.
Annunci online

abbonamento
121
commenti




da Il Fatto Quotidiano, 14 novembre 2010

Un’estorsione o se preferite un tentativo di ricatto (riuscito) allo Stato e alle istituzioni. Ecco cosa sono state le stragi di mafia del 1993. Ed ecco perché solo oggi, a 18 anni di distanza, in molti ritrovano brandelli di memoria. Di fronte ai documenti sulla trattativa forniti da Massimo Ciancimino e alle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, ha ormai poco senso negare. Meglio allora minimizzare e dire, come ha fatto l’ex ministro di Grazia e Giustizia, Giovanni Conso, che la decisione di revocare, tra il 4 e il 6 novembre del ‘93, il 41-bis a 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone, fu da lui presa in totale autonomia “senza consultare nessuno”.

L’obiettivo, certo, era quello di evitare altre bombe. Ma, sostiene Conso, nessuno oltre a lui, era al corrente della scelta e soprattutto nessuno trattava. Dalla cronache di quei mesi e dalla lettura dei documenti (finora disponibili) emerge però una storia diversa. Non solo a Roma si sapeva benissimo che dietro il tritolo c’era la volontà di Cosa Nostra di spingere la politica a chiudere le carceri di Pianosa e l’Asinara e arrivare alla cancellazione del 41-bis per tutti i detenuti (il carcere duro). Nella Capitale succedeva di più e di peggio. Qualcuno teneva i boss informati in tempo reale di ciò che si discuteva in segreto negli uffici del ministero di Grazia e Giustizia. E spiegava alla mafia cosa era stato deciso sul 41-bis, un decreto che allora doveva essere rinnovato ogni sei mesi. Anche per questo tutti gli ultimi anni di vita di Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino titolare dell’indagine sulle stragi morto nell’aprile del 2003, sono stati dedicati alla ricerca delle talpe istituzionali che dialogavano con Cosa Nostra. 

Quello che aveva scoperto, Chelazzi lo riassume in un interrogatorio a Claudio Martelli nel febbraio del 2001. A Martelli, che era stato ministro prima di Conso, il magistrato racconta come Bernardo Provenzano, nelle settimane precedenti agli attentati di Milano e Roma del 27 luglio ‘93, fosse particolarmente ottimista sul mancato rinnovo del carcere duro. I collaboratori di giustizia infatti erano concordi nel descrivere un Provenzano convinto “nei primi dieci giorni di giugno che il 41-bis si sarebbe rivelato un flop nelle mani delle autorità di governo”. E Provenzano, che oggi è ritenuto essere il Padrino con cui lo Stato e i suoi apparati dialogavano, allora non aveva torto. Il 12 febbraio ‘93, circa un mese dopo l’arresto di Totò Riina, durante una riunione del Comitato nazionale per l’ordine pubblico e la sicurezza, sia il capo della Polizia, Vincenzo Parisi sia il ministro dell’Interno, Nicola Mancino, avevano espresso “riserve sulla durata” del 41-bis. E il 6 marzo Nicolò Amato, il direttore del Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria) aveva scritto al capo gabinetto di Conso, per proporne la revoca. O immediatamente, soluzione che Amato (vicino ai socialisti) prediligeva, o evitando la proroga dei decreti in scadenza per il 20 luglio. Di tutto questo dibattito, Provenzano sembrava dunque informato. E, per Chelazzi, il sospetto che sapesse si era mutato in certezza guardando a cosa era accaduto subito dopo. 
Il 4 giugno ‘93 il vecchio staff del Dap viene silurato. Vicedirettore delle carceri diventa Ciccio Di Maggio (oggi deceduto), un uomo che di revocare il carcere duro non ne vuole sapere. Da quel momento, spiega Chelazzi a Martelli, “lo stato maggiore delle stragi contrappunta le proroghe dei decreti, firmate dal ministro Conso dal 16 luglio in avanti, con una nuova raffica di attentati. Perché, praticamente nelle stesse ore nelle quali erano in corso le notifiche, partivano da Palermo i camion con l’esplosivo per Roma e per Milano, perché fosse possibile eseguire gli attentati, come poi è successo, praticamente negli stessi giorni nei quali gli uomini d’onore ricevevano le notifiche delle proroghe”.

Qualcuno, insomma, dall’interno delle istituzioni, aveva avvertito Cosa Nostra. Chelazzi per capire attraverso che canale filtrassero le notizie batte varie strade. Inizialmente pensa al senatore Vincenzo Inzerillo, della sinistra Dc come Mancino, legato ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, gli autori materiali delle stragi (la posizione d’Inzerillo sarà però archiviata). Poi ragiona sugli incontri tra l’allora comandante del Ros, Mario Mori e il consigliori di Provenzano, Vito Ciancimino. Mori, anche se Ciancimino era ormai in carcere, un canale con i vertici di Cosa Nostra forse ce l’aveva. E per questo al magistrato appare singolare che, proprio per la mattinata del 27 luglio (a sera ci saranno gli attentati) Mori avesse segnato un appuntamento con Di Maggio accompagnato dalla scritta “per 41-bis”. Il generale voleva forse dirgli che la mafia era pronta a rispondere alle proroghe con il tritolo? Mistero. È certo, solo che Di Maggio, subito dopo le nuove bombe, dice in un’intervista che quella è la risposta alla firma dei decreti. Passano le settimane. I Graviano trascorrono il loro tempo tra la Versilia, il Veneto, Milano (dove secondo un informatore incontrano Marcello Dell’Utri) e la Sardegna. Il 12 settembre un parlamentare Dc, Alberto Alessi, entra a passo veloce all’Ucciardone. E decide di restarci. Dice che non uscirà finché il ministro Conso “non revocherà il 41-bis”. 

A convincerlo a desistere dalla protesta, secondo i giornali, sarà poi una telefonata proprio con Di Maggio. Arriva novembre e Conso i 41-bis dell’Ucciardone li revoca per davvero. I boss sono allora sempre più convinti che le stragi paghino: per cancellare il carcere duro bisogna continuare con le bombe. Tanto che nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano vede Spatuzza e gli spiega di voler uccidere allo Stadio Olimpico di Roma 100 carabinieri. “Dobbiamo dare loro il colpo di grazia”, dice. Il telecomando però non funziona. L’autobomba non esplode. E i Graviano vengono poco dopo arrestati a Milano. Così chi nello Stato ha trattato con la mafia non si ritrova sulla coscienza altre decine di morti. Ma a ben vedere, questo, è solo un caso.   
(Vignetta di Fifo)



89
commenti




da Il Fatto Quotidiano, 19 ottobre 2010

È la banca di famiglia. Di più, la banca dei famigli e dei sodali. Dei figli Marina e Pier Silvio. Di Cesare Previti e del suo amico Giovanni Acampora. Del gran capo di Mediolanum, Ennio Doris e di Salvatore Sciascia, l’ex graduato della Guardia di Finanza diventato con gli anni un prezioso consulente fiscale della Fininvest. Insomma, Banca Arner vuol dire Silvio Berlusconi, non per niente titolare del conto numero uno nella filiale milanese. Ma, soprattutto, Arner è il marchio di fabbrica di una storia infinita di conti segreti, denaro nero e sponde off-shore.
Le acque cristalline di Emerald Bay ad Antigua, quelle in cui specchia la villa (o le ville?) targata Berlusconi sono solo l’ultimo approdo di un racconto che parte addirittura nei primi anni Novanta. Per capire quanto sia stretto e duraturo nel tempo il legame tra il fondatore della Fininvest e il mondo Arner bisogna infatti fare un salto indietro al 25 giugno del 1991.
 
Quel giorno il quarantenne finanziere romano Paolo Del Bue, ottiene poteri di firma, cioè di gestione, su due società delle isole Vergini Britanniche, la Century
One e la Universal One. Tra il 1991 e il 1994 sarà Del Bue a prelevare oltre 100 miliardi di lire dai conti svizzeri intestati a questi due schermi off-shore. Ebbene, quei soldi erano nient’altro che fondi neri del gruppo Fininvest. Mentre Century One e Universal One “facevano riferimento diretto a Silvio Berlusconi e ai suoi figli Marina e Pier Silvio”. Lo afferma la sentenza di primo grado che l’anno scorso ha condannato l’avvocato inglese David Mills, il quale, come hanno accertato i giudici, si è fatto corrompere da Berlusconi per testimoniare il falso nei processi in cui era imputato il capo del governo.
Da quel giorno del 1991, Del Bue è diventato il tesoriere di fiducia del padrone della Fininvest, il gestore di un tesoro occulto alimentato da fiumi di denaro che rimbalzano tra un paradiso fiscale e l’altro. Ma quel finanziere romano, figlio di un alto dirigente del gruppo Eni, non è un professionista qualunque. Uno dei tanti nomi a cui vengono affidati affari ad alto rischio nel mondo della finanza off-shore. Del Bue è l’uomo che proprio nel periodo a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta consolida 
la neonata società Arner di Lugano e la guida tra le braccia del Cavaliere alla ricerca di nuova sponda per i suoi affari. 
Parte da allora la lunga trama che ci porta sino alla cronaca di questi giorni, ai conti della Flat Point di Antigua. A dire il vero, alla fine degli anni Ottanta, l’insegna Arner spunta anche a Milano, con una piccola società a responsabilità limitata chiusa in fretta e furia nel 1992, mentre stanno per partire le indagini di Mani Pulite. Ma è a Lugano che Arner, nata come finanziaria per la gestione patrimoniale diventa banca a 
tutti gli effetti nel 1994. Al timone c’è Del Bue, assieme ai soci Ivo Sciorilli Borrelli e Nicola Bravetti, un altro professionista ben introdotto nel mondo degli affari milanese.

Con le sue quattro vetrine affacciate sul lungolago di Lugano, la Arner non è certo un peso massimo della finanza elvetica. A prima vista sembra una sigla come tante altre che vive sui capitali in fuga dal fisco italiano. Ben presto però gli investigatori che indagano sui bilanci Fininvest cominciano a interessarsi alla attività di quella banchetta 
ticinese. Ne parla per primo l’ex presidente del Torino Gianmauro Borsano che nel 1994 mette a verbale di aver incassato 10 miliardi di lire in nero per la vendita al Milan di Berlusconi del calciatore Gianluigi Lentini. Quei soldi arrivavano dai conti della New Amsterdam, una società off-shore gestita proprio da Del Bue e soci. Ed è partendo dalla New Amsterdam che i magistrati arrivano a ricostruire il complicato mosaico della cosiddetta Fininvest parallela, un universo di società con base nei paradisi fiscali legate in un modo o nell’altro alla Arner e ai suoi manager. Del Bue, egli stesso indagato nel processo sui diritti tv di Mediaset, viene più volte chiamato a deporre dai magistrati milanesi, ma i pm riescono a interrogarlo solo nel luglio del 2008 per rogatoria a Lugano.

Il finanziere
fa praticamente scena muta. Per molti dei quesiti si avvale della facoltà di non rispondere. Poi nega di aver mai avuto contatti diretti con Berlusconi e rimane nel vago per quanto riguarda i contatti con Marina e Pier Silvio. Un copione scontato per un fiduciario a cui è stato affidato il libro mastro di due decenni di operazioni riservate. Ma intanto la Arner ha aperto anche a Milano. Una sede importante, arredata con gran sfarzo, in un palazzo d’epoca di Corso Venezia. 
 Ed è qui che si intestano un conto amici e familiari di Silvio. Comprese tre delle holding che custodiscono il controllo di Fininvest, la Holding Italiana Seconda, Quinta e Ottava, che parcheggiano alcune decine di milioni nella sede milanese dell’istituto svizzero.
Ma non si vive di solo Berlusconi e allora la Arner offre i suoi servigi anche ad altri clienti. Senza grande fortuna, in verità. Danilo Coppola, l’immobiliarista finito in carcere per frode fiscale e bancarotta, usa la banca di Del Bue per un’operazione finita al centro di un’inchiesta della Procura di Torino. Peggio ancora. Bravetti, uno dei capi storici dell’istituto nel maggio 2008 viene addirittura arrestato con l’accusa di aver riciclato (l’accusa esatta è intestazione fittizia di beni) capitali mafiosi ed è ora in attesa di processo. Fino a quando l’anno dopo interviene la Banca d’Italia che spedisce i suoi commissari alla Arner. Nasce da lì l’indagine su Flat Point. E sulla villa berlusconiana di Antigua. 
  
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)



56
commenti



da Il Fatto Quotidiano, 9 ottobre 2010


Ieri il direttore de Il Giornale, Alessandro Sallusti, ha sollevato un importante interrogativo. In un’intervista concessa all’ex direttore del quotidiano di Paolo Berlusconi, Maurizio Belpietro e andata in onda su una tv di Silvio Berlusconi, Canale 5, Sallusti si è chiesto come mai nessuno ci abbia ancora perquisiti. Durante questa specie di riunione familiare, Sallusti ha illustrato a Belpietro il proprio ragionamento. Lui e il suo vice, Nicola Porro, sono finiti sotto indagine per violenza privata perché il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, si sentiva minacciata dal lavoro dei segugi sguinzagliati dalla loro testata. Ma questa, secondo Sallusti, è una disparità di trattamento. Perché “il presidente del Senato, Renato Schifani, dice ogni giorno in tutte le sedi pubbliche di sentirsi minacciato dalle inchieste de Il Fatto Quotidiano. Un giornale che da due mesi sostiene che Schifani sia mafioso”.

Ora, è chiaro che Sallusti va ringraziato. Due volte. La prima perché, bontà sua, si è limitato a buttar lì l’idea (inquietante per il contesto) della perquisizione a Il Fatto, aggiungendo però di “augurarsi che ciò non avvenga”. La seconda perché dà la possibilità a tutti di comprendere la differenza che passa tra il giornalismo dipendente (il suo) e quello indipendente (il nostro). Senza pensare che potesse far piacere o dispiacere a qualcuno e, soprattutto, senza ricevere ordini da editori che non abbiamo, noi de Il Fatto, a partire dallo scorso anno, abbiamo trovato delle notizie sull’avvocato palermitano scelto da Berlusconi come seconda carica dello Stato. E, senza condurre campagne, le abbiamo pubblicate (una ventina di articoli). Quando non abbiamo scritto niente, ciò è accaduto perché non v’era nulla di nuovo da scrivere. E non perché ci era stato chiesto dalla proprietà come è successo a Il Giornale nel caso Marcegaglia. Al portavoce di Schifani abbiamo telefonato per chiedere chiarimenti sui rapporti tra il presidente del Senato e uomini legati a Cosa Nostra, non per proporre accordi sotterranei. E il risultato è stata una causa da 720.000 euro. Che contiamo di vincere. Ma che se perderemo pagheremo di tasca nostra. Con i soldi che ogni giorno ci danno i nostri soli padroni: i lettori.
(Vignetta di Bertolotti e De Pirro)

Segnalazioni

Marcegaglia - Il Giornale: l'audio delle intercettazioni (da ilfattoquotidiano.it)

Informazione a orologeria - di Marco Travaglio



90
commenti


fifoIntervista a Peter Gomez di Cecilia Moretti, da Il Secolo d'Italia, 3 ottobre 2010
 
Gomez, quali il progetto e la prospettiva che si intravedono dietro il nuovo soggetto politico di Fli?
Quelli di avere finalmente in questo Paese una destra normale. Una destra come la si pensava tanti anni fa, quando ero al Giornale di Montanelli, che abbia i valori di tutta la destra europea, sia sempre rispettosa dei diritti civili e dell'individuo, sappia discutere su tutto senza ritrosie e tabù - per esempio rispetto alla questione dei gay - e possa ripartire da alcuni principi semplici: primo fra tutti la legalità, che è tradizionalmente la battaglia della destra. Questo è esattamente quello che in questi anni è mancato.

Ora in Italia c'è spazio per una destra come quella che ha declinato?
Il punto non è se ce ne è spazio, il punto è che l'Italia ne ha bisogno e la chiede. Il nostro è un paese tendenzialmente per la maggior parte di centrodestra, da sempre. E se è vero che esiste uno zoccolo duro di gente innamorata di Berlusconi, però non è la maggioranza degli elettori del Pdl, che è una realtà complessa, non certo riducibile solo a partite iva ed evasori fiscali. Penso, per esempio, a una città come Milano, di centrodestra da anni, e sicuramente, pur con tutti i suoi limiti, laica, aperta al dialogo, che ragiona sui diritti civili, tanto è vero che a Milano la Lega può essere forte ma non fortissima, come nel resto della Lombardia. Insomma, io mi aspetto che Fli alle elezioni, fermo restando la macchina da guerra di Berlusconi, possa aspirare tranquillamente almeno a un 8-10% dell'elettorato.

I lettori del suo giornale, dal punto di vista elettorale, appoggerebbero il progetto politico di Fini?
Una parte sicuramente sì. Quello che viene contestato a Fini dai lettori del Fatto, e che contesto anch'io, è che c'ha messo tantissimi anni per capire con chi stava. Poi in molti si ricordano episodi non belli della sua carriera: il riferimento non è a quando era missino - perché ormai il '900, con fascismo e comunismo, dobbiamo una buona volta lasciarcelo alle spalle -, ma l'episodio del G8 di Genova. Poi magari un giorno lui ci racconterà come sono andate realmente le cose. Ma la fascia più giovane dei miei lettori sono ragazzi nati magari nell'89, dopo la caduta del muro di Berlino: sono cresciuti sempre con Berlusconi e in molti pensano che destra e sinistra non esistano più, siano categorie tramontate col '900. Comunque, quello che è evidente è che i miei lettori, generalmente di sinistra, chiedono meritocrazia, legalità, egualitarismo solo nel senso che debbano esserci una serie di diritti di base garantiti per tutti: tutte istanze compatibili e anzi molto in sintonia con Gianfranco Fini.

Quindi gli italiani sono pronti a non seguire più la pancia?
Dico solo questo. Non voglio fare paragoni tra Fini e Obama, però io - che ho la doppia cittadinanza, sono anche cittadino americano - non avrei scommesso un soldo che negli Stati Uniti riuscisse a essere eletto un presidente democratico di colore, non pensavo assolutamente neppure che Barack Obama avrebbe vinto le primarie, e dire che credevo di conoscerlo un po' quel paese. Ma non avevo capito una cosa, cioè che è il web che cambia moltissimo il paese. Magari da noi siamo in ritardo, ma i ragazzi di oggi non crescono più solo con Maria De Filippi e la tv generalista. Io non sono nemmeno sicuro che Fini sarà la nuova destra o cosa, però certamente ha la sua occasione per passare alla storia per uno che è riuscito quanto meno a sbloccare un sistema che era totalmente immobilizzato.

Pensa che Fini potrebbe farcela a portare avanti il suo progetto correndo da solo?
Difficile dirlo, da quello che vedo, in Parlamento mi sembra ci sia grande feeling per esempio con Casini. Comunque sono i voti degli astenuti che Fini spera legittimamente di recuperare, pensando pure di attingere qualcosa nel campo avverso, dove la linea del Pd, se esiste, appare ormai opposta a quella del suo elettorato. Berlusconi, dal canto suo, è finito: che cosa potrebbe ancora inventarsi per la prossima campagna elettorale? Però non bisogna dimenticare - Montecarlo docet - che appena ci si stacca da quest'uomo, lui si ricorda che nel 1986 hai lasciato la macchina in divieto di sosta e non hai pagato quella multa e tutti cominciano a scriverlo dappertutto e a dirlo in ogni salsa in televisione…
(Vignetta di Fifo)

Segnalazioni

Milano, 6 ottobre, ore 18 - Marco Travaglio partecipa all'incontro "Raccontare l'Italia". Intervengono Gian Paolo Serino, Veronica Tomassini, Massimo Cassani, Marco Bosonetto.
C/o Spazio Melampo, via Carlo Tenca 7




64
commenti




Da www.ilfattoquotidiano.it lo speciale di Telebavaglio dedicato al giornalismo in occasione del primo compleanno de "Il Fatto Quotidiano". Antonio Padellaro e Peter Gomez discutono dello stato di salute dell’informazione nel nostro Paese. E dello stato di saluto del nostro giornale e della sua versione online. Durante il dibattito, i retroscena delle inchieste più famose, da Trani a Schifani, fino al recente caso della scuola di Adro. E poi un intervento di Dario Vergassola.

Segnalazioni

Bavagli alla Rai, bavagli ai magistrati, bavagli all´Italia. Ovunque e dovunque, per difendere la Costituzione. Il 29 sit in a Viale Mazzini durante il processo di Masi a Santoro, il 2 con il Popolo Viola, il 16 con la Fiom. - L'appello di Beppe Giulietti e Federico Orlando da articolo21.org







37
commenti


 


da www.ilfattoquotidiano.it, 22 settembre 2010 

La pistola fuma o non fuma? E se anche fumasse davvero, Gianfranco Fini si dimetterà da presidente della Camera come ha chiesto in agosto il Pdl? Sono queste le domande che nascono dopo la pubblicazione da parte di due quotidiani di Santo Domingo, il Listin Diario e El Nacional, di un documento “privato e confidenziale” in cui Rudolph Francis, il ministro della giustizia del paradiso fiscale di Saint Lucia, spiega al suo premier che Giancarlo “Betto” Tulliani è il titolare della Primtemps e della Timara, le due off shore che comprarono da Alleanza Nazionale l’appartamento dello scandalo, i 75 metri quadri adesso affittati a Montecarlo proprio a Tulliani. 
I cronisti de Il Giornale che oggi l’hanno ripreso con grande evidenza (“Fini non ha detto la verità. Ecco la prova” titola a tutta pagina il quotidiano diretto da Vittorio Feltri), nel loro articolo lasciano ancora un margine di dubbio. Parlano di una “notizia-bomba innescata on line che, se confermata ufficialmente, è destinata a fare parecchi danni”. E Tulliani, attraverso i suoi legali, smentisce categoricamente di essere lui il proprietario delle off-shore.

Ma è plausibile che il documento sia autentico. Anche se è decisamente inusuale che carte del genere, provenienti da un paese scelto dai trafficanti di droga e dagli evasori fiscali proprio per la sua proverbiale riservatezza, finiscano in mano alla stampa.  Pure la magistratura, quando invia rogatorie a Saint Lucia, ci mette almeno due anni per ottenere una risposta. Viene quindi da pensare che sempre il Giornale avesse ragione quando il 17 settembre scriveva che i nostri servizi segreti (che dipendono come noto da Palazzo Chigi) seguivano "una pista che porta ai Caraibi". Un’operazione degli 007 che, se davvero avvenuta, è assai più grave dell’episodio di nepotismo di cui è accusato il presidente della Camera. Utilizzare gli apparati di sicurezza per raccogliere prove per screditare gli avversari politici è infatti roba da repubblica delle Banane. Favorire i parenti, invece, è semplicemente la (brutta) regola in tutta la partitocrazia italiana.

Dal punto punto di vista politico è comunque  molto improbabile che si arrivi alle dimissioni di Fini. La lettera di Saint Lucia infatti non dimostra che il leader di Futuro e Libertà abbia mentito. Perché paradossalmente a dare una mano al presidente della Camera sono state le dichiarazioni di uno dei suoi grandi accusatori. L’ex fidanzato di Elisabetta Tulliani, Luciano Gaucci, a lungo latitante proprio a Santo Domingo. Gaucci ha raccontato alla stampa che il giovane Tulliani, quando era vice-presidente della Viterbese, era solito rubare parte del denaro da lui stanziato per finanziare gli ultras della curva. Una circostanza confermata da molti testimoni.  Anche dall’ex leader della tifoseria locale Luciano Matteucci che ha sostenuto: «Non solo faceva la spia, ma Betto si intascava pure i soldi destinati agli ultras. Un giorno del ’99 Gaucci ci disse che ci avrebbe aumentato lo “stipendio” che regolarmente ci veniva corrisposto tramite Tulliani. Ma quando annunciò che da un milione e mezzo passava a due milioni, restammo a bocca aperta e rispondemmo che non volevamo più soldi. Nella sala scese il gelo, e Gaucci che era un gran signore disse: “Ah, sì… mi sono sbagliato. Passerete a un milione”. Avevamo capito che tipo di persone aveva vicino il povero presidente Gaucci?»

Anche per questo Fini, seppur acciaccato, appare deciso a continuare ad andare avanti per la sua strada. L’immobile di Montecarlo è stato venduto decisamente sotto costo. Trecentomila euro per un appartamento che vale almeno quattro volte tanto sono pochissimi, è vero. E questo può legittimamente far ritenere che abbia voluto favorire il cognato, rendendosi protagonista di un episodio di nepotismo (in ballo infatti non ci sono soldi pubblici, ma i beni di un’associazione privata: An). Ma è altrettanto vero che il documento di Saint Lucia non basta a provarlo. E non prova nemmeno che Fini non abbia detto la verità, come sostiene nel suo titolo di prima pagina, Il Giornale. Nelle sue otto risposte al Corriere della Sera Fini infatti afferma che fu proprio Giancarlo Tulliani a dirgli di aver trovato un acquirente. Che poi l’acquirente sia proprio Tulliani, allo stato, può dimostrare il raggiro. Ma solo ai danni di Fini che, proprio come Gaucci, si è fidato del fratello della sua fidanzata. La guerra all’interno del centro-destra insomma non si è chiusa oggi. E prima del 28 settembre, giorno del voto di fiducia all’esecutivo, riserverà altri colpi di scena. Tutti politicamente sanguinosi.
(Vignetta di Bandanax)

Segnalazioni

Giovedì 23 settembre, ore 21, Rai2, torna Annozero
- Il video della conferenza stampa di Michele Santoro - Commenta in diretta la puntata e l'intervento di Marco Travaglio

La stamperia di Stato di Saint Lucia: "Il documento Tulliani non è nostro" - da www.ilfattoquotidiano.it





38
commenti





Da ilfattoquotidiano.it, il video dell'intervento di Peter Gomez alla festa per il primo compleanno de Il Fatto Quotidiano sulla libertà di informazione sui giornali e in rete.





sfoglia ottobre       
autori
dvd
democrazya
rubriche

signori della corte sentenze italiane sentenze europee

il mattinale

errata corrige

commento del giorno

errata corrige

speciali

l'armadio degli scheletri

passparola

iniziative

no bavaglio

basta

basta

no bday

appello fini travaglio

arrestateci tutti

tutte le iniziative

Premi
Macchianera Blog Awards 2009
perche' voglio scendere

perch� voglio scendere

intervista agli autori

messaggio ai troll

feed

Feed RSS di questo blog Feed RSS di questo blog

feedburner

archivio


agenda 2010
agenda 2010
prossimi appuntamenti
vedi tutti gli appuntamenti
materiale infiammabile

IN EDICOLA
IN LIBRERIA

libri di chiarelettere

diffondi

voglio scendere

incolla il codice sottostante nel tuo blog o sito

premi

intervista agli autori


<[0.292331999997259]>