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da Vanity Fair dell'1 novembre 2007

Non c’è niente di più allarmante dell’allarme che tutti i santi giorni fischia sui giornali e sulle Tv. Ci sentiamo assediati dagli ubriachi al volante, ignorando che sono comparsi dal nulla non per un maleficio alcolico, ma perché, nell’ultimo anno, si sono moltiplicati (da quasi zero a mille) i controlli sui guidatori coinvolti nella ordinaria sequenza di incidenti con morti e feriti.

Ci sentiamo assediati dai clandestini che assaltano le nostre villette isolate, dai detenuti liberati dall’indulto o scarcerati dalla legge Gozzini. Ignorando che tutti gli indicatori del crimine in Italia, dal 1991 ad appena ieri, sono scesi in modo costante. Gli omicidi, per esempio, dal tetto dei 2.000 morti ammazzati di quindici anni fa sono diminuiti fino ai 621 morti dell’anno scorso. Negli ultimi dodici mesi sono aumentate (di poco) le rapine e sono diminuiti (di poco) i furti.

In quanto alla Gozzini, la legge che dal 1986 consente il lavoro esterno e la semilibertà ai detenuti che con la buona condotta hanno scontato almeno metà della pena, annovera dati eccellenti. Ne hanno usufruito 42 mila detenuti. L’hanno tradita commettendo un nuovo reato in 132, una quota irrisoria, lo 0,16 per cento.

Senza contare l’effetto profondo che la legge Gozzini ha riverberato nella vita dei detenuti: non un’altra serratura che chiude i cancelli, ma una finestra che si apre alla speranza e a un obiettivo da conseguire, con la lentezza del giorno per giorno. Certo poi accade che esca il pluriomicida Angelo Izzo (anno 2005), che dopo 29 anni di carcere torna a uccidere. O l’ex brigatista Cristoforo Piancone (anno 2007), che dopo 25 anni di carcere tenta una rapina a Pisa.

Due casi. Due errori. Due cattive ragioni, contro quarantaduemila buone.

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Foto di digikuva da flickr.comOggi Clemente Mastella ha detto che a gennaio potrebbe lasciare il ministero della Giustizia. L'annuncio non sorprende. Mastella è un politico navigato. Al contrario di molti esponenti della coalizione di centro-sinistra che continuano a difenderlo, il leader dell'Udeur sa benissimo di essere ormai l'uomo sbagliato nel posto sbagliato

Fare il Guardasigilli, in un paese in cui le classi dirigenti sfoggiano tassi di devianza criminale elevatissimi, è un mestiere difficile: si è sempre sulle prime pagine dei giornali, sì è sempre al centro dell'attenzione. E questo Mastella proprio non può permetterselo. Nella vita, come ha lui stesso ammesso durante un burrascoso forum con Micromega, non si è fatto mancare nulla. È stato amico di Luciano Moggi, di Lele Mora, di molte soubrette, di Silvio Berlusconi, di una serie d'imprenditori sotto inchiesta a Catanzaro per sperpero di fondi pubblici e persino di  Francesco Campanella, il massone che falsificò la carta d'identità utilizzata da Bernardo Provenzano per andare a farsi curare in Francia. Inevitabile quindi che ad ogni indagine sui più diversi tipi di consorterie occulte il nome di Clemente sia saltato fuori da verbali e intercettazioni.

Finché Mastella era uno tra i tanti, il dato era considerato quasi fisiologico. Ora non più: chiudere un occhio, anzi due, sui comportamenti e le frequentazioni del ministro della Giustizia, persino in Italia è diventato impossibile. Così il leader dell'Udeur medita di defilarsi. Intanto quello che doveva fare lo ha fatto: ha portato a casa una riforma dell'ordinamento giudiziario che per la prima volta consente al Guardasigilli d'intervenire sulle inchieste in corso domandando il trasferimento d'urgenza di chi indaga. È riuscito a instradare verso un probabile insabbiamento i fascicoli calabresi in cui egli stesso era indagato. Ha costretto il governo a far quadrato intorno a lui giocando le amate carte del ricatto politico.

Missione compiuta, insomma, soldato Mastella! Se Romano Prodi non cadrà il prossimo anno ci sarà un rimpasto, verranno tagliati molti dicasteri e anche per te ci sarà il meritato riposo. Ovviamente non a casa, ma su una nuova e più comoda poltrona.

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Foto di geiko-ko da flickr.comNell’orgia delle dichiarazioni entusiastiche per l’assoluzione di Silvio Berlusconi in Cassazione nel processo Sme-Ariosto, nessuno ha notato quella dell’on. avv. Gaetano Pecorella, che non è una toga rossa, ma il difensore del Cavaliere.

Commentando la sentenza appena emessa dalla VI sezione del Palazzaccio, che ha confermato in toto quella della Corte d’appello di Milano, Pecorella ha detto all’Ansa: “Squillante per le sue funzioni non era in grado di ingerire con Sme: già per la Corte di Appello non c’era dubbio che il bonifico ‘Orologio’ sia riconducibile a Berlusconi, ma siccome non c’è stato alcun intervento di Squillante, quella dazione non prova l’iscrizione del magistrato al libro paga”.

Per capire meglio, riepiloghiamo brevemente i fatti. Berlusconi, i giudici Renato Squillante e Filippo Verde e gli avvocati della Fininvest, Cesare Previti e Attilio Pacifico, vengono rinviati a giudizio per corruzione nel processo “Sme-Asriosto” in base a due diversi capi d’imputazione:

1) la sentenza firmata nel 1986 dal giudice Verde (confermata dalla Cassazione nel 1988) che diede ragione alla cordata Fininvest-Barilla-Ferrero e torto alla Cir di Carlo De Benedetti nella causa con l’Iri per la mancata privatizzazione della Sme, sarebbe stata comprata con soldi della Fininvest e Barilla, finiti poi in parte a Verde e in parte a Squillante (che, pur non coinvolto nella controversia, avrebbe “aiutato” il buon esito del processo);

2) Squillante sarebbe stato “a libro paga” della Fininvest per ogni evenienza del gruppo, a suon di bustarelle che Previti, usando denaro di Berlusconi, gli avrebbe versati brevi manu in contanti e via bonifico sul suo conto svizzero.

Per il primo capo d’imputazione tutti gl’imputati, in tutti i processi, sono stati assolti: le prove che la sentenza Sme fosse comprata o non ci sono o sono insufficienti. Verde e Squillante ricevettero soldi in Svizzera, ma dopo il 1988, e non è sicuro che venissero pagati proprio per quel processo.

Per il secondo capo d’imputazione, i verdetti divergono: ma nessuno dei protagonisti può negare ciò che risulta dalle carte, e cioè che il 5 marzo 1991, dal conto svizzero della All-Iberian-Fininvest, “Ferrido”, alimentato con denaro di Berlusconi, parte un bonifico di 434.404 dollari (500 milioni di lire dell’epoca), alla volta del conto svizzero “Mercier” di Previti, che nel giro di pochi minuti gira la stessa somma al conto svizzero “Rowena” del giudice Squillante (riferimento in codice dell’operazione: “Orologio”). Berlusconi paga Previti che paga Squillante: non si discute...

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Foto di 3rd foundation da flickr.com
Vorrà pur dire qualcosa che secondo un’indagine Usa noi italiani - con 7 miliardi di euro di merci - siamo i primi produttori europei di oggetti falsi, piratati, contraffatti: dai cd che suonano stonati, alle borse in finta pelle.

Invece Mastella è vero. Sono veri Bordon e Manzione, membri del quarantanovesimo finto partito, formato Smart, di questa fantasiosa legislatura dove tutti si accaniscono al peggio. E’ vero Dilberto che litiga con Mussi per la titolarità della falce e del martello. E’ vero addirittura Bertinotti che presidiando la terza (tele)Camera della Repubblica, quella finta, si è insediato nella prima che è vera.

Sotto tanti aspetti il vero è assai più dannoso del falso, specialmente nella politica dove i due piani, confondendosi, a volte si rafforzano. L’allarme sicurezza che dilaga (anche) come una febbre emotiva - su dati talvolta veri, talvolta verosimili, talvolta falsi - genera mostri legislativi come questa nuova qualificazione giudiziaria di “massimo allarme sociale” per taluni reati - furti, scippi, rapine, incendi boschivi - da equiparare a mafia e terrorismo. Con restrizioni legislative di dubbia costituzionalità.

E l’ennesimo inasprimento delle pene che falsamente bilancia i veri ingorghi processuali (mai sciolti, mai riformati) che con il tempo le vanificheranno.

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Foto di markmplease da flickr.comChe cosa sarebbe successo se a chiedere il trasferimento d'urgenza di un pubblico ministero che stava indagando su esponenti del governo fosse stato non Clemente Mastella, ma il suo predecessore, il leghista Roberto Castelli? Non è difficile immaginarlo: urla e proteste in parlamento, girotondi in piazza, manifestazioni un po' dovunque. Ma, visto che a capo dell'esecutivo c'è Romano Prodi e non Silvio Berlusconi, nulla (o molto poco) di tutto questo è avvenuto.

Nell'assenza di reazioni forti non vedo però una scelta di tipo ideologico. Non credo cioè che chi tace lo faccia perché è schierato a sinistra. Molto più semplicemente un pezzo importante dell'opinione pubblica, o se preferite di quel ceto medio riflessivo di cui ha tanto parlato Paul Ginsborg, è annichilito dal possibile (anzi probabile) ritorno del Cavaliere.

Walter Veltroni ripete sempre più spesso che bisogna chiudere la stagione dell'odio. In realtà a caratterizzare la politica italiana non è l'odio, ma la paura. Berlusconi più che odiato, è temuto.

Per questo sarebbero necessarie una serie di regole (dalla legge sul conflitto d'interessi, a quella sull'emittenza televisiva, solo per citarne due) in grado di impedire soprusi da parte di chiunque si trovi al governo. Solo così i cittadini si sentirebbero più garantiti. Invece l'unica riforma fin qui approvata dal centrosinistra, quella sull'ordinamento giudiziario, ha moltiplicato le possibilità d'ingerenza da parte dell'esecutivo sul potere un tempo indipendente della magistratura. E la paura, di giorno in giorno, aumenta.

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Foto di Lumase da flickr.comCostituzione della Repubblica Italiana, art. 3: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”. Art. 25: “Nessuno può esser distolto dal giudice naturale precostituito per legge”. Art. 101: “La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge”. Art. 104: “La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere”. Art. 107: “I magistrati sono inamovibili”.

E’ ancora in vigore, la Costituzione della Repubblica Italiana che sta per compiere 60 anni? Sì, formalmente lo è ancora. Di fatto, non più. Quel che sta accadendo tra Roma e Catanzaro è una sorta di golpe bianco che, diversamente dai golpe-golpe, mantiene la parvenza della legittimità.

Il ministro della Giustizia ha la facoltà di ispezionare un magistrato, di proporlo al Csm per una sanzione disciplinare o per un trasferimento immediato. Il procuratore capo ha la facoltà di revocargli la delega su un’indagine e il procuratore generale di avocargli un fascicolo. Nessuno ha violato la legge, nella guerra scatenata da pezzi del potere politico e giudiziario contro il pm Luigi De Magistris. Tutte le carte sono a posto, anche se il risultato finale di queste azioni legittime è clamorosamente incostituzionale...

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Firma la petizione pro De Magistris

Partecipa all'iniziativa: Perché la giustizia in Italia non funziona? 
Con Gherardo Colombo, Raffaele Della Valle, Peter Gomez, Marco Travaglio
22 ottobre, Milano, Camera del Lavoro, ore 20.30

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Foto di nycbone da flickr.comDue settimane fa, ad Annozero, avevo evocato Licio Gelli e il Piano di rinascita della P2 e me ne hanno dette di tutti i colori. In realtà, ero stato troppo ottimista. Ormai siamo oltre Gelli, oltre la P2. Siamo al golpe politico-giudiziario. Per una volta, inseguire gli aspetti tecnico-giuridici della decisione del Procuratore generale di Catanzaro di strappare di mano l’inchiesta “Why Not” su Prodi, Mastella & C. al titolare, cioè al pm Luigi De Magistris, è inutile e fuorviante.

Meglio andare subito alla sostanza, che è questa: il magistrato che aveva raccolto elementi sufficienti per indagare Mastella per abuso, truffa e finanziamento illecito, cioè riteneva di aver trovato i soldi, non potrà portare a termine la sua indagine, ormai in dirittura d’arrivo. Il fascicolo passerà a un altro magistrato, che impiegherà mesi per studiarsi tutti gli atti. E, se non vorrà fare la fine di De Magistris - attaccato da destra e da sinistra, difeso da nessuno, ispezionato per mesi e mesi, trascinato dinanzi al Csm, proposto per il trasferimento immediato e infine espropriato del suo lavoro - ascolterà l’amorevole consiglio che gli danno il governo e l’opposizione una volta tanto compatte: archiviare tutto, lasciar perdere, voltarsi dall’altra parte.

Checchè se ne dica, questa non è una questione privata fra De Magistris e Mastella. Questa è la soluzione finale dopo vent’anni di guerra della politica alla Giustizia. E’ il coronamento del sogno dei vari Gelli, Craxi e Berlusconi di fermare sul nascere le indagini sul potere. Gelli, Craxi e Berlusconi, nella loro ingenuità, pensavano che per farlo occorresse modificare la Costituzione, scrivendoci che la carriera dei pm è separata da quella dei giudici e che le procure devono obbedire al governo. Mastella e chi gli sta dietro hanno capito che non occorre cambiare le norme: basta creare le condizioni di fatto perché tutto ciò accada. Appena un pm apre un fascicolo sugli amici di un ministro, se ne chiede il trasferimento (del pm, non del ministro). Anche se la richiesta non sta in piedi, non importa: quando il magistrato arriverà al sodo, salendo di livello dagli amici del ministro al ministro stesso, il ministro sosterrà che il pm lo fa perché ce l’ha con lui. E, col gioco delle tre carte, riuscirà a convincere qualche alto magistrato a scambiare le cause con gli effetti e a scippare l’indagine al pm per “incompatibilità”. Come se fosse il pm ad avercela col ministro, e non il ministro ad avercela col pm.

Si chiama “guerra preventiva”, e non l’ha neppure inventata Mastella. L’aveva già teorizzata Mao: “Colpirne uno per educarne cento”. Funziona.

Leggi l'intervista a De Magistris di Attilio Bolzoni da repubblica.it

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