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Secondo tutti i giuristi degni di questo nome, il decreto 'salva-liste' con cui il governo ha tentato di legalizzare ex post le proprie liste illegalmente presentate nel Lazio era illegale e incostituzionale. Illegale perché la legge 400/1988 vieta i decreti in materia elettorale e non è mai stata abrogata. Incostituzionale perché il decreto sanava solo le irregolarità delle liste Pdl e non delle altre bocciate in varie parti d'Italia; e pretendeva di dettare la sentenza al Tar, già investito del caso, così che - ha confessato il ministro Ignazio La Russa - "non possa darci torto". Se il presidente della Repubblica abbia fatto bene o male a firmare un decreto illegale e incostituzionale, è questione aperta: rientrava nella sua discrezionalità farlo o non farlo. La Costituzione gli consente di rinviare al mittente una legge se non gli piace o gli ripugna. Che possa rinviarla solo quando è "manifestamente incostituzionale", come sostengono alcuni corazzieri della penna, non sta scritto da nessuna parte. E non è vero che, se la legge respinta viene riproposta identica, lui sia obbligato a firmarla.

Che succederebbe se il governo decretasse che i voti dati al Pdl valgono doppio? È ovvio che rifiuterebbe di promulgare sia la prima sia la seconda volta, dopodiché spetterebbe al governo sollevare il conflitto di attribuzioni alla Consulta e a questa stabilire chi ha sbagliato. Ma ancora una volta il malvezzo della 'moral suasion' ha legato le mani a Napolitano. Il 4 marzo un Berlusconi più minaccioso del solito gli ha sottoposto informalmente la prima versione del decreto. Il presidente ha anticipato che non l'avrebbe firmata e ha indicato i punti inaccettabili, partecipando così alla stesura della seconda versione. Che l'indomani, previo intervento di Gianni Letta, ha promulgato (senz'accorgersi, fra l'altro, che le elezioni regionali sono regolate da leggi regionali, immodificabili con norme nazionali). Il che forse non sarebbe accaduto seguendo la via maestra: il capo dello Stato attende, sordo e muto, che il governo vari il decreto, e solo dopo decide se firmarlo o no.

Tutto ciò premesso: che male c'è a criticare Napolitano per aver firmato una legge che si ritiene sbagliata, illegale e incostituzionale? Possibile che ogni critica venga spacciata per 'attacco', 'aggressione', 'vilipendio'? Il campionato dell'ipocrisia l'ha vinto il Pd con la manifestazione in piazza del Popolo. Ridicoli avvertimenti a Di Pietro: "Se critica il Colle, è fuori dalla coalizione". Patetici rastrellamenti della piazza per depurarla da cartelli contro il Quirinale. Ma se il "decreto del presidente della Repubblica" porta le firme di Napolitano e Berlusconi, che senso ha attaccare il secondo e vietare ogni critica al primo? Chi, come gli ex Pci, chiese l'impeachment per due presidenti (Leone e Cossiga), è poco credibile quando zittisce Di Pietro che s'è limitato a evocarlo (senza basi giuridiche) per Napolitano. A meno che, all'insaputa dei più, non sia stato ripristinato il delitto di lesa maestà.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

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