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Alla fine il silenzio l'ha rotto. Con qualche timidezza in Sicilia, e con più vigore in Calabria, Walter Veltroni ha pronunciato le parole che doveva pronunciare. Ha rifiutato esplicitamente i voti di Cosa nostra, 'ndrangheta e camorra, ha garantito che se andrà al governo lavorerà per «distruggerle»; e ha pure presentato un decalogo anti-cosche in cui il Partito Democratico s'impegna «a spezzare definitivamente il legame mafia politica».

Certo, storcere il naso si può e si deve. Le frasi di Veltroni, stridono con quanto era accaduto solo un mese fa quando nelle liste era stato inserito anche qualche personaggio discusso e discutibile (per usare un eufemismo) e il Pd aveva persino tentato di non ricandidare Beppe Lumia. Bisogna però rilevare che un passo avanti è stato fatto. Anche se in ritardo Veltroni ha cominciato a parlare di criminalità organizzata, non solo per condannarne la violenza, ma pure per discutere dei rapporti con le istituzioni.

Così Silvio Berlusconi, dopo aver osservato un religioso silenzio finché si trovava nell'isola, una volta arrivato a Catanzaro, ha dovuto aprire bocca pure lui. E, incalzato dai giornalisti, ha dichiarato: «Non posso che confermare quanto ho detto nel 1994 a Palermo, quando appena sceso in politica ho affermato che ogni voto a noi è un voto contro la mafia». Poi ha polemizzato con il centrosinistra che, in occasione delle regionali del 2005, non si era dimostrato «così schizzinoso» nei confronti delle preferenze targate 'ndrangheta.

Al di là dei contenuti (rievocare il '94 quando è fatto storicamente notorio e processualmente accertato che in quell'anno Cosa Nostra votò Forza Italia, non pare una grande trovata), tra le posizioni dei due aspiranti premier vi è comunque una differenza. Veltroni parla perché ha deciso di farlo. Berlusconi lo fa perché gli è stata posta una domanda.

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Il 3 aprile Peter Gomez e Marco Travaglio presentano Se li conosci li eviti a Milano, presso la Camera del Lavoro, c.so di Porta Vittoria 43 (fino a esaurimeto posti) - ore 21 
Una storia incredibile: il testimone di giustizia anti-'ndrangheta
Pino Masciari abbandonato dallo Stato

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Signornò
l'Espresso, in edicola


Veltroni l’ha scritto sul Riformista, per non farlo sapere troppo in giro. Ma l’ha scritto: l’”obbligatorietà dell’azione penale” va attenuata con “criteri di priorità” fissati da “Parlamento, Csm e Procuratori della Repubblica”. Peccato, perché nella prima parte dell’articolo aveva fatto bene i compiti: i mali della giustizia sono i troppi “colpevoli impuniti, scarcerazioni incomprensibili, sentenze dopo moltissimi anni”, dunque occorrono più mezzi, più organizzazione e meno cavilli. Poi però Uòlter è scivolato su una ricetta che, oltre a portare il marchio di Gelli, di Craxi, di Berlusconi e della Bicamerale, tradisce la Costituzione proprio nel 60° compleanno e butta a mare uno dei rari fiori all’occhiello del nostro sistema.

Perché la legge sia uguale per tutti, i pm e giudici devono essere “indipendenti da ogni altro potere”. E, per esserlo davvero, devono coltivare tutte le notizie di reato. Senza poter scegliere quelle che preferiscono. Si dirà: i reati sono troppi e si è già costretti a scegliere. Bene, anzi male: il rimedio è depenalizzare i reati ritenuti superflui. Ma dire: “questo è reato, ma non sarà punito” è assurdo e devastante. Obiezione: il procuratore torinese Marcello Maddalena ha raccomandato ai suoi pm di accantonare i processi destinati a pena indultata e dare la precedenza a quelli nuovi. Vero, ma è una misura eccezionale per fronteggiare l’emergenza indulto, che costringe i giudici a processare anche imputati per reati commessi fino al 2006 e dunque destinati, in caso di condanna, a subire una pena puramente virtuale. Pessima poi l’idea di far decidere al Parlamento, cioè ai partiti, quali reati perseguire e quali no. Perché metterebbe fine all’indipendenza della magistratura. E perché gli ultimi 15 anni di “riforme” la dicono lunga su quali siano, per i nostri partiti, i “reati gravi”: quelli degli altri.

Nel 1997 destra e sinistra depenalizzarono l’abuso d’ufficio non patrimoniale, legalizzando lottizzazioni, favoritismi, concorsi truccati. Nel ‘99 destra e sinistra tentarono di depenalizzare il finanziamento illecito dei partiti, e dovettero rinunciare solo grazie al no di Di Pietro e di alcuni grandi giornali. Nel 2000 destra e sinistra depenalizzarono l’uso di fatture false con relative frodi fiscali. Nel 2002 Berlusconi cancellò di fatto il falso in bilancio e dimezzò la prescrizione per i reati di Tangentopoli: due controriforme che, nonostante le promesse, l’Unione non cancellò. La Lega bloccò il reato di tortura (e Uòlter, che ora chiede “piena luce” su Bolzaneto, dovrebbe ricordarlo). Dal 2006 il governo Prodi boicotta il processo sul sequestro di Abu Omar. E da anni destra e sinistra tentano di dimezzare le pene per la bancarotta. Se il Parlamento mette becco pure nell’azione penale, sappiamo già come va a finire: i reati “meno gravi” sono quelli delle classi dirigenti, cioè proprio i più dannosi per la collettività. Quelli che, nei paesi seri, sono puniti con la galera. E in Italia, invece, con la presidenza del Consiglio. Ma chissà che gli è preso, a Uòlter: per dire certe castronerie, non bastava Berlusconi?

Segnalazioni
E' nato il blog di Anita Pallara, la ragazza affetta da Sma, ospite di Annozero nella puntata del 20 marzo 2008
Il 3 aprile Peter Gomez e Marco Travaglio presentano Se li conosci li eviti a Milano, presso la Camera del Lavoro, c.so di Porta Vittoria 43 (fino ad esaurimeto posti) - ore 21 
Leggi l'intervista a Marco Travaglio: mandiamo più rompic... possibile nel prossimo Parlamento (articolo21.info)
Leggi l'intervista a Luigi De Magistris (democrazialegalita.it)
Una storia incredibile: il testimone di giustizia anti-'ndrangheta Pino Masciari abbandonato dallo Stato

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Foto di jelene da flickr.comUliwood party
l'Unità, 28 marzo 2008

E’ tornato lui. Contavamo i giorni, per vedere quanto avrebbe impiegato a riesumare i comunisti, Stalin, la Rai in mano alle sinistre, la par condicio illiberale. L’ha rifatto. Anzi, ha voluto esagerare e ha rispolverato pure la laurea di Di Pietro, una gag che risale addirittura al 1995 e che è già costata condanne per diffamazione a decine di pennivendoli al seguito.

E’ bello e rassicurante ritrovare il vecchio Banana dei tempi migliori. “Berlusconi - osserva Ellekappa - tira fuori i suoi vecchi cavalli di battaglia. Vediamo se ritira fuori anche lo stalliere”.

Come i guitti a fine carriera che cercano di strappare l’applauso col repertorio, l’anziana soubrette di Arcore provvede a smentire tutti i politici e gli opinionisti “riformisti” che negli ultimi mesi lo descrivevano trasformato, moderato, dialogante, insomma un uomo nuovo, uno statista col quale riscrivere le regole della Repubblica, forse anche il codice della strada, sicuramente il codice penale. Infatti da un paio di giorni Uòlter ha cominciato a parlare di tv, di conflitto d’interessi, perfino. Ecco, dev’essere stata la parola mafia a mettere di cattivo umore il Cainano, insieme alle notizie dal Liechtenstein e dal resto d’Europa, dove i governi si stanno impegnando contro l’evasione fiscale che lui ebbe modo di definire alla festa della Guardia di Finanza “un diritto naturale che è nel cuore degli uomini”, soprattutto nel suo. Lui, sui depositi di Vaduz, aveva dichiarato: “Il Liechtenstein non so nemmeno dove stia”...

Segnalazioni
Elezioni 2008: Se li conosci li eviti, il nuovo libro di Peter Gomez e Marco Travaglio
I programmi dei partiti (tutti) sorvolano sulla mafia: leggi l'articolo di Elio Veltri
Nel nuovo numero di MicroMega faccio outing e dico per chi voto. mt
Il mio intervento ad Annozero di giovedì 27 marzo

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A Crotone sta scoppiando la guerra di mafia. Da tre giorni una bambina di quattro anni, incolpevole nipote di un capobastone, è in coma. È stata colpita dai proiettili che hanno ucciso suo padre, Luca Megna, e ferito sua madre. Poche ore fa, un nuovo agguato: questa volta a cadere è stato un ragazzo di 27 anni sposato con una donna imparentata con un clan rivale a quello dei Megna. Ora si attendono altri morti. E lo si fa in silenzio, perché la politica tace.

Del resto tra i candidati ve ne sono molti amici e parenti di boss. In Calabria il Pdl, per esempio, ha presentato al senato Franco Iona, cugino primo di Guirino Iona, arrestato qualche mese fa dopo molti anni di latitanza. Alla camera, invece, c'è Gaetano Rao, nipote di Peppino Pesce, celebre pezzo da novanta dell'omonima potentissima cosca di Rosarno.

In Sicilia, se è possibile, la situazione è ancora peggiore. E coinvolge pure il Pd che in lista si ritrova l'ex vicepresidente della commissione antimafia Peppe Lumia e il suo storico avversario Mirello Crisafuli, filmato e intercettato mentre discuteva di appalti e di favori con il boss di Enna, Raffaele Bevilacqua, più un ex sindaco di un comune messinese sciolto a causa delle infiltrazioni della criminalità organizzata.

Parlare è insomma per tutti rischioso. E intanto nel sud si continua a morire.

Leggi anche: Per chi vota la mafia di Peter Gomez (l'Espresso, 20 marzo 2008)


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Foto di Daintree da flickr.comUliwood party
l'Unità, 23 marzo 2008


Dice il Cainano che “la svendita Alitalia mi ricorda la svendita della Sme”, ma lui impedirà anche quella. La stampa al seguito registra il tutto come una verità di fede. Come se davvero, nel 1984, l’allora presidente dell’Iri Romano Prodi avesse tentato di svendere il gruppo agroalimentare di Stato alla Buitoni di Carlo De Benedetti, ma il Cavaliere Bianco avesse sventato la minaccia. La bufala fa il paio con quella della svendita dell’Alfa Romeo alla Fiat, da tutti attribuita a Prodi, ma in realtà imposta da Craxi (Prodi era per la Ford).

Piccolo Smemorandum per gli Smemorati. La Sme riuniva i gloriosi marchi alimentari Pavesi, Cirio, Bertolli, De Rica, Motta, Alemagna, Gs, Autogrill e così via. Ma era diventata, grazie alla gestione fallimentare delle Partecipazioni statali, cioè dei partiti, un carrozzone maleodorante che costava allo Stato migliaia di miliardi di ricapitalizzazioni, investimenti e ristrutturazioni. Ed era in perenne perdita, proprio come Alitalia. Prodi la mise sul mercato, rivolgendosi ai colossi del settore: Ferrero, Barilla, coop. Risposero tutti picche. L’unica società interessata era la Buitoni, che il 30 aprile 1984 siglò con l’Iri un pre-contratto d’acquisto: 497 miliardi di lire per il 64,3% del gruppo. Prezzo di favore? Balle: il prezzo viene fissato da due perizie dei professori bocconiani Poli e Guatri (Poli diventerà presidente di Publitalia, gruppo Fininvest). Ed è poi confermato dalla perizia disposta dall’allora ministro delle PPSS Clelio Darida (Dc), che approva l’accordo Prodi-De Benedetti, come pure la commissione Bilancio della Camera, il Cda unanime dell’Iri e il Cipi. Ma poi il premier Craxi si mette di traverso: per lui non sono previste mazzette (diversamente da quelle che pagheranno anni dopo altri offerenti); e considera De Benedetti un nemico. Dunque promuove una cordata alternativa tramite l’apposito Berlusconi...

Segnalazioni
Il caso Spitzer continua ad allarmare il partito del Foglio: leggi Il maresciallo Rocca 

Ancora sul caso Mangano: guarda il video di Annozero

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Signornò
l'Espresso, 21 marzo 2008

Il governatore democratico di New York, Eliot Spitzer, già procuratore anticorruzione, eletto nel 2006 col 70% dei voti, si è dimesso perché il suo nome è finito in un’indagine dell’Fbi su un giro di squillo d’alto bordo, rivelata in anteprima dal New York Times. Spitzer - celebre per le sue campagne contro la prostituzione - non è imputato né accusato di alcun reato, ma l’Fbi sta verificando se non possa essere incriminato per “structuring”, cioè per aver tentato di schermare l’origine dei fondi usati per saldare i conti del “club”; e per violazione della legge Mann del 1910, che proibisce “il trasporto di donne da uno stato all’altro per scopi immorali” (il governatore incontrò in un albergo di Washington una prostituta proveniente da New York).

Insomma, bazzecole. Tutto nasce dalle denunce di alcune banche all’Internal Revenue Service (l’Agenzia delle entrate) a proposito di pagamenti sospetti riconducibili a Spitzer. Paventando una storia di tangenti, l’Irs si rivolge all’Fbi, che investe il ministero della Giustizia e ottiene il permesso di intercettare telefoni e caselle e-mail dei protagonisti della sexy-agenzia. Le intercettazioni, con tutti i particolari dell’incontro fra il “cliente n.9” e la bella Kristen, finiscono in un affidavit di 47 pagine degli agenti dell’Fbi ai procuratori di New York Sud. E di lì sul New York Times - che rivela di aver avuto la notizia da “tutori della legge che han parlato a patto di restare anonimi” – e sui siti web (http://tinyurl.com/2ul3uy). Anziché pendersela con chi ha diffuso la notizia, il governatore ammette che è tutto vero e parla di “questione privata”. Ma il NYT gli dà dell’”arrogante” perché ha “tradito la famiglia e i concittadini”. Lui chiede scusa a tutti. E toglie il disturbo.

Immaginiamo un caso analogo in Italia. Il politico in questione strilla in Parlamento contro la “giustizia politicizzata” e la “fuga di notizie a orologeria”, ma promette che “resterò al mio posto perché non ho commesso reati, non sono indagato e comunque ho avuto il 70% dei voti”. Solidarietà bipartisan da destra, centro e sinistra. Il capo dello Stato, i presidenti delle Camere, il vicepresidente del Csm e il Garante della privacy deplorano “la gogna mediatica”, invocano il “segreto istruttorio”, auspicano “la fine dello scontro politica-giustizia” e sollecitano “una legge sulle intercettazioni”. Il ministro della Giustizia sguinzaglia gli ispettori in Procura, mentre gli investigatori vengono trasferiti in Sardegna. Bruno Vespa allestisce uno speciale “Porta a Porta” dal titolo: “Come Tortora e Anna Falchi”, ospite Andreotti. I quotidiani pubblicano editoriali di fuoco, tutti con lo stesso titolo: “Chi paga?”. Galli della Loggia, Panebianco e Ferrara osservano che “queste cose in America non potrebbero mai accadere”. Berlusconi e Veltroni, con una dichiarazione congiunta, riaprono la Bicamerale per “una moratoria sulle intercettazioni, aldilà degli steccati ideologici, come nelle grandi democrazie liberali”. Il cardinal Ruini, in onore del politico intercettato, organizza un’edizione straordinaria del Family Day.

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Qui Milano Libera: Piero Ricca cerca di fare delle semplici domande a Marcello Dell'Utri -
guarda il video (13 marzo 2008)

Il mio intervento di ieri ad Annozero -
guarda il video

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da Vanity Fair, 20 marzo 2008

Avendo già vinto le prossime elezioni Silvio Berlusconi gioca a perderle. Se ne occupa ogni mattina, quando da via del Plebiscito escono i sondaggisti, gli infermieri, le ragazze, e lui resta finalmente solo. Il gioco consiste nell’assottigliare il vantaggio, dissiparlo il più possibile, scongiurare l’eventualità che dopo il 14 aprile sia di nuovo costretto a governare.

Ha cominciato esibendo il gesto dell’ombrello e raccontando un paio di barzellette sugli ebrei. Ha continuato elogiando la figura morale di Marcello Dell’Utri, suo candidato in Lombardia. Poi scegliendo con mano sicura Sergio De Gregorio silhouette degli italiani all’estero, e Giuseppe Ciarrapico, quello che celebra Mussolini e Andreotti. Lo ha candidato dicendo che non conterà proprio nulla, anche se porta voti, ottimo elogio della democrazia. Quindi ha messo in campo la sua coppia migliore: l’ex liberista Giulio Tremonti e l’ex ministro della Difesa Antonio Martino. Il primo schierandolo sul confine cinese a studiare dazi contro l’invasione dei musi gialli. Il secondo su quello interno iracheno dove ha intenzione di rispedire le truppe italiane per irrorare la nuova democrazia, a Baghdad.

Dopo la squadra, il programma. Alle ragazze precarie ha detto arrangiatevi, o al limite “sposatevi mio figlio che è miliardario”. Ai pensionati ha fatto gli scongiuri. Agli evasori fiscali un sorriso. Agli italiani l’augurio di prossimi sacrifici. A Veltroni ha detto che è la maschera dei comunisti. I quali hanno confezionato un programma copiato dal suo, ma anziché elogiarlo lo ha stracciato in pubblico. Ora ha lanciato l’allarme brogli, perché la sinistra è capace di tutto. Lui solo di vincere. Anche se preferirebbe tanto riposarsi sul lungolago, ha detto, in compagnia di chi sa lui. Ha ancora un mese per riuscirci.


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