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Vignetta di Molly BezzZorro

l'Unità, 30 novembre 2008


Niente da fare. Neppure al terzo tentativo Renzo Bossi, secondogenito del Senatur, è riuscito ad acciuffare la maturità scientifica. A nulla è valso l’intervento del ministero dell’Istruzione, retto dalla meritocratica Gelmini, che gli aveva concesso il terzo grado di giudizio. Quest’estate, dopo la seconda trombatura per “gravi lacune in quasi tutte le materie”, si era ipotizzata una sua imminente discesa in campo come delfino di cotanto padre: con quel quoziente culturale, aveva diritto quantomeno a un ministero. Ma l’illustre genitore smentì: “Più che un delfino, Renzo è una trota”. Dopodichè, essendo ministro delle Riforme, propose una riforma ad personam, anzi ad trotam: “Dopo il federalismo bisogna riformare la scuola. Non possiamo lasciare martoriare i nostri figli da gente che non viene dal Nord. Un nostro ragazzo (uno a caso, ndr) è stato bastonato agli esami perché aveva presentato una tesina sul federalista Cattaneo. Questi sono crimini contro il nostro popolo e devono finire”. Detto, fatto. Il governo impose il terzo esame, alla presenza vigile di un ispettore ministeriale. Stavolta Renzo aveva lasciato perdere Cattaneo e aveva presentato una tesina in fisica. Ma non c’è stato verso. Ora, per evitare che il giovine finisca nelle grinfie di Brunetta come fannullone o in una classe differenziale per ciucci e immigrati (come da proposta leghista), non c’è che una soluzione: chiamare Ghedini e Alfano e approntare al più presto una legge ad hoc per trasferire l’esame a Brescia o, meglio ancora, garantire la promozione automatica ai figli delle alte cariche dello Stato, ministri compresi. Un Lodo Trota.

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

La camorra e "l'impero" dei Casalesi
Ne parliamo con Gigi Di Fiore, scrittore e saggista, autore de L’impero, Traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei Casalesi.
Presenta Jole Garuti, Direttrice Centro Studi Saveria Antiochia Omicron
Lunedì 1 dicembre 2008, ore 15.30 - Centro Studi Saveria Antiochia Omicron - Via Melzi d’Eril 9, Milano

Comunicato studenti e studentesse assemblea permanente di lettere e filosofia di Roma Tre
Segnaliamo che, dopo la lezione di Marco Travaglio sulla P2 tenutasi il 13 novembre scorso, per mercoledi 3 dicembre alle ore 14 in aula B ne abbiamo organizzata una su Gladio con Gianni Barbacetto. Questa è la risposta che gli studenti e le studentesse di Roma Tre intendono dare alle minacce ricevute da Berlusconi e Cossiga. Un po' di verità dopo le tante bugie del governo.

E' in edicola il nuovo numero di Micromega (6/2008)


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Vignetta di Molly BezzQuesto pomeriggio il vice-presidente della commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai, Giorgio Lainati (Pdl), e il capogruppo del partito di Berlusconi in commissione, Alessio Butti, hanno annunciato che nei prossimi giorni chiederanno «conto al direttore generale Cappon e al presidente Petruccioli del perché sia permesso all'ex parlamentare diessino Michele Santoro di fregarsene del pluralismo dell'informazione». I due si lamentano perché nella puntata di Annozero di giovedì, dedicata alla crisi economica, «Santoro ha sparato contro il Governo facendo parlare esponenti del mondo politico e imprenditoriale rappresentanti la sola opposizione» utilizzando poi, «per completare "il capolavoro", una serie di grafici e tabelle, molte delle quali elaborate da studi della Cgil».

Il messaggio che lanciano Lainati e Butti, con un linguaggio nemmeno troppo vagamente nostalgico, è chiaro: per Annozero è ormai iniziato il conto alla rovescia.
A questo punto, più che ricordare che i ministri del Popolo delle Libertà nelle ultime settimane hanno sempre declinato gli inviti in trasmissione per loro libera scelta, è forse il caso di riflettere sul significato della parola pluralismo e sui limiti del giornalismo.

Partiamo dunque dal fondo: ovviamente anche chi fa il giornalista ha dei limiti. Che possono essere riassunti così: ciascuno può dire o raccontare quello che vuole a patto che non violi il codice penale o quello deontologico. Non si possono, insomma, diffamare o calunniare le persone. E se ciò avviene chi lo ha fatto paga con sanzioni pecuniarie o, nei casi estremi, addirittura con la detenzione. In ogni caso a stabilire se ciò è avvenuto non può essere un organismo parlamentare. Devono farlo invece la magistratura e l'ordine dei giornalisti.

Veniamo quindi al pluralismo. Dare diritto di parola ai rappresentanti di tutte le formazioni politiche in un unico programma non vuol dire essere pluralisti. Prima di tutto perché non solo i partiti rappresentano la società (cioè il pubblico): i parlamentari, che intervengono su qualsiasi argomento in tutti i tg, dal punto di vista giornalistico hanno lo stesso peso dei sindacati, delle associazioni e dei semplici cittadini. E anzi, se si vuole fotografare con chiarezza lo stato di un paese come il nostro, spesso (anzi quasi sempre), meno si fanno parlare i politici e meglio è. Ma non basta. Perché la tv non è pluralista se il giornalista o il conduttore si limita a dirigere il traffico dando la parola a questo o quello. Lo è invece se lascia spazio in programmi differenti a conduttori e giornalisti con punti di vista e opinioni diverse. Poi saranno i telespettatori a scegliere che cosa guardare.

Insomma la tv pubblica dovrebbe essere un po' come un'edicola: ch'è chi compra il "Corriere della Sera", chi "la Repubblica", chi “il Giornale". Vince poi il migliore (chi fa più ascolti). Un'unica regola va rispettata: la verità dei fatti. Detto in altre parole: se Berlusconi afferma che il mare è giallo e D'Alema risponde che è rosso, il conduttore, comunque la pensi, deve intervenire per chiarire che il mare è blu. Se non lo fa è, nel migliore dei casi, professionalmente impreparato, e nel peggiore un maggiordomo.
(Vignetta di Molly Bezz)

Segnalazioni

Incredibile, ma vero
- di Carlo Cornaglia
Democratico ed unito
il Pd, nuovo partito,
sembra proprio non lo sia
nonostante che un messia
  
abbian scelto per guidarlo.
Tutti quanti rode un tarlo:
“Dove cacchio stanno andando?”
Il Pd corre allo sbando...
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Foto di margotta, piccettino e il puntocroce da flickr.comVanity Fair, 26 novembre 2008


Sentenza dunque per Olindo e Rosa. Penultimo sudario sulla strage di Erba, 11 dicembre 2006, tre donne e un bambino uccisi a coltellate, viatico a quell’anno di paure quotidiane e allarmi raccontati all’infinito dai telegiornali e dalle dirette con luce rossa, come notizie di un assedio, che in quel sangue trovavano conferma con l’evidenza schiacciante di una prova.

Si scrisse a lungo dell’Italia tremante, con solitudini moltiplicate dagli inverni del Nord. Delle vite insicure nelle villette. Dei paesi di pianura chiusi al tramonto. E ronde a sigillarli, quando era possibile. Altrimenti più polizia. Più controlli sugli immigrati, più arresti per i clandestini, nessuna tolleranza. Salvo scoprire che il male non veniva da troppo lontano, bastava scendere una rampa di scale. E in molti casi ancora meno, ce lo raccontava (inascoltato) Eurispes, dati 2006 e seguenti, che il sangue correva (e corre) in Italia assai più in famiglia, che nelle cosche di malavita. Nei corto circuiti parentali, innescati da depressione, da lenti rancori, da frustrazioni covate.
La paura è diventata merce politica. Andava enfatizzata per estrarne un vantaggio. Destra e sinistra anziché smontarne le derive irrazionali, hanno scelto di assecondarle. L’equivoco ha dato frutti a una delle due parti in gioco.

Erba è stata un’atroce notizia e la rivelazione di un allarme. L’allarme parlava di noi, dei nostri territori sociali sfibrati dal vuoto, assordati dai Centri commerciali, anestetizzati da media ricchezza, media infelicità, brutti paesaggi, molto rumore, nessuna comunicazione. La notizia si chiude con la sentenza. La rivelazione (invece) ancora ci riguarda.
(Foto di margotta, piccettino e il puntocroce da flickr.com)


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Vignetta di Roberto CorradiZorro
l'Unità, 27 novembre 2008

A Stoccolma Roberto Saviano parla al mondo intero con Salman Rushdie, pochi giorni dopo che il governo svedese ha onorato il Nobel Dario Fo con uno speciale annullo postale. In Italia, per le cosiddette autorità, Fo è un mezzo terrorista. E il comune di Milano nega l’Ambrogino a Saviano e Biagi. Inutile riportare le ragioni addotte dai carneadi che occupano i banchi del Pdl. Ragioni inesistenti, come i loro sostenitori. All’origine di quel vergognoso No c’è sicuramente l’allergia dei berluscones agli uomini liberi, che continuano a dar fastidio anche da morti. Ma c’è anche il sacro terrore dei mediocri per il talento, la sindrome di Salieri dei nani della politica per i giganti che han saputo conquistarsi l’amore del pubblico. Ieri il solito poveraccio, già noto per aver insultato Biagi da vivo e da morto, è riuscito a sputare pure sulla tomba di Montanelli. L’ha fatto sul Giornale da lui fondato nel 1974, nel tentativo disperato di assolvere il padrone per la sua iscrizione alla P2, sostenendo che Montanelli “scrisse con il piduista Roberto Gervaso una Storia d’Italia in 6 volumi”. Non è vero niente: Montanelli scrisse i libri con Gervaso dal 1965 al ‘70, mentre Gervaso si iscrisse alla P2 nella seconda metà degli anni 70. E quando saltò fuori il suo nome nelle liste di Gelli, si ruppero i rapporti fra i due. Poi, quando Gelli insinuò cose false sui loro rapporti, Montanelli lo querelò e lo fece condannare per diffamazione. Lo sputo sulla tomba di Montanelli merita solo disprezzo. Ma, come diceva il vecchio Indro citando Chateaubriand, “il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi”.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Montanelli parla di Gelli


A Montanelli interessa qualche investitore per il suo giornale. Con il collega Renzo Trionfera, massone, va a Roma all'hotel Excelsior a incontrare un tizio che, non si sa mai, forse potrebbe aiutarli, ma ben presto capisce che lo strano Gelli ha un'idea di giornali e giornalisti ("ci vuole un padrone della stampa") degna del "più grosso farabolano con cui abbiamo avuto a che fare", di "un matto", di "un piazzista", di "un fregnacciaro qualsiasi". Poco tempo dopo esce la lista della P2 e si dice che sia Gelli il famoso "grande vecchio". Montanelli non crede nemmeno a questo. E si capisce! Dal suo punto di vista, come avrebbe potuto, quello che lui aveva incontrato, e poi definito un grande fregnacciaro, essere anche "il grande vecchio"?

Segnalazioni

Promemoria. Quindici anni di storia italiana ai confini della realtà
29 e 30 novembre 2008: le nuove date dello spettacolo tetrale di Marco Travaglio al Ciak di Milano

Startrek e i comunicatori del Kaiser!
- guarda il video



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Vignetta di Roberto CorradiOra d'aria
l'Unità, 24 novembre 2008


Ha fatto scalpore l’appello dell’Associazione magistrati al relatore speciale per i Diritti umani dell’Onu, Leandro Despouy, perché prenda posizione sui continui attacchi del governo italiano (ma non solo) alle toghe inquirenti e giudicanti. Le meglio firme del bigoncio, da Mattia Feltri sulla Stampa a Pigi Battista sul Corriere, hanno ironizzato sull’iniziativa. Per Feltri jr. la storia della “Toga Rossa” che invoca “i Caschi Blu” sarebbe “umoristica” e inedita, “gente come la Paciotti e Bruti Liberati mai si sarebbe sognata l’appello all’Onu”. Per Cerchiobattista, l’Anm soffrirebbe addirittura di “smania contagiosa del gesto eclatante”, “zelo allarmistico”, “lancinante nostalgia per un’epoca che si è chiusa”. E l’“appello sconclusionato” sarebbe una “sfida al buon senso” col “singolare coinvolgimento dell’Onu nelle vicende politiche italiane”, “ultimo residuo di una guerra tra politica e magistratura”, “rituale stanco della retorica reducistica” di una magistratura che pretende di “recitare la parte del contropotere militante nei confronti della politica”, “riluttante a rientrare nei ranghi” dopo aver “posto la pietra tombale sulla Prima Repubblica condizionando pesantemente la Seconda”.

Evidentemente questo Battista è appena atterrato da Marte, dunque non può sapere che le indagini sulla Prima Repubblica e su molti esponenti della Seconda dipendono dal fatto che molti politici italiani rubano e in Italia, come nel resto del mondo, la magistratura ha il compito di acchiappare i ladri. Solo che, nel resto del mondo, i governi si guardano bene dal prendersela con i magistrati: di solito se la prendono con i ladri. Ma sono tutti paesi che non hanno la fortuna di vantare giornalisti come Feltri e Battista, specializzati nel commentare cose che non conoscono.

Nella fattispecie, Battista e Feltri jr. non sanno che il relatore speciale Despouy ha l’incarico di vigilare per conto dell’Onu sull’“indipendenza di magistratura e avvocatura” nei paesi membri. E’ il referente istituzionale dei rappresentanti di magistrati e avvocati. Nel 2002 il suo predecessore malese Dato Param Cumanaraswamy fu inviato per ben due volte in Italia dall’Onu senza che nessuno lo chiamasse, per verificare de visu i continui attacchi del governo Berlusconi II alla magistratura. Parlò con tutti i soggetti interessati, compresa l’Anm (al cui vertice sedeva Bruti Liberati…). Poi, il 3 aprile 2002, stilò la sua relazione finale in cui censurava l’assedio di governo e maggioranza del centrodestra alle toghe, ma anche “il conflitto d’interessi” degli avvocati parlamentari che possono “avvantaggiare i loro clienti”. Soprattutto uno, il solito. E concludeva: “Vi sono motivi ragionevoli perché giudici e pm sentano minacciata la loro indipendenza” anche a causa degli “attacchi del governo… Gli importanti politici sotto processo a Milano dovrebbero rispettare il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale e non dovrebbero ritardare i processi. Le decisioni dei Tribunali devono essere rispettate da tutti”.

Al giurista malese bastarono pochi giorni in Italia per inquadrare la drammatica lesione della divisione dei poteri, principio cardine dello Stato liberale di diritto. Feltri e Battista, rispettivamente ex redattore del Foglio di Berlusconi ed ex vicedirettore di Panorama di Berlusconi, in Italia vivono e scrivono da sempre. Eppure (o forse proprio per questo) non han mai notato nulla di strano negli attacchi politici al potere giudiziario. Ciò che si vede a occhio nudo dalla Malesia, da casa Berlusconi si nota un po’ meno.
(Vignetta di Roberto Corradi)

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Promemoria. Quindici anni di storia italiana ai confini della realtà
29 e 30 novembre 2008: le nuove date dello spettacolo tetrale di Marco Travaglio al Ciak di Milano

Quest'uomo mi ama! - guarda il video di Berlusconi in Abruzzo

Roberto Saviano presidente della Rai - di Stefano Corradino (Articolo21.info)

Scusatemi per la lunga assenza - il nuovo post di Bruno Tinti per la rubrica Toghe rotte

I video di Qui Milano Libera - Incontro con Vittorio Sgarbi

Brunettolo, il fannullino - di Carlo Cornaglia
Va Brunetta ormai da maggio
tutti i giorni all’arrembaggio
degli odiati fannulloni.
Sono buone le ragioni
 
per far ‘sì che gli statali
al lavoro sian normali:
non sian sempre fuori stanza,
per andare un po’ in vacanza...
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Testo:
"Buongiorno a tutti.
Innanzitutto un bel consiglio per gli acquisti: è uscita la raccolta con le seconde nove puntate di "Passaparola".
Si intitola: "Senza Stato, né legge". Lo dico perché ci autofinanziamo in questo modo ed è giusto far sapere che chi vuole, chi è interessato a conservare la serie dei nostri interventi, magari anche perché trova qualche difficoltà di collegamento o di linea, lo può fare. Ci manteniamo così, e se qualcuno ci da una mano possiamo continuare in futuro a mantenere vivo questo spazio.
Questa settimana parlerei di un signore, anzi due ma uno è legato all'altro, non esiste l'uno senza l'altro, che stanno terremotando quel poco che rimane ancora di opposizione o presunta tale in Parlamento.
Di questa coppia: D'Alema e Latorre. Sono un po' come Gianni e Pinotto. Viaggiano sempre in coppia.
Una volta uno era il capo l'altro il portaborse, poi a un certo punto il portaborse fu promosso e divenne addirittura senatore e vicecapogruppo dei DS al Senato e in questa legislatura vicecapogruppo del PD al Senato..."

Clicca su continua per leggere il testo integrale dell'intervento.

Gli approfondimenti dalla rassegna stampa a cura di Ines Tabusso

Segnalazioni

Come la mafia ha beneficiato della crisi finanziaria
(Spiegel, Germania - 18 novembre 2008)
Traduzione a cura di Italiadallestero.info


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Vignetta di NatangeloVanity Fair, 20 novembre 2008

Una della meravigliose qualità di Silvio Berlusconi è che non avendo opinioni, le ha tutte. E’ contemporaneamente filo americano e filo russo, sta con l’Europa, ma sta anche con i celti orobici della Lega che sono contro. E’ amico contemporaneamente dei cinesi e del Dalai Lama. Ai vertici internazionali difende i diritti umani. Ma se li scorda quando atterra a Tripoli per finanziare con 5 miliardi di euro la dittatura del suo amico Gheddafi. E’ per “il ritorno all’etica nella finanza”. Ma ha preteso la depenalizzazione del falso in bilancio per scampare a un po’ di processi.

Quando sta alla Casa Bianca è capace di travolgere il palchetto pur di baciare George W. Bush che resta immobile a guardarlo allarmato. Quando è nel gelido Cremlino si scalda con il colbacco e con gli abbracci a Putin e Medvedev, amici suoi, critica lo scudo spaziale americano, “una provocazione”, difende i carri russi in Georgia, sostiene che la tragedia cecena sia un’invenzione. Di fianco al leader turco Erdogan dice che l’Europa non sarà completa fino all’ingresso della Turchia, e lui si batterà per il popolo turco. Ma quando va all’Eliseo, dove abita il marito di Carla Bruni che i turchi in Europa non vuol farli neanche avvicinare, lui dice che niente lo divide dal suo amico Sarkozy.

Un volta l’ingegner Carlo De Benedetti, di ritorno da Londra dove aveva incontrato il primo ministro Tony Blair, raccontava lo stupore del leader britannico per il perenne sorriso di Silvio ai tavoli delle consultazioni: “E’ sempre d’accordo su tutto. Non chiede mai nulla”. Ma a pensarci bene: perché non dovrebbe sorridere, visto che gli stiamo dando (e si sta prendendo) tutto?

(Vignetta di Natangelo)



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