lega, annuncia una querela contro Mazzetti, sostenendo di essere stato da lui «insultato e minacciato al telefono» (della denuncia, poi, non si saprà più nulla). I vertici Rai escogitano prontamente nuovi pretesti e bugie per bloccare la trattativa. Anzitutto puntano sui costi veri o presunti del programma di Biagi, argomento demagogico, ma di sicuro effetto. Saccà sostiene che il budget di Rai3 non può permettersi Biagi e il suo staff, anche se poi scrive a Biagi una lettera piena di complimenti. Baldassarre gli va dietro e, incontrando Ruffini e Di Bella il 19 settembre, li avverte: «Non chiedeteci un euro in più rispetto alle disponibilità di bilancio». Poi ammette che per il nuovo contratto di Biagi c’è stato «un colpevole ritardo» di Del Noce che ha indispettito il giornalista. Ma alla fine dichiara: «Il direttore Ruffini ci ha esposto il palinsesto e noi abbiamo ribadito che può fare quello che vuole, ma che non sono possibili integrazioni sul budget». Ma il vecchio Enzo, il 20 settembre, rimuove l’ostacolo con una lettera a Saccà che è un capolavoro di ironia. Offre di lavorare praticamente gratis:

Caro direttore, ti ringrazio della lettera e dei pensieri affettuosi che contraccambio, ma devo rinnovarti il senso del mio disagio. Da 41 anni faccio il giornalista in Rai: ho cominciato come direttore del tg e ho continuato con programmi annuali; l’ultimo – Il fatto – è stato trasmesso per 8 stagioni di seguito. Confermo che mi sento legato profondamente alla Rai, anche per motivi di gratitudine, ma sempre nel rispetto della mia dignità professionale e umana. L’ultima edizione del Fatto, dati incontrovertibili, su 168 puntate per 111 sere è stato il programma più visto delle 3 reti. Riconosco al direttore di Rai1 il diritto di cambiare il palinsesto con l’intenzione di battere Striscia la notizia, ma in quell’incontro – che ormai è diventato famoso – mi fu prospettato il proposito aziendale di una trasmissione unica e omogenea che avrebbe riempito lo spazio tra Tg1 e prima serata. Mi risulta invece che ieri sera sono andati in onda ben 4 spezzoni diversi. Ho letto che Rai3 è disponibile a programmare Il fatto, ma viste le dichiarazioni del presidente Baldassarre si opporrebbero problemi economici. Glieli risolvo subito: io sono pronto a rinunciare alle clausole finanziarie del mio contratto, che non risulta certo tra i più onerosi (anche nel mio settore) e desidero che diate anche a me il compenso che tocca all’ultimo giornalista assunto (senza raccomandazioni), da spedire però ogni mese a don Giacomo Stagni, parroco di Vidiciatico (Bo) che in un istituto ricovera i vecchi delle mie parti che non hanno nessuno. Sono a disposizione se il mio lavoro può ancora servire. Auguri e molti cordiali saluti da Enzo Biagi.

La palla torna nelle mani della Rai. Ma qui, morto un alibi, se ne fa subito un altro: il dopo-Tg3 – sostiene Saccà – sarebbe una collocazione «suicida», con al massimo uno share del 5%. E comunque quella fascia è già stata promessa ad Angela Buttiglione, nuovo direttore dei notiziari regionali, per uno «sportello federalista». Il 23 settembre Ruffini scrive ufficialmente a Saccà e a Giuseppe Cereda (responsabile della Divisione Due, in cui è inserita Rai3) per confermare la sua intenzione di dare un tetto a Biagi, Santoro e Fazio: «Sarebbe un errore per Rai3 non cogliere l’inaspettata opportunità di coinvolgere Santoro, Biagi e Fazio nei palinsesti della rete (permettendo così anche il recupero dell’immagine dell’azienda, rispetto a coloro che ci accusano di voler parlare con una voce sola, mettendo in discussione il pluralismo interno e dunque il ruolo stesso del servizio pubblico)». Ma in contemporanea Saccà rilancia la proposta degli speciali in seconda serata su Rai1. Del Noce dà quasi del bugiardo a Biagi: «Si era detto soddisfatto della nostra offerta, ora è libero di ripensarci, ma non dica di essere perseguitato». Ricci se la ride: «Max & Tux e Il fatto potevano coesistere benissimo, invece han voluto togliere di mezzo uno che rompeva le scatole: Biagi è stato eliminato per ragioni politiche ». Il 21 ottobre esce su «Sorrisi e canzoni tv» un sondaggio di Datamedia (l’istituto prediletto da Berlusconi): il 42% dei telespettatori preferiva Il fatto a Max & Tux, apprezzato soltanto dal 7% del pubblico.

Dice Biagi all’«Unità» il 26 settembre: «Io vado volentieri su Rai3 e sono gratissimo a chi me lo ha proposto. Ma lo devono decidere loro. C’è un signore che è direttore generale... Chi può impedirmi di andare in onda? Chissà, la direzione generale, il governo, diciamo chi comanda». Alla lettera di Ruffini, nessuno risponde. Il direttore di Rai3 sollecita l’azienda il 3 ottobre, in un’intervista al «Corriere»: «Mi aspetto un sì o un no dai vertici Rai. Ci vuole il “concerto” dell’azienda per partire». Ma Saccà è il solito muro di gomma: prima non dice né sì né no, poi scrive a Ruffini per respingere l’idea del Fatto dopo il Tg3, alle 19,53. A suo avviso è impossibile, in quanto bisognerebbe ridurre la durata del Tg3 e spostare il meteo e la pubblicità. Biagi potrà andare in onda su Raitre, ma alle 18,50, cioè prima e non dopo il Tg3. Proposta insensata, visto che un programma di approfondimento deve seguire, non precedere il notiziario. «A casa mia» osserva Biagi, stremato «prima si danno le notizie, poi i commenti».

Ricevuta di non ritorno
Quello stesso giorno, 26 settembre, accade un fatto che chiude per sempre la partita. Biagi si vede recapitare una lettera raccomandata con ricevuta di ritorno. È firmata da Agostino Saccà. Contiene l’annullamento del contratto che lo lega a viale Mazzini e che, come abbiamo visto, si rinnova automaticamente a ogni scadenza salvo disdetta di una delle due parti. Il mancato aggiornamento del contratto entro il 30 settembre del 2001 l’aveva prorogato di un altro anno, fino al 31 dicembre 2002. Ora, se nessuno lo avesse modificato o annullato entro il 30 settembre 2002, sarebbe rimasto valido sino alla fine del 2003. Ecco perché, in tutta fretta, a quattro giorni dalla data fatidica, Saccà chiude i conti con Biagi per raccomandata R.R. Il destinatario coglie al volo il messaggio: «Mi hanno licenziato, dopo 41 anni, senza nemmeno il preavviso che si dà alle colf». Dopo l’adorata moglie Lucia, scomparsa in febbraio, il vecchio Enzo ha perso anche la Rai. Rimanda indietro senza la sua firma la nuova bozza di contratto che Del Noce gli ha spedito con due mesi e mezzo di ritardo per i famosi e fumosi «speciali» su Rai1. E si affida a un civilista di fama, Salvatore Trifirò, per portare la Rai in tribunale con una causa che lo risarcisca dei danni d’immagine, professionali e biologici subìti nella lunga epurazione. È una causa vinta in partenza, ma l’avvocato, visti i tempi medi della giustizia italiana e l’età di Biagi, sconsiglia la via giudiziaria e propone una transazione. Viale Mazzini accetta. Discorso chiuso. Ma con una coda tragicomica.
Il 14 novembre il Cda Rai vota una delibera che, per l’ennesima volta, dà mandato al direttore generale di risolvere i casi Biagi e Santoro. Anche Petruccioli, in una lettera, chiede lumi sullo stato dell’arte. L’indomani, presentando la nuova campagna abbonamenti della Rai, Saccà annuncia: «Mi metterò a lavorare, anche con i direttori di rete, per trovare una collocazione in Rai per Biagi e Santoro. Poi saprete». E risponde per iscritto a Petruccioli:

Il dott. Biagi ha in corso con la Rai un contratto di lavoro autonomo, regolato con scambio delle lettere [...], con scadenza al 31 dicembre p.v. suscettibile di tacito rinnovo in difetto di disdetta tre mesi prima del termine finale. In sede di rielaborazione della linea editoriale di Rai1, presso la quale il dott. Biagi rendeva la sua opera professionale, si è ritenuto che convergenti esigenze di articolazione del palinsesto del canale e di riconsiderazione del formato del programma da affidare al dott. Biagi suggerivano di non far luogo ad una pura e semplice proroga tacita del rapporto e di addivenire invece ad un nuovo contratto. Di questo intendimento della Rai il dott. Biagi è stato messo tempestivamente al corrente e si sono con lui avviate trattative per definire l’oggetto, i termini e le condizioni di un nuovo impegno contrattuale, previa disdetta di quello precedente. La trattativa è stata conclusa nel luglio di quest’anno in un incontro tra lui, il dott. Del Noce e il sottoscritto e, dopo la pausa estiva, ne è stato presentato l’esito al dott. Biagi in forma di bozza contrattuale fattagli pervenire il 18 settembre scorso, con ritardo certo non commendevole ma imputabile a disguidi burocratici, verosimilmente assecondati dal ragionevole convincimento che l’accordo era da ritenere già raggiunto nella menzionata riunione e che il documento contrattuale dovesse solo riprodurlo. Forse mosso da pur comprensibile fastidio per tale ritardo ma in concomitanza con notizie di stampa intorno ad alcune ipotesi prospettate dal direttore di Rai3, dott. Paolo Ruffini, di ospitare il programma Il fatto, oggetto del precedente contratto, nella terza rete in collocazione oraria da definire, il dott. Biagi, nonostante le intese raggiunte (che, si ripete, richiedevano soltanto di essere formalizzate), ha sollevato anche pubblicamente non poche né lievi perplessità in ordine al contenuto normativo della bozza. Al fine di dissipare le perplessità, il sottoscritto inviava una lettera al dott. Biagi per confermare la migliore disponibilità a discutere la bozza contrattuale trasmessagli onde compiutamente definire il nuovo contratto nell’ambito di quanto già convenuto con le richiamate intese. Alla lettera il dott. Biagi ha replicato con riferimento non già al nuovo oggetto del contratto, cioè alla nuova tipologia di programmi da affidare alle sue cure, ma semplicemente ad alcune clausole della bozza.

Successivamente, però, le perplessità sono state estese anche al nuovo oggetto contrattuale, con richiesta di ripristinare quello del contratto anteriore, peraltro già disdettato sulla base delle intese intercorse circa il rinnovo. Il dott. Biagi, cioè, ha ritenuto di poter ritirare il consenso manifestato nella citata riunione del luglio corrente anno e si è dichiarato disponibile a rendere le sue prestazioni professionali esclusivamente per realizzare il programma Il fatto su Rai3.
La situazione si presenta, pertanto, nei termini su esposti e può trovare soluzione – trattandosi di materia contrattuale che richiede la volontà convergente delle parti positivamente espressa e non solo la buona disposizione di una o di entrambe – se si raggiunge un accordo sulla tipologia del programma e sulla collocazione in palinsesto.
La scelta tipologica e una riequilibrata inserzione del programma nella programmazione complessiva della Rai richiedono, a loro volta, il concorso del direttore di rete, del direttore generale e del consiglio di amministrazione, titolari a diverso livello di competenze editoriali. Spetta, infatti, al consiglio determinare i piani editoriali e al direttore generale, in collaborazione con i direttori di rete e di testata, assicurare che la programmazione sia con essi coerente. Ed è in questo senso che gli organi aziendali si stanno adoperando per risolvere la questione.
Ritengo, Signor presidente, di aver corrisposto alle Sue richieste con la «trasparenza» da Lei raccomandata e segnalata come cifra qualificante del rapporto tra la Commissione e la Concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo. Mi corre, tuttavia, l’obbligo di domandarLe – richiamandomi allo stesso principio di trasparenza da Lei evocato – se la richiesta di dati conoscitivi, alla quale con la presente ho dato seguito senza riserva, trovi fondamento, a norma del regolamento interno dell’organo bicamerale da Lei autorevolmente presieduto, in una previa deliberazione collegiale e se i poteri di indirizzo generale e di vigilanza con i correlativi poteri strumentali di acquisizione informativa intestati alla Commissione parlamentare si estendano, alla stregua della vigente normativa, anche alla materia contrattuale, che trova il suo fulcro nei valori dell’autonomia e del consenso. Rimango a Sua disposizione per quant’altro dovesse occorrere e Le porgo i più cordiali saluti.
Agostino Saccà.

Tradotto in italiano, il messaggio di Saccà è questo: il discorso fra Rai e Biagi resta aperto e, se non fosse per le bizze del giornalista che s’è rimangiato gli impegni e ha cominciato a fare il doppio gioco fra Rai1 e Rai3, sarebbe già tutto risolto; il fatto che il vecchio contratto sia stato disdetto per raccomandata mentre la bozza di quello nuovo, promessa a luglio, è arrivata a settembre, è tutto un «disguido»; comunque la Vigilanza non deve impicciarsi della cosa, che rientra nell’autonoma discrezionalità dei vertici Rai. Parole che il presidente Petruccioli giudica «sorprendenti» e «deprimenti», esternando tutto il suo «disappunto perché la mia richiesta di una risposta conclusiva viene evasa». Il che, nel suo linguaggio felpato, vuol dire che è proprio arrabbiato.
Intanto la Rai perde altri colpi: dal 1° settembre al 9 novembre, la seconda rete è scesa di 12,5 punti di audience rispetto allo stesso periodo del 2001. Max & Tux ed Excalibur, cioè i sostituti di Biagi e Santoro, continuano a precipitare. Saccà, per tutta risposta, si aumenta il Tfr. Rivela che «con Biagi non c’è nessun problema». E, a chi contesta la nuova infornata di nomine, ricorda che «mi ha chiamato Berlusconi». Per complimentarsi, si suppone. Anche Gasparri è soddisfatto, ma è costretto a diffondere dati falsi su Max & Tux per affermare che addirittura farebbero più ascolti del Fatto: «E questo» commenta il ministro «è triste per Biagi, perché francamente Max & Tux non è un granché». Il giochino del ministro è semplice: paragonare due dati incomparabili, cioè i dati Auditel dei due comici nel periodo settembrenovembre 2003 (con un bacino di utenza complessivo di 25-27 milioni di telespettatori) con quelli di Biagi nel bimestre aprilemaggio (bacino di 19-20 milioni). I dati veri, senza giochi delle tre carte, dicono esattamente l’opposto: nelle 44 puntate andate in onda, Max & Tux hanno totalizzato uno share medio del 19,90%, mentre nello stesso periodo dell’anno precedente (settembre-dicembre 2002) Biagi faceva registrare il 23.

La risposta definitiva della Rai sul caso Biagi non arriva, né arriverà mai. Il gioco è proprio questo: fingere una trattativa eterna (ormai con l’avvocato di Biagi), per attribuire al giornalista la responsabilità dello scontato esito negativo. Il 12 dicembre Saccà rivela di aver inviato una lettera all’avvocato Trifirò per offrire a Biagi «ospitalità su Rai3 alle 18,53, prima del telegiornale». Ma da mesi il giornalista ripete che i programmi di approfondimento vanno in onda dopo, e non prima dei tg, dunque la risposta è scontata: nessun rischio che possa accettare. «Ho l’impressione che la disponibilità di Biagi si sia spenta», arguisce acutamente Ruffini. Infatti, il 13 dicembre, Biagi decide di metter fine per sempre all’inverecondo balletto, declinando la proposta indecente. Il comunicato di Trifirò parla di «ragioni personali». Chiunque abbia seguito l’estenuante e umiliante trattativa le conosce benissimo, dal diktat bulgaro in poi. Ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, e così parte il coro delle prefiche, dell’unanime rammarico. Rattristato Ruffini, costernato Saccà, «moltissimo dispiaciuto» Vespa il quale però spera «che Biagi torni presto». Mentana si consola: «Non potrò più vedere Biagi, ma per fortuna potrò ancora leggerlo». Nessuna censura, per il direttore del Tg5, per carità: «Ci sono ragioni personali che vanno assolutamente rispettate. Se ci fossero altri risvolti, andrebbero segnalati». Ecco, Mentana non vede proprio altri risvolti. Beppe Giulietti prova a segnalarglieli, ricordando lo «spaventoso caso di mobbing commissionato dal presidente del Consiglio e subito eseguito» e sottolineando che la Rai «ha creato tutte le condizioni politiche e ambientali per accompagnare Biagi alla porta». Ma deve trattarsi di un visionario. E il mobbing continua. Il 5 dicembre la Rai avvia una procedura di sospensione contro Loris Mazzetti, reo di aver pubblicamente criticato i vertici dell’azienda: «Non avendo il coraggio di licenziare Biagi, adesso se la prendono con i suoi più stretti collaboratori per tappare loro la bocca», denuncia l’associazione Articolo 21. Qual è la colpa di Mazzetti? Aveva scritto e diffuso, il 14 novembre, alle agenzie e ad alcuni siti Internet una lettera aperta al presidente Baldassarre e, per conoscenza, a tutto il Cda:
I 469 giorni che mancano alla fine del suo mandato sono tanti per tutti, se in lei non scatta quel sussulto che la sua storia dovrebbe darle. Non voglio fare polemica, ho soltanto il dolore di assistere, purtroppo passivamente, al fatto che Enzo Biagi dopo 41 anni è costretto a un inesorabile addio alla Rai mentre continua a scrivere sulla prima pagina del «Corriere», sull’«Espresso» e forse lo rivedremo su altri network tv [...]. I responsabili nominati dal suo Cda non sono riusciti a mettere in onda un solo programma di nuova produzione che sia stato accolto con successo, mentre per i programmi di informazione, più che di faziosità, bisognerebbe
parlare di mancanza di capacità professionali. Mazzetti rammenta che Il fatto, in 834 puntate per otto edizioni e sempre contro Striscia, ha avuto una media di share del 24%, «un ascolto superiore a tutti i programmi messi in onda nella fascia oraria dalle 20,30 alle 21, incluso quella Zingara che sta tornando in onda perché ritenuto l’unico programma che in passato ha battuto Striscia. Immagino le risate di Ricci quando ha letto queste dichiarazioni. In Rai invece non c’è niente da ridere». Poi c’è il caso penoso di Max & Tux, «che mediamente fa 15-20 punti di share in meno di Striscia» e chiuderà i battenti con un 17-18% di share contro il 24 medio del Fatto. Nessun altro programma infilato dalla Rai in quella fascia riscuoterà il benché minimo successo: un flop dopo l’altro, dal Castello di Pippo Baudo a Mara Venier, dalla Prova del cuoco di Antonella Clerici al programma annunciato nell’estate 2003 e mai trasmesso con Luca Giurato e Luisella Costamagna. Solo con Affari tuoi di Paolo Bonolis si otterranno buoni risultati, ma non incompatibili con una striscia di informazione. Questa, come vedremo, verrà affidata nella campagna elettorale del 2004 a Pierluigi Battista con Batti e ribatti, con un buon risultato di ascolto. Ma a un prezzo molto caro: per tenere incollati i telespettatori al video dopo le 20,30, la Rai deciderà addirittura di privarsi del lucrosissimo stacco pubblicitario post-Tg1, che ai tempi di Biagi separava Il fatto dal telegiornale con l’aggiunta di un lungo Tg1 Sport.

Il 4 settembre 2003 il quotidiano britannico «The Spectator» pubblica un’intervista a Berlusconi che, dopo aver riabilitato Mussolini e dato dei «matti» a tutti i magistrati, risponde a una domanda sugli attacchi che ha subìto da giornalisti famosi come Montanelli e Biagi: «Credo ci sia un elemento di gelosia in ognuna di queste persone, perché non riesco a trovare un’altra spiegazione. Tutti questi giornalisti, Biagi, Montanelli, erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere. Dunque, dato che loro non mi sono politicamente affini, si è sviluppato un sentimento irrazionale tra giornalisti italiani molto famosi». Montanelli non può più rispondere: è morto da due anni. Biagi, invece, replica: «Sai che risate si sta facendo Indro adesso. Ma c’è poco da ridere e tanto da piangere. Non per me che ho 82 anni, ma per i giovani: quale esempio arriva da questo personaggio che rappresenta l’Italia?».

Incensurato, dunque censurato
La redazione di Biagi, in corso Sempione, viene smantellata. Nello studio Tv5 del Fatto, ora, si girano le telepromozioni. Nel 2003 cambia il vertice Rai. Baldassarre e Saccà se ne vanno col resto della compagnia, dopo un anno di disastri. Alla presidenza, come vedremo, viene designato Paolo Mieli, ma appena accenna all’intenzione di riportare in Rai Biagi e Santoro, lo rimandano da dove era venuto. Al suo posto arriva Lucia Annunziata, che non pone condizioni e infatti non fa nulla di concreto per riportare i due fuoriclasse al loro posto. Il 15 marzo l’Abacus rende noto un nuovo sondaggio: il 78,7% degli italiani rivuole in Rai Enzo Biagi e il 67,9% Michele Santoro. Favorevole anche la maggioranza degli elettori della Casa delle Libertà (il 62,9% per Biagi, il 51,2% per Santoro). Ma il nuovo direttore generale Flavio Cattaneo è sprezzante. Dinanzi alla Vigilanza, il 15 maggio, risponde così a una domanda: «Biagi ha concluso un accordo soddisfacente con la Rai che gratifica 41 anni di collaborazione». E il 19 settembre, interpellato da Enrico Lucci delle Iene, si supera. Domanda: quando tornano Biagi e Santoro? Risposta: «Bisogna chiederlo a loro, noi stiamo lavorando, stiamo incontrando Santoro e discutendo varie opportunità, c’è un rapporto cordiale, speriamo di risolvere la questione a breve. Quanto a Biagi, non è più un dipendente Rai. Se lo volete a Mediaset... è libero sul mercato». Il cerchio si chiude. Berlusconi ordina alla Rai di cacciare Biagi. La Rai lo caccia. Poi il direttore della Rai lo offre a Mediaset. In Rai Biagi non può metter piede nemmeno in veste di ospite. Quando Morandi chiede di poterlo intervistare a Uno di noi e Bonolis a Domenica In, dalle alte sfere non arriva nessuna risposta. Che, comunque, è un’ottima risposta. In compenso Bonolis potrà liberamente intervistare maghi, fattucchiere, Monica Lewinsky e Donato Bilancia, il serial killer con 17 delitti sulla coscienza e 12 ergastoli sul groppone. Biagi meglio di no: è incensurato. Dunque, censurato.

Nelle infinite celebrazioni per i cinquant’anni della televisione (1954-2004), Enzo Biagi che ne ha attraversati quarantadue non è contemplato. Non esiste. Ai primi di dicembre del 2003 Pippo Baudo, che conduce su Rai3 il programma celebrativo Cinquanta, ha la malaugurata idea di chiedere a una giuria di 25 fra critici e giornalisti della carta stampata di votare il miglior programma del secolo. E i 25 malcapitati hanno l’incauta idea di premiare Il fatto. Appena la valletta gli porta il foglio con i risultati della votazione, Baudo trasecola. Interrompe la registrazione e s’infila dietro le quinte, per far ricalcolare i voti due o tre volte. Alla fine deve arrendersi: ha vinto proprio Biagi. L’imbarazzo dilaga in viale Mazzini. Cattaneo – dicono i bene informati – vorrebbe pareggiare il conto con un premio speciale a Vespa per Porta a Porta. Ma, mentre alla Rai si manovra, un giornalista presente in studio dà la notizia sul suo giornale: «Il fatto è il programma del secolo». Nessuno ha il coraggio di alzare il telefono e di informarne Biagi, che lo apprende per caso da un amico che ha letto i giornali. La presidente Annunziata parla di «giusto riconoscimento per una straordinaria carriera che non è ancora finita». Butti di An concede: «Biagi è stato un buon giornalista, ma solo quando non parlava di politica con i soliti sermoncini anti-Berlusconi». L’altro epuratore di An in Vigilanza, Bonatesta, vomita: «Se vince Il fatto, vuol dire che il livello dei programmi Rai in questo mezzo secolo è stato davvero basso».

Sabato 3 gennaio, nel gran galà Buon compleanno tv officiato da Baudo su Rai1, fra veline sculettanti e imbarazzanti sketch di Montesano e Banfi, alcune sedie rimangono desolatamente vuote: quelle di Arbore, Guglielmi, Santoro e Biagi, che si sono tenuti a debita distanza. Si tratterebbe di premiare Il fatto, ma la cerimonia non avrà mai luogo. Nello speciale calendario del cinquantenario Rai, il nome di Biagi non compare nemmeno una volta. E nel librone che racconta i primi cinquant’anni della tv pubblica, si parla del Fatto solo nel capitolo sul 2001 e solo per le polemiche seguite all’intervista con Benigni. Come se non fosse in onda dal 1995. Biagi, ancora una volta, ne esce da gran signore: «Poco male, quel che ho fatto per la Rai la gente lo sa. E i riconoscimenti che vengono dal basso contano più di quelli dall’alto». Ma quella raccomandata con ricevuta di ritorno, firmata Saccà, pesa ancora come un macigno: «Sono un vecchio cronista, se non mi avessero cacciato avrei continuato a raccontare l’Italia. Una notizia al giorno, per cinque minuti. Per questo non mi hanno più voluto. Li spaventa la realtà. Mi viene quasi voglia di fondare un comitato per la riabilitazione di Achille Starace. Era un gerarca anche lui, ma almeno è morto da uomo».


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