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da Inciucio di Marco Travaglio e Peter Gomez (Bur, 2006)

È il simbolo vivente del giornalismo televisivo. Il volto più noto dell’informazione alla Rai, dove del resto ha lavorato per 42 anni. Poi il diktat bulgaro, addì 18 aprile 2002, prontamente eseguito dall’apposito Agostino Saccà. Da allora Il Fatto, che da otto anni accompagnava gli italiani dopo il Tg1, il programma più visto della tv, che raccoglieva ogni sera quasi un terzo del pubblico, è scomparso. E, con esso, il suo conduttore. Ultima puntata, il 31 maggio 2002. «Io dalla Rai non ho più sentito nessuno», ha detto Biagi a Sabina Guzzanti che lo intervistava per Viva Zapatero!: «Da quando il dottor Saccà mi ha licenziato con ricevuta di ritorno (casomai non me ne accorgessi), non s’è più fatto vivo nessuno». Poi aggiunge, con amarezza: «Ci vorrebbe un’opposizione che si opponga...».
Al suo posto Del Noce ha schierato prima le comiche di Max e Tux, poi La Zingara, poi Il castello: un flop via  l’altro. Allora il geniale direttore ha inventato un nuovo spazio giornalistico, Batti e ribatti, affidato a due fedelissimi del Cavaliere che non raggiungeranno mai le medie di ascolto di Biagi, nonostante l’abolizione dello stacco pubblicitario fra il Tg1 e il nuovo programma. Il primo è Pierluigi Battista, già vicedirettore del «Panorama» più berlusconiano mai visto, quello diretto da Giuliano Ferrara, poi giornalista della «Stampa», oggi vicedirettore del «Corriere». Il secondo, e per ora ultimo, è un azzimato ex giornalista della «Nazione»: Riccardo Berti, già direttore di Isoradio (quella delle notizie sul traffico in autostrada), ma soprattutto proveniente dall’ufficio stampa di Forza Italia. Impossibile descriverlo a chi non abbia mai avuto la fortuna di vederlo all’opera, fasciato da improbabili gessati modello Chicago anni Trenta, la chioma biancheggiante ingiallita dalla brillantina Linetti, un eloquio che sarebbe parso antiquato a Ippolito Nievo. Quando intervista un esponente della maggioranza, il che gli accade piuttosto spesso, Berti gli chiede dei successi del governo. Le rare volte che incappa in qualcuno dell’opposizione, lo interroga corrucciato sulle divisioni del centrosinistra. E – come ha scritto Edmondo Berselli – «se l’intervistato di centrosinistra risponde che l’Unione ha votato unanime, lui chiede imperterrito, come seguendo un suo copione ossessivo: “Quindi permangono le divisioni?”...».4 Superbo.
Intanto Biagi trascorre le sue giornate nel suo ufficetto di galleria Vittorio Emanuele, a Milano. Non frequenta salotti. Solo pochi amici, fra i quali gli avvocati Cesare Rimini e Vittorio D’Aiello, gloriosi colleghi come Lamberto Sechi, e l’ex capostruttura del Fatto Loris Mazzetti, col quale ha scritto un libro di memorie appena uscito per Rizzoli, Era ieri. E poi la famiglia, funestata da gravi lutti (la perdita della moglie e di una figlia), ma allietata da quattro nipoti.
Sui teleschermi Biagi è riapparso tre volte per pochi minuti: sempre ospite dal meteo-varietà di Fabio Fazio su Rai3, Che tempo che fa. La prima volta il 3 ottobre 2004, collegato da casa sua («Che cosa mi manca della Rai? Max e Tux...»). Idem la seconda, un mese dopo, il 5 novembre. La terza invece, il 22 maggio 2005, per l’ultima puntata del programma di Fazio, è negli storici studi Rai alla Fiera a Milano. Non ci metteva piede da quel 31 maggio 2002, cioè da tre anni. Lo accompagnano la figlia Bice, i nipoti Lucia, Marina e Pietro, e la segretaria Pierangela. Quando entra nello studio, tutto il pubblico scatta in piedi ad applaudire. Ci sono decine di suoi ex collaboratori. Lui si emoziona. E quando ricorda la morte improvvisa della figlia Anna, che ha donato le cornee, scoppia in lacrime. Ma si riprende subito:

Rifarei da capo tutto quello che ho fatto. Ti sono molto grato, Fabio, per avermi concesso questo spazio, perché io a suo tempo, insieme a Santoro, avrei fatto una televisione criminosa. Ma credo che, se fosse stata criminosa, i milioni di italiani che la guardavano avrebbero espresso un giudizio. E non capisco perché i giudici non mi abbiano mai chiamato a rendere conto dei miei crimini. Anche perché sono un recidivo, non avendo nel frattempo cambiato idea su tutto quel che ho fatto e detto [...]. Ho fiducia nel mio Paese perché amo la mia gente. Ma adesso mi sembra di vivere l’ora del dilettante, perché il fratello di Romolo non si chiamava Remolo... Non si fa politica con la morale, ma non si fa neanche senza. L’ha detto Mauriac. Nel nostro mestiere ci sono uomini buoni per tutte le stagioni, quelli che hanno il senso del tempo. Io non ce l’ho. Ogni mattina leggo i necrologi del «Corriere della Sera» e mi dico: meno male, non ci sono.

Di televisione parla il meno possibile. Quella «raccomandata di Saccà con ricevuta di ritorno» è il suo chiodo fisso, la sua ossessione. Il modo ancor l’offende. Un’eccezione, in tanto pudore, è una preziosa intervista che gli ha strappato Loris Mazzetti per un convegno di Articolo 21 sull’informazione:

Io devo tanto alla televisione, devo tanto alla Rai, sono di quelli che si compromettono sentimentalmente: io voglio bene alla Rai, credo che abbia grandissimi meriti – oltre a dei difetti ovviamente – nella vita dei cittadini [...]. La cosa peggiore che può fare uno che lavora in Rai è non rispettare gli ascoltatori. Chi controlla un mezzo di diffusione dominante ha una grande parte di democrazia. Una notizia la si può raccontare in tantissimi modi. L’importante è che si abbia un punto di vista, un punto di vista onesto [...]. Oggi non farei più Il Fatto, farei un viaggio in Italia per vedere come vive certa gente, la vita di un piccolo paese, la storia di un farmacista di provincia, i caffè, una famiglia operaia, una famiglia media. Io non so far altro che raccontare le storie della gente, vedere le condizioni sociali in cui vivono molte persone [...]. Con la Rai non ho più nessun rapporto. Per tanti anni ho fatto la tv che volevo fare, non posso dire di censure o altro. Poi sono stato accusato di un’intervista a Benigni, che rifarei tranquillamente domani mattina [...]. Quando ho cominciato a fare televisione non c’erano gli appalti. Credo che più della metà dei programmi siano fatti fuori. Eppure sono 10 mila i dipendenti della tv: la percentuale dei bischeri c’è anche dentro la Rai, ma non sono tutti imbecilli, non ci sarebbe bisogno di andare a cercare in giro. E invece è tutto scopiazzato, troppi appalti, format, royalties. Lo trovo veramente offensivo per quei 10 mila dipendenti della Rai, tra cui c’è gente di primissimo ordine [...]. Una televisione di qualità dovrebbe essere lo specchio del Paese, nel bene e nel male. Non uno strumento di propaganda per una causa o per un’altra, ma storie di uomini senza demagogia, con rispetto delle persone e con la sensazione che ci si rivolge a milioni di individui. La televisione deve essere una buona compagna per la gente, all’educazione provvedono la scuola, i genitori. E una società pulita dove la legge sta al di sopra di tutto [...]. La televisione è un grande mezzo di comunicazione, lo dimostra il fatto che un signore che non era votato alla politica, disponendo delle televisioni è diventato il nostro presidente del Consiglio. Siamo l’unico Paese al mondo che ha questo tipo di fenomeni. Non c’è mica stato un colpo di Stato: il presidente del Consiglio è democraticamente alla guida di questo Paese, rispecchia la volontà degli italiani [...]. Al cimitero, quando è morto Indro Montanelli, ho chiesto se potevo restare con lui due minuti perché dovevo dirgli due cose. Se ne sono andati molto rispettosamente e io gli ho detto: «Indro, dicevi che certi personaggi dovevamo provarli. Ho l’impressione che abbiano sbagliato la dose».

Ma nel regime berlusconiano non basta epurare e umiliare un signore di 80 anni che ha fatto la storia del giornalismo italiano, tenendolo lontano dal suo pubblico. Il sogno, anzi l’obiettivo, è quello di seppellirlo, cancellarlo, impedirgli anche di scrivere sul «Corriere della Sera». E ogni pretesto è buono. Il 29 maggio il premier tiene un comizio a Bolzano. Alcuni giovani lo contestano, interrompendolo di continuo al grido «Inter, Inter». Berlusconi alza il dito medio raccontando che sua madre, un giorno, vide qualcuno salutarlo con quel gesto e gliene chiese il significato. Lui rispose: «Non preoccuparti, mamma, quel saluto vuol dire che sono il numero uno». La scena viene ripresa da tv e fotoreporter. E non è un bello spettacolo. Il 5 giugno 2005 Biagi ironizza, nella sua rubrica «Strettamente personale», intitolata: «Il prestigio del varietà».

Domenica a Bolzano Berlusconi è stato fischiato in piazza. E lui come risposta ha fatto ricorso a un gesto volgare: ha alzato il dito medio. Potete immaginare un De Gasperi, un Nenni, un Togliatti impegnati in questa sceneggiata? Il Cavaliere con il dito medio alzato, accanto a una biondona, la coordinatrice provinciale degli azzurri, che ride di quel gesto degno forse dell’avanspettacolo, ha fatto anche una bella battuta. Dice che con lui l’Italia ha ritrovato ruolo e prestigio sul piano internazionale. Infatti...5

Non l’avesse mai scritto. Bastano quelle poche righe per scatenare, quella stessa domenica pomeriggio, una canea di insulti e minacce. Stavolta l’imputazione è l’uso criminoso della carta stampata, su uno dei pochi quotidiani che ancora osano non appartenere al premier. Fabrizio Cicchitto, vicecoordinatore forzista, spara la prima raffica:

Non ci sembra che tramutare una battuta autoironica in una truculenta e volgare sfida alla piazza sia il massimo della corretta informazione. Purtroppo è quello che fa oggi Enzo Biagi sul «Corriere della Sera». Il tutto condito anche da una battuta grevemente maschilista nei confronti della coordinatrice provinciale di Bolzano di Forza Italia che, avendo il grave torto di avere i capelli biondi, diventa una «biondona». Se oggi ci fosse un festival del cattivo gusto e della disinformazione, questa volta Biagi avrebbe vinto il primo premio.6

È il segnale convenuto. Appena si sa della dichiarazione di Cicchitto, tutti i forzisti di prima, seconda e terza fila accorrono come un sol uomo. Breve antologia.

Giampiero Cantoni, parlamentare Forza Italia: «L’ironia di Berlusconi è nota a tutti, forse non lo è a Biagi che continua ad avere nei confronti del presidente del Consiglio un livore senza pari».
Gabriele Boscetto, vicepresidente senatori Forza Italia: «Il dottor Biagi si lancia in un attacco poco elegante e assolutamente ingiustificato contro il presidente del Consiglio. Forse Biagi non apprezza l’ironia del premier, o più probabilmente si tratta di una posizione che nasce da antichi livori e da immotivati accanimenti, lontani anni luce dalla realtà dei fatti. Un altro esempio di cattiva informazione».
Francesco Giro, responsabile nazionale dei rapporti col mondo cattolico, Forza Italia: «Perché mai il “Corriere della Sera” mette a repentaglio la sua credibilità con simili passi falsi? Che sia iniziata la campagna elettorale? Che abbia ragione Sandro Bondi a lanciare l’allarme sui ripetuti attacchi del “Corriere della Sera” a una sola parte politica?».
Giorgio Lainati, commissione di Vigilanza, Forza Italia: «Le parole di Biagi sono frutto di una incredibile carica di odio e livore personale che porta quello che è stato un autorevole e prestigioso giornalista italiano a manifestare un assoluto e irreversibile disprezzo per il capo del governo del proprio Paese».
Giorgio Jannone, direttivo nazionale Forza Italia: «Da un giornalista di lungo corso come Biagi sarebbe maggiormente apprezzata la dote dell’obiettività che invece manca in ogni corsivo e a scapito (sic) di un odio ormai atavico e improduttivo verso Silvio Berlusconi».
Antonio Martusciello, viceministro per i Beni Culturali, Forza Italia: «Sconcerta e amareggia il livore con cui, ormai ogni settimana, un opinionista della statura di Enzo Biagi, dalle colonne del primo quotidiano d’Italia, prende di mira con un linguaggio irriverente Silvio Berlusconi, dimenticando che il suo bersaglio è il presidente del Consiglio di tutto il Paese. Quanto alle critiche al governo Berlusconi, esse sono ingiuste e soprattutto non in sintonia con il Paese reale. Se non fosse accecato dall’odio ideologico, Enzo Biagi dovrebbe ammettere che in quattro anni di legislatura i posti di lavoro sono aumentati, che la riforma delle pensioni ha ottenuto il plauso dell’Europa, che certamente non è la piazza di Bolzano, e che, proprio grazie al presidente Berlusconi, l’Italia ha acquisito credito e prestigio a livello internazionale».

Enzo Biagi si dice «esterrefatto»:

Faccio questo mestiere da quando avevo 17 anni. Mi rifaccio solo ai fatti. Quelli riportati nel mio pezzo sul «Corriere» sono riferiti dalle cronache. Ci sono addirittura le fotografie uscite su tutti i giornali. Il presidente del Consiglio dovrebbe controllare i gesti che fa più che i liberi commenti dei giornalisti. La verità è che io non faccio parte della squadra.7

Due giorni dopo Berlusconi in persona pensa di dargli anche lui una ripassatina. Lo fa parlando all’Associazione nazionale costruttori. Prima se la prende con il «Corriere»:

Il primo quotidiano nazionale, una volta il più autorevole, fa mistificazioni e domenica ha scritto il contrario di quel che è accaduto a Bolzano. Ovvio, poi, che mi caschino le braccia. Noi lavoriamo tantissimo, facciamo una vita veramente dura, e poi leggendo i giornali non ci vediamo riconosciuto nulla.8

Ma soprattutto il «Corriere» osa far scrivere Biagi:

Come se non bastasse l’articolo di Biagi, il giorno dopo c’è stato un corsivo attribuito al direttore Paolo Mieli per difenderlo. Passi per «l’Unità», che ogni volta scrive che grondo cerone, ma il «Corriere»...9

Poi, con un guizzo fulmineo, prende le mani del presidente dell’Ance, se le passa sul volto e le mostra alla platea allibita: «Ecco, nessun cerone. Non c’è trucco e non c’è inganno!». A quel punto, ai costruttori venuti lì per sapere qualcosa degli investimenti nell’edilizia, spiega che «il dito a Bolzano non era rivolto agli amici dell’opposizione», cosa che peraltro nessuno ha mai sostenuto, «ma si riferiva a un fatto accaduto, quando mia madre mi chiese se quel dito medio alzato nei miei confronti volesse dire che sono il numero uno...». Infine, rimangiandosi subito la bugia dello «scherzo» di Sofia, passa a Biagi:

Io avevo già detto in un’altra occasione che un certo uso della televisione pubblica non è concepibile né consentito. Lo avevo detto e lo ribadisco ora: sono convinto ancora oggi di avere ragione.10

Al seguito del capo, esternano contro Biagi i pochi forzisti rimasti silenti la domenica: Renato Schifani e Antonio Leone. Biagi, in alcune interviste, risponde con orgoglio, centrando in pieno il doppio obiettivo della campagna contro di lui: da un lato un avvertimento al «Corriere» che si permette troppe critiche al governo ed è sotto assalto dei «furbetti» amici del Cavaliere, dall’altro un messaggio al nuovo Cda Rai, perché non dimentichi che il diktat bulgaro resta più che mai in vigore.

Non riconosco Berlusconi come giudice. Io non sono entrato in politica per fare affari. Sono un vecchio cronista che ha fatto i suoi mesi di praticantato e in più di 60 anni non ho mai avuto una querela per diffamazione. Ci provò un prefetto, ma perse. Mi attaccano perché intorno a Berlusconi c’è un coro di sì e allora chi ha qualche obiezione e non crede tanto alla sua vocazione politica, ma piuttosto a una soluzione dei problemi personali, certamente è contrastato dal coro [...]. Per quanto riguarda poi queste manovre, credo che il «Corriere» rappresenti per qualcuno un ambizioso traguardo. Chi ha in mano il «Corriere» ha in mano il più grande quotidiano italiano e forse la mia lettera di licenziamento. Insomma, quel dito alzato a Bolzano c’era o no? Mi pare che ci siano le foto a dimostrarlo. Questo ho raccontato. L’ennesimo attacco di Berlusconi a me, con tutti i problemi che dovrebbe avere, la dice lunga sulla grandezza dello statista. Ve lo immaginate Giolitti che risponde a un articolo di qualche gazzetta nello stesso modo? Con la sceneggiata penosa che ha fatto ieri davanti agli imprenditori edili [...]. Lui vorrebbe che io venissi licenziato anche dal «Corriere della Sera». Con la Rai è stato più facile. Lì ha trovato uomini come il dottor Saccà, disposti ad applicare immediatamente i suoi ordini. Sono stato fatto fuori con ricevuta di ritorno. Ma con il «Corriere» è un po’ più complicato [...]. Ho letto di operazioni in corso, Berlusconi può tentare di comprare il «Corriere», ma non la mia coscienza [...]. Pare che in una domenica si siano messi in nove esponenti di Forza Italia ad attaccarmi. Ma devo confessare che la mia salute non ne ha risentito affatto. Attaccano me per attaccare tutti i giornali e tutti i giornalisti. E avvertirli. Ma non basterà. Berlusconi per diventare uno statista non è all’altezza, anche se porta i doppi tacchi... La storia del cerone non l’ho mica tirata fuori io. Sono diverse le persone che hanno visto benissimo che ce l’ha. Come hanno visto i capelli ricrescere in un colpo. E il lifting non è vero che lo ha fatto? Mi sembra una polemica davvero ridicola. Ci sarebbe da ridere, se non fosse il capo del governo. Il vero sogno di Berlusconi è fare un regime, questa è la verità. Uno di quelli che mi attaccano di più si chiama Cicchitto, ovvero «l’itala gente dalle molte vite» come dice il poeta. Parte lombardiano e approda a Forza Italia. Chissà che tormentato percorso morale e ideologico. Provo per lui una sincera compassione. È difficile reggere molte parti in commedia. Certo fra Riccardo Lombardi e Silvio Berlusconi c’è molta differenza. Berlusconi è straordinario. La sua è una storia meravigliosa per chi cerca un soggetto per la televisione. Come, raccontando una montagna di balle, uno diventa presidente del Consiglio. Un caso così non c’è in tutto il mondo. D’altra parte tutti i Paesi hanno i governi che si meritano.11

A questo punto arriva la vendetta di Saccà, che scrive a Curzi e a Cattaneo per sostenere che Biagi dalla Rai s’è fatto fuori da solo, «per sua scelta e con sua soddisfazione».12 Questa almeno l’interpretazione della sua lettera, finita puntualmente sulla prima pagina del «Giornale», sotto i titoli: «Sorpresa: fu Biagi a lasciare la Rai. Non fu cacciato: prese tre miliardi» e «Una bufala la cacciata di Biagi. È stato lui a chiedere di lasciare».
Pare di sognare. Il 18 aprile 2002 Berlusconi chiede di cacciare Biagi, Santoro e Luttazzi. Nell’estate 2002 Saccà, d’intesa con i direttori di rete Del Noce e Marano, cancella Il Fatto e Sciuscià dai palinsesti di Rai1 e Rai2 (Luttazzi ne era già sparito prima). Il 26 settembre Saccà invia a Biagi la lettera di licenziamento – cioè la disdetta del suo contratto che veniva rinnovato di anno in anno – per raccomandata «RR». A quel punto Biagi si affida all’avvocato Salvatore Trifirò per fare causa all’azienda. Una causa vinta in partenza. Ma l’avvocato la sconsiglia: i processi civili, in Italia, durano in media dai 10 ai 15 anni, e Biagi ne ha 82. Si arriva così a una transazione con la Rai, diversi mesi dopo che l’azienda aveva fatto fuori il giornalista. Alla fine la Rai sborsa molto meno di quel che prevedibilmente avrebbe dovuto liquidare a risarcimento dei danni inferti a Biagi dopo 42 anni di onorato servizio. La «piena soddisfazione» del giornalista riguarda la conclusione della vertenza, non la sua uscita forzata dal servizio pubblico, decisa molti mesi prima dal padrone di Mediaset in Bulgaria. Questa, in sintesi, la vera storia del caso Biagi. Altro che bufala. Come direbbe autorevolmente il Cavaliere, qui «si ribalta completamente la realtà». La Rai caccia Biagi, ma per i berluscones è Biagi che s’è cacciato da solo. Poi, in agosto, il vertice Rai cambia di nuovo. Arriva il presidente Petruccioli, che non fa che ripetere: «Biagi deve tornare in Rai», «parlerò con Biagi», «andrò a trovare Biagi». Ma dimentica di fare una cosa: avvertire Biagi. Il quale, ancora il 12 ottobre 2005, confida agli autori di questo libro: «Vedo che Petruccioli parla continuamente di me. Ma io non l’ho mai sentito...».


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